Un piccolo diedro – B.C. 2018 – Altitudini –

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Un piccolo diedro

di Carlo Piovan

Vi è mai capitato di scovare in cantina, dentro una valigia impolverata, dei vecchi giochi? I colori son sbiaditi, la grafica tradisce i gusti dell’epoca, i materiali sono ingialliti dall’umidità, ma il senso che per cui sono nati non muta.

Uscire di casa in un giorno lavorativo, con lo zaino e la corda in spalla, mi trasmette lo stesso stato d’animo di quando andavo in gita scolastica. I pensieri legati alle pratiche da sbrigare sono saltate a piè pari dall’aspettativa di passare un pomeriggio a giocare con placche e fessure.

Le ore pomeridiane, passate sulle pareti di Rocca Pendice, sono un regalo prezioso per me. Arrampicare a due passi da casa, alleggerisce la mente e permette concentrarsi sul movimento del corpo in parete, senza le complicazioni che ogni fine settimana vado a cercare in giro per le Alpi.

Ma un luogo con più di cento anni di storia non lascia indifferenti alle tracce di chi è passato prima di noi con stili e materiali diversi. Gli itinerari recenti chiodati a fix[1] talvolta rispettano i tracciati storici, altre volte li intersecano o li inglobano per dare spazio ad un modo diverso d’intendere l’arrampicata, ma senza cancellare totalmente la presenza.

Non è raro, mentre scalo, di incappare in qualche vecchio chiodo, davanti al quale non riesco a trattenere la mia curiosità.

In questo reticolo di sentieri verticali, c’è un diedro sospeso dimenticato da tutti. La sua regolare geometria assieme alla storia di chi l’ha salito sembrano averlo preservato dal passare del tempo.

L’ho osservato spesso salendo itinerari vicini ma non ho mai avuto il coraggio, l’occasione o anche solo la voglia di misurarmi con esso.

La proposta arriva da un nuovo compagno di arrampicate. Giorgio è da molto tempo che vuole scalarlo. Ci accordiamo così per farlo assieme.

Apro il portellone del furgone per prendere lo zaino ma il peso, maggiore del solito, mi trasmette un messaggio subliminale – oggi non è un pomeriggio come gli altri – . Rimando la comunicazione al mittente e mio avvio sotto la parete est, ben conscio che il tiro chiave spetta per diritto a Giorgio.

Siamo sotto la parete, l’attacco originale della direttissima è oggi un monotiro attrezzato a fix che porta comodamente alla prima cengia sotto la verticale del diedro. L’introduzione all’avventura.

La linea di salita è molto evidente, cinque metri sopra le nostre teste si intravedono dei chiodi che suggeriscono la direzione da seguire.

Giorgio inizia ad arrampicare alternando ai momenti di silenzio giudizi negativi sulla qualità dei chiodi presenti. I movimenti sono cauti ma i commenti sui chiodi perentori. – Son marci! – e propende per una cauta ritirata, arrampicando in discesa fino alla sosta.

Mentre lo assicuro, il messaggio subliminale di prima, risuona ora più forte nella mia testa.

– Oggi non è un pomeriggio come gli altri! –

Accolgo il mio compagno in sosta e gli comunico che provo a fare un tentativo. La curiosità che avevo per questo tiro ora è aumentata in modo esponenziale.

Abbandono la certezza di un segno rosso su una foto per seguirne uno sbiadito tracciato su una vecchia foto in bianco e nero.

Arrivo all’inizio del diedro ed effettivamente il chiodo a cui si riferiva Giorgio non è sicuramente uno dei migliori che abbia visto e non c’è modo di rinforzarlo.

Il passo successivo equivale al varcare la porta del mondo di Alice, un incastro “fiducioso” di dita in una piccola fenditura, mi deposita nel cuore del diedro.

Mi ritrovo davanti ai segni di uno stile di scalata che non c’è più, piccoli pezzi di ferro ritorti ed utilizzati per aiutare la progressione.

Arrampico evitando di usare i chiodi per salire, il senso dell’arrampicata contemporanea è questo. Incastro mani e piedi per guadagnare un metro alla volta, per progredire in un piccolo viaggio di trenta metri, in luogo sospeso nel tempo.

Il diedro finisce ed approdo alla sosta. In pochi centimetri quadrati si condensano due esili chiodini artigianali, probabilmente dei primi salitori, un anello cementato anni settanta e una recentissima sosta a fix inox, la storia del chiodo in pochi centimetri quadrati. Inevitabilmente il senso di conservazione della specie vince e mi appendo alla modernità.

In questo microcosmo di rocce e licheni, dove regolarmente giochiamo in “sicurezza, oggi abbiamo aperto una polverosa valigia dimentica per riscoprirci con uno stile contemporaneo su tracciati demodé. Rompere gli schemi, uscire dai solchi sicuri della quotidianità è uno stimolo per mettere alla prova la conoscenza dell’oggi su terreni stranieri.

– Giorgio parto! –

Con la promessa di rivederci trenta metri più alto, il viaggio prosegue fino al capolinea della nostra curiosità.

 

 

[1] tassello ad espansione, nato nell’ambito dell’edilizia ed utilizzato come punto di ancoraggio fisso.

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Il diedro fossile e un dizionario di geologia

di Saverio D’Eredità

Arrampichiamo nel solco di un diedro fossile, le cui pareti sono plasmate da milioni di esseri viventi che popolarono il mare del Devonico.
Arrampichiamo il tempo profondo, dal passato remoto ad un presente intangibile. Ascoltiamo con le mani questa lingua antica, fatta di miriadi di gusci, conchiglie, alghe calcificate.
Mi pare di vederli lavorare, pazientemente e per migliaia, milioni di anni, scalpellare questa gigantesca scogliera come scultori certosini in quei mari caldi.
Arrampichiamo il diedro fossile e il suo tempo materializzato. Continua a leggere

Il Diedro Infinito

di Saverio D’Eredità

Prologo

Come il pane o la poesia

Che silenzio che c’è qui. Che silenzio tra queste rocce, ultime a difendere la luce di un giorno che man mano svapora. Il buio risale dal profondo del terra. Procedo piano. Una pietra, smossa, precipita senza far rumore quasi fosse senza peso. Mi sento leggero anch’io, o forse sono solo svuotato e quella che sento è semplicemente fame. C’è un piacere sottile a percorrere con lentezza questi ultimi tiri, come a voler conservare un ricordo più a lungo di altri.
D’improvviso l’aria si riempie di una luce riflessa. “Guarda”, dico ad Andrea che sta rollando una meritata cicca di fine via. È l’ora in cui il sole giunge a riscattare l’altra faccia del diedro dall’ombra millenaria cui sembra condannata. Pochi istanti prima del tramonto a dar vita a queste pietre senza significato, se non per i nostri occhi e le nostre mani che oggi le sfiorano e le osservano. Lo spigolo del diedro, illuminato, si staglia come una prua nel vuoto e forse solo ora prendiamo coscienza di dove ci troviamo. Il Cozzolino, il diedro infinito, è ormai dietro di noi. Continua a leggere