Di acqua. Di luce.

di Saverio D’Eredità

“…a climber’s heart cannot wish for more”

Ora, ditemi se con una introduzione del genere non vi fiondereste anche voi sotto la parete. Anche se il nome della cima si divincola a mala pena tra i denti con tutte quelle consonanti e quello dei primi salitori pare uscito da una spy story. Anche se si tratta di una valle subalterna della grande regione del Triglav che per arrivarci un’occhiata alla mappa per sicurezza ce la dai. Ed anche se a conti fatti ci sono più di due ore di avvicinamento e oltre tre di discesa per “appena” 400 metri e su difficoltà moderate – che a casa poi qualcuno vedendoti tornare col buio giustamente ti chiede “ma almeno era bella?”.

Sarebbe da spiegare che di mezzo ci sono i libri e qualche volta la tristezza. Perché il fatto è che quando sono triste compro libri. È una specie di antidolorifico ed antidepressivo, mi serve per dare un senso di profondità a certe giornate che se ci pensi ti fanno male solo a vederle passare. Si lo so che è una cosa un po’consumistica (sei triste quindi compri e rimetti in circolo la viziosa circolarità della società dei consumi), ma tutto sommato trovo che sfogarsi sui libri sia un po’meglio che sulle slot machine.

Mi sa che ero triste o semi depresso per qualche inconcludente riunione quel pomeriggio quando, passando in piazza Oberdan a Trieste, sono entrato nella libreria slovena senza sapere nemmeno il perché (cosa ci vai a fare in effetti, tu che sai quelle 12 parole di sloveno imparate ad un corso serale 10 anni fa?) e ho chiesto se avevano “Slovenske Stene”. Forse perché ci sono pomeriggi a Trieste – la luce radente di un tramonto di ottobre gioca la sua parte, e il vento pure – in cui mi pare di esserci già, tra le rocce delle Giulie. Continua a leggere

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The Blue Zone – nuova via in Creta di Mimoias

di Alberto Giassi

Qualche anno fa mi trovavo sulla parete della Creta di Mimoias per ripetere “Affinità e divergenze”, una delle linee più belle di questa poco nota parete carnica. Poco nota, ma senza dubbio tra quelle che riserva la roccia migliore, in un angolo particolarmente pittoresco e nascosto, ma di una bellezza che ti rapisce. Nei momenti di sosta lungo la via mi guardavo attorno chiedendomi se su una parete così bella ci fosse ancora spazio per una piccola avventura in apertura.

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Il tracciato della via

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Spesso disegno linee immaginare, ma poi nel concreto le lascio li dove sono, forse per paura di rimanere deluso. Quest’estate siamo tornati a scalare in creta di Mimoias con Andrea Polo e “Pierin” Piero Surace e rivedendo la parete mi sono deciso. Appena una settimana dopo ero nuovamente alla base con macchina fotografica e binocolo, per vedere se potesse essere una buona idea oppure no. In un giorno di meteo – come spesso quest’estate – “ballerino”, complice l’entusiasmo irrefrenabile di Pierin siamo saliti con armi e bagagli e abbiamo cominciato. Neanche a dirlo, la parete ci ha salutato con una lavata ciclopica….

“eh bon toccherà tornar!”

Ormai la giostra era partita. Lasciamo nascosta la ferramenta e scendiamo. Due settimane dopo, grazie ad un allineamento astrale stravagante torniamo su, questa volta in tre: il sottoscritto, Pierin e Lorenzo Michelini. E, come da tradizione, con il meteo sempre incerto…

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Alberto Giassi in sosta

Salgo fino al punto raggiunto la volta prima e faccio salire i compagni. Tocca a Pierin dare sfoggio della sua arte arrampicatoria utilizzando i suoi chiodi fatti in casa e posizionando gli spit. In sosta gli amici se la ridono… il colore della roccia è azzurro come il cielo terso. Ma solo per il momento.
Infatti, quando tocca a me salire l’ultimo tiro devo muovermi il più veloce possibile: ovviamente il bel cielo blu che ci accompagnava ora è coperto e comincia gocciolare. I miei compagni di cordata mi raggiungono: giusto il tempo di organizzarci per la doppia che comincia a piovere. Per ironia è proprio la maledetta pioggia che ci ha perseguitato in quest’avventura a suggerirci il nome da dare alla via. Calandoci, infatti, ci accorgiamo che la roccia, bagnandosi, rivela un fantastico colore bluastro che come un alone si espande nella parete. Una magia che solo la pioggia ha potuto svelare, in fondo un piccolo premio alla nostra costanza. Battezziamo quindi con “Blue Zone” questa porzione di parete che ci ha lasciato la possibilità di disegnare la nostra linea.

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The Blue Zone

Primi salitori: Alberto Giassi, Piero Surace, Lorenzo Michelini – estate 2019

Lunghezza: 110 mt

Difficoltà: 6b (gradi da confermare) /S2

Note: la via attacca 50 mt a dx di “Affinità e Divergenze” e risulta attrezzata con spit da 10mm. Tutte le soste sono attrezzate con 2 spit e cordone, anche per calata.

Per accessi, schizzo della via e discese: vedi guida cartacea E. Zorzi, S. D’Eredità, Alpi Carniche Occidentali, 2018, ed. Alpinestudio, pag. 50.

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Never…Robon

di Emiliano Zorzi

Pur avendo per anni, studiato, immaginato e un po’ accarezzato l’idea di poter realizzare una linea di scalata accessibile, per difficoltà e impegno “di testa”, su quella sorta di santuario degli dei (dell’arrampicata intendo…) che è la parete del Robon, alla fine pensavo che mai (“never”– da qui la presenza di questo avverbio nel nome di questa via divisa in due atti, con intervallo nel mezzo) avrei potuto realizzarla. Alle volte pensando che le difficoltà sarebbero state non consone al personaggio e che in qualche modo ne sarebbe uscito un percorso non consono a quell’Olimpo calcato solo da degli dei “intoccabili” (vari dei quali ho la fortuna di conoscere personalmente: persone tutt’alto “intoccabili” o intrattabili, ben inteso. Fisicamente “intoccabili” per il sottoscritto sono le prese delle loro vie!).
Quello che mi aveva sempre stuzzicato, nel corso della stesura della guida sulle Giulie, dei sopralluoghi fotografici sul Robon e della raccolta delle informazioni su questi percorsi “top”, era il fatto che per quanto compatto ed impressionante sia questo muro di calcare giulio, le vie presenti si snodano nei settori evidentemente più splendidi e repulsivi e terminano nel punto in cui le difficoltà “mollano” pur se la parete continua ancora. Vie frutto di prestazioni tecniche e di “testa” fuori dal comune. Vie su cui è richiesta la prestazione top ed una buona dose di coraggio anche al ripetitore.
Proprio per questo motivo, una tortuosa ma logica linea immaginaria si dipana, senza essere stata considerata, proprio in mezzo ai due settori (“basso” e “alto” o Pilastro Marisa) e con la possibilità di scalare le rocce del Robon dalla base alla cima. Tutto questo, comunque, era rimasto per anni nel cassetto delle intenzioni, finché, a ferragosto, durante una giornata di “pascolo” arrampicatorio senza pretese, il nostro accademico preferito ha ri-vangato (non so se per qualche motivo telepatico) l’idea di poter tracciare sul Robon una via “abbordabile” e dalla spittatura sicura e rassicurante anche per i cuori pavidi. Presto nasce l’accordo per andare dopo pochi giorni a vedere… Continua a leggere

SS 125/Orientale Sarda – 3/il gran finale

di Saverio D’Eredità

Continuiamo l’aggiornamento sulla spedizione in terra sarda, sempre ammesso che ve ne importi qualcosa e rassicurandovi sul fatto che questo sarà l’ultimo bollettino: a pezzi (fisicamente e moralmente) l’armata nordestina ripiega nelle desolate lande padane. Mettete da parte la bile: ci stiamo già ingrigendo a lavoro e passiamo le pause a rivedere foto di roccia e di mare. Io, per dirvi, sono talmente preso male che stamattina mi sono svegliato con l’ansia di non aver fatto i compiti per le vacanze. Dato che ci siamo mossi piuttosto a casaccio e tempi, modi e stili son stati dettati più da poppate, pappette e tempi di gonfiaggio di galleggianti che da reali obiettivi sportivi, concludiamo con un resumè generale e disordinato di cose fatti e persone.

Jerzu – il Castello

Se farete un giro per l’Ogliastra senza per forza di cose intrupparvi nelle falesie di riferimento, sicuramente vi capiterà di perdervi. No, niente facili romanticismi bohemien: sto proprio parlando di sbagliare strada e di bestemmiare dietro la segnaletica. Insomma, amici sardi, vi vogliamo bene e lo sapete: ma perché volete mandarci sempre a Lanusei da qualunque punto dell’Ogliastra uno si trovi e soprattutto, perché Jerzu ha più uscite del G.R.A? Tra un cartello accuratamente nascosto dalla vegetazione e una freccia mozzata, più di una volta abbiamo allungato trovandoci in luoghi inusitati. Se questa è una strategia di attrazione turistica, la trovo interessante per quanto rischiosa. Continua a leggere

SS 125 Orientale Sarda / 2 – il giorno dell’Aguglia

di Saverio D’Eredità

Prologo – Settembre 2013

Dopo quattro giorni abbiamo il passo e gli occhi dei reduci. Risaliamo lentamente il Bacu, cercando di sfuggire al sole implacabile sotto magre ombre di lecceti. L’ultimo sorso d’acqua è finito stamattina e per ore ci siamo nutriti del turchese delle acque della Cala Goloritzè, tanto azzurre e tanto fresche da darci l’illusione di poterci dissetare al solo sguardo. Ore passate in attesa che l’Aguglia si vestisse di luce per specchiarsi nelle acque della sua Cala. Ore passate in contemplazione del più bell’obelisco di calcare del Mediterraneo.
Raggiungiamo l’ombra di due olivastri secolari con passi lenti e strascicati. Ci concediamo una breve pausa. Poggiamo a terra gli zaini, la cui composizione ha ormai perso ogni controllo. I sacchetti della spazzatura penzolano dalle cinghie laterali. Un pentolino mi perfora da ore un rene. Ma ormai non ci faccio più caso.
Dovrebbe mancare poco. Questo il mio pensiero che, per stavolta, tralascio di condividere con Graziella. Sono 4 giorni che le dico che manca poco a qualcosa e siamo ancora qua. Abbiamo sete, eppure riusciamo ancora a riempirci di stupore per la bellezza di questo luogo. Al di là di quel crinale c’è il Golgo, il punto di ristoro, una colossale bevuta ma anche la fine di questo sogno sospeso. Graziella incrocia il mio sguardo languido, posato verso il mare e l’orlo del bacu.

“Ci torneremo” mi dice mentre poggia lo zaino “magari quando troverai qualcuno per scalare l’Aguglia”

Bastano queste poche parole per ridestarmi dal trance in cui ero caduto. La sete è presto dimenticata, nemmeno sento più il manico del pentolino trafiggermi il costato.

“Si, torneremo.  Ma andiamo ora, dovrebbe mancare poco” – le dico, sorridendo convinto stavolta. Perché come tutti i reduci, la nostra promessa è sempre il ritorno.

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SS 125 Orientale Sarda/1

di Saverio D’Eredità

Normalmente in questo periodo il team Rampegoni è solito entusiasmarvi con sfavillanti reportage dall’Università dell’Alpinismo, sede di Chamonix, dove regolarmente portiamo avanti una sistematica esplorazione del massiccio del Bianco (la proiezione attuale è di terminare la campagna nel 2150, ovvero quando il Pilone sarà raggiungibile per comodo sentiero visto l’attuale sfacelo dei ghiacciai). Immaginiamo vi stiate quindi domandando inquieti il perché di tale silenzio. O forse no. In ogni caso, che vi importi o meno, desideriamo tenervi al corrente delle nostre intense attività ferragostane. No, tranquilli, nessun aggiornamento da qualcosa tipo lo Scudo di Divine Providence (sì, magari…) o da qualche urfida guglia chamoniarda. E nemmeno dai paretoni dolomitici.

Ispirati dalle gesta di Gogna e c. narrate nell’imprescindibile “Mezzogiorno di Pietra” (o almeno, così sarebbe nelle nostri menti deviate) il Rampegoni Team ed affiliati ha deciso di puntare il timone (letteralmente) verso le coste orientali della Sardegna. Le ragioni – che vi spiegheremo con calma, forse – andrebbero rintracciate nel doppio malto di una birra in una piazzetta di Chamonix al ritorno da una fulminea salita sul bel protogino della Midi. O forse meglio alla fine di una pantagruelica cena a base di raclette a Vallorcine: saturi di grassi e derivati da latticini abbiamo pensato bene di cambiare menù e per l’appunto dirigere le truppe verso le fertili terre dell’Ogliastra, dove ritrovare l’armonia con la Natura, la bellezza del gesto dell’arrampicata, gli aromi del mediterraneo (ecc. ecc). In realtà, narrazioni poetiche a parte, vi è il tentativo di mantenere (ancora per un po’ e in cambio di sanguinosissimi “bonus”) la pax familiare ancora per gli anni di forma decente che crediamo di avere. Insomma, un’estate diversa, per dimenticare le paranoie di funivie e “conditions”, e una volta tanto (una eh!) godersi delle normali vacanze.

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Ma come dimenticare che siamo pur sempre praticanti di attività catalogate come “estreme”. E cosa di più estremo che cercare di arrampicare in Sardegna ad AGOSTO e rendendo ancor più complessa la logistica includendo due minori di anni 10 e due minori di anni 1, materassini a forma di anguria, piscinette da spiaggia gonfiabili, tendaggi, occhialini, pinne, secchielli etc, e il tutto ovviamente contenuto nelle due settimane canoniche di ferie agostane?

E poi diciamocelo: siamo anche un po’snob. Non ci interessa intrupparci nei greggi di climber che regolarmente brucano nelle WCD (*)  nei mesi canonici ovvero aprile o ottobre. Contestatori indomiti del mainstream o più onestamente tenuti in scacco dalle ferie aziendali, abbiamo dunque deciso di ingaggiare una lotta senza paura con la calura mediterranea. Del resto, son buoni tutti a stampare 7a a vista con i 18 gradi, ventilato, umidità al 55% e piuminetto leggero per far sicura! Provateci con lo scirocco, il caldo afoso e alle 8 di sera, mentre qualcuno ti fa giustamente notare che tra mezz’ora chiude il minimarket e tu sei senza cena!

Questo il quadro generale. In sintesi quello che la prima settimana della spedizioni ha messo a segno.

  • Il Biaso (chi se no) sbarcato in avanscoperta con un paio di giorni di anticipo per prendere contatto con i locali ha da subito stretto importanti relazioni diplomatiche con i pastori del Golgo, il macellaio di Lotzorai e prossimamente un buon carrozziere vista la guida disinvolta nei tratturi nascosti dai ginepri…
  • Sempre il Biaso (e chi se no) si aggiudica la probabile “prima di Ferragosto” che da ste parti è tipo una prima invernale, alla prestigiosa “Mediterraneo” sull’estetica punta Giradili. Corrotti dei pastori locali per farsi indicare la strada giusta e giocato d’anticipo grazie alle soffiate di un segretissimo informatore meteo che neanche la NASA ha imbroccato la giornata giusta per portare fuori la via prima di finire carbonizzato. Paragonabile come impegno ad una discesa delle Droites con gli sci in agosto o una salita in Mangart durante un temporale. Grande Biaso
  • Abbiamo scoperto, quindi, che le “conditions” sono determinanti anche qua. Solo che non c’è l’OHM a darci aggiornamenti. Torna la paranoia, la schiavitù di 3b meteo e aumenta il consumo di tabacchi del Biaso.
  • Nel frattempo il Brix è giunto sull’isola con la calma dei forti e sta passeggiando sui 7a come sul lungomare (anzi, meglio). Con lo stile e l’understatement che lo contraddistingue evita di sgradare anche per un fatto di ospitalità, e solo perché è in vacanza.
  • Il sottoscritto ha avuto modo di mettere piede in una WCD con un certo imbarazzo. Trovatosi nell’ineluttabile condizione di dover scalare per davvero invece che limitarsi a dei comodi azzeri, si è impegnato a fondo pur non avendo né l’aplomb, né l’attitude, né tantomeno il dress code del climber WCD. A partire dall’ignoranza del gergo tipico (yeah boss grande vez tira una randa) all’assenza di un adesivo f*ck work go climbing sull’auto, il sottoscritto ha cercato di rimediare individuando dei tiri molto cinghiali nel canyon di Ulassai. Quanto di più simile ad una fessura alpina, insomma. Si narra abbia chiuso un 6b a vista e senza martello appeso all’imbrago, ma è in corso un’indagine per tentativo di corruzione ai danni dell’assicuratore.
  • Attualmente il Biaso (e chi se no) risulta disperso nella valle dell’Oddeone alla ricerca della “Mia Africa”. Confidiamo nella sua abilità linguistica ed interculturale che lo contraddistingue da Argentiere a Baunei.

Ultima cosa: i paesaggi dell’Ogliastra interna paiono quelli del Colorado. Mancano solo i coyote e i rangers. O forse ci sono. Sarà torrido, questo Mediterraneo e saremo pure fuori stagione. Ma luoghi del genere hanno pochi eguali. Ci siamo già innamorati.

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(*) World Climbing Destination: termine, vagamente spregiativo e snob utilizzato per contraddistinguere quelle mete ormai imprescindibili nel cahier di ogni climber mainstream che si rispetti. Alla voce WCD: Sardegna, Kalymnos, Siurana, Mallos, Ceuse etc etc. 

(1/Continua)

Il gioiello del “Vecio” – una linea a goccia d’acqua sulla Cima Piccola di Lavaredo

di Saverio D’Eredità

Nell’immaginario degli alpinisti dell’epoca cosiddetta del “sesto grado” la linea “a goccia d’acqua” ha rappresentato un simbolo cui ambire. Riuscire ad individuare la linea perfetta dalla base alla vetta, che superasse una parete senza aggiramenti o deviazioni, era di fatto il “Non plus ultra” di ogni apritore. Di certo un teorico di questa “estetica del verticale” fu Emilio Comici, il quale cercò sempre nelle sue vie di seguire la linea più diretta possibile, anche in nome di uno stile che anteponeva il gesto al mero superamento (anche forzoso) del problema alpinistico. Se la “goccia d’acqua” è un marchio di fabbrica di Comici, bisogna riconoscere che i suoi epigoni intrepretarono bene il concetto.

Proprio accanto al celeberrimo Spigolo Giallo, l’esempio (quasi) perfetto dell’etica di Comici, nel primo dopoguerra e quasi in silenzio due rappresentanti della grande scuola triestina dei “Bruti di Val Rosandra”, va a tracciare la linea perfetta della parete. Guglielmo Del Vecchio è stato uno dei membri più importanti di quel gruppo, ma vuoi il duro periodo post bellico, vuoi la ricerca di pareti minori (e spesso, guarda caso, proprio laddove Comici aveva lasciato una firma) il suo nome è per lo più sconosciuto. La sua attività esplorativa però è notevole:dal Montasio al Popera, dalla Cima Undici alla Cima d’Auronzo, il “vecio” Del Vecchio è attivissimo in nuove aperture come anche in ripetizioni. Da ricordare che già nel 1946 ripete la nord della Cima Grande (affrontando al secondo tiro quello che è oggi il passaggio attuale, dopo la frana che ha cancellato l’originale) ed è sua la seconda ripetizione della Comici-Casara al “Salame” del Sassolungo. Accanto a queste salite, il suo nome è ricordato “in Valle” (la Rosandra,appunto) per numerose salite che hanno costituito un bel banco di prova per aspiranti alpinisti.

Se si guarda la sud est della Cima Piccola, però, quella linea a goccia cadente che incide la parete giallastra e repulsiva negli ultimi 150 metri richiama immediatamene l’occhio dell’alpinista: è senza dubbio “la” linea! Oggi la Del Vecchio-Zadeo inizia ad essere rivalutata e a ricevere una giusta fama. Esposizione “da Lavaredo”, arrampicata elegante e sostenuta, senza contare la minore usura dello Spigolo ne fanno un’alternativa molto consigliabile per riassaporare, in quei tiri, un po’dell’alpinismo dei “veci”.

 

Anticima della Cima Piccola di Lavaredo mt. 2780

Parete S/E

Via Del Vecchio-Zadeo

Scalata molto interessante, di grande logica ed estetica: la linea perfettamente verticale sfrutta un’evidente fessura giallastra aperta nel cuore della strapiombante parete S/E della Cima Piccola. Un vero esempio di tracciato a “goccia d’acqua”. Nonostante ciò è molto meno frequentata dell’adiacente e classicissimo Spigolo Giallo, rispetto al quale è leggermente meno impegnativo nel complesso e meno chiodato (a parte il tiro chiave, ben protetto), ma anche meno consumato. La roccia è quasi ovunque solida, o comunque ben ripulita. L’esposizione solare e la non eccessiva lunghezza la rendono percorribile fino a stagione inoltrata.

Dislivello: 380 mt

Difficoltà: V, VI, VI+(A0)

Tempi: 4/5 h

Prima salita: G. Del Vecchio e A.Zadeo, 5/08/1946

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Il tracciato della Del Vecchio-Zadeo sulla sud est della Cima Piccola di Lavaredo

Avvicinamento: dal rif. Auronzo seguire la strada in direzione del Rif.Lavaredo. Prima di questo, in corrispondenza della chiesetta alpina Madonna della Croda, si abbandona la strada per salire su tracce lungo il ghiaione verso la base della gialla parete sud della Cima Piccola. L’attacco si trova in corrispondenza della più bassa delle due cenge che incidono la parte basale della parete. Si segue la cengia pochi metri verso dx portandosi sotto una parete giallo nera. Si attacca in corrispondenza di 1 ch. alla base di una fessurina (0’45)

L1: salire la fessurina con un primo innalzamento non banale (V), e seguendo la fessura verso sx (1ch.) portarsi sotto un tetto giallastro. Traversare su esile cornice a dx (all’inizio scaglie friabili) e, dove il tetto si interrompe, salire in verticale per rocce scure all’ampia cengia soprastante sostando a dx di un diedro e sotto una parete nera. (n.b: possibile arrivare qui dall’attacco dello Spigolo Giallo, traversando facilmente lungo la cengia con breve tratto esposto). 40 mt, V, IV, 1 ch. 3 CF.

L2: salire in corrispondenza del diedro su parete verticale ben appigliata (1FR inc. nel diedro, IV+), quindi piegare a sx verso rocce grigie più facili che adducono ad una vasta zona a gradoni. Salire senza via obbligata obliquando legg. a sx in direzione dello Spigolo Giallo. Sosta su spuntoni. 60 mt, IV+ poi IV, III.

L3: verso sx portarsi sotto un salto verticale di rocce articolate. Salire direttamente sfruttando alcune fessure quindi piegare a dx verso il bordo del catino sottostante la parete gialla verticale. Sosta su 1 CL o da attrezzare. 60 mt, III, IV.

L4: salire nel catino e rimontarlo mirando alla radice della fessura che incide la parte alta della via. Qui si è molto vicini alla linea dello Spigolo Giallo e il percorso non è obbligato. Si sosta su 2 ch. su una cengetta sotto una parete grigia verticale un po’a sx rispetto alla verticale della fessura giallastra. 60 mt, II, III 2 CF.

L5: Superare lungo una fessura regolare (IV+, 2 ch.)la parete soprastante e, guadagnata una sottile cornice (a sx si nota la sosta dello Spigolo Giallo che precede il traverso) spostarsi verso dx dove si rinviene una sosta intermedia (3ch con cordoni). È possibile sostare qui o proseguire verticalmente su difficoltà crescenti, ma con bella arrampicata su ottime prese verso la base della fessura (V, V+, 2ch) che oppone un primo strapiombo (2ch con cordini). Lo si aggira a sx (1ch) per poi rientrare sulla linea principale a dx (VI-) e sostare su un piccolo terrazzino alla base di un pilastrino staccato. 45 mt, dal IV al VI-, 6 ch. + 1 sosta intermedua, 2 CF.

L6: Senza possibilità di errore rimontare interamente la fessura con arrampicata sostenuta su roccia ben ripulita (fare comunque attenzione ad alcuni blocchi precari sulla dx) e vincendo direttamente un paio di strapiombi. Giunti sotto un tetto fessurato che chiude la fessura si esce a dx sostando scomodamente appesi. 30 mt, VI, ppVI+/A0 numerosi ch. 2 CF.

L7: Superare il tetto a sx lungo la fessura (nessun ch. ma ben proteggibile a friend, VI) che si segue alcuni metri in verticale per poi traversare pochi mt a sx su roccia nuovamente grigia. Da 1ch. salire in verticale mirando ad un pilastrino staccato dall’aspetto precario che si rimonta (1ch.) fino alla comoda su cengia. 30 mt, VI, poi V,V+, 2ch. 2CF.

L8: un po’a sx si imbocca una fessura grigia verticale (1ch subito) che si segue interamente con arrampicata divertente. Si sosta su uno spuntone staccato pochi mt sopra una cornice. 25 mt, 2 ch, 2 CF.

L9: invece di andare a sx per una larga fessura di roccia non molto buona si sale verticalmente su parete grigia in direzione di un diedro aperto che si segue fino al suo termine. Un salto verticale si aggira a sx per poi rientrare a dx su una larga cengia alla base del camino terminale. 40 mt, V, poi IV, 2 CF.

L10: risalire il camino (profondo e largo) fino alla spalla di uscita (45 mt, III, IV), dove si sosta su spuntone.

Discesa: andare in direzione N verso la Cima Piccola dapprima scendendo ad un piccolo intaglio per poi risalire (II) all’Anticima della Cima Piccola. Seguendo gli ometti ci si porta sopra un salto esposto che si supera o con breve doppia (ancoraggio in loco) o disarrampicando (10 mt, II/III). Seguire una cengetta esposta sul lato Ovest (esposto!) fino all’ampia spalla sottostante la torre finale della Cima Piccola (raggiungibile con 2 tiri di corda lungo il “Camino Zsigmondy: III,IV, IV+). Sulla parete della Cima Piccola in corrispondenza di una nicchietta si rinviene un primo anello di calata. Conviene scendere (anche assicurati) per circa 10 mt ad un sottostante anello da cui inizia una pista a doppia (30 o 60 mt, tutte attrezzate ad anelli resinati, bolli rossi per un più agevole rinvenimento). Con 3 doppie da 50/55 mt si arriva alla forcella che separa Cima Grande e Cima Piccola. Si scende il canale sud (ripido e con neve: possibile una calata da un terrazzino a sx circa 50 mt sotto la forcella) fino a ritrovare le tracce di sentiero che riportano al Rif. Auronzo (ore 1.30/2 dall’uscita).

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L6: parete giallo grigia verticale
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L7: quasi al termine del tiro chiave
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L8: bella roccia grigia
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Sosta con vista sulla Croda dei Toni
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Uscita della via

A casa, nella “Stena”

di Saverio D’Eredità

Se prendete una moneta da 50 cent potrebbe capitarvi di vedere l’immagine stilizzata di una montagna e la frase “Oj Triglav Moj Dom”. Qualcuno forse potrebbe osservarla distrattamente e affrettarsi ad infilarla nella macchinetta del caffè, o magari qualche volta ci avete fatto caso. Io, per dire, quella moneta da 50 cent la aspettavo ancora prima che la zecca di stato sloveno la stampasse. Una montagna su una moneta è una cosa unica e quando l’ho trovata per la prima volta (credo un resto in un bar a Gorizia) l’ho conservata non so per quanto tempo (no,non sono un numismatico) perchè credevo che questa cosa della moneta alpinistica non si ripetesse mai più.
Magari invece la montagna l’avete anche riconosciuta, ma della frase non sapete nulla. Oj Triglav Moj Dom è un canto popolare sloveno, e gli sloveni si sa sono un popolo di montagna anche se le montagne non occupano tutto il loro territorio. Ma sono un popolo che considera le montagne alla stregua di divinità. E che vede nella montagne la propria patria.
Ogni sloveno, si dice infatti debba almeno una volta nella vita salire il Triglav, o Tricorno per noi, il cui nome non corrisponde tanto alle “tre teste” (che non ci sono) quanto all’incarnazione di una divinità tricefala. La divinità è quindi la montagna stessa. Sarà per questo che, pur non essendo sloveno, ho sempre nutrito grande ammirazione e rispetto per questi luoghi e soprattutto condivido quell’approccio unico che gli sloveni hanno nell’andare verso i monti come fossero al tempo stesso luoghi dello spirito e la propria casa. Oh Triglav, casa mia! dice la canzone – che ogni sloveno conosce come conosce la torretta dell’Aljazev Stolp a guardia della vetta più alta delle Giulie.
E anche se non sono sloveno, questa sensazione di “sentirmi a casa” in quello che Kugy definì il “regno” del Triglav l’ho sempre avuta. E se il Triglav è un regno, la sua parete nord è uno dei feudi più vasti e ricchi. Certo, l’idea di sentirsi a casa in quella che è una delle pareti più alte ed imponenti delle Alpi Orientali potrà sembrare paradossale, eppure è proprio così che mi sento ogni qual volta oltrepasso la radura dell’Aljazev Dom. Il grande feudo è fatto di castelli e fossati, torri e ponti levatoi. E una miriade di strade a collegare le regioni più distanti, quelle “cenge di Zlatorog” che attraversando la parete da parte a parte ti danno la sensazione di poterti muoverti liberamente in questo mondo di pietra.
Sarà per questo che torno alla “Stena” sempre con un grande sorriso e l’animo sereno. Forse è semplicemente questo che chiediamo alle montagne. Un luogo dove sentirsi a casa.

Triglav – parete Nord “Helba”

Primi salitori: Libor Anderle, Luka Rozic, Dusan Srecnik, 1971
350 mt, V, VI, VI+ (1 p. VIII o A0)
Pur essendo una delle più “brevi” scalate della “Stena” è sicuramente tra le più interessanti dal punto di vista alpinistico. Supera con bella logica una sezione molto verticale della “torre Skala” (avancorpo di fatto inglobato dal Triglavski Steber) lungo una linea naturale e logica di diedri e fessure, salvo un unico tratto (il chiave) che affronta una placca compattissima. Concatenabile con le altre vie della parete se si vuole realizzare una grande ascensione di ampio respiro ed impegno.

La via fu aperta in memoria di Riko Salberger, alpinista di Trzic caduto sulla via “Bavarska” sempre sulla nord del Triglav nel 1969. “Helba” era il nomignolo di Riko, il quale, recandosi a Klagenfurth per acquistare un casco da roccia, storpiò la parola tedesca “helm” (casco) in “helba”. 

Triglav, via Helba

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Contaminazioni carniche

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan

L’accensione del quadro elettrico dell’auto mi ricorda che oggi è un giorno un po’diverso dagli altri. Lo so benissimo – chi non si ricorda almeno del proprio compleanno? – ma la cosa mi lascia più che stupito, divertito. Non è poi tanto usuale decidere di svegliarsi alle 5 per andare ad arrampicare, il giorno del proprio compleanno. Potrebbe essere una giornata di relax, chiamate, messaggi, giri da offrire e qualche regalo inatteso. Invece oggi ho la strana, inebriante sensazione di essermi svegliato prima di me stesso, tentando ingenuamente di annullare il Tempo per consegnarmi ad un altro tempo, fatto di tiri di corda, di passaggi, movimenti. Si può ingannare il Tempo? Continua a leggere

Non così lontano

“Humboldt ci pensò su. No, disse poi, me ne rammarico.
Una collina di cui non si conosce l’altitudine è un’offesa per la ragione che mi inquieta. Senza esaminare costantemente la propria posizione, nessun uomo può progredire. Non si lascia ai propri margini un mistero, per quanto insignificante.”

Daniel Kehlmann “La misura del mondo”

di Saverio D’Eredità

Oltre il tozzo pilastro del Robon, gli altipiani del Canin digradano di colpo verso le cime cupe della Val Rio del Lago. Questo contrafforte minore, finemente cesellato di rigole e goccette, è praticamente l’ultima parete delle Giulie procedendo verso sud. Al di là della Cima Confine, già brilla di luce la valle dell’Isonzo e il mare. Da qui in poi lentamente sfumano le Alpi, fondendosi nella placca balcanica ad altre montagne dal sapore d’oriente. Qui ci fermiamo anche noi, che nel frattempo siamo arrivati a trecentrotrentasette. Questo è il numero progressivo dell’ultima tra le vie inserite nella guida: “Rigoletto”, aperta da Marco Sterni e Massimo Sacchi nel 1998. Curiosamente questa parete non è solo l’ultima in senso geografico, ma anche cronologico dato che è diventata oggetto dell’esplorazione alpinistica solo a partire dagli anni ’80.
Si dice che Piussi e Cassin, osservando queste pareti durante una delle battute di caccia che erano soliti compiere da queste parti in autunno, fossero stati tentati, per un attimo, di rivestire i panni degli alpinisti che furono per lasciarvi un segno. Immagino la loro tentazione di riprendere chiodi e martelli e lanciarsi in una nuova avventura. Pare però che proprio Piussi smorzò l’entusiasmo dell’amico dicendo “Noi abbiamo fatto il nostro tempo, Riccardo. Lasciamo qualcosa agli alpinisti del futuro. Continua a leggere