Eugenio Cipriani lo “scalatore” entusiasta

Intervista di Carlo Piovan

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi (Marcel Proust).

E’ sufficiente vedere come brillano i suoi occhi, furbi e sornioni, quando li scopre dal binocolo che ha da poco utilizzato per scovare possibili linee di salita su una parete rocciosa, per capire che la famosa citazione dello scrittore francese gli calza a pennello.

Sempre entusiasta e positivo nonostante le fatiche, di Sisifiana memoria, a cui si presta per aprire nuovi itinerari; si racconta in questa intervista, parlandoci dell’ultima guida realizzata sulle pareti della Val d’Adige veronese.

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Appenino “Mon Amour”- presentazione della guida “Appennino di Neve e Ghiaccio Vol.2” – Carpi 24/02/2017

Che nell’Appennino si pratichi da sempre del vero alpinismo invernale non è certo un mistero. Dobbiamo risalire infatti alla fine del XIX secolo per ritrovare – proprio come sulle principali vette alpine – le prime ascensioni nella stagione fredda ad opera di un certo Damiano Marinelli (il Marinelli del ben noto rifugio sul Bernina!). Una tradizione che non si è mai spenta, e che nei decenni successivi è stata tenuta ben viva dalle comunità alpinistiche che vivono ai piedi di queste montagne affascinanti, sempre attraversate ma molto poco considerate.

In particolare l’Appennino Tosco-Emiliano il cui ambiente selvaggio e permeato da profonde sensazioni di isolamento, sa offrire grandi spazi per un alpinismo affascinante e severo. Il lungo crinale che funge da spartiacque tra Emilia e Toscana è percorso dal mitico sentiero 00, il percorso più famoso e frequentato dagli escursionisti estivi, che con una vera e propria cavalcata di crinale collega le principali vette dell’Appennino con percorso aereo, in un ambiente dominato da una Natura selvaggia e da spettacolari vedute a perdita d’occhio.
Qui, durante i mesi maturi dell’inverno, tutto è amplificato: neve, ghiaccio e vento scolpiscono e modellano le creste, le pareti ed i canali del crinale, trasformandolo in un vero e proprio luna park appenninico per appassionati di piccozze e ramponi.
Il secondo volume di “Alpinismo di neve e di ghiaccio”(edizioni Idea Montagna) interviene a colmare molte lacune nella conoscenza di questo complesso reticolo di valli e crinali, descrivendo i percorsi alpinistici invernali alle 10 principali vette della porzione est dell’Appennino Tosco-Emiliano che vanno dal Monte Giovo sino al Corno alle Scale. Sono comprese in questa sezione le cime del Rondinaio, Rondinaio Lombardo, Alpe Tre Potenze, Monte Gomito, Monte Cimone, Libro Aperto e Monte Spigolino.
Quello proposto è un alpinismo di ricerca, che va curato e seguito nei modi e nei tempi per cogliere al volo le giuste giornate che sapranno sicuramente regalare bei momenti di appenninismo sulle montagne dietro casa.
Diamo merito al simpatico e sempre attivo gruppo degli “Alpinisti del Lambrusco” (vedi http://www.alpinistidellambrusco.org/) per aver lavorato a questa opera. È un libro per i romantici, per quelli che non hanno fretta, per chi si addentra sognante in gelidi chiarori, per chi ama i silenzi, per chi sale senza barare, per coloro che nei piccoli spazi trovano l’immensità.
Nel corso della serata gli autori ci presenteranno la loro guida, immancabile nella biblioteca personale di un Appenninista, con l’ausilio di filmati, foto, racconti e anedotti.  Appuntamento quindi con Marco Barbieri, Nicola Roncaglia e Gian Paolo Santunione presso la sede del Cai di Carpi venerdì 24 febbraio alle ore 21. Sarà anche possibile acquistare il libro al prezzo scontato di 22 Euro.

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Luci e prospettive

di Saverio D’Eredità

Primi, non lo saremo mai. Per incapacità o più spesso per indolenza. Ultimi, invece, lo saremo sempre. Se non per scelta, almeno per vocazione.

Raramente sono arrivato puntuale ad un appuntamento e appartengo alla categoria di quelli che i titoli di coda, al cinema, li vedevano fino all’ultimo nella sala buia. Certo, più spesso devo ammettere di non aver saputo cogliere l’attimo. Di essere arrivato dopo.

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“Che ci faccio qui?”

Avventure sul Buconig

di Francesco Madama

Introduzione di Saverio D’Eredità

Quando ho ricevuto la mail di Francesco, devo dire, ho esitato qualche istante. Scrivendomi con naturalezza della salita al Monte Buconig – come se parlasse, che so, della passeggiata ai Piani del Montasio, ammetto di esser rimasto spiazzato. Un attimo, mi son detto, dov’è il Buconig?              Ci sono cime che stanno davanti agli occhi di tutti eppure per una strana deformazione dell’atto di vedere vengono letteralmente oscurate dal nostro occhio. Il Buconig, così come i confratelli della turrita e disordinata catena di vette che incornicia la misteriosa Val Romana, rientra senza dubbio in questa misconosciuta categoria. Eppure per arrivarvi si parte da quello che è probabilmente il più affollato parcheggio delle Giulie: quello dei laghi di Fusine. Tutti additano la grande vetta, il Mangart, questo patriarca colossale che veglia panciuto la conca dei laghi, semmai qualcuno ammira l’austera bellezza delle grandi pareti del Coritenza. Ma nessuno che volti la testa a destra, verso quelle vette neglette eppure a loro modo avvincenti. Intrichi di canaloni, mughete violente, denti rocciosi esili come schegge di vetro. Come se nella grande costruzione del tempio fossero rimasti degli scarti di lavorazione, ammassati lì per caso.  Ma c’è chi si prende cura di loro. Il racconto di Francesco è certamente pane per i degustatori del “ravanage” – vera e propria arte e severa disciplina dell’alpe! – ma anche per gli amanti di quelle avventure minime eppure intense che quanto più si allontanano dai sentieri consumati e dai libri di vetta lisi, tanto più sanno regalare sensazioni profonde ed intime. E forse quel piccolo monte dimenticato, arrossirà..

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Scarpe da gatto

di Nicola Narduzzi

“Il tempo passa, ma non tanto”: così scriveva esattamente cinquant’anni fa Gabriel Garcìa Màrquez nel suo libro-capolavoro “Cent’anni di solitudine”. Non potevo fare a meno di pensare a questa frase pensavo leggendo le storie inedite di Italo Massi, alpinista goriziano, trascritte dal nipote Roberto Galdiolo. Quasi un secolo ormai è passato dalle salite narrate nel libro. Un lasso di tempo breve, poco più di un istante di quel tempo profondo che scandisce i tempi geologici, nel quale tuttavia si sono susseguiti grandi cambiamenti sia nell’alpinismo, che nelle Alpi stesse.

Eppure, nonostante non posso fare a meno di pensare che certe cose in fondo resistono anche all’inesorabile azione del tempo. Uguali sono certe sensazioni, certi sentimenti che ancora oggi si possono provare circondati dalle nostre montagne: il senso di stupore di fronte alle pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo all’alba, lo sgomento alla base della monolitica parete del Piccolo Mangart di Coritenza oppure la bellezza del tramonto da Sella Carnizza, per citarne solo alcune. Uguali sono le montagne, le valli, i luoghi descritti in maniera asciutta ma arricchita di un tocco personale. Descrizioni nelle quali un attento conoscitore dei luoghi potrà riconoscersi a camminare fianco a fianco ai protagonisti di queste storie, pur percependo l’incessante scorrere del tempo. Seguiamo così Italo mentre attraversa il ghiacciaio della Kredarica, oppure nell’infinita camminata lungo la mulattiera che si addentra in Val Dogna. Continua a leggere

27/08/2016

Sarà capitato a tutti di farsi assorbire dai pensieri durante un ascensione, talvolta il flusso è talmente forte che la voglia di cristalizzarli nel tempo diventa una necessità, senza pretesa di assunzione al cielo dei poeti, ma solo perchè si sente il bisogno di fissarli e condividerli. Vi proponiamo una riflessione che ruota attorno ad un luogo, carico di significati. C.P.

di Marco Lavaroni

A volte scrivo.
Di solito, dopo un po’, mi pento.
Ma oggi, con queste gambe indolenzite, il fiato che rantola, e il cuore che salta “fra l’aorta e l’intenzione” (…), l’andatura e’ lenta e c’e’ troppo tempo per pensare.

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Un vecchio maglione di lana

Un omaggio a un mondo che non c’è più

di Marco Berti

Introduzione di Carlo Piovan

L’erto sentiero che sale da San Vito di Cadore al rifugio San Marco, finalmente si concede meno ripido negli ultimi cento metri, cosi da lasciarmi la possibilità di riprendere fiato. Le fronde degli abeti lasciano spazio alla vista del piccolo rifugio in pietra, adagiato su un prato verdissimo. Mi avvicino con mio papà alle panchine di legno poste all’esterno. C’è molto movimento attorno al rifugio, le tavole sono imbandite di fette di salame e uova sode, le bottiglie di vino rosso passano di mano in mano. Una voce profonda, che sovrasta le altre, attrae la mia attenzione di timido quattordicenne. – Pare canta pian che no te senta – è un signore anziano dal fisico robusto e dai lineamenti marcati a pronunciarle, riferendosi al suo interlocutore (un poco stonato) per poi proseguire, lui stesso, nel canto. Mio papà si affianca al coro da poco costituito ed io mio siedo silenzioso ad ascoltare. Non conosco quella persona ma so perfettamente che fa parte del gruppo rocciatori gransi del Cai di Venezia, ho visto il maglione blu con ricamato un granchio bianco sul braccio, che indossa. Alla fine dei canti mi sarà presentato come Orso alias Plinio Toso. Quella giornata si terminò con quella conoscenza, per me nuova e assolutamente ignara di chi era il “signor” Orso. Solo qualche anno dopo nelle mie voraci letture di libri di alpinismo arrivai a capire chi realmente fosse, troppo tardi, purtroppo, perché in quegli articoli c’era anche il necrologio apparso sulla rivista Le Alpi Venete. Al di là delle mille domande che avrei voluto fargli se l’avessi rincontrato, mi rimaneva soltanto il ricordo di aver bevuto un “rosso” assieme (gentilmente permesso nell’occasione da mio papà) e avere fatto la sua conoscenza. Molti anni dopo mi è stato concesso l’onore di indossare un maglione come il suo, simile ma non eguale, perché ogni maglione racchiude un significato per chi lo indossa e per chi lo conserva con sé. Nelle righe a seguire Marco Berti ci riporta attraverso la storia di un vecchio maglione nelle pieghe di un alpinismo che ha fatto storia.

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50 sfumature di ghiaccio “un racconto per Loli” -Vicenza 24 gennaio –

manifestino1“Cinquanta Sfumature di Ghiaccio” è un titolo, un idea!

Nato come semplice serata fra e per amici appassionati di ghiaccio, si è poi trasformato in “progetto solidale”.

Quella sera a Lumignano, ospiti di Paola Lugo, abbiamo fatto una promessa e ci siamo presi un impegno: dare a Loli un contributo, un abbraccio, un piccolo aiuto per starle vicino nella sua nuova vita.

Una vita che ha saputo cavalcare come una grossa opportunità, e per questo non meno amata, sia da lei che da tutti noi che, dal quel maledetto 19 marzo 2015, abbiamo seguito la storia di Gio, Max e Loli.

Tutti e tre riuscirono ad uscirne vivi  da quell’incredibile crollo, tutti con ferite interne più o meno gravi che solo il duro carattere, tipico dei “montagnard”, è stato in grado di amalgamare alla vita.

A Loli però la sorte ha riservato il destino più difficile: una frattura alla colonna vertebrale e un “futuro a rotelle”.

Con il coraggio da leonessa, che l’ha sempre contraddistinta anche prima dell’incidente, Loli ha smosso il nostro mondo alpinistico, che notoriamente è tutt’altro che aperto ed espansivo.

Una grande famiglia la sua, allargata anche a tutti quelli che di montagna sono dipendenti.

Tutti si sono stretti intorno alla coraggiosa campionessa (di vita) di Bergamo: sono nate iniziative solidali, prima fra tutte “Loli Back To The Top”: un’azione che, tramite la vendita di magliette, ha contribuito a finanziare, almeno in parte, questo suo difficile passaggio.

Fra queste iniziative si è voluta inserire anche la nostra: parole e storie derivanti dalla nostra passione comune per la montagna e le salite su ghiaccio.

E qui torniamo a “Cinquanta Sfumature”: proprio la serata di Lumignano era nata come momento di condivisione delle nostre emozioni. Fra queste ha voluto partecipare anche Loli per raccontare la sua incredibile e crudissima storia… e con lei anche Martino, Monia e tanti altri.

“Cinquanta Sfumature” non è finito qui! Così anche il nostro piccolo contributo alla nuova vita di Loli. Un contributo umano prima che economico; un contributo che allarga la famiglia e che stringe ancora di più le persone intorno a questa grande donna che sta toccando il cuore di tutti.

“Cinquanta Sfumature” ha moltiplicato i propri incontri e si replica in diverse città, ma ogni volta in modo nuovo e diverso, aggiungendo nuove testimonianze, nuove storie.

Tutti questi testi (…e non solo!) sono qui raccolti, come testimonianza che ai colpi mancini del destino possono contrapporsi quelli destri delle azioni e delle parole.

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La parete che chiama – Ivo Rabanser a Carpi – 20 gennaio 2017

Ivo Rabanser, classe 1970, Accademico del Cai a soli 23 anni e Guida Alpina della Val Gardena, è anche grande conoscitore delle Dolomiti e autore di numerose pubblicazioni tra le quali le due monografie su Sassolungo e Civetta della collana Guida ai monti d’Italia del Cai-Tci.
Ivo ci farà emozionare e sognare tramite racconti, video e foto delle sue esperienze nel cuore delle Dolomiti in 30 anni di attività e ci racconterà i principi che hanno ispirato l’apertura da parte sua di numerosissimi nuovi itinerari alpinistici: un approccio classico ed esplorativo con mezzi estremamente rispettosi della montagna, in un’epoca in cui la tecnica permetterebbe ben più facili soluzioni e la ricerca del bello nell’intuire e realizzare nuove linee di salita fra le pieghe della montagna. Luoghi apparentemente ormai del tutto antropizzati, ma che ancora sanno regalare angoli di avventura a chi come Ivo è disponibile a mettersi in gioco con umiltà e pazienza.
Una serata da non perdere per tutti gli appassionati della montagna e delle magiche atmosfere che solo l’ambiente dolomitico sa regalare.

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Dove:

20 gennaio 2017 – ore 21.00 – INGRESSO LIBERO
CAI Sezione di Carpi – Via Cuneo, 51, 41012 Carpi (MO)

Link al sito del CAI di Carpi sulla serata:
http://www.caicarpi.it/wp/la-parete-che-chiama-serata-con-ivo-rabanser/

Evento Facebook:
https://www.facebook.com/events/357767481260903/

Alta pressione

di Saverio D’Eredità

Arriva il giorno che poi ti fermi. Che qualcosa si inceppa. La corsa, per un istante, s’arresta. Tutto si fa di silenzio. Ed attesa.
Succede che non ti va più, che tiri indietro l’ago e ne hai abbastanza. Pure lei sembra stanca. Qui nemmeno quel po’di neve s’è accumulata. Le pietre sono nude. Ricoperte appena da una patina di ghiaccio e pochi centimetri di polvere bianca. La montagna sembra saccheggiata, come se non fosse rimasto più nulla di un’antica bellezza. Nulla più del tesoro nascosto.

Il bello di essere una cordata è forse anche questo. Guardarsi negli occhi e dirsi che basta così. Per oggi. Per quest’anno. Forse per un po’. Dirselo senza recriminazioni e giochi di parole. Anche se è una fottuta cengetta di ghiaia facile e appoggiata che ti vergogni quasi a dirlo e ti guardi attorno cercando una scusa. Il tempo? La neve? I ramponi? Qualcosa. Ma una scusa non c’è. Hai tirato indietro l’ago, tutto qua. Continua a leggere