Michele dalla Palma – 2 ottobre – Venezia

Giornalista e fotografo, esploratore e grande viaggiatore, ha realizzato molte spedizioni e centinaia di reportages, in ogni continente, per la stampa italiana e internazionale; Direttore Responsabile della rivista TREKKING&Outdoor.

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Atleta professionista nello sci alpino, maestro di sci ed ex-Istruttore Nazionale FISI, guida AIGAE, ex-istruttore di alpinismo e scialpinismo del CAI, dalla fine degli anni ‘70 si è sono dedicato alle scalate sulle grandi montagne del pianeta, organizzando numerose spedizioni in tutto il mondo, dall’Himalaya alle Ande, dai deserti africani alla Patagonia e alla Tierra del Fuego. Tra le imprese più importanti la partecipazione nel 1984 alla salita del Makalu (8481 metri), quinto gigante del pianeta; importanti salite sulle Ande peruviane e prima salita dell’inviolata parete ovest del Pisco (1985); prima ascensione solitaria alla parete nord del Nun, 7135 metri nel Tibet Occidentale (1986), Nel 1987, con Alberto Salza ed Enzo Maolucci ho compiuto la traversata integrale della Suguta Valley, 370 chilometri a piedi in autosufficienza nel Grande Rift africano tra il Kenya e l’Etiopia, uno dei luoghi desertici più ostili del pianeta.
Nell’inverno 2006 ha attraversato la Siberia da Vladivostok agli Urali e nell’autunno dello stesso anno ho compiuto una delle prime traversate integrali della Dancalia, nel Corno d’Africa.
Nel 2007, con 4 amici americani e un cacciatore Innuit, ha percorso, in un mese di totale isolamento e autosufficienza, oltre 400 chilometri in canoa in una delle ultime zone inesplorate dell’Alaska, fino al Mar Glaciale Artico.

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Alpine Warriors – un viaggio nell’epica dell’alpinismo sloveno

di Saverio D’Eredità

Se la storia dell’alpinismo si potesse leggere come un poema epico, allora certamente quella dell’alpinismo sloveno potrebbe essere spunto per uno dei canti più intensi ed appassionanti. È sotto questa chiave di lettura che Bernadette McDonald si addentra nella storia e nei personaggi che hanno fatto della scuola slovena una delle più importanti e incisive a livello mondiale. Proprio come nello schema classico dell’epos, tutto si origina ai piedi di una montagna-archetipo: il Triglav, nume tutelare degli alpinisti sloveni e sovrano delle Giulie. Nel teatro naturale che è la sua gigantesca parete nord (“Stena” per gli sloveni: ovvero “La” parete) si crea quella sorta di mito di fondazione che rende epica la storia dell’alpinismo sloveno.
La drammatica salita di Joža Čop e Pavla Jesih nel 1945 al più bel pilastro della parete è l’ultimo atto di un alpinismo follemente romantico, e allo stesso tempo il passaggio di consegne tra due generazioni. Perché dovranno passare ben 23 anni prima che una nuova generazione di alpinisti scriva un nuovo capitolo della propria storia, proprio su quella parete e su quella via che di fatto coronarono un’epoca. La scalata invernale di Aleš Kunaver (con Stane Belak “Srauf” e Tone Sazonov) sul Pilastro di Čop non solo è ammantata di leggenda, per la straordinaria prova di resistenza e persistenza dei tre alpinisti, ma anche per il suo lascito, quasi un marchio di fuoco  che avrebbe influenzato tutte le generazioni successive. Si apre così “Alpine Warriors” (nella traduzione, a dire il vero non proprio azzeccata di “Guerrieri venuti dall’Est”), tradotto da Alpine Studio in italiano, l’ultima opera di Bernadette McDonald, sicuramente una delle migliori narratrici di  montagna e già autrice della controversa biografia di un personaggio assai particolare come Tomaž Humar.
La McDonald ha preso spunto proprio dal lavoro svolto su Humar per approfondire le radici dell’alpinismo sloveno. Un viaggio che si compone di tessere ora esatte, ora incoerenti, di un mosaico variegato, ma che trova origine in quella cultura della montagna che è molto radicata nel popolo sloveno. Si parte dunque dal Triglav, vera e propria “heimat” per tutti gli sloveni, e da quello che potremmo definire una sorta di padre spirituale dell’alpinismo sloveno moderno, ovvero Ales Kunaver. E’ lui che, resosi conto del ritardo storico che gli sloveni stavano scontando a causa dell’isolamento politico rispetto alla grande scena dell’alpinismo di punta, capisce che “per raggiungere un treno che è già partito…devi correre più veloce di lui” (parole di Kunaver!)
E gli sloveni, hanno corso, eccome! Tutto l’alpinismo himalaiano dagli anni ’70 all’inizio dei 2000 è dominato dalle cordate slovene: persa la corsa ai simbolici quattordici 8000, infatti, gli sloveni rilanciano su obiettivi tecnici ed ambiziosi. Di fatto, spostano il limite. La sud del Makalu, o ancora di più quella del Lhotse, sono scalate avveniristiche che segnano in maniera irreversibile la tendenza del grande alpinismo in alta quota. Se oggi consideriamo lo stile alpino sulle grandi pareti l’avanguardia alpinistica, lo dobbiamo soprattutto a quella generazione di uomini eccezionali, dotati di una resistenza, motivazione e tenacia fuori dal comune.

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Non è tuttavia solo una “bella storia” di cordate affiatate, di sfide vinte o straordinarie avventure. La McDonald si addentra nelle pieghe psicologiche dei singoli personaggi, tanto che la stessa struttura del libro è di fatto un tentativo di misurare la cifra umana di uomini complessi, tormentati e talvolta contraddittori. In questo tentativo di indagare la vera natura che si cela dietro gli alpinisti (esploratori, uomini d’avventura o drogati in preda ai loro demoni?) Bernadette Mc Donald scava tra le pieghe dei personaggi, ne indaga le motivazioni, percorre le storie familiari, si sofferma su quell’umanità trascurata, troppo spesso marginale nelle biografie degli alpinisti. Merito o demerito? Illuminare gli aspetti controversi delle esistenze degli alpinisti, i sacrifici richiesti a sé stessi e alle loro famiglie è senz’altro un merito, se non altro perché permette il distacco da quell’agiografia tecnica cui siamo abituati. Tuttavia il lavoro pare rimanere a metà. Il libro tende comunque alla disamina storico-biografica della galleria di personaggi che, da Kunaver a Prezelj, si sono succedute scandendo il ritmo con le diverse scalate, soffermandosi qua e là su aspetti politici e commerciali non indifferenti. La sensazione è che talvolta si rimanga sospesi tra l’approfondimento individuale delle psicologie e la volontà di ricerca di una qualche coralità. Emerge, tuttavia, la sensazione che quello slovena sia uno “spirito” più che una “scuola”. Spirito incarnato e interpretato con differenze spesso profonde e inconciliabili, dai diversi attori. Si pensi solo alla nemmeno tanto velata competizione tra Cesen e Svetičič, alle divisioni insanabili sorte dentro l’alpinismo sloveno proprio a causa di Cesen successive all’arcinoto e arcipolemizzato affaire Lhotse, come anche attorno alla problematica figura di Tomaz Humar. Tutt’altro che una scuola, fatta di disciplina, gerarchia come una vulgata da “blocco sovietico” vorrebbe far passare. Quello sloveno sembra procedere per scatti, furore, istinto. Knez, Karo, Jeglic e tutti gli altri, si distinguono ognuno per personalità forti, spesso intransigente, con quello tocco di follia (intesa non come disprezzo della vita quanto piuttosto un misto di fatalismo e spudoratezza) abbastanza comuni agli alpinisti dell’est europeo che di fatto ha permesso loro di fare un passo in più.

“Alpine Warriors” ha il merito dunque di mettere in rilievo alcuni dei personaggi chiave della storia dell’alpinismo moderno, che hanno saputo prima di altri interpretare davvero il futuro con scalate di altissimo livello tecnico e quasi da subito improntate a quello stile alpino che è di fatto il riferimento per l’alpinismo di punta attuale.
Abbiamo parlato di epica. I grandi personaggi dell’alpinismo sloveno, dalla McDonald tratteggiati nelle loro complessità e nei loro giorni “eroici” sono accompagnati, lungo tutto il libro, dalle parole di quello che potremmo definire come il poeta dell’alpinismo sloveno, un vero e proprio Virgilio che pare suggerire all’autrice la chiave di lettura per ognuno di essi. È Nejc Zapotnik, figura poco nota agli “occidentali”, ma che ogni alpinista sloveno ha nel cuore. E di cui ha almeno una copia del suo unico libro “Pot”, una sorta di testo sacro per quella generazione di alpinisti nata dopo la guerra.
“Pot” (in sloveno “sentiero”) è più di un libro. È il testamento di un uomo introverso, difficile, intimamente poetico e al tempo stesso profondamente combattuto. Un uomo che ha saputo con le sue parole porsi fuori dal tempo e cogliere l’essenza di quei sentimenti che albergano nel cuore di ogni alpinista. Gli sloveni hanno una vera venerazione per questo testo e per Nejc, anch’egli alpinista di punta, scomparso sul Manaslu travolto da una valanga. Prima di morire, tuttavia, egli aveva dato alle stampe questo libro, a metà tra il diario, la confessione e la speculazione filosofica. Un libro che pur non parlando direttamente o esplicitamente delle scalate ne coglieva l’essenza, l’origine che nasce dal turbamento che è in ogni uomo di fronte al dissidio tra finito e infinito. Tra essere e voler essere. Il Nejc “virgiliano” ha senza dubbio ispirato e condotto Bernadette McDonald in questo viaggio, che forse non risolve appieno l’intricato intreccio di vite e di azioni degli uomini che vi vengono descritte, ma che ci trasporta attraverso i giganti della Terra attraverso mani, gambe e cuore di una generazione di alpinisti del tutto fuori dal comune. In altre parole, epici.

Un piccolo diedro

di Carlo Piovan

Uscire di casa in un ordinario giorno lavorativo, oltre che con la solita borsa da lavoro, anche con lo zaino e la corda , mi trasmette lo stato d’animo di quando si andava in gita scolastica. I pensieri che si legano alle prassi da sbrigare in ufficio, vengono saltati a piè pari dall’aspettativa di passare un pomeriggio a giocare con placche e fessure all’ombra delle fronde di un bosco di castagni.

Le ore pomeridiane che riesco a passare sulle pareti di Rocca Pendice, le vivo come un regalo prezioso, con lo stato d’animo leggero grazie all’ottima chiodatura a fix delle vie che permette di rilassarsi e concentrarsi sul movimento del corpo in parete, senza le complicazioni che regolarmente ogni fine settimana vado a cercarmi in giro per le Alpi.

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Polvere e Spit

di Saverio D’Eredità

È sempre rischioso dar peso alle promesse fatte davanti a una birra dopo una giornata di montagna. La fatica accumulata aiuta il seppur lieve tasso alcolico ad entrare in circolo, la rilassatezza fa allentare i freni inibitori della parola e, se la compagnia è giusta, è facile ci si sbilanci parecchio.
La giornata era partita con il clamoroso pacco rifilatomi dal socio poche ore prima e che come conseguenza ebbe una rabbiosa ed improvvisata salita al Pacherini. Da lì, con il provvidenziale consiglio di Claudio, mi rintanai da solo fin sulla Croda del Sion. La salita si compì come una seduta psicanalitica, confermandomi ancora una volta l’utilità delle “solitarie su cime solitarie” come indispensabile equalizzatore degli umori. L’annata fin lì avara di soddisfazioni stava accumulando delle scorie e come al solito mi ritrovavo a far i calcoli con la lista degli obiettivi irrealizzati.

Non fu del resto un caso il fatto di incrociare Andrea al rifugio mentre serviva ai tavoli. Attesi la fine del turno e la birra fu solo una logica conseguenza. Di sorso in sorso lasciammo roteare la girandola dei sogni sulle mille salite che avremmo voluto fare nello scampolo di stagione che ci rimaneva e, tra tutte, la mitica Piussi al Pinnacolo della Cima del Vallone esercitava su di noi un irresistibile fascino. Il Pinnacolo! Come non averci pensato prima! Fummo rapiti dall’euforia di quella salita tanto agognata, quasi fosse un nostro personalissimo omaggio ad un grande delle Giulie. Il Pinnacolo! L’obiettivo dell’anno era stato individuato. Brindammo al nostro sogno e riprendemmo la strada del fondovalle, con la testa già altrove. Continua a leggere

Giorni inutili

di Saverio D’Eredità

C’è sempre una cosa che faccio, l’ultima mattina prima di partire da Chamonix. Esco di casa, ancora senza colazione (perché la facciamo al bar, l’ultima mattina, “per non sporcare che abbiamo già messo a posto”) e vado a spedire le cartoline. So che può sembrare retrò come cosa, ma ci sono persone cui ancora piace ricevere le cartoline. Non fosse altro che per prolungare l’attesa del rientro e, una volta rientrati, stupirsi ancora dei luoghi che qualcuno dei nostri amici o parenti ha visitato. È una cosa vintage, la cartolina, ma secondo me funziona ancora. Le foto di Whatsapp, per dire, mica le appendete al frigo.
È un momento un po’malinconico, quello delle cartoline. Pensi al viaggio che hai da fare, le ore di autostrade, pedaggi, caselli e brutture varie o come non farsi prendere dalla tristezza pensando a tutto quello che ancora avresti voluto fare. La classica sindrome ben rappresentata nel spot “Costa crociere”, con la gente che piange alla cassa del supermercato. Il classico turista che se ne va e torna alla sua vita piatta, insomma. Niente di più standardizzato.
Cammino spedito lungo Rue Payot verso le Poste Centrali e mentre do un’occhiata alle pasticcerie e baretti per individuare quello più adatto alla colazione, incrocio gli sguardi di altri turisti o alpinisti diretti chi alla Midi, chi al Flegére o altri ancora al Montenvers. È ancora presto, e su questo versante del Bianco il giorno è un’onda di luce che si spande oltre l’orizzonte delle Aiguilles, mentre la valle dell’Arve è ancora avvolta in ombre di rugiada.
Dai loro sguardi posso intuire smarrimento, indecisione, determinazione. Dalla postura o dall’abbigliamento, dal tipo di zaino o dalla direzione, posso supporre le mete che hanno in programma.
Il polacco con lo zaino più grande di lui stasera andrà a bivaccare da qualche parte sotto il Dru o semplicemente si sposta dal campeggio? E quel tipo col berretto con visiera e la cicca in bocca di prima mattina che non gli daresti niente, non potrebbe invece aver progetti molto strani sulle Jorasses?
C’è il classico soggetto in tenuta d’ordinanza “normale al Bianco” e quelli più squinternati che ti danno sempre l’aria di combinarla grossa, ma è facile trovarli dopo alla Microbrasserie che ancora non hanno deciso. C’è il tipo pulito da “arrampicata plaisir sulle Aiguille Rouges” e facce convinte da ultratrail.
È un po’così, Chamonix. Ci si mescola e ci si confonde. Si fa la coda per le giostre più alla moda o ci si ritrova per caso e da soli in angoli incantati che ti chiedi come-mai-nessuno-qui.
È il riproporsi di un rito, da decenni, che nonostante mode, tendenze, innovazioni sembra trovare ogni volta il modo di rigenerarsi.

C’è un’altra cosa che faccio, l’ultima mattina prima di partire, chiudere casa e consegnare le chiavi. Nel baretto ben individuato, seduto nell’angolino con qualche burrosissima brioche e la voglia di un caffè vero, rileggo la guida. Sì, lo so che sono un fanatico, ma meglio questo di altri fanatismi, credo.
Ripercorro le vie salite, segno quelle che la prossima volta mi sentirò in grado di fare, scovo altre che non avevo considerato.
Perchè lo spigolo Nord della Blaitière dev’essere un vione, e forse la Contamine al Dru se siamo in forma possiamo pensarci. Mi piace sfogliare voluttuosamente le prime pagine, quelle di introduzione storica, quelle normalmente ignorate all’inizio perché presi dalla foga di compilare i listoni, pianificare orari, giornate, materiali e strategie. È in questo momento che assumono una loro dimensione, quasi riesca a vederle in prospettiva.
Dai Ravanel e Lépiney a Mummery, da Young e Knubel avanti fino a Terray e Contamine, Rebuffat e poi gli inglesi. I primi spit di Piola e gli exploit di Profit e Gabarrou. Altri nomi di ignoti su cime meno note che eccitano la fantasia. Le rocce che hai toccato, le doppie buttate nella rabbia o nella fretta, rinunce e piccole soddisfazioni ritrovano una collocazione. Le metti in fila, le dai un nome e provi a infilarle nello zaino, come materiale indispensabile per il futuro.
Vedi? Abbiamo sbagliato quella mattina sulla Blaitière, ma eravamo sull’antico attacco della Ryan. E quei ragazzi sbucati d’improvviso sotto la cuspide del Peigne, che salivano lo spigolo Nord, avevano ragione a dire che era “6a ma per niente facile”, visto i nomi degli apritori, veri specialisti delle fessure chamioniarde. Ti senti anche tu parte di quella storia. È vero, sei solo un turista, ma cos’era in fondo lo stesso Mummery?
Chiudi la guida, è tempo di saldare il conto, rivedere ancora una volta l’assetto dell’auto stracarica, cercando un equilibrio tra i friends e i giochi di tua figlia. Da sotto il sedile spunta la seconda picca che anche stavolta non è servita.
È fresco stamani. Mentre ripercorro indietro la strada alzo lo sguardo sulle Aiguilles. L’occhio scorge qualcosa di nuovo ed inedito. È scesa la prima neve.
Nei cupi canali battuti dalle scariche per giorni, sulle placche scure, una raggiera di linee si rivela. Un occhio allenato e anche un po’fissato, può intuire possibili traiettorie di discesa o di salita. La ruota riparte. Sorrido. Non conosco un modo più stupido ed eccitante per ingannare il tempo come l’alpinismo. Nient’altro che uno stratagemma per sopravvivere, tenere la mente aperta e non lasciarsi scoraggiare.
Che la cosa bella, in fondo, è proprio lasciarsi ingannare ogni volta da un trucco che già conosciamo. Dopo tutto, diceva Nick Hornby, c’è sempre una prossima stagione.

Chiudo il bagagliaio. Un colpo secco e sta dentro tutto. Cosa riportiamo a casa? A far una lista, ben poco. Era più lunga quando siamo partiti. Dieci giorni fa, al secondo pedaggio pagato e mentre cercavo di divincolarmi tra le auto in ripartenza alla barriera di Milano Certosa mi ero ripromesso che per un po’non ci sarei tornato, a Chamonix. Che mi aveva stufato. Troppi soldi, troppe code, troppo tutto. E invece sono rimasto di nuovo fregato. Perché è qui che ti rimetti di nuovo in discussione. Riparti da zero. La tua presunzione, le tue certezze, la aspirazioni, è più facile che vengano smentite piuttosto che confortate; è il valore della paura, che riscopri. L’essere piccolo non ti fa sentire inferiore. L’essere pavido può essere la tua miglior difesa. L’essere debole la tua maggiore forza.

Ma, in fondo, non stiamo parlando che di giorni inutili. Giorni passati a parlare di fessure e di diedri, di condizioni ed avvicinamenti. Di meteo ed orari. Ma sono questi giorni inutili che ci mancheranno. E allora in queste cartoline che infiliamo nella buca credo che in fondo stiamo scrivendo un po’anche a noi stessi.
Che sia concessa anche a noi, ogni tanto, un’insolita leggerezza. Questo stupore bambino. Questa lucida stoltezza.
Siano concessi a noi questi pensieri lievi, questa stupida euforia. Torneremo domani ai vostri doveri, alla vostre carte, ai vostri conti sempre in ordine – sempre a scapito di qualcuno.
Sia concesso a noi il tempo del silenzio, per dire una parola in meno e pensarne una in più. Testimoni del saccheggio della parola, assuefatti al vuoto dei proclami, alla violenza delle menzogne, portiamo fieramente in mano i nostri giorni inutili.
Le nostre mani sono ruvide e spellate. La pelle racconta una storia con le rughe. In fondo al sacco l’odore dei vestiti da lavare è memoria di giorni vissuti.
Che sia concesso a noi ancora una volta questo privilegio insolito, di tutti il più prezioso. Il privilegio della nostra inutilità.

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Enrico Biasotto e un’alba sul Bianco

La biblioteca di Alessandria

“Secondo me ci siamo troppo imborghesiti
Abbiamo perso il desiderio
Di sporcarci un po’ i vestiti”

Brunori Sas – “Secondo me”

di Saverio D’Eredità

Se provate a cercare “Comici Vano Nero” su Google vi viene fuori poco o niente.
Per affinare la ricerca potete provare varie opzioni, ad esempio scambiando l’ordine delle parole o aggiungendo a seconda Vano+Riofreddo e togliendo Comici (visto che di vie Comici su quella montagna ce ne sono due). Tutto quello che troverete è la scansione di “Google Books” della Buscaini, note biografiche su Comici stesso e una discussione su un noto Forum che è molto rappresentativa dei nostri tempi: si discute tanto ma sul niente, ovvero senza sapere esattamente di cosa si stia parlando.

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Il diedro fossile e un dizionario di geologia

di Saverio D’Eredità

Arrampichiamo nel solco di un diedro fossile, le cui pareti sono plasmate da milioni di esseri viventi che popolarono il mare del Devonico.
Arrampichiamo il tempo profondo, dal passato remoto ad un presente intangibile. Ascoltiamo con le mani questa lingua antica, fatta di miriadi di gusci, conchiglie, alghe calcificate.
Mi pare di vederli lavorare, pazientemente e per migliaia, milioni di anni, scalpellare questa gigantesca scogliera come scultori certosini in quei mari caldi.
Arrampichiamo il diedro fossile e il suo tempo materializzato. Continua a leggere

Intervista immaginaria a Celso Gilberti

di Saverio D’Eredità
R.“Allora, Celso: dopo un’estate ricca di exploit ti sei tolto una bella soddisfazione con la est del bila pec. Bel colpo. Raccontaci un po’come è nato questo progetto”
C.G. “Il mio cuore è colmo di gioia per questa scalata superba che ha richiesto la massima tensione dei muscoli e dello spirito nel superare questa parete dall’aspetto invincibile.
In questa impresa sono stato supportato da un compagno di grande valenza e tempra alpinistica quale Oscar Soravito, uno dei più promettenti scalatori della nostra generazione. Insieme volevamo dimostrare come le nostre Alpi Giulie possano primeggiare quanto ad importanza e difficoltà con le più ambite scalate dolomitiche”
R.“Ben fatta, Celso. Come ti è sembrata la roccia? Ci hai parlato di lunghi run-out con poche possibilità di proteggersi in maniera affidabile. Un bell’ingaggio immaginiamo”
C.G “Questa formidabile roccia non consente che un uso parsimonioso e quasi sempre precario di mezzi artificiali. La scalata è sempre delicata laddove si affrontano placche prive di qualsivoglia asperità o estremamente faticosa nella continua tensione dei muscoli in spaccata sui bordi dei camini. Ciò ha richiesto grande saldezza nei nervi e fiducia nelle nostre capacità di superare con slancio le insidie e le difficoltà opposte dal Monte.
È nostra convinzione che si possa scalare su queste difficoltà d’ordine estremo non ricorrendo ad artifizi che nulla hanno a che vedere con l’animo eroico e puro di un’alpinista che si confronta con l’alpe”
R.“Yeah vez! Quindi grandi potenzialità per questa parete ancora tutta da esplorare. Hai visto altre linee scalabili?”
C.G Sebbene sia il Bila Pec alquanto inferiore rispetto alle superbe pareti del Montasio o del Mangart è da considerarsi alla stregua dei grandi problemi alpinistici delle nostre montagne.
Sono convinto che con una preparazione ancora più seria e determinata si possano vincere altre porzioni della parete che oppongono difficoltà eccezionali: abbiamo individuato infatti una colossale fessura che in alto si allarga a guisa d’orecchio che terrorizza e al tempo stesso accende di desiderio l’animo dell’alpinista.
E finanche la parte sinistra, laddove la roccia è finemente lavorata come opera di un cesellatore ravviso ardite possibilità di salita.”
Ci scommettiamo. Tornerai presto con altri progetti. Alè duro Celso!
***
È come un’onda di pietra, grigia, gialla e blu. Quando sei dentro pare di nuotarci, in quel mare di calcare ora ruvido e tagliente, ora compatto e senza rughe. Quando sei dentro pare travolgerti. Ci sono pareti gigantesche dove ti senti a casa. E pareti che pur minuscole in proporzione paiono infinite. Come quella del Bila Pec. Che è una parete semplice: un muro che pare tagliato con la fresa, uno scudo ora concavo ora convesso, spezzato da due fessure che paiono grondaie e un tetto giallo. Linee d’arte contemporanea.
Come si misura la grandezza di una parete? Prendendone semplicemente le misure? Base, altezza, superficie? O dal numero di movimenti che si possono compiere? La est del Bila Pec è una specie di contrappasso. Per tutte le pareti grinzose, scorbutiche, o fatiscenti che troviamo in giro, qui si concentra una quantità e qualità di pietra che sembra venire da un’altra dimensione.
Certo che l’alpinismo antico crea grandi problemi. Oggi, per dire, nei primi movimenti sia io che Nic ci sentiamo piuttosto impacciati. Siamo ancora tarati sui passi accorti mossi sullo spigolo del Fuart, dove saggiare ogni appoggio è ben più importante dell’allungo dinamico sulla prossima presa. Insomma, l’alpinismo antico fa male.
Eppure su questa parete la prima scalata è del 1932. Celso Gilberti ed Oscar Soravito salgono nel margine destro, lungo una delle due fessure maggiori che paiono più antri che camini. È chiaramente l’unica debolezza. L’unica salita concepibile all’epoca. Ma è una salita che lascia poco il segno. Probabilmente la scalata più sottovalutata della storia giuliana. Sulla carta è V+. Nei fatti non si sa. Forse appartiene a quell’alpinismo estinto di cui parlavamo ieri. O forse era talmente moderno da risultare incomprensibile. Su questa parete di roccia riflettente come uno specchio c’è un silenzio che dura quasi 40 anni tra quella di Gilberti e la salita di De Infanti e Barbacetto in centro parete, aperta nello stile artificiale e che pare più un’eccezione che una tendenza. E altri 20 anni prima di affacciarsi nel futuro. Quando il trapano inizia a perforare questi muri monolitici il Bila si risveglia dal torpore. È arrivata la nuova generazione, quella di cui forse avrebbe fatto parte anche Gilberti, fosse nato 40 anni dopo. Si iniziano ad intessere linee sempre più sostenute, dai margini ci si sposta al centro, si osa dove prima non era pensabile. Le centinaia di chiodi vengono sostituiti da un numero sensibilmente inferiore di spit, ma molto maggiore di movimenti tra una protezione e l’altra. E ancora adesso che pare che ogni porzione della parete sia stata toccata, fioriscono linee, idee, progetti. Oggi sono nomi come “Il Ciclone”, “Meander”, “Aria sottile” a fare sognare. In soli 200 metri dove lasciarci cuore e polpastrelli. Le potenzialità della grande onda non sono ancora finite. Forse si tornerà di nuovo a Gilberti, in qualche modo.
“Dai Sav, hai visto che bella arrampicata? Questo è il futuro!”
Ora, voi penserete che sono il solito fissato con la storia, l’antico, l’alpinismo di una volta eccettera, ma questo ripetersi che è l’arrampicata sportiva è il futuro lo trovo troppo semplicistico. Se non altro perché un futuro che esiste da almeno 30 anni mi sa tanto di presente e poco di futuro. Così ho guardato al capo opposto della parete, dove le toppe erbose stanno colonizzando quelle magre fessure salite nel 1932 rendendole irrintracciabili e inavvicinabile quel camino che pare la porta di un’altra dimensione. Questo non è il futuro. È semplicemente il presente. Perché il futuro, per essere davvero tale, è qualcosa che ancora non sappiamo. Qualcosa che non ci può ancora appartenere. Sono pochi coloro che sanno intravvedere il futuro. Chissà magari proprio Gilberti era uno tra quelli e l’aveva capito.
Due corde vengono lanciate nel vuoto. Scendono dal bordo del tetto giallastro costellato di buchi. Due ragazzi si calano, ondeggiando nel vuoto. Un temporale si avvicina, è già sul Fuart.
Il futuro qualche volta è tra noi, solo che non sappiamo vederlo.
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Nevee Outdoor Festival 2018

di Saverio D’Eredità

Quando si parla di bambini, gli anglosassoni usano definire le fasi della crescita con alcuni nomignoli. E possiamo dire che anche per il Nevee Outdoor Festival siamo arrivati ai ben noti “terrible three”, i terribili tre. Tre come gli anni di vita di questa manifestazione, ma sarebbe meglio chiamarla festa, che celebra Sella Nevea, le Giulie tutti gli sport “alpini” e non in tre giorni tra le pareti, gli abissi e gli spazi del Canin.

Il NOF è una realtà, ormai da alcuni anni. L’impegno degli organizzatori è spesso invisibile, sebbene tangibile ogni qualvolta mettiamo la nostra corda in catena o troviamo un percorso attrezzato con tabelle e segnalazioni. Dopo tre anni crediamo si sia dimostrato – e anche molto bene – come questo modello di sviluppo delle nostre montagne possa essere vincente e soprattutto aggregante. La strada da intraprendere è stata individuata e crediamo meriti ascolto ed attenzione. In quest’ultimo mese tra Arrampicarnia e NOF si è dimostrato come mettere al centro le attività sportive possa non solo attirare visitatori, ma anche indicare in che direzione (civile, ecologica, inclusiva) si possa frequentare la montagna.

Anche quest’anno il NOF ritorna con entusiasmo, arricchendo il programma di svariate attività dai boulder tracciati con attenzione e pazienza dai ragazzi del Nevee, all’arrampicata sportiva (anche per chi inizia), la speleologia, la mountain bike e…lo scialpinismo. Il patrimonio di innevamento del generoso inverno 2017-2018 ci ha lasciato un bel nevaietto in Prevala dove sarà offerta la possibilità di uno ski-test fuori stagione, mentre tutt’attorno tra slackline, acro yoga e musica non ci si annoia di certo.
Si parte stasera, alle ore 20 presso il Centro Polifunzionale di Sella Nevea con la conferenza “Alla scoperta delle Alpi Giulie: incrocio di parchi, di genti e di animali” in cui interverranno il direttore del Parco Prealpi Giulie Stefano Santi e ricercatori dell’Università di Udine (ricordiamo infatti che buona parte delle attività del NOF si svolge nella pregevole area del Parco). A questo seguirà la conferenza di un personaggio che in un certo senso riassume lo spirito del NOF, Michael Kemeter, un “outdoor-man” a tutto tondo: highliner, climber, base jumper…personaggio eclettico e irregolare, molto interessante e da scoprire.
Domani, sabato 21 luglio ci si disperderà tra macigni, forre e falesie dell’altipiano del Canin per poi trovarsi tutti al Gilberti per il concerto e la presentazione (alle ore 18 presso il Rifugio Gilberti) della nostra guida “Alpi Carniche Occidentali” (ultima occasione!) in cui introdurremo anche il lavoro sulla prossima edizione dedicata alle Giulie.
Infine via alla Romboss Fest.  Una festa dedicata al nostro amico Leonardo Comelli, ispiratore del NOF e il cui spirito rimane sempre presente tra noi, tutte le volte che attacchiamo una parete o ci apprestiamo a scendere con gli sci. C’è sempre una battuta o una “cagada” di Leo da ricordare.Facciamone un’altra Leo

Si chiude domenica con la Canin Sky Race, l’escursione naturalistica con le guide del Parco e tutte le attività che vorrete fare attorno al Gilberti e non solo.

Il programma e tutte le info sono disponibili qui https://neveeoutdoorfestival.com/

Cattura

Arrampicarnia – Annozero

di Saverio D’Eredità

C’era un Patrick Berhault in fuseaux e capello lungo. Un Mauro Corona che prima di diventare giullare in TV faceva il giullare alla base delle vie con i calzettoni di lana ben in vista sopra le scarpette. C’era chi calzava le Mariacher e chi le Mythos. C’erano tanti. Da Manolo a Bassi. Da Beat Kammerlander a Rolando Larcher. C’era  – soprattutto – l’idea che qualcosa di nuovo stesse vedendo la luce
Trent’anni dopo, cosa è rimasto di quegli anni un po’pazzi, ingenui forse, ma pur sempre vitali e a loro modo rivoluzionari? Oggi i capelli lunghi sono stati sostituiti dalle barbe più o meno colte. I colori sono sempre variopinti ma prevalgono l’outfit comodo e il colore pastello. Magari staremo un po’troppo sullo smartphone, ma le birre scorrono sempre a fiumi. Nel frattempo su queste rocce è passato l’alieno Ondra, spit luccicanti e resinati hanno sostituito le vecchie piastrine artigianali, mentre sui pilastri della Chianevate si è sviluppato un invisibile reticolo invisibile di itinerari, sebbene il silenzio rimanga antico.

Sono due storie parallelle ed intrecciate, quella dell’evoluzione dell’arrampicata in Pal Piccolo e dell’apertura di importanti vie sulla grande sud della Chianevate. Per decenni in disparte e frettolosamente derubricate a “pareti friabili” o prive di interesse hanno saputo svelare il loro potenziale proprio in un’epoca in cui man mano si andavano “spuntando” i grandi problemi. Le pareti carniche, a lungo neglette, hanno saputo quindi aspettare le mani e i piedi delle nuove generazioni. Aspettando il momento di poter essere scalate. E se il Pal Piccolo e le sue diverse strutture – ormai note con i fantasiosi nomi affibbiati dalla compagine di alpinisti friulani come De Rovere, Mancini, Bianchi e tanti altri che le hanno fatte emergere – sviluppavano una vocazione sportiva (seppure estremamente esigente: andate a fare Polvere di Stelle oggi con gli spit e pensate a chi l’ha aperta con gli eccentrici…), la Chianevate vedeva fiorire vie sempre più spinte per arditezza di linee ed inflessibilità etica. Si può tranquillamente dire che è lì che l’evoluzione ha visto una accelerata decisa verso quella che oggi è l’arrampicata del futuro: stile tradizionale e grado elevato in apertura.

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Roberto Geromet su “Polvere di Stelle” – foto E.Zorzi

Quando nel 1986 fu organizzato il primo meeting di Arrampicarnia il mondo dell’alpinismo stava subendo una profonda trasformazione. Erano del resto gli anni dei primi Rock Master e sull’onda di quanto avvenuto a Bardonecchia l’anno prima, l’arrampicata nella sua veste “sportiva” stava per stravolgere i parametri  del mondo verticale. Tra chi ne prendeva nettamente le distanze, chi predicava la morte dell’alpinismo, chi invece gridava al futuro, come al solito, la comunità alpinistica tendeva a dividersi.
Pochi forse avrebbero immaginato che la Storia avrebbe fatto il proprio corso in maniera indipendente da giudizi e pregiudizi. E che, come sempre, la Storia avrebbe prodotto sintesi al tempo imprevedibili.
Ci troviamo quindi oggi, nel 2018, a salutare con grande curiosità e soddisfazione questo “annozero” della meeting “Arrampicarnia” che avrà luogo nell’area del passo M.Croce Carnico dal 13 al 15 luglio prossimi. Ed è già una soddisfazione vedere come lo spirito di quegli anni possa essersi tramandato, attraversando le diverse mode e le diverse stagioni, giungendo fino ad oggi con lo stesso entusiasmo. Perché l’alpinismo, alla fine, si fa ancora, come è vero che nel frattempo il numero di monotiri è cresciuto, insieme con le difficoltà. E tutta l’area del Pal Piccolo, da piccolo fiore appena sbocciato si è trasformata nella più grande area di arrampicata di quest’angolo delle Alpi.

Arrampicarnia ritorna quindi, dopo le tre edizioni degli anni 86,87,88, con l’intento di rinnovare quello stesso spirito e soprattutto di riunire la comunità di arrampicatori, eterogenea, colorata e trasversale, alla base del più bel calcare delle Alpi orientali e all’ombra della Creta della Chianevate, questo gigante bianco che festeggia i “suoi” 150 anni, ovvero da quando Paul Grohamann e le sue guide Salcher e Moser ne calcarono per primi la vetta, proprio il 15 luglio del 1868.
Ed è proprio questa ricorrenza che conferisce ad Arrampicarnia un valore più alto e forse simbolico. Se un tempo sarebbe stata un’eresia affiancare l’arrampicata sportiva pura con un simbolo dell’alpinismo classico, oggi invece questi due aspetti possono sposarsi benissimo, come espressioni diversi di un unico spirito. Quello dell’esplorazione, che si declina allo stesso modo sulle grandi cime come in una sequenza di movimenti sui 30 metri di un monotiro, nelle pieghe di una grande parete come su strutture solo all’apparenza “minori” dove l’occhio degli alpinisti ha saputo trovare ancora spazi di conoscenza ed avventura.
Legare i 150 anni della Chianevate al rilancio di un meeting importante come Arrampicarnia potrà forse riunire in un’unica, splendida cornice, le diverse anime di chi, tra vie classiche, sportive, falesie o semplici escursioni vorrà ritrovarsi scoprire ancora una volta le potenzialità di questo gruppo che più di tutti rappresenta la Carnia, nella sua integrità e nella sua introversa bellezza.
Tre giorni che saranno l’occasione per incontrarsi, scalare insieme, spellarsi le dita su qualche monotiro (e sapete bene come anche un certo Adam Ondra abbia trovato pane per i suoi denti da queste parti) o ingaggiarsi sulle grandi vie che hanno fatto la storia dell’alpinismo carnico. C’è chi potrà aver l’occasione di provare per la prima volta con le Guide Alpine e chi magari chiudere la via dei sogni. Nel mezzo, attività e occasioni di confronto e approfondimento per tutti, dallo yoga alla geologia, il tutto impreziosito da due serate di grande livello con personaggi del calibro di Roberto Mazzilis, Reinhard Ranner, Riccardo Scarian e Alessandro Zeni.  Un “annozero” coi fiocchi, insomma, sperando che questa sia solo l’inizio di una lunga storia.

Per il programma completo andate a dare un occhio al bel sito di Arrampicarnia:

http://www.arrampicarnia.it/

E ci vediamo là!


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Federico Conta su Nouvelle Sensation – foto N.Narduzzi