Venezia in quota

Prima edizione della nuova rassegna autunnale promossa dalla sezione del CAI di Venezia e dal Gruppo Rocciatori Gransi, che come ogni anni invita nomi illustri e abili narratori, legati al mondo della montagna.

locandina-A3-generale-001

Due appuntamenti da non perdere

Michele Dalla Palma: uomini e montagna
Martedi 2 ottobre, 2018 ore 20.30

Alessandro Beber: Dolomitiche opere d’arte a cielo aperto
Giovedì 8 novembre, 2018 ore 20.30

Teatro ai Frari, Calle drio l’archivio,
San Polo 2464 Q, Venezia

Entrata libera

caivenezia.it / gransi.it

 

Annunci

Un piccolo diedro

di Carlo Piovan

Uscire di casa in un ordinario giorno lavorativo, oltre che con la solita borsa da lavoro, anche con lo zaino e la corda , mi trasmette lo stato d’animo di quando si andava in gita scolastica. I pensieri che si legano alle prassi da sbrigare in ufficio, vengono saltati a piè pari dall’aspettativa di passare un pomeriggio a giocare con placche e fessure all’ombra delle fronde di un bosco di castagni.

Le ore pomeridiane che riesco a passare sulle pareti di Rocca Pendice, le vivo come un regalo prezioso, con lo stato d’animo leggero grazie all’ottima chiodatura a fix delle vie che permette di rilassarsi e concentrarsi sul movimento del corpo in parete, senza le complicazioni che regolarmente ogni fine settimana vado a cercarmi in giro per le Alpi.

Continua a leggere

Polvere e Spit

di Saverio D’Eredità

È sempre rischioso dar peso alle promesse fatte davanti a una birra dopo una giornata di montagna. La fatica accumulata aiuta il seppur lieve tasso alcolico ad entrare in circolo, la rilassatezza fa allentare i freni inibitori della parola e, se la compagnia è giusta, è facile ci si sbilanci parecchio.
La giornata era partita con il clamoroso pacco rifilatomi dal socio poche ore prima e che come conseguenza ebbe una rabbiosa ed improvvisata salita al Pacherini. Da lì, con il provvidenziale consiglio di Claudio, mi rintanai da solo fin sulla Croda del Sion. La salita si compì come una seduta psicanalitica, confermandomi ancora una volta l’utilità delle “solitarie su cime solitarie” come indispensabile equalizzatore degli umori. L’annata fin lì avara di soddisfazioni stava accumulando delle scorie e come al solito mi ritrovavo a far i calcoli con la lista degli obiettivi irrealizzati.

Non fu del resto un caso il fatto di incrociare Andrea al rifugio mentre serviva ai tavoli. Attesi la fine del turno e la birra fu solo una logica conseguenza. Di sorso in sorso lasciammo roteare la girandola dei sogni sulle mille salite che avremmo voluto fare nello scampolo di stagione che ci rimaneva e, tra tutte, la mitica Piussi al Pinnacolo della Cima del Vallone esercitava su di noi un irresistibile fascino. Il Pinnacolo! Come non averci pensato prima! Fummo rapiti dall’euforia di quella salita tanto agognata, quasi fosse un nostro personalissimo omaggio ad un grande delle Giulie. Il Pinnacolo! L’obiettivo dell’anno era stato individuato. Brindammo al nostro sogno e riprendemmo la strada del fondovalle, con la testa già altrove. Continua a leggere

Wurstel e spaghetti in salsa bordolese.

di Carlo Piovan

Piaciuta la via?

Si bella, più dura del dichiarato

Immaginavo ma il Brix non ha sgradato?

No anzi..

Quindi VI?

Un sei un po’ incazzoso

6a? 6b?

Sti gradi francesi! In idioma italico orami dimenticato e vilipeso da questo tempo senza cultura si direbbe “sesto sostenuto”

I gradi francesi sono il riferimento europeo, se non mondiale, per l’arrampicata

Insomma la classica fessura un po’ stronza dai

Vuoi parlare ancora il volgare o è il caso di imparare l’inglese

Bah riduttivo e fuorviante

Va a dire a uno 6a e si butta su quella fessure pensando ad un tiro di falesia

C’è un problema di preparazione prima che di lingua

Aspetta, innanzitutto i gradi UIAA sono di scuola teutonica ma soprattutto stai mescolando la traduzione con la grammatica

Da questo mattiniero scambio di opinioni, ho pensato sia il caso di fare un po’ di chiarezza sull’annosa questione della valutazione delle difficoltà che spesso si riscontra nelle relazioni.

Continua a leggere

Giorni inutili

di Saverio D’Eredità

C’è sempre una cosa che faccio, l’ultima mattina prima di partire da Chamonix. Esco di casa, ancora senza colazione (perché la facciamo al bar, l’ultima mattina, “per non sporcare che abbiamo già messo a posto”) e vado a spedire le cartoline. So che può sembrare retrò come cosa, ma ci sono persone cui ancora piace ricevere le cartoline. Non fosse altro che per prolungare l’attesa del rientro e, una volta rientrati, stupirsi ancora dei luoghi che qualcuno dei nostri amici o parenti ha visitato. È una cosa vintage, la cartolina, ma secondo me funziona ancora. Le foto di Whatsapp, per dire, mica le appendete al frigo.
È un momento un po’malinconico, quello delle cartoline. Pensi al viaggio che hai da fare, le ore di autostrade, pedaggi, caselli e brutture varie o come non farsi prendere dalla tristezza pensando a tutto quello che ancora avresti voluto fare. La classica sindrome ben rappresentata nel spot “Costa crociere”, con la gente che piange alla cassa del supermercato. Il classico turista che se ne va e torna alla sua vita piatta, insomma. Niente di più standardizzato.
Cammino spedito lungo Rue Payot verso le Poste Centrali e mentre do un’occhiata alle pasticcerie e baretti per individuare quello più adatto alla colazione, incrocio gli sguardi di altri turisti o alpinisti diretti chi alla Midi, chi al Flegére o altri ancora al Montenvers. È ancora presto, e su questo versante del Bianco il giorno è un’onda di luce che si spande oltre l’orizzonte delle Aiguilles, mentre la valle dell’Arve è ancora avvolta in ombre di rugiada.
Dai loro sguardi posso intuire smarrimento, indecisione, determinazione. Dalla postura o dall’abbigliamento, dal tipo di zaino o dalla direzione, posso supporre le mete che hanno in programma.
Il polacco con lo zaino più grande di lui stasera andrà a bivaccare da qualche parte sotto il Dru o semplicemente si sposta dal campeggio? E quel tipo col berretto con visiera e la cicca in bocca di prima mattina che non gli daresti niente, non potrebbe invece aver progetti molto strani sulle Jorasses?
C’è il classico soggetto in tenuta d’ordinanza “normale al Bianco” e quelli più squinternati che ti danno sempre l’aria di combinarla grossa, ma è facile trovarli dopo alla Microbrasserie che ancora non hanno deciso. C’è il tipo pulito da “arrampicata plaisir sulle Aiguille Rouges” e facce convinte da ultratrail.
È un po’così, Chamonix. Ci si mescola e ci si confonde. Si fa la coda per le giostre più alla moda o ci si ritrova per caso e da soli in angoli incantati che ti chiedi come-mai-nessuno-qui.
È il riproporsi di un rito, da decenni, che nonostante mode, tendenze, innovazioni sembra trovare ogni volta il modo di rigenerarsi.

C’è un’altra cosa che faccio, l’ultima mattina prima di partire, chiudere casa e consegnare le chiavi. Nel baretto ben individuato, seduto nell’angolino con qualche burrosissima brioche e la voglia di un caffè vero, rileggo la guida. Sì, lo so che sono un fanatico, ma meglio questo di altri fanatismi, credo.
Ripercorro le vie salite, segno quelle che la prossima volta mi sentirò in grado di fare, scovo altre che non avevo considerato.
Perchè lo spigolo Nord della Blaitière dev’essere un vione, e forse la Contamine al Dru se siamo in forma possiamo pensarci. Mi piace sfogliare voluttuosamente le prime pagine, quelle di introduzione storica, quelle normalmente ignorate all’inizio perché presi dalla foga di compilare i listoni, pianificare orari, giornate, materiali e strategie. È in questo momento che assumono una loro dimensione, quasi riesca a vederle in prospettiva.
Dai Ravanel e Lépiney a Mummery, da Young e Knubel avanti fino a Terray e Contamine, Rebuffat e poi gli inglesi. I primi spit di Piola e gli exploit di Profit e Gabarrou. Altri nomi di ignoti su cime meno note che eccitano la fantasia. Le rocce che hai toccato, le doppie buttate nella rabbia o nella fretta, rinunce e piccole soddisfazioni ritrovano una collocazione. Le metti in fila, le dai un nome e provi a infilarle nello zaino, come materiale indispensabile per il futuro.
Vedi? Abbiamo sbagliato quella mattina sulla Blaitière, ma eravamo sull’antico attacco della Ryan. E quei ragazzi sbucati d’improvviso sotto la cuspide del Peigne, che salivano lo spigolo Nord, avevano ragione a dire che era “6a ma per niente facile”, visto i nomi degli apritori, veri specialisti delle fessure chamioniarde. Ti senti anche tu parte di quella storia. È vero, sei solo un turista, ma cos’era in fondo lo stesso Mummery?
Chiudi la guida, è tempo di saldare il conto, rivedere ancora una volta l’assetto dell’auto stracarica, cercando un equilibrio tra i friends e i giochi di tua figlia. Da sotto il sedile spunta la seconda picca che anche stavolta non è servita.
È fresco stamani. Mentre ripercorro indietro la strada alzo lo sguardo sulle Aiguilles. L’occhio scorge qualcosa di nuovo ed inedito. È scesa la prima neve.
Nei cupi canali battuti dalle scariche per giorni, sulle placche scure, una raggiera di linee si rivela. Un occhio allenato e anche un po’fissato, può intuire possibili traiettorie di discesa o di salita. La ruota riparte. Sorrido. Non conosco un modo più stupido ed eccitante per ingannare il tempo come l’alpinismo. Nient’altro che uno stratagemma per sopravvivere, tenere la mente aperta e non lasciarsi scoraggiare.
Che la cosa bella, in fondo, è proprio lasciarsi ingannare ogni volta da un trucco che già conosciamo. Dopo tutto, diceva Nick Hornby, c’è sempre una prossima stagione.

Chiudo il bagagliaio. Un colpo secco e sta dentro tutto. Cosa riportiamo a casa? A far una lista, ben poco. Era più lunga quando siamo partiti. Dieci giorni fa, al secondo pedaggio pagato e mentre cercavo di divincolarmi tra le auto in ripartenza alla barriera di Milano Certosa mi ero ripromesso che per un po’non ci sarei tornato, a Chamonix. Che mi aveva stufato. Troppi soldi, troppe code, troppo tutto. E invece sono rimasto di nuovo fregato. Perché è qui che ti rimetti di nuovo in discussione. Riparti da zero. La tua presunzione, le tue certezze, la aspirazioni, è più facile che vengano smentite piuttosto che confortate; è il valore della paura, che riscopri. L’essere piccolo non ti fa sentire inferiore. L’essere pavido può essere la tua miglior difesa. L’essere debole la tua maggiore forza.

Ma, in fondo, non stiamo parlando che di giorni inutili. Giorni passati a parlare di fessure e di diedri, di condizioni ed avvicinamenti. Di meteo ed orari. Ma sono questi giorni inutili che ci mancheranno. E allora in queste cartoline che infiliamo nella buca credo che in fondo stiamo scrivendo un po’anche a noi stessi.
Che sia concessa anche a noi, ogni tanto, un’insolita leggerezza. Questo stupore bambino. Questa lucida stoltezza.
Siano concessi a noi questi pensieri lievi, questa stupida euforia. Torneremo domani ai vostri doveri, alla vostre carte, ai vostri conti sempre in ordine – sempre a scapito di qualcuno.
Sia concesso a noi il tempo del silenzio, per dire una parola in meno e pensarne una in più. Testimoni del saccheggio della parola, assuefatti al vuoto dei proclami, alla violenza delle menzogne, portiamo fieramente in mano i nostri giorni inutili.
Le nostre mani sono ruvide e spellate. La pelle racconta una storia con le rughe. In fondo al sacco l’odore dei vestiti da lavare è memoria di giorni vissuti.
Che sia concesso a noi ancora una volta questo privilegio insolito, di tutti il più prezioso. Il privilegio della nostra inutilità.

100_6762
Enrico Biasotto e un’alba sul Bianco

Lasciate surfare la mia gente, la “smisurata preghiera” di Yvon Chouinard.

di Carlo Piovan

Con un titolo che inneggia alla necessità di azione e al tempo libero, Yvon Chouinard racconta la sua vita in questa appassionate biografia firmata dal signor “Patagonia”.

Se dovessi scegliere un colonna sonora per questo libro, non avrei dubbi nell’eleggere “Smisurata preghiera” di Fabrizio De Andrè.

Il libro si snoda tra racconti di avventure in parete e in officina, in baracche sulla spiaggia o in giro per il mondo a cercare i tessuti migliori per i capi in fase di elaborazione, dove la vita di Yovn e il suo rapporto di amore / odio con la professione di impreditore, altro non è che un percorso in direzione ostinata e contraria.

La dualistica figura di Yvon imprenditore ed ambientalista, che inevitabilmente il nostro tempo ci pone come due aspetti contrapposti, cerca di trovar sintesi nella politica aziendale di Patagonia.

Se a molti in prima istanza potrebbe sembrare un’azione di marketing, l’interessante introduzione di Naomi Klein sgombera da subito il campo da eventuali dubbi.

Un libro che è più di una semplice biografia, un manifesto per imprenditori e si spera “ex” consumatori.

5174ksp0n8l-_sx335_bo1204203200_

 

La biblioteca di Alessandria

“Secondo me ci siamo troppo imborghesiti
Abbiamo perso il desiderio
Di sporcarci un po’ i vestiti”

Brunori Sas – “Secondo me”

di Saverio D’Eredità

Se provate a cercare “Comici Vano Nero” su Google vi viene fuori poco o niente.
Per affinare la ricerca potete provare varie opzioni, ad esempio scambiando l’ordine delle parole o aggiungendo a seconda Vano+Riofreddo e togliendo Comici (visto che di vie Comici su quella montagna ce ne sono due). Tutto quello che troverete è la scansione di “Google Books” della Buscaini, note biografiche su Comici stesso e una discussione su un noto Forum che è molto rappresentativa dei nostri tempi: si discute tanto ma sul niente, ovvero senza sapere esattamente di cosa si stia parlando.

Continua a leggere

Il diedro fossile e un dizionario di geologia

di Saverio D’Eredità

Arrampichiamo nel solco di un diedro fossile, le cui pareti sono plasmate da milioni di esseri viventi che popolarono il mare del Devonico.
Arrampichiamo il tempo profondo, dal passato remoto ad un presente intangibile. Ascoltiamo con le mani questa lingua antica, fatta di miriadi di gusci, conchiglie, alghe calcificate.
Mi pare di vederli lavorare, pazientemente e per migliaia, milioni di anni, scalpellare questa gigantesca scogliera come scultori certosini in quei mari caldi.
Arrampichiamo il diedro fossile e il suo tempo materializzato. Continua a leggere

Intervista immaginaria a Celso Gilberti

di Saverio D’Eredità
R.“Allora, Celso: dopo un’estate ricca di exploit ti sei tolto una bella soddisfazione con la est del bila pec. Bel colpo. Raccontaci un po’come è nato questo progetto”
C.G. “Il mio cuore è colmo di gioia per questa scalata superba che ha richiesto la massima tensione dei muscoli e dello spirito nel superare questa parete dall’aspetto invincibile.
In questa impresa sono stato supportato da un compagno di grande valenza e tempra alpinistica quale Oscar Soravito, uno dei più promettenti scalatori della nostra generazione. Insieme volevamo dimostrare come le nostre Alpi Giulie possano primeggiare quanto ad importanza e difficoltà con le più ambite scalate dolomitiche”
R.“Ben fatta, Celso. Come ti è sembrata la roccia? Ci hai parlato di lunghi run-out con poche possibilità di proteggersi in maniera affidabile. Un bell’ingaggio immaginiamo”
C.G “Questa formidabile roccia non consente che un uso parsimonioso e quasi sempre precario di mezzi artificiali. La scalata è sempre delicata laddove si affrontano placche prive di qualsivoglia asperità o estremamente faticosa nella continua tensione dei muscoli in spaccata sui bordi dei camini. Ciò ha richiesto grande saldezza nei nervi e fiducia nelle nostre capacità di superare con slancio le insidie e le difficoltà opposte dal Monte.
È nostra convinzione che si possa scalare su queste difficoltà d’ordine estremo non ricorrendo ad artifizi che nulla hanno a che vedere con l’animo eroico e puro di un’alpinista che si confronta con l’alpe”
R.“Yeah vez! Quindi grandi potenzialità per questa parete ancora tutta da esplorare. Hai visto altre linee scalabili?”
C.G Sebbene sia il Bila Pec alquanto inferiore rispetto alle superbe pareti del Montasio o del Mangart è da considerarsi alla stregua dei grandi problemi alpinistici delle nostre montagne.
Sono convinto che con una preparazione ancora più seria e determinata si possano vincere altre porzioni della parete che oppongono difficoltà eccezionali: abbiamo individuato infatti una colossale fessura che in alto si allarga a guisa d’orecchio che terrorizza e al tempo stesso accende di desiderio l’animo dell’alpinista.
E finanche la parte sinistra, laddove la roccia è finemente lavorata come opera di un cesellatore ravviso ardite possibilità di salita.”
Ci scommettiamo. Tornerai presto con altri progetti. Alè duro Celso!
***
È come un’onda di pietra, grigia, gialla e blu. Quando sei dentro pare di nuotarci, in quel mare di calcare ora ruvido e tagliente, ora compatto e senza rughe. Quando sei dentro pare travolgerti. Ci sono pareti gigantesche dove ti senti a casa. E pareti che pur minuscole in proporzione paiono infinite. Come quella del Bila Pec. Che è una parete semplice: un muro che pare tagliato con la fresa, uno scudo ora concavo ora convesso, spezzato da due fessure che paiono grondaie e un tetto giallo. Linee d’arte contemporanea.
Come si misura la grandezza di una parete? Prendendone semplicemente le misure? Base, altezza, superficie? O dal numero di movimenti che si possono compiere? La est del Bila Pec è una specie di contrappasso. Per tutte le pareti grinzose, scorbutiche, o fatiscenti che troviamo in giro, qui si concentra una quantità e qualità di pietra che sembra venire da un’altra dimensione.
Certo che l’alpinismo antico crea grandi problemi. Oggi, per dire, nei primi movimenti sia io che Nic ci sentiamo piuttosto impacciati. Siamo ancora tarati sui passi accorti mossi sullo spigolo del Fuart, dove saggiare ogni appoggio è ben più importante dell’allungo dinamico sulla prossima presa. Insomma, l’alpinismo antico fa male.
Eppure su questa parete la prima scalata è del 1932. Celso Gilberti ed Oscar Soravito salgono nel margine destro, lungo una delle due fessure maggiori che paiono più antri che camini. È chiaramente l’unica debolezza. L’unica salita concepibile all’epoca. Ma è una salita che lascia poco il segno. Probabilmente la scalata più sottovalutata della storia giuliana. Sulla carta è V+. Nei fatti non si sa. Forse appartiene a quell’alpinismo estinto di cui parlavamo ieri. O forse era talmente moderno da risultare incomprensibile. Su questa parete di roccia riflettente come uno specchio c’è un silenzio che dura quasi 40 anni tra quella di Gilberti e la salita di De Infanti e Barbacetto in centro parete, aperta nello stile artificiale e che pare più un’eccezione che una tendenza. E altri 20 anni prima di affacciarsi nel futuro. Quando il trapano inizia a perforare questi muri monolitici il Bila si risveglia dal torpore. È arrivata la nuova generazione, quella di cui forse avrebbe fatto parte anche Gilberti, fosse nato 40 anni dopo. Si iniziano ad intessere linee sempre più sostenute, dai margini ci si sposta al centro, si osa dove prima non era pensabile. Le centinaia di chiodi vengono sostituiti da un numero sensibilmente inferiore di spit, ma molto maggiore di movimenti tra una protezione e l’altra. E ancora adesso che pare che ogni porzione della parete sia stata toccata, fioriscono linee, idee, progetti. Oggi sono nomi come “Il Ciclone”, “Meander”, “Aria sottile” a fare sognare. In soli 200 metri dove lasciarci cuore e polpastrelli. Le potenzialità della grande onda non sono ancora finite. Forse si tornerà di nuovo a Gilberti, in qualche modo.
“Dai Sav, hai visto che bella arrampicata? Questo è il futuro!”
Ora, voi penserete che sono il solito fissato con la storia, l’antico, l’alpinismo di una volta eccettera, ma questo ripetersi che è l’arrampicata sportiva è il futuro lo trovo troppo semplicistico. Se non altro perché un futuro che esiste da almeno 30 anni mi sa tanto di presente e poco di futuro. Così ho guardato al capo opposto della parete, dove le toppe erbose stanno colonizzando quelle magre fessure salite nel 1932 rendendole irrintracciabili e inavvicinabile quel camino che pare la porta di un’altra dimensione. Questo non è il futuro. È semplicemente il presente. Perché il futuro, per essere davvero tale, è qualcosa che ancora non sappiamo. Qualcosa che non ci può ancora appartenere. Sono pochi coloro che sanno intravvedere il futuro. Chissà magari proprio Gilberti era uno tra quelli e l’aveva capito.
Due corde vengono lanciate nel vuoto. Scendono dal bordo del tetto giallastro costellato di buchi. Due ragazzi si calano, ondeggiando nel vuoto. Un temporale si avvicina, è già sul Fuart.
Il futuro qualche volta è tra noi, solo che non sappiamo vederlo.
IMG-20180714-WA0002

K2 la Discesa

di Carlo Piovan

Per un alpinista la salita di una delle cime più alte della terra può rappresentare il sogno di una vita, la tecnologia e le tecniche di allenamento, oggi, concedono sicuramente più possibilità di successo rispetto ad una volta, ma le condizioni dell’ambiente in cui ci si muove rimane molto complicato e le condizioni possono diventare sovente ostili alla permanenza in quota. In un’ascensione di tale portata raggiungere la cima è la meta per molti e la discesa, come si legge spesso nei diari delle salite, è una fuga da un mondo sfavorevole alla vita dell’uomo, verso la salvezza del campo base.

Per uno scialpinista la salita e la cima sono solo l’antefatto dell’obbiettivo principale: scendere.

Continua a leggere