Il “Batti”, il “Biondo” e la Creta

Introduzione di Saverio D’Eredità

Non è proprio terra di sci ripido, la Carnia. O almeno, tra le tenebrose ed affascinanti Giulie e la spettacolarità dei canali dolomitici più rinomati, ancora una volta le Carniche soffrono una certa marginalità che le fa talvolta – colpevolmente- sparire dall’atlante mentale ora di chi arrampica, ora di chi scia. Non sono molte né molto note le discese ripide (un tempo dette estreme) delle Carniche. La morfologia stessa del terreno si presta più allo scialpinismo classico (e qui in effetti le Carniche non deludono) che non al ripido propriamente detto, quindi gli adepti di questa disciplina spesso devono lavorare di fantasia, trovando però stimoli in molte di quelle pale inclinate o pendii aperti che caratterizzano le Carniche.  Continua a leggere

Cima Carega … tutto a posto

di Carlo Piovan

Le citazioni che intervallano il testo sono tratte dal brano Tutto a Posto (1974 Alberto Salerno, Bruno Tavernese) interpretato dai Nomadi

E’ per lei, io vedo quella ferrovia
Che è fra i sassi, la mia via
Nel passato e nel presente corre già.

Le architetture del fumante, oggi scintillano di bianco, ne rimango incantato come fosse la prima volta che i miei occhi si posano sulle loro forme. Scatto una foto e la spedisco con il buongiorno alla mia compagna per condividerne la bellezza.

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La cura

di Saverio D’Eredità

Qualche volta la meta è un dettaglio e nemmeno troppo importante. Perché ci sono giorni in cui il prestigio di una salita non conta. Non conta la qualità della neve, la tecnica o la pendenza, l’essere primi o essere ultimi. Ci sono giorni diversi.

E’ tutto un complesso di cose” come cantava Paolo Conte.

Perchè qualche volta dipende da tutt’altro. Dall’ultimo sogno della notte, da una sveglia arrestata un attimo prima del trillo. Dai ricordi. Oh, sì, tanti ricordi. Che si affollano nella mente e scorrono davanti agli occhi e non ti lasciano in pace.

Dipende forse da alcuni minimi particolari – quel cristallo, quell’orma, quel rametto spezzato inavvertitamente che ti fa sentire più fragile. Dalle dosi di analgesici nelle vene con cui hai cercato di smorzare chimicamente il dolore. Da quel solito bacio lasciato a metà e il suo relativo senso di colpa. Cosa le dirai un giorno?

Dalla sensazione, quindi, che qualcosa ti stia sfuggendo via.

Questi giorni diversi ti cambiano gli occhi. Che se poi la racconti non sapresti neanche dire cosa c’era di speciale.

La linea, la neve, la luce? Si, forse. Ma non solo. Niente di tutto ciò sposta davvero il bilancino.

Che se poi li racconti, questi giorni diversi, la maggioranza potrebbe non capirti. Forse solo qualcuno, qualcuno che ha convissuto con i tuoi stessi fantasmi.

Ci sono giorni in cui poggiare quelle dannate tavole sulla neve e dimenticare per un istante chi sei, per un istante non chiederti più se ne sei capace, ma solo fissare un punto, quell’unico punto nel pendio dove farai la prima curva. Solo quella. Nessun’altra.

E capire che solo questa è la cura.

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Il Tempo che fa

Intervista ad Antonino Renda (meglio noto a livello locale come Toninometeo) sulle caratteristiche climatologiche e meteorologiche dell’estremo Nord-Est, con un occhio di riguardo alle nostre montagne e alle tendenza nevose passate ed in atto. Dedicato ai nivofili, ma non solo. Un’occasione per affrontare in maniera scientifica, ma accessibile ai più, l’universo affascinante e controverso della meteorologia, una scienza non esatta che da sempre accompagna e condiziona le nostre attività sui monti.

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Colli Euganei Trail #1 – Monte Grande Monte della Madonna

di Carlo Piovan

Il percorso, proposto, si sviluppa prevalentemente su strade sterrate o asfaltate con pendenze regolari e brevi tratti di sentiero più erti.

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Monte Grande e Monte della Madonna – fonte euganeamente.it

Si parte dalla Trattoria Monticello, nel Comune di Rovolon (s.p. 77), imboccando l’antistante via Bettone che si percorre per meno di un chilometro fino alla base del Monte Grande dove si stacca sulla destra una strada sterrata, che risale con pendenza regolare tutto il versante est del Monte Grande, caratterizzato in prevalenza da castagneti. Raggiunta la sommità del colle, si svalica sul versante opposto di quello di salita, seguendo sempre la strada sterrata che con lunghe rampe alternate a qualche tornante conduce ai prati del passo delle Fiorine. Ci si immette su via Monte Madonna, si supera il ristorante Baita alle Fiorine e si prosegue ancora per qualche centinaio di metri fino a trovare sulla destra, una stradina che sale in direzione del Monte della Madonna. Percorrerla fino ad imboccare un sentiero che si fa via via più ripido e sbuca sui tornanti finali di via Monte Madonna. Proseguire per l’ultimo tratto lungo la strada fino al piazzale di fronte al cancello che delimita l’acceso al santuario. Scendere  verso sud, lungo un ripido sentiero che a breve incrocia una strada asfaltata, scendere per una decina di metri a sinistra e riprendere il sentiero che scende, sempre verso sud, fino ad un bivio. Svoltare a sinistra e percorrere un lungo tratto in falsopiano che riporta al passo delle Fiorine. Attraversare i prati, in direzione nord, passando di fronte la Baita Fiorine, ed intraprendere una stradina sterrata (piegare a destra)  che aggira il versante nord del Monte grande (i sentieri che scendono direttamente verso nord che incrociamo, portano a Rovolon) fino a ritornare sulla strada percorsa in salita. Da qui si ripercorre a ritroso, la parte seguita in salita.

9,92 km – 710 m D+

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Appenino “Mon Amour”- presentazione della guida “Appennino di Neve e Ghiaccio Vol.2” – Carpi 24/02/2017

Che nell’Appennino si pratichi da sempre del vero alpinismo invernale non è certo un mistero. Dobbiamo risalire infatti alla fine del XIX secolo per ritrovare – proprio come sulle principali vette alpine – le prime ascensioni nella stagione fredda ad opera di un certo Damiano Marinelli (il Marinelli del ben noto rifugio sul Bernina!). Una tradizione che non si è mai spenta, e che nei decenni successivi è stata tenuta ben viva dalle comunità alpinistiche che vivono ai piedi di queste montagne affascinanti, sempre attraversate ma molto poco considerate.

In particolare l’Appennino Tosco-Emiliano il cui ambiente selvaggio e permeato da profonde sensazioni di isolamento, sa offrire grandi spazi per un alpinismo affascinante e severo. Il lungo crinale che funge da spartiacque tra Emilia e Toscana è percorso dal mitico sentiero 00, il percorso più famoso e frequentato dagli escursionisti estivi, che con una vera e propria cavalcata di crinale collega le principali vette dell’Appennino con percorso aereo, in un ambiente dominato da una Natura selvaggia e da spettacolari vedute a perdita d’occhio.
Qui, durante i mesi maturi dell’inverno, tutto è amplificato: neve, ghiaccio e vento scolpiscono e modellano le creste, le pareti ed i canali del crinale, trasformandolo in un vero e proprio luna park appenninico per appassionati di piccozze e ramponi.
Il secondo volume di “Alpinismo di neve e di ghiaccio”(edizioni Idea Montagna) interviene a colmare molte lacune nella conoscenza di questo complesso reticolo di valli e crinali, descrivendo i percorsi alpinistici invernali alle 10 principali vette della porzione est dell’Appennino Tosco-Emiliano che vanno dal Monte Giovo sino al Corno alle Scale. Sono comprese in questa sezione le cime del Rondinaio, Rondinaio Lombardo, Alpe Tre Potenze, Monte Gomito, Monte Cimone, Libro Aperto e Monte Spigolino.
Quello proposto è un alpinismo di ricerca, che va curato e seguito nei modi e nei tempi per cogliere al volo le giuste giornate che sapranno sicuramente regalare bei momenti di appenninismo sulle montagne dietro casa.
Diamo merito al simpatico e sempre attivo gruppo degli “Alpinisti del Lambrusco” (vedi http://www.alpinistidellambrusco.org/) per aver lavorato a questa opera. È un libro per i romantici, per quelli che non hanno fretta, per chi si addentra sognante in gelidi chiarori, per chi ama i silenzi, per chi sale senza barare, per coloro che nei piccoli spazi trovano l’immensità.
Nel corso della serata gli autori ci presenteranno la loro guida, immancabile nella biblioteca personale di un Appenninista, con l’ausilio di filmati, foto, racconti e anedotti.  Appuntamento quindi con Marco Barbieri, Nicola Roncaglia e Gian Paolo Santunione presso la sede del Cai di Carpi venerdì 24 febbraio alle ore 21. Sarà anche possibile acquistare il libro al prezzo scontato di 22 Euro.

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Luci e prospettive

di Saverio D’Eredità

Primi, non lo saremo mai. Per incapacità o più spesso per indolenza. Ultimi, invece, lo saremo sempre. Se non per scelta, almeno per vocazione.

Raramente sono arrivato puntuale ad un appuntamento e appartengo alla categoria di quelli che i titoli di coda, al cinema, li vedevano fino all’ultimo nella sala buia. Certo, più spesso devo ammettere di non aver saputo cogliere l’attimo. Di essere arrivato dopo.

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“Che ci faccio qui?”

Avventure sul Buconig

di Francesco Madama

Introduzione di Saverio D’Eredità

Quando ho ricevuto la mail di Francesco, devo dire, ho esitato qualche istante. Scrivendomi con naturalezza della salita al Monte Buconig – come se parlasse, che so, della passeggiata ai Piani del Montasio, ammetto di esser rimasto spiazzato. Un attimo, mi son detto, dov’è il Buconig?              Ci sono cime che stanno davanti agli occhi di tutti eppure per una strana deformazione dell’atto di vedere vengono letteralmente oscurate dal nostro occhio. Il Buconig, così come i confratelli della turrita e disordinata catena di vette che incornicia la misteriosa Val Romana, rientra senza dubbio in questa misconosciuta categoria. Eppure per arrivarvi si parte da quello che è probabilmente il più affollato parcheggio delle Giulie: quello dei laghi di Fusine. Tutti additano la grande vetta, il Mangart, questo patriarca colossale che veglia panciuto la conca dei laghi, semmai qualcuno ammira l’austera bellezza delle grandi pareti del Coritenza. Ma nessuno che volti la testa a destra, verso quelle vette neglette eppure a loro modo avvincenti. Intrichi di canaloni, mughete violente, denti rocciosi esili come schegge di vetro. Come se nella grande costruzione del tempio fossero rimasti degli scarti di lavorazione, ammassati lì per caso.  Ma c’è chi si prende cura di loro. Il racconto di Francesco è certamente pane per i degustatori del “ravanage” – vera e propria arte e severa disciplina dell’alpe! – ma anche per gli amanti di quelle avventure minime eppure intense che quanto più si allontanano dai sentieri consumati e dai libri di vetta lisi, tanto più sanno regalare sensazioni profonde ed intime. E forse quel piccolo monte dimenticato, arrossirà..

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Scarpe da gatto

di Nicola Narduzzi

“Il tempo passa, ma non tanto”: così scriveva esattamente cinquant’anni fa Gabriel Garcìa Màrquez nel suo libro-capolavoro “Cent’anni di solitudine”. Non potevo fare a meno di pensare a questa frase pensavo leggendo le storie inedite di Italo Massi, alpinista goriziano, trascritte dal nipote Roberto Galdiolo. Quasi un secolo ormai è passato dalle salite narrate nel libro. Un lasso di tempo breve, poco più di un istante di quel tempo profondo che scandisce i tempi geologici, nel quale tuttavia si sono susseguiti grandi cambiamenti sia nell’alpinismo, che nelle Alpi stesse.

Eppure, nonostante non posso fare a meno di pensare che certe cose in fondo resistono anche all’inesorabile azione del tempo. Uguali sono certe sensazioni, certi sentimenti che ancora oggi si possono provare circondati dalle nostre montagne: il senso di stupore di fronte alle pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo all’alba, lo sgomento alla base della monolitica parete del Piccolo Mangart di Coritenza oppure la bellezza del tramonto da Sella Carnizza, per citarne solo alcune. Uguali sono le montagne, le valli, i luoghi descritti in maniera asciutta ma arricchita di un tocco personale. Descrizioni nelle quali un attento conoscitore dei luoghi potrà riconoscersi a camminare fianco a fianco ai protagonisti di queste storie, pur percependo l’incessante scorrere del tempo. Seguiamo così Italo mentre attraversa il ghiacciaio della Kredarica, oppure nell’infinita camminata lungo la mulattiera che si addentra in Val Dogna. Continua a leggere

Alta pressione

di Saverio D’Eredità

Arriva il giorno che poi ti fermi. Che qualcosa si inceppa. La corsa, per un istante, s’arresta. Tutto si fa di silenzio. Ed attesa.
Succede che non ti va più, che tiri indietro l’ago e ne hai abbastanza. Pure lei sembra stanca. Qui nemmeno quel po’di neve s’è accumulata. Le pietre sono nude. Ricoperte appena da una patina di ghiaccio e pochi centimetri di polvere bianca. La montagna sembra saccheggiata, come se non fosse rimasto più nulla di un’antica bellezza. Nulla più del tesoro nascosto.

Il bello di essere una cordata è forse anche questo. Guardarsi negli occhi e dirsi che basta così. Per oggi. Per quest’anno. Forse per un po’. Dirselo senza recriminazioni e giochi di parole. Anche se è una fottuta cengetta di ghiaia facile e appoggiata che ti vergogni quasi a dirlo e ti guardi attorno cercando una scusa. Il tempo? La neve? I ramponi? Qualcosa. Ma una scusa non c’è. Hai tirato indietro l’ago, tutto qua. Continua a leggere