Collezionisti di ricordi

Per Carlo e Federico

Per chi rimane

Per chi continuerà ad andare

di Saverio D’Eredità

Inutile cercare le parole, perché non ci sono. Se le avessero inventate, le parole, quelle parole lì da dire o da pensare in momenti come questo, quando ti avvicini troppo a quel bordo, avremmo risolto il problema. Se esistessero per davvero, quelle parole, se qualcuno le avesse analizzate o approvate, forse le avrebbero messe nel libretto delle istruzioni, verso gli ultimi capitoli. Ad esempio dove si parla di cosa fare in caso di rottura, come riavviare il programma, chi chiamare in caso di assistenza. Invece niente, quel capitolo non c’è. Come non c’è nemmeno quello iniziale. In questa strana, intricata, faccenda che è la vita ci mancano questi due capitoli. Non si sa come si inizia, né tantomeno cosa fare quando finisce. In mezzo, però, siamo pieni di dettagli, suggerimenti, percorsi. Magari un po’contradditori, talvolta difficili, altri entusiasmanti, altri ancora dolorosi. Ma chi chiamare, cosa dire o fare, quando tutto si inceppa, no: lì non dicono niente.

E invece sei qui che cerchi le parole, perché ti è mancato qualcosa sotto i piedi e stai camminando troppo vicino al bordo. Eppure ci servono, le parole. Vi attribuiamo grande importanza perché qualche volta riescono a formare un argine, una rete di protezione verso quel vuoto. Ad osservarlo senza caderci dentro. Forse è questo il punto.

Non molto tempo fa, chiacchierando davanti a un caffè del più e del meno (che è quasi sempre “come è la neve? ha fatto vento?a che ora si parte?”) un amico mi fa, secco “Sai che se ti succede quella cosa lì, non sarà più un tuo problema. Lo sarà semmai per gli altri, ma questa è un’altra storia”. E così invece di rassicurarmi o fornirmi un indizio da inserire in quel famoso capitolo finale, l’amico ha finito per complicare la faccenda. La verità è che certi argomenti non si dovrebbero affrontare davanti ad un caffè, ma la domanda rimane. In che senso non è “più” un mio problema? E soprattutto cosa ne è del mio problema se poi tutto va a finire così, senza nemmeno il tempo di mettere a posto le cose e riordinare, senza trarne delle conclusioni, senza una cerimonia di premiazione, un brindisi, niente? Forse non ho voglia di saperlo ed aveva ragione lui a dire che il problema era degli altri. Di chi rimane, di chi aspetta, di chi – alla fine dei conti, nonostante tutto – continuerà ad andare. Le parole, vedi, sono importanti. Qualche volta ci proteggono, impedendoci di intraprendere certi sentieri neri che non dovremmo imboccare.

Ma se le parole mancano, abbiamo pur sempre i ricordi, di cui siamo instancabili collezionisti. Di Federico, ad esempio, conservo quello di una discesa “illegale” dal Foro. Illegale sia per la scarsità di neve di quell’inverno, cosa di cui ovviamente nessuno si lamentò più di tanto, come tutti quelli che con un paio di sci ai piedi sono felici sempre e comunque. E illegale anche perché ci fermò la polizia mentre tentavamo una discesa di soppiatto per la pista chiusa. Gran ramanzina e poi giù ad orecchie basse. Che dire, qualche volta abbiamo rapporti difficili con la legge e le regole. E infine tanti incroci più o meno casuali in discesa e in salita, con quella sorta di riverenza che puoi provare per un Maestro come lui, che ti veniva ogni volta da abbassare lo sguardo e togliere il cappello. Perché di sciatori forti ce ne sono in giro, ma quando scendeva lui capivi cosa voleva dire veramente sciare. Poter dire di aver sciato con “Delu”, era una menzione d’onore, una spilletta. Soprattutto perché sapeva accompagnare quel talento ad un’ancora più autentica e vera umiltà. Riusciva a parlarti della gita facile con gli amici come della linea più hardcore con la stessa purezza, lo stesso entusiasmo. Vivendo quella passione e quel talento in una straordinaria normalità. Penso che questo facesse di lui un Maestro, sopra ogni altra cosa.

Federico Deluisa in una giornata di inizio inverno al Foro del M.Forato

Con Carlo abbiamo fatto l’ultima via della scorsa stagione, su e giù per le creste precarie di Val d’Inferno in una di quelle giornate autunnali belle da far male. Carlo non saprà mai quanto sia stata difficile per me quella giornata, passata a scacciare i fantasmi di un incidente dalla testa e accettare il fatto di aver paura e forse, persino, di non aver più voglia. Una giornata in cui non mi vergognai di chiedere di essere assicurato una volta in più e in cui Carlo nemmeno una volta me lo fece pesare. Vedevo già in lui la stoffa della guida, traguardo che si era sudato e meritato come pochi. Mi ero promesso di ringraziarlo un po’meglio, ma ci si mette di mezzo sempre questa specie di pudore che nasconde i sentimenti e ci fa sentire più uomini, più adulti. Alla fine di quella giornata, osservando le creste dei Brentoni, parlammo delle pietre del Natisone, verso le quali sentivamo entrambi un debito di riconoscenza. Ecco, segniamoci anche questo e mettiamolo in quel capitolo in fondo. Quando dobbiamo ringraziare una persona, diciamoglielo. Se sentiamo il bisogno di amare, baciare, abbracciare, facciamolo. Se siamo felici, ammettiamolo, una volta tanto. Se c’è da piangere, lasciamo scorrere le lacrime. Il resto lo farà il tempo.

Ogni mattina mi alzo e guardo le montagne. Lo faccio sempre, anche quando è brutto, o non si vede niente, o devo solo andare a lavoro. Una specie di rituale. L’altra mattina invece sono rimasto mezz’ora davanti alla tazzina senza aver il coraggio di aprire la finestra, vedere quanta neve c’era e annusare l’aria. Sono rimasto lì, senza le parole per proteggermi e con la voglia di far finta di niente. Come se la cosa non mi riguardasse veramente. Ma erano solo scuse. Perché chiunque si sia legato ad un capo della tua corda è un amico. Chiunque abbia condiviso con te una traccia nella neve, un fratello. Non potevo far finta di niente. La loro mancanza era diventata la mancanza di una parte di me. Una piccola morte che rimane dentro per sempre. Allora son andato nella stanzetta dei bimbi, da dove riesco a scorgere la catena dei Musi e la cima del Chiampon. L’ultima nevicata metteva in rilievo i solchi, le rughe delle pareti, le fratture delle creste. Le montagne sono il risultato di una demolizione. La loro bellezza è fatta anche dai loro crolli. Dalle perdite.

Verranno un giorno le parole, e sarà una liberazione. Verranno e sapremo dare un nome a tutto questo, saremo forse in grado di comprenderlo o anche solo di accettarlo. Verranno le parole, ma ora che non ci sono mi affaccio alla finestra e guardo le montagne. Aveva ragione il mio amico. Bisognerà riprendere in mano il problema, sbrogliare i nodi uno ad uno, ritrovare il filo che qualcuno ha nascosto così bene. Allora forse ritroveremo le parole, per loro ma anche per noi. Per chi rimane, dopo tutto, non resta che riprenderlo in mano e andare avanti.

Carlo Picotti – cresta Val d’Inferno, autunno 2020

Fuga sul Plauris

di Saverio D’Eredità

Sono giunto alla conclusione che il merito di certe imprese un po’folli sia da attribuirsi non tanto a chi le ha concepite (che a sparare minchiate siamo bravi tutti), quanto piuttosto al primo che ci crede. Mi spiego. Quando arrivi a dire “bè, se siamo in zona rossa e possiamo muoverci solo in bici potremmo pur sempre fare – che ne so – il Plauris partendo da Udine” (che già il Plauris, di per sé, non è che sia una montagnetta). Ecco, quando dici una cosa del genere (sapendo benissimo che rimarrà sepolta in qualche chat insieme a chissà quali altre fantasie) è il primo a venirti dietro che è veramente l’artefice. E con lui tutti gli altri. E a quel punto tutto rientrerà nell’ambito di una certa – seppure disagiata – normalità.

Partenza notturna da Udine – foto M.Battistutta

Sembrerà normale quindi sgattaiolare alle 5 del mattino, con la città ancora anestetizzata dalla notte e il coprifuoco, trovarsi come ladri all’angolo di una strada e filare via leggeri se non nel carico almeno nell’animo. Gli sci che fendono l’aria come spinnaker sulla bici, tutto il resto legato alla “mah sì, secondo me regge” e via attraversando gli scheletri di cemento e acciaio della nostra quotidianità. Scoprendo che gli uccellini cinguettano anche alle rotonde (sì, anche al Terminal Nord) e che l’alba colta all’altezza del sexy shop di Gemona sa essere tenue e commovente come da una cresta del Bianco.

Cambio assetto 1/ Portis ore 7 – foto F.Clocchiatti

E a quel punto non ci sarà più niente di strano e ti sembrerà persino ovvio parcheggiare le bici e caricarsi gli sci in spalla (tanto era lì che stavano già da due ore e 40 km) e addentrarsi nella val Lavaruzza, misteriosamente bella come tante valli prealpine. Anche se a risalirle, queste valli (o sarà meglio definirle scoli, grondaie, pareti un po’boscose), è come la comica del rastrello: ogni passo che fai è come pestare un rastrello e prendersi un palo in faccia da quanto è ripido. Però le cascate, ora al disgelo, sono bellissime e da qui non si vede nemmeno l’autostrada.

Quella di Cjariguart è una terra promessa di neve e silenzio, a dimostrazione che follia non era, anzi. Metter giù gli sci (finalmente!) e incamminarsi verso la cima (che vuoi sono solo ancora 700 metri) a quel punto non sarà né un sacrificio né un’agonia, ma un dovuto omaggio al Re delle Prealpi Giulie. Perché alla fine siamo venuti qua – ammettiamolo – per una foto. Una bella foto, per carità, quella che immortala la curva (una, due, al massimo) più elegante delle Prealpi Giulie. Ma pur sempre una foto. No, ditemi se non è da bohemien questa cosa. Però loro ci hanno creduto. E allora penso che se tutti veramente avessimo qualcosa in cui credere (qualcosa di bello, di esteticamente apprezzabile, di totalmente coinvolgente, intendiamoci), chissà che sfracelli faremmo. Pensa che spirito, che coesione, che forza! Potremmo farne la rivoluzione.

Ultimi passi prima della cima del Plauris – foto G.Simeoni

Sempre che la cosa non sfugga di mano. È successo, anche stavolta – è un rischio insito nelle rivoluzioni – che poi gli altri ci credano un po’ troppo. Che la tua idea del mattino (una delle tante) di sfruttare quella lingua di neve che scarta a destra la cascata e (pensa tu!) ti fa sciare ancora duecento metri sia veramente fattibile. Ci avevamo visto passare un camoscio come una scheggia giù di là. Ed è vero che “dove passa il camoscio passa anche l’uomo” ma io a quella panzana non ci ho mai creduto. Dove passa il camoscio l’uomo passerà anche, ma se la fa sotto. Già mi vedevo derapare afferrando rametti qua e là calcolando punti di caduta e potenziali traumi, litigare con qualcuno a caso e tornare giù infastidito. Quindi è stata persino commovente l’insistenza infantile di Gabriele (“se non vieni tu non ci vengo io”) e l’audacia silenziosa (e inconsapevole) del Batti, nel lanciarsi sul bordo di quell’abisso tra rododendri, faggi e poi chissà e dire “mah si, SEMBRA che si passi”. E perdio, siamo pur sempre sciatori o no? E allora via, seguendo il camoscio e ancora la neve, fino al salto della cascata, là dove ridiventa acqua, ridiventa tempo che scorre. Allora via, ma a cercare cosa poi, l’avevamo capito? Avevo riletto qualche giorno prima l’avventura di Felice Benuzzi sul Monte Kenya. La fuga da un campo di prigionia (e ritorno) a puro scopo di alpinismo. Vi lascio con queste parole, senza aggiungerne altre.

“Esiste un futuro! Se si sa crearlo, se si sa osare, se si sa preparare. Tu puoi rimettere in moto il tempo se ti sai impegnare con tutto te stesso.”

La più bella curva delle Prealpi Giulie: Gabriele Simeoni in discesa dalla cima del Plauris – foto M.Battistutta

L’età incerta

di Saverio D’Eredità

C’è stato un tempo, molto tempo fa, prima che tutto iniziasse – o non era forse già iniziato? tempo di cartine Tabacco stropicciate tra libri di scuola, tempo di numeri di Alp che duravano mesi sul comodino, letti e riletti e mandati a memoria, pubblicità incluse – c’è stato un tempo, dicevo, in cui mi ero posto un grande obiettivo: salire in inverno tutte le maggiori cime delle Giulie occidentali. Un obiettivo tanto grandioso quanto stupido: che valore poteva mai avere un progetto alla portata di ogni alpinista medio? Nessuno, probabilmente, come nessuna era la possibilità che avevo di realizzarlo, allora. Ma tutto questo non potevo ancora saperlo. Eppure quello strano sogno diventò a poco a poco il pane della mia solitudine. É una solitudine tutta particolare, quella che provi a 14 anni. Simile a quella di chi emigra o di chi porta con sé un grande dolore. La solitudine di chi realizza di non aver più un passato mentre vive un presente di argilla. Paradossalmente il futuro diventa la cosa più concreta cui tu possa aggrapparti.

Se è vero che nel dipingere bisognerebbe prima posizionare il soggetto e poi definire lo sfondo, io procedevo all’inverso. Nella mia immaginazione non facevo che disegnare sfondi. E lo sfondo, il mio sfondo, era la corona di montagne spiate di nascosto dal colle del Castello sul quale passavo i pomeriggi e mille sconosciuti tramonti. In quella solitudine, di quel tempo in cui tutto era ancora possibile, tracciavo i miei confini.

In discesa dal Jof Fuart, un pomeriggio di fine inverno: sullo sfondo le Cime Castrein – foto G.Simeoni

L’alpinismo invernale ha senza dubbio un grande fascino e credo che abbia a che fare proprio con l’idea di un confine. Di un qualcosa che è posto ai margini e per questo motivo ci attrae. Come la notte o l’amore, la sua inconoscibilità è ciò che ci interessa. Perché come esseri umani siamo naturalmente portati ad andare verso un confine. E la montagna d’inverno è un confine. É remota. Aliena. Scorre in un altro tempo. I suoni, gli odori, le luci. Tutto è straniero. Inconoscibile. Forse era proprio per quello che la ricercavo. L’inverno era quanto di più lontano fosse dalla mia conoscenza. Un buon motivo, quindi, per mettersi su quella strada

Sono arrivato sulla cima del Jof Fuart – casualmente da solo – in uno degli ultimi giorni d’inverno. Solo quando ho visto la grande scritta in vernice rossa sull’ultimo masso prima della cima ho realizzato che stavo per portare a termine quello stupido progetto di tanti anni prima. Me ne ero quasi dimenticato, eppure quell’idea aveva vissuto con me molto più di tante altre persone, cose, passioni in questi anni. In qualche maniera mi aveva definito.

In discesa dalla normale del Jof Fuart – foto G.Simeoni

La cima era silenziosa e l’aria calma. Grandi nubi si arroccavano sulle creste del Montasio. Un po’più in là, il Canin fluttuava come un pack ghiacciato sopra la valle. Ho percorso la cresta piatta fin quando, all’estremo opposto, non ho potuto scorgere la Spragna. La cima è sempre là dove puoi guardare oltre. Non faccio mai niente di particolare, quando arrivo in cima ad una montagna. Mi limito a sistemare lo zaino, bere un sorso d’acqua e guardarmi attorno. Poi penso solo a scendere. E’ curioso che il luogo verso il quale concentriamo tutte le nostre energie finisca per diventare solo un passaggio transitorio e quasi senza sentimento. Ho provato a scattare una foto, ma il laconico “be-bop” del telefono ne ha preannunciato lo spegnimento. Finita la batteria, senza più altro da fare, rimasi lì fermo sul bordo della cornice con nient’altro che me. A ben vedere, però, non ero solo. Al margine di quella cresta, infatti, mi aveva aspettato quel ragazzo che fui, quello che saliva sul Castello a spiare le montagne e disegnava sfondi. Mi ha aspettato pazientemente in tutti questi anni, quel ragazzo, solo su questa cima come me adesso. Mi ha visto invecchiare, prendere altre strade. Credo di averlo deluso. Forse non ho avuto il coraggio di diventare ciò che lui avrebbe desiderato e me ne vergognavo un po’. Eppure oggi ero qui, le nostre solitudini ritrovate e un debito saldato.

Una frotta di nubi risaliva a conquistare la cima, preceduta da un vortice di fiocchi di neve. Guardai nuovamente attorno, poi iniziai a scendere seguendo a ritroso la processione dei miei passi. Mi voltai un’ultima volta prima di veder scomparire quelle quattro pietre, le mie impronte sulla neve e quel ragazzo di 14 anni che stavo salutando per l’ultima volta. Si sarebbe allontanato da me, piano piano svanendo tra le nebbie che ora avvolgevano la cima. Avevo raggiunto il suo confine e procedevo oltre.

C’è stato un tempo, molto tempo fa, in cui in qualche modo tutti noi siamo stati senza passato e abbiamo cercato di definire noi stessi. Il più delle volte non ne abbiamo che una vaga idea. Un’immagine sfocata. Una tavolozza di colori mescolati e qualche linea appena abbozzata. Presi dalla fretta di vivere, abbiamo presto dimenticato quel tempo, in cui senza rendercene conto abbiamo spostato lo sguardo un po’più in là, tracciando i nostri confini. In quell’età incerta, l’unica cosa che avevamo era il futuro.

Scienza degli attimi

di Saverio D’Eredità

Volume 1 – il miracolo del Buinz

Che lo scialpinismo sia una questione di attimi, è una cosa che ci siamo detti varie volte. Essere bravi a coglierli, però, è tutta un’altra storia. Più passa il tempo, infatti, più mi convinco che il miglior scialpinista non sia tanto quello che scia meglio, o scia più forte, o sul più ripido (tutte cose che vanno bene, intendiamoci), ma quello che conosce più profondamente questa scienza inesatta degli attimi. Sapere ad esempio il momento in cui la neve fa tac! e trasforma il pendio da una lastra di marmo ad un morbido tappeto di panna su cui scivolare. Capirlo dall’angolazione dei raggi solari, dalla conformazione di un versante, dal vento, dall’umidità, dalla temperatura e dalla struttura dei cristalli di neve. E tutto questo poi condensarlo in un frazione di tempo minima, l’attimo, appunto.

Salendo a Sella Buinz -foto L.Barbui

Per quanto si provi a trovare la formula esatta che sta dietro quell’attimo, a me pare che sai più facile ragionare come in cucina. Avete presente il “QB” delle ricette? Ho visto gente molto razionale andare in totale confusione con la storia del “Quanto Basta” di una quantità di zucchero o di cannella. Voi come lo calcolate? C’è un algoritmo? Uno studio di funzione? No, è “QB”, punto. Il resto si vedrà. Ecco, a pensarci bene quel famoso attimo in cui Ia neve fal “tac!” ad una certa ora su un certo pendio è simile al QB delle ricette di cucina. 

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Questione di stile – per un’estetica delle classiche

di Saverio D’Eredità

A cosa pensiamo, esattamente, quando pensiamo a un “classico”? É una domanda che mi pongo spesso e che mi è tornata in mente una mattina ascoltando alla radio gli accordi di uno dei riff di chitarra più famosi della storia, ovvero l’attacco di “I can’t get no (satisfaction)” dei Rolling Stones. Quante volte avrò ascoltato questo pezzo? Se avessimo un contatore personale delle riproduzioni sicuramente supererebbe quota mille. Eppure anche quella mattina, alla radio, non ho girato stazione. Perché il riff di Keith Richards, nonostante le migliaia di riproduzioni è ancora qualcosa che alla radio si impone e ti dice “ehi, amico, non cambiare, senti un po’ qua”. Per dio, sta canzone ha 56 anni e ancora la ascoltiamo dicendoci “bè, non c’è che dire, proprio un bel pezzo”! Ecco, forse, un buon modo per definire un “classico”: qualcosa che nonostante il tempo, l’usura, la ripetizione riesce a risultare ancora “fresco”. Come se fosse fatto di una qualche materia inossidabile e resistente. Destinato ad essere sempre attuale.

Quando si parla di “classiche” nello scialpinismo, talvolta c’è la tendenza a snobbarle o darle per scontate: quasi che una salita (e discesa) perdesse di interesse per il solo fatto di rispondere a canoni di bellezza universali o di esser stata percorsa migliaia di volte. In altre parole, quasi sapesse “di vecchio”. Eppure la linearità di un percorso, l’esposizione, la morfologia e il contesto sono tutti ingredienti che fanno dell’esperienza dello sci qualcosa di diverso da una semplice gita. A ciò si unisce anche l’appartenenza ad una sorta di patrimonio collettivo di esperienze ed emozioni in cui tutti ci riconosciamo. Sulle classiche è normale non essere da soli, è vero, ma è raro che questo possa veramente rovinarne la bellezza. Un classico è qualcosa che va al di là dell’essere “primi” o essere “di moda”, perché ciò che conta è più l’esperienza complessiva della montagna che la competizione con qualcosa o qualcuno. Insomma, anche se classico in senso stretto è ciò che riguarda la “parte migliore” di una certa categoria, finisce per diventare qualcosa di molto democratico nella realtà.

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Le nevi del Giappone

di Saverio D’Eredità

Decise di fermarsi ai piedi di una roccia che riparava dal vento, appena oltre il limite del bosco. Non saprei il motivo. Forse perché era ormai tardi o perché gli piaceva quel punto, un’isola di luce accerchiata dalle ombre. Poi prese a parlare d’un tratto, come se stesse riprendendo un dialogo con qualcuno che non c’era. Era così, mio padre. I suoi pensieri erano un fiume carsico, scorrevano sotterranei per poi riemergere d’improvviso. Dovevi essere bravo a trovarli, seguirli e riconoscerli. Perché poi si inabissavamo di nuovo in quel suo sguardo lontano.

“Se rifletti bene, è tutta una questione di immaginazione. Amare una persona, mettere al mondo dei figli, costruire città e raccontare storie, ha tutto a che fare con l’immaginazione. Per lo stesso motivo scaliamo le montagne. Perché sappiamo immaginarle. Se ti fermassi solo a ciò che vedi, senza immaginare qualcosa di diverso, ne rimarresti schiacciato. La realtà così com’è, senza immaginazione, è una cosa terribile, persino spietata. Se come esseri umani non avessimo saputo immaginare qualcosa di diverso da ciò che vediamo, probabilmente non ci saremmo mai evoluti.”

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Requiem per un vecchio paio di sci

di Saverio D’Eredità

E’ l’alba del primo giorno dell’anno ed io c’ho pensato tutta la notte. No, non ai buoni propositi e nemmeno alle sorti dell’umanità. Ho lasciato l’anno passato semi addormentato nel frullato televisivo alternando uno stucchevole ottimismo (“sarà sicuramente un anno fantastico!“) ad inquietanti previsioni. Credo abbiano rispolverato una quartina di Nostradamus che profetizza altri cento anni di pandemia, mentre nei talk show noti intellettuali liquidavano la democrazia liberale (“bisogna aggiornare il concetto di libertà individuale del XXI secolo”) e altre proiezioni davano l’economia mondiale in forte regressione (“livelli pari a quelli che seguirono la peste del 1348!”). In questo quadro ho trovato più saggio disinteressarmi e concentrarmi su problemi imminenti e assolutamente rilevanti per la mia persona. Insomma, domattina vado o non vado? E se vado, porto i vecchi sci?

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Un mondo perduto

di Saverio D’Eredità

Un buon modo per far star tranquillo un bambino nei lunghi viaggi in auto è appioppargli un atlante stradale e lasciarlo giocare a fare il geografo. Era proprio questo il mio passatempo nei lunghi viaggi in auto dalla Sicilia alle vacanze estive, quasi sempre “nel continente” e a non meno di 2 giorni di auto, traghettate incluse. Devo forse alle interminabili ore passate con una cartina sotto gli occhi la passione per la geografia, le mappe e un certo senso dell’orientamento. Nell’estate del 1991 passare il confine ed entrare in Slovenia equivaleva ad una piccola avventura, a metà tra l’esotismo e il turismo rivoluzionario. Un carro armato piazzato ad arte a pochi metri dalla dogana e dalla parte opposta al duty free era il segno – a pensarci oggi, forse un po’forzato – dalla fresca indipendenza della Slovenia, con tanto di bandiera sventolante sopra. Una bandiera che sembrava uscita dalla stamperia pochi giorni prima tanto era sgargiante e pulita. Una bandiera dai colori abbastanza scontati, ma con un tocco assolutamente originale: l’immagine stilizzata di un monte a tre cime.

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Silenti in(ri)voluzioni

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan

“Erano arrivati al punto. Quello che diceva Bernie era sicuramente vero. Perché è così che avvengono le rivoluzioni, quelle vere, quelle che ci trasformano, ci plasmano. In silenzio, fatte passare per una pura formalità. Un comma aggiunto in un decreto. Un atto dovuto.” (tratto da “Fuori Traccia” – A.A. Arcipelago Altitudini)

Il peccato originale

Il primo errore l’abbiamo fatto noi. Annebbiati dal nostro ego ci siamo esaltati nel vedere le prime gare di arrampicata che decretavano in modo “oggettivo” chi fosse il più forte arrampicatore del mondo. Non ci è parso vero di dotarci di strumenti in grado di documentare in modo certo il punto di arrivo su una montagna di 8000 metri facendo la guerra a chi avesse guadagnato un centimetro più dell’altro. Ci siamo inventati premi, titoli, curriculum, gruppi elitari auto costituiti. Abbiamo ceduto al voler porre delle regole, noi che da quelle regole scappavamo cercando nella metafora dell’alto, del verticale, della quota, un luogo dove non ci fosse sovrastruttura, ma solamente quella natura quasi primordiale, con cui sapevamo non avesse nessun senso porsi in competizione. Pian piano abbiamo voluto portare lassù pezzi di “urbanità” per ridurre, forse, quel senso di impotenza che ogni tanto ci prende di fronte alla selvatichezza della montagna o per affermare la nostra futile capacità di trasformare qualsiasi luogo del pianeta a nostro servizio. Salvo veder poi sparire il frutto di tanto lavoro sotto eventi naturali che si ripetono da milioni di anni ma che noi chiamiamo emergenza. Ci siamo illusi di poter creare delle economie sulla nostra pratica, distinte da quella globale, per poi ritrovarci a passare più tempo nei negozi di Arco o Chamonix piuttosto che in parete. Abbiamo stemperato il confine tra l’urbe e la selva fino a diventare una città globale il pianeta, con le montagne a fare da parco pubblico.

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Elmer, l’elefante sulla neve

di Saverio D’Eredità

Oltre il dosso la traccia finiva, e con essa il rumore. Più in là era il silenzio e nient’altro che due larici naufragati nel pendio grigioazzurro del mattino. Non credete che le tracce facciano rumore? Eppure le puoi sentire. Il vociare chiassoso delle tracce di sci confuse a quelle delle racchette da neve, disturbate dallo zampettare di cani e da buchi di impronte. Tutto un rincorrersi, un sovrapporsi di parole, e suoni e odori anche. E poi ci sono le tracce incerte come bisbigli, che vanno qua e là, tornando indietro nel dubbio. Ci sono le tracce regolari, sicure, ben scandite, che seguono geometrie euclidee. Le invidio, nella loro sicurezza, nel loro non aver nemmeno un’esitazione. E ancora quelle che sanno di sudore, fatica e bestemmie (una sbavatura nella corsia, il forsennato pestare dei bastoncini a trovare un equilibrio) e infine le tracce che cercano. Le capisci da subito, le tracce che cercano, paiono segugi che fiutano l’aria. In apparenza indugiano, in realtà osservano. Si adattano. Le vedi da come si plasmano al pendio, hanno una loro logica anche se sgraziate. Arrivano, il più delle volte. Altre, invece, scompaiono.

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