Winter 8000 – l’epopea dell’alpinismo invernale sui giganti della Terra

di Saverio D’Eredità

Ad essere onesti e anche un po’in controtendenza rispetto ad un certo “perbenismo” della letteratura di montagna, dovremmo ammettere che la lettura delle imprese himalayane non è mai stata travolgente in termini di interesse. Eccezion fatta forse per un narratore (e personaggio) sui generis come Kurt Diemberger, i racconti di spole tra campi, bufere, ritirate, sofferenze e stati di anestesia mentale non permettono certo al lettore di immedesimarsi, ma al più di sedersi ed osservare come spettatori al cinema le gesta di uomini fuori dal comune. Soprattutto, una volta chiuso il libro e osservato estasiati le foto delle altissime quote, la storia appena letta rimarrà in quel limbo di ricordi di cose sì eccezionali, ma che di certo non cambieranno la nostra vita né il modo di pensare. Non me ne vogliano gli appassionati del genere, tutti abbiamo gongolato davanti ai libri di Messner fino alle più recenti imprese di Moro, ma oggettivamente c’è di meglio da leggere. Tuttavia Bernadette Mc Donald, una delle, se non la più importante narratrice di alpinismo attualmente, riesce ogni volta a stupire e tenere incollato il lettore. Da questo, nelle arti, si riconosce il talento. Mettere insieme le storie di alpinisti polacchi dalla pronuncia ostica, alle prese con la sfida ai giganti della terra nella stagione fredda e per giunta ormai non più attuali (si parla degli anni tra il 70 e i primi 2000), insieme a quelle più “mainstream” di un atleta specializzato come Moro, rischiava di diventare un esercizio di cronaca alpinistica senza molto di più. Invece ancora una volta dopo “I guerrieri dell’Est” la scrittrice canadese riesce a rendere avvincenti le vicende di uomini e donne che si sono ingaggiati in una delle ultime esplorazioni possibili in ambiente estremo. Scalare gli 8000 in inverno, infatti, è paragonabile a qualcosa di simile alle “saghe” polari Amundsen e Shackleton, o la corsa allo spazio. Un ambiente cioè non fatto per l’essere umano, non solo come difficoltà tecnica ma soprattutto per incompatibilità biologica. Prendiamoli così, come astronauti terrestri, quei folli determinatissimi polacchi, giapponesi, russi o italiani. Capaci di resistere con il ghiaccio nei polmoni nel disagio più assoluto per settimane se non mesi dentro tendine abbarbicate su gradini di neve, a superare pendii con neve al petto, a torturare il corpo in una specie di sublime arte della sofferenza. Una definizione del grandissimo Vojtek Kurtyka – uno dei protagonisti di quella generazione- e che si ritrova come un filo sottile in ognuno dei 14 capitoli (uno per ciascuno ottomila, descritti in ordine cronologico di scalata) sui quali è costruito il libro. E “l’arte di soffrire” è il titolo dell’introduzione in cui la Mc Donald spiega come ha preso avvio questa avventura letteraria, dal primo incontro con Andrej Zawada – nome poco noto al grande pubblico, ma vera mente strategica che ha animato la corsa polacca agli ottomila della scuola polacca – fino alle storie più intime di quegli uomini disposti veramente a tutto. Accanto alla cronaca, infatti, emergono i tratti più personali, le motivazioni profonde, il contesto sociale e quello familiare che McDonald non teme di mettere in luce. Come sempre nei suoi libri, gli alpinisti perdono la corazza dorata da eroi greci che si tramanda nella narrazione ufficiale, per scoprirsi fragili, contradditori o egoisti come tutti. E questo è indiscutibilmente il merito di una grande narratrice.

L’ultima notte di Hermann Buhl

di Saverio D’Eredità

Come nelle migliori tradizioni, dopo una giornata fosca il tramonto fu splendido e pieno di speranze. Subito dopo la cena, servita da camerieri in divisa e consumata davanti alla vetrata vista monti, uscimmo a raccogliere gli ultimi raggi di sole, sedendoci ciascuno su un proprio masso. Veniva voglia di parlare, di raccontare storie, mentre le creste scorrevano come titoli di coda sullo schermo via via più nero del cielo. E di storie ce n’erano tante. La cordata di tredici che precipita dalla cresta del Palù, le prime ascensioni della Kuffner con scarponi chiodati o le salite lampo di Herman Buhl. Qualcuno raccontò di aver letto di una salita di Buhl al Bernina con sua moglie. Avevano dormito proprio qui e il giorno dopo avevano attraversato il ghiacciaio ancora in piena notte, la luce delle frontali che andava ad intermittenza con le stelle, e ancora nell’ombra la risalita dei contrafforti della Fortezza. Gli ultimi passi, nella nuova luce del giorno verso il cielo del Bernina. “Peccato nessuno di noi si chiami Hermann Buhl”, ironizzò qualcuno per spezzare il momento e anticipare la ritirata verso i piumoni. La storia della cordata che cadde dalla cresta, invece, non la ricordò nessuno perché non c’era proprio niente da ridere. E comunque noi eravamo solo in quattro.

Continua a leggere

L’anno in cui le montagne diventarono più alte

di Saverio D’Eredità

E’l’ultima ora dell’anno. Vedo le ombre allungarsi tra le vie della città ed io ho passato la giornata facendo nulla. Nessuna cima celebrativa. Nessun rituale. Ho visto il giorno scemare, con indolenza e sollievo. Di archiviare un anno di cui porterò ferite per sempre. Di volti che non rivedrò. Di messaggi che non avranno risposte. E’ l’ultima ora dell’anno, ma l’anno per me da sempre finisce quando si spegne la luce sul Canin. Il resto è roba per astronomi. A me interessa il sole. Quando il Canin sprofonderà nelle ombre, potremo dirci addio. Ho sempre pensato che il Canin fosse una sorta di magnete, la bussola dell’intera pianura friulana. Verso questa montagna ho sempre provato un’attrazione particolare, indipendente dalla sua fama o dalla sua estetica. Per quanto, in realtà, se lo si guarda da certe angolature a sud est, il Canin rivendichi una sua nobiltà. Credo di aver iniziato ad andare in montagna proprio perché desideravo salire il Canin. Ho un debito di riconoscenza nei suoi confronti. O forse è tutta colpa sua.

Esco quindi per salutare l’anno, il sole e il Canin, correndo lungo l’argine del Torre, tra quelle radure e le macchie di boscaglia che in questi ultimi tempi sono stati ora un rifugio, ora un limes invalicabile ,nei giorni in cui la libertà finiva contro un cartello con il nome del comune barrato. Mille volte ho corso ai margini di quel fiume spento, fino al ponte che segna il confine, a vedere il Canin e riorientare la mia bussola. Mi bastava un po’di bosco per sentirmi nuovamente vivo. Mi bastava vedere il Canin, per immaginare di nuovo il futuro.

Corro, come l’uomo nel video di Karma Police dei Radiohead. Corro per sfuggire alla notte ed incontro alla notte stessa. Come aliti, i primi banchi di nebbia esalano dalla terra umida. Sembrano anime che si sollevano da corpi esanimi. Corro attraverso le rade boscaglie, sfiorando i cespugli di rovi che nascondono qualcosa che non ho il coraggio di guardare. Ma a me basta questo po’di bosco per respirare ancora. Basta il profilo dentato del Canin per sapere dove andare.

Il Canin è il Nord di Udine. Se si sale sull’ultimo terrazzo del Castello, si trova una piastra d’acciaio che indica i punti cardinali e la toponomastica dei monti. Ho passato interi pomeriggi ad impararli a memoria. Ad orientare la mia bussola su quel nord. In quei tramonti di cui non ricordo né data né ora, il Canin poteva essere l’Annapurna dei libri sbirciati in biblioteca al CAI, e al tempo stesso le Grandes Jorasses di Bonatti o una remota cima andina. Il Canin era tutte le montagne messe insieme. Mi sembrava altissimo. Irraggiungibile.

Come una fiammata che risale il ceppo e poi si estingue, il sole lambisce ora i fianchi della sud, rincorre le lingue di neve, raggiunge la cresta. Mentre qui, in pianura, la notte è un’onda che viene non so da dove oltre il greto secco del Torre. Corro, come corro da mesi ormai, sfuggendo alla paura e a qualcosa che non so, come i segreti intrecciati dai rovi, come gli schiocchi oltre le siepi. Nemmeno sei mesi fa uscivo alla luce del sole in un’opaca mattina d’estate. Oltre i tetti delle case, il Canin era appena un’ombra che profilava oltre le foschie. Di nuovo, come nei tramonti di decenni prima, mi parve lontano ed irraggiungibile. Che tutte le montagne fossero diventate più alte.

Forse corro da quella mattina o magari da molto prima. Corro verso montagne che mi sembrava di aver finalmente raggiunto e che ora sono di nuovo alte e misteriose. Intanto corro ai margini di una notte che mi ha già ingoiato e di un fiume che ora non c’è, mentre una luce si spegne sulla cima e sono arrivato al ponte del Torre. Come nel video di Karma Police, posso farmi prendere o decidere di voltarmi e guardare negli occhi ciò da cui stavo scappando. Faccio ancora due passi, quindi mi volto e mi rituffo nelle nebbie sospese sui campi. Alle mie spalle svaniscono nel buio quelle montagne che da quest’anno sono diventate di nuovo un po’più alte.

La prossima collina

di Saverio D’Eredità

Per giorni non avevo visto che lo stesso cielo. La stessa porzione ritagliata tra due cubi di cemento appena movimentata dalla chioma di un pino. Giorni in cui avevo finito per perdere il senso dello spazio e del tempo e l’interesse per qualsiasi cosa che non fosse uscire da lì, dove vedevo sempre lo stesso cielo. Quando sono uscito le montagne stavano ancora lì e la prima che si vede è il Gran Monte, barriera frangiflutti regolare e tarchiata che difende le Giulie e le valli più interne. E’ un monte generoso e bonario. Si prende il soffio caldo della pianura, i suoi vapori appiccicosi, le secchiate d’acqua delle perturbazioni autunnali, lasciando al Canin la nobiltà dell’abito bianco. Il Gran Monte assomiglia a quegli animali giganteschi ma buoni delle fiabe. Tipo Falcor della Storia Infinita. Ti raccoglie con il suo lungo collo là dove sorge il Torre e ti deposita dolcemente con la coda sulle rive dell’Isonzo. In mezzo ci passa un confine, ma lui non c’ha mai fatto troppo caso. E’ appena un piccolo cippo che devi solo stare attento a non inciamparci. Sul Gran Monte ci andavo sempre, ai primi tempi, e a quasi sempre da solo. Perché avevo pochi soldi per la benzina e quasi nessun compagno. Poi ho potuto fare qualche pieno in più e caricare in auto qualche altro amico. Sul Gran Monte non ci son più tornato, senza però smettere di guardarlo. Andando e riandando con gli occhi sul filo di quella spina dorsale.

Il Gran Monte, per noi della pianura, è da sempre la prossima collina. Quella che ti spinge a salirla per vedere, da lì, cosa c’è oltre. In fin dei conti, sta tutto qui. In quello che ti spinge alla prossima collina e da lì ancora avanti. Per vedere come è il cielo da lassù. Attraversarlo per intero, il Gran Monte, non lo si fa certo perché è una grande impresa e nemmeno per arrivare da qualche parte. Lo si fa per riconoscenza.

Ci sono volte in cui non puoi pensare di recuperare qualcosa che non c’è più. Ci sono volte in cui la cosa migliore da fare è ricominciare tutto da zero. Rifare le zaino e partire, come fosse la prima volta. Non per riprendere da dove avevi interrotto, ma come se davanti a te ci fosse solo un nuovo viaggio. Verso la prossima collina.

Nei pressi di Punta Montemaggiore – foto S.D’Eredità
Continua a leggere

The Julian connection – scalate in letargo

di Emiliano Zorzi

A quanto pare l’inverno bussa alle porte e quindi la scalata su roccia si avvia al letargo, specialmente quella rivolta a nord. Dato il luogo in cui sono nate, profondamente giulio, e la connessione di eventi che hanno portato alla loro gestazione e svezzamento, No Pellarini – no patry e Pari o dispari, ormai attenderanno il disgelo 2022 per poter conoscere il mondo.

L’estate 2020 ne ha visto la nascita, l’estate 2021 le prime scalate da parte dei genitori e qualche sporadica visita di amici, parenti e aficionados; per quella del 2022 potranno camminare con le loro gambe…o meglio, far muovere le gambe dei futuri ripetitori che apprezzino le loro fattezze, ovvero:

  • camminata di due orette circa in ambienti solitari e idilliaco-severi allo stesso tempo;
  • scalata su quel caratteristico calcare duro e arcigno delle pareti ombrose giuliane;
  • presenza di bel tempo (possibilmente caldo) stabile data la lunghezza delle vie e delle discese.

Insomma un assaggio in chiave sportiva delle nord nostrane.

Nello specifico qualche notizia:

Quinta Rondine mt.1848 – No Pellarini, no party

380 m, 7a (obbl. 6b), 15 lunghezze

Relazione qui: http://quartogrado.com/friuli/Fuart/Quinta%20Rondine_No%20Pellarini%20no%20party.htm

Si sviluppa sulla parete a forma di pala, rivolta a nord-ovest, della Quinta Rondine. Queste rocce, ben visibili da tutta la Saisera, sovrastano il morbido ambiente boscoso e prativo della Sella Prasnig. Pur in questo quadro ameno, la scalata è a tratti arcigna, anche se sempre protetta sistematicamente a fix. Nei 15 tiri entra un po’ di tutto: lunghezze verticali-strapiombanti fisiche su roccia ottima, tratti di media difficoltà su simil-placca, qualche tratto molto facile su terreno sporco e/o friabile come tipico condimento del posto.

La via è stata conclusa in extremis pre-inverno nel novembre 2020, prima scalata a fine giugno 2021 (G. Barnabà, E. Zorzi, U Iavazzo), a cui sono seguite un paio di altre scalate di cui abbiamo notizia. Dopo la conclusione della via è stata individuata, sull’altro versante, una discesa “normale” (terreno selvaggio ma max. I e II) attrezzata con qualche sosta di calata e taglio di mughi, in modo da evitare una lunghissima serie di doppie lungo la via di salita.

Per circa 10 metri, la via incrocia Caccia al tesoro di Roberto Mazzilis e Lisa Maraldo. Un ringraziamento a Roberto che ci ha permesso di mettere due fix sulla sua via, per non creare un “buco” troppo lungo fra le protezioni di No Pellarini, no party.

Il nome deriva dalla festa di compleanno a sorpresa organizzata da benemeriti amici durante il soggiorno al rifugio.

Quinta Rondine – Nono tiro di “No Pellarini no party” – foto Archivio E.Zorzi

Cresta Berdo , Pilastro Gloria (top.proposto) mt 2076 Pari o dispari

350 m, 6c (obbl. 6b), 12 lunghezze

Relazione http://quartogrado.com/friuli/Montasio/Cresta%20Berdo_Pilastro%20Gloria_Pari%20o%20dispari.htm

Si svolge a cavallo del netto spigolo dello sperone che scende dalla Cresta Berdo verso il grandioso circo sottostante la parete nord del Montasio-Cima Verde. L’idea è nata a seguito della ripetizione di una via vicina (O là o rompi), alla vista dello spettacolare spigolo tagliamare, simile alla scura pinna di squalo. Per una mera casualità, le lunghezze dispari sono quelle caratterizzate da una scalata tecnicamente più impegnativa e “sportiva” su roccia ottima; quelle pari sono invece più adatte allo scalatore “classico”. Date le difficoltà inferiori su roccia sempre buona e ripulita ma che necessita di un po’ più di occhio.

La via è stata conclusa nell’agosto 2020; la prima salita (R. Geromet, E. Zorzi, M. Buzzinelli) è dell’agosto 2021 a cui sono seguite alcune altre ripetizioni note. Curiosamente (considerando che il luogo è molto isolato, lontano da sentieri battuti), qualcuno aveva già tentato la scalata della via prima della sua pubblicazione. Abbiamo rinvenuto una maglia rapida di calata verso la fine del quinto tiro. Lì il destino beffardo (per gli aspiranti ripetitori) ha voluto che la sosta si trovi nascosta alla vista a destra oltre uno spigoletto, mentre dritti sulla parete ci sono due tasselli senza piastrina (di un nostro tentativo abortito) che devono avere ingannato gli ignoti-ignari scalatori. Ora, post-letargo inverno 2021 e svezzamento, gli aspiranti potranno avere più fortuna.

Sul nono tiro di “Pari o Dispari” alla Cresta Berdo – foto Archivio E.Zorzi

Like a Virgin – Notizie e ringraziamenti dal Vallone di Riofreddo

di Emiliano Zorzi

Come d’uso per il blog, Sav mi ha chiesto un breve testo-storia per accompagnare la notizia dell’apertura di “Like a virgin”, sulla solare faccia sud-est della Media Vergine. Data la pigrizia e il fatto che mettersi a raccontare si va a finire a dire sempre le stesse cose, butto giù semplicemente una serie di ringraziamenti e incoerenti notizie sulla via e dintorni.

Continua a leggere

Una speciale Trilogia nel segno di Comici

di Saverio D’Eredità

Stilare classifiche e liste è sempre un giochetto divertente seppur fine a sé stesso. Nel mondo alpinistico le raccolte più o meno note di “le 100 più belle…” (scalate, sciate, cime, traversate…l’elenco può essere lunghissimo) sono una costante e bisogna ammettere che ognuno di noi ha le sue liste segrete. Che poi, si sa, lasciano il tempo che trovano, ma dato che viviamo una passione che per metà è sogno e metà azione, quella parte di sogno va pure coltivata! Il bello delle liste è che se ne possono creare di tutti i tipi. Il brutto (ma anche il bello, su) è che non metteranno mai tutti d’accordo, e mi sembra normale. Ma c’è un tipo del tutto particolare di liste, quelle che potremmo definire “filologiche”, che sono certamente da intenditori, ma almeno abbastanza oggettive. Sono le liste che si costruiscono sulla storia, sui legami sottili tesi attraverso le epoche, i personaggi, gli stili. Richiedono conoscenze, una certa dose di gusto e anche capacità di osservazione. Se dovessi iniziare a parlare di una “Lista” di linee sciistiche di alto livello citando Emilio Comici forse qualcuno inizierebbe a non seguirmi. Non è infatti noto a tutti che proprio Comici, lo scalatore simbolo dell’epoca del sesto grado, fosse anche un altrettanto appassionato esploratore di salite su neve e ghiaccio. Le Alpi Orientali, si sa, non sono il terreno ideale per questo genere di salite, eppure una caratteristica propria delle Dolomiti e delle Giulie sono proprio i grandi canaloni nevosi. Cupi e incassati tra le pareti, spesso interrotti da salti “misteriosi” in quanto imprevedibili e soggetti all’andamento delle stagioni, i canali dell’est hanno caratteristiche peculiari rispetto a quelli dell’ovest. Soprattutto, sono linee “naturali” e per questo non possono che attrarre l’insaziabile occhio dei cacciatori di linee. Tanto di salita quanto di discesa.

Continua a leggere

La curva del Gasex

di Saverio D’Eredità

Si dice che l’avventura inizi sempre “un po’più in là”, oltre quella che un termine piuttosto abusato e dal sapore di marketing chiama la “zona di comfort.” Sinceramente non ho mai capito cosa sia questa zona di comfort né ho speso del tempo a definirla. Se dovessi proprio rifletterci, dovrei dire che ci sono situazioni piuttosto comuni (tipo passeggiare in un centro commerciale o cercare l’auto nei parcheggi sotterranei) in cui sento di trovarmi ben al di là della mia “zona di comfort”. Però è un po’triste come cosa, per farne un’avventura.

Il tubo del Gasex spunta dalla neve come il boccaglio di un sub dall’acqua e passandoci vicino mi chiedo se sono ancora nei margini della mia zona di comfort, su questo pendio circondato da impalcature, seggiovie e con l’“unz-unz” di sottofondo che sale dagli altoparlanti degli impianti. A giudicare dal numero di volte che mi fermo per valutare la pendenza dovrei ammettere che non è esattamente così. Strano monte, eh, il Forato. Come tante cime del Canin non brilla per eleganza o bellezza, con quella sua forma a parallelepipedo e le forme ingombranti. Pare un lavoro lasciato a metà o un rudere dimenticato. Come tante cime del Canin, però, offre angolazioni stupefacenti dalle quali appare affilato e persino leggero. Una bellezza sempre un po’controversa, quella del Canin, dove è la somma delle parti, più che il singolo scorcio, a fare impressione. Soprattutto quando l’inverno qui si fa paziente artigiano, operando stucchi e decorazioni, rendendo le anonime stratificazioni e i profili spigolosi incredibilmente vari, affascinanti e misteriosi.

2021_0508_11355800

In tutto questo, però, il povero Forato se la passa sempre un po’ male, quasi si fossero messi d’impegno ad imbruttirlo. Grovigli di cavi, piloni, sbancamenti circondano e avviluppano ogni versante. Dimenticavo, in cima c’è anche uno strano bussolotto che sembra una stazione lunare e qua e là se ci fai caso spuntano vecchi ferri ritorti della guerra e fili spinati. Non si direbbe proprio una montagna dove vivere grandi avventure. Eppure, non c’è una volta delle tante in cui ci sono salito che non mi sia trovato, anche solo per una breve parentesi, a passare quella soglia che divide l’abitudinario dall’ignoto. Come ad esempio sulla curva del Gasex. Bisogna ammettere che se non ci fosse questo brutto tubo di metallo, la pala est del Forato passerebbe quasi inosservata. Non così lunga da fare veramente impressione e non così ripida da solleticare sciatori di livello. Eppure quel tubo, piantato lì in mezzo, pare star lì apposta per disegnarci una curva attorno. A segnare il confine dell’avventura a pochi passi dal mondo conosciuto.

IMG-20210512-WA0001

Da bambino mi spaventava il blu profondo del mare. Dalla spiaggia di ciottoli potevo vedere le varie gradazioni di azzurro scurirsi via via da quello più chiaro e trasparente della riva, fino al nero del mare alto. Ad una distanza che non riuscivo mai a stimare, emergeva dalle acque una strana struttura, una specie ragno di cemento e acciaio a quattro zampe corroso dalla salsedine e dal vento. Mi sembrava che il mare lì fosse più cattivo e nero. Persino più lontano. Ma forse era proprio quello strano scheletro tappezzato di alghe e mitili, a farmi paura. A dare una dimensione alla profondità del mare. Ogni volta che arrivavo lì, deciso a nuotare nel mare nero, succedeva qualcosa che mi ricacciava indietro. Un giorno, infine, decisi di passarci attraverso. Potevo aggirarlo o nuotare in un’altra direzione, è vero, ma il mare alto, il mare nero, iniziava lì. Per farmi forza presi a battere forte i piedi ed infine mi immersi a pelo d’acqua, cercando di contrastare la corrente. Appena sotto la superfice l’acqua era calma e ferma. Piccoli pesci brucavano le alghe appese al palo di cemento e tutto era silenzio. Riemersi appena oltre, nel mare alto e nero, oltre il confine della paura e di un tempo che mi parve infinito. La riva chiassosa di mamme e bambini non era che a poche bracciate da lì.

Inforco gli sci sulla lunga dorsale della cima e mi avvicino al bordo. Attraverso le punte, posso vedere il profilo del gasex e intuire l’inclinazione del pendio, come quel ragno di cemento mi dava la profondità del mare. Come quella volta, devo passarci attraverso. Se dovessi pensare alle altre volte che sono sceso di qua, alla neve cotta a puntino e al fatto che – in fin dei conti – non sono che poche curve dovrei sentirmi all’interno della mia zona di comfort. Anche meglio di un parcheggio sotterraneo. Eppure la curva del gasex riesce a smontare una ad una le mie certezze, i precedenti e il senso di controllo. Non sto più contando le volte in cui questa scena si è già ripetuta, né ricordando come avevo fatto la prima curva l’ultima volta, che traiettoria avevo preso o se posso distinguere le voci degli sciatori, l’unz-unz degli altoparlanti e l’odore di fritto. L’avventura è come un varco aperto d’improvviso in un mondo parallelo. Puoi decidere di entrarci o meno, e con quali regole. Soprattutto, l’avventura inizia nel momento in cui le nostre certezze vengono meno e affiorano le domande più elementari. Quando iniziamo a dare un valore alle cose. Quando tutto è di nuovo in discussione. E ci riappropriamo di una parte di noi.

Salendo al Forato: alla nostra destra, il tubo del Gasex – foto Melania Lunazzi

Collezionisti di ricordi

Per Carlo e Federico

Per chi rimane

Per chi continuerà ad andare

di Saverio D’Eredità

Inutile cercare le parole, perché non ci sono. Se le avessero inventate, le parole, quelle parole lì da dire o da pensare in momenti come questo, quando ti avvicini troppo a quel bordo, avremmo risolto il problema. Se esistessero per davvero, quelle parole, se qualcuno le avesse analizzate o approvate, forse le avrebbero messe nel libretto delle istruzioni, verso gli ultimi capitoli. Ad esempio dove si parla di cosa fare in caso di rottura, come riavviare il programma, chi chiamare in caso di assistenza. Invece niente, quel capitolo non c’è. Come non c’è nemmeno quello iniziale. In questa strana, intricata, faccenda che è la vita ci mancano questi due capitoli. Non si sa come si inizia, né tantomeno cosa fare quando finisce. In mezzo, però, siamo pieni di dettagli, suggerimenti, percorsi. Magari un po’contradditori, talvolta difficili, altri entusiasmanti, altri ancora dolorosi. Ma chi chiamare, cosa dire o fare, quando tutto si inceppa, no: lì non dicono niente.

E invece sei qui che cerchi le parole, perché ti è mancato qualcosa sotto i piedi e stai camminando troppo vicino al bordo. Eppure ci servono, le parole. Vi attribuiamo grande importanza perché qualche volta riescono a formare un argine, una rete di protezione verso quel vuoto. Ad osservarlo senza caderci dentro. Forse è questo il punto.

Non molto tempo fa, chiacchierando davanti a un caffè del più e del meno (che è quasi sempre “come è la neve? ha fatto vento?a che ora si parte?”) un amico mi fa, secco “Sai che se ti succede quella cosa lì, non sarà più un tuo problema. Lo sarà semmai per gli altri, ma questa è un’altra storia”. E così invece di rassicurarmi o fornirmi un indizio da inserire in quel famoso capitolo finale, l’amico ha finito per complicare la faccenda. La verità è che certi argomenti non si dovrebbero affrontare davanti ad un caffè, ma la domanda rimane. In che senso non è “più” un mio problema? E soprattutto cosa ne è del mio problema se poi tutto va a finire così, senza nemmeno il tempo di mettere a posto le cose e riordinare, senza trarne delle conclusioni, senza una cerimonia di premiazione, un brindisi, niente? Forse non ho voglia di saperlo ed aveva ragione lui a dire che il problema era degli altri. Di chi rimane, di chi aspetta, di chi – alla fine dei conti, nonostante tutto – continuerà ad andare. Le parole, vedi, sono importanti. Qualche volta ci proteggono, impedendoci di intraprendere certi sentieri neri che non dovremmo imboccare.

Ma se le parole mancano, abbiamo pur sempre i ricordi, di cui siamo instancabili collezionisti. Di Federico, ad esempio, conservo quello di una discesa “illegale” dal Foro. Illegale sia per la scarsità di neve di quell’inverno, cosa di cui ovviamente nessuno si lamentò più di tanto, come tutti quelli che con un paio di sci ai piedi sono felici sempre e comunque. E illegale anche perché ci fermò la polizia mentre tentavamo una discesa di soppiatto per la pista chiusa. Gran ramanzina e poi giù ad orecchie basse. Che dire, qualche volta abbiamo rapporti difficili con la legge e le regole. E infine tanti incroci più o meno casuali in discesa e in salita, con quella sorta di riverenza che puoi provare per un Maestro come lui, che ti veniva ogni volta da abbassare lo sguardo e togliere il cappello. Perché di sciatori forti ce ne sono in giro, ma quando scendeva lui capivi cosa voleva dire veramente sciare. Poter dire di aver sciato con “Delu”, era una menzione d’onore, una spilletta. Soprattutto perché sapeva accompagnare quel talento ad un’ancora più autentica e vera umiltà. Riusciva a parlarti della gita facile con gli amici come della linea più hardcore con la stessa purezza, lo stesso entusiasmo. Vivendo quella passione e quel talento in una straordinaria normalità. Penso che questo facesse di lui un Maestro, sopra ogni altra cosa.

Federico Deluisa in una giornata di inizio inverno al Foro del M.Forato

Con Carlo abbiamo fatto l’ultima via della scorsa stagione, su e giù per le creste precarie di Val d’Inferno in una di quelle giornate autunnali belle da far male. Carlo non saprà mai quanto sia stata difficile per me quella giornata, passata a scacciare i fantasmi di un incidente dalla testa e accettare il fatto di aver paura e forse, persino, di non aver più voglia. Una giornata in cui non mi vergognai di chiedere di essere assicurato una volta in più e in cui Carlo nemmeno una volta me lo fece pesare. Vedevo già in lui la stoffa della guida, traguardo che si era sudato e meritato come pochi. Mi ero promesso di ringraziarlo un po’meglio, ma ci si mette di mezzo sempre questa specie di pudore che nasconde i sentimenti e ci fa sentire più uomini, più adulti. Alla fine di quella giornata, osservando le creste dei Brentoni, parlammo delle pietre del Natisone, verso le quali sentivamo entrambi un debito di riconoscenza. Ecco, segniamoci anche questo e mettiamolo in quel capitolo in fondo. Quando dobbiamo ringraziare una persona, diciamoglielo. Se sentiamo il bisogno di amare, baciare, abbracciare, facciamolo. Se siamo felici, ammettiamolo, una volta tanto. Se c’è da piangere, lasciamo scorrere le lacrime. Il resto lo farà il tempo.

Ogni mattina mi alzo e guardo le montagne. Lo faccio sempre, anche quando è brutto, o non si vede niente, o devo solo andare a lavoro. Una specie di rituale. L’altra mattina invece sono rimasto mezz’ora davanti alla tazzina senza aver il coraggio di aprire la finestra, vedere quanta neve c’era e annusare l’aria. Sono rimasto lì, senza le parole per proteggermi e con la voglia di far finta di niente. Come se la cosa non mi riguardasse veramente. Ma erano solo scuse. Perché chiunque si sia legato ad un capo della tua corda è un amico. Chiunque abbia condiviso con te una traccia nella neve, un fratello. Non potevo far finta di niente. La loro mancanza era diventata la mancanza di una parte di me. Una piccola morte che rimane dentro per sempre. Allora son andato nella stanzetta dei bimbi, da dove riesco a scorgere la catena dei Musi e la cima del Chiampon. L’ultima nevicata metteva in rilievo i solchi, le rughe delle pareti, le fratture delle creste. Le montagne sono il risultato di una demolizione. La loro bellezza è fatta anche dai loro crolli. Dalle perdite.

Verranno un giorno le parole, e sarà una liberazione. Verranno e sapremo dare un nome a tutto questo, saremo forse in grado di comprenderlo o anche solo di accettarlo. Verranno le parole, ma ora che non ci sono mi affaccio alla finestra e guardo le montagne. Aveva ragione il mio amico. Bisognerà riprendere in mano il problema, sbrogliare i nodi uno ad uno, ritrovare il filo che qualcuno ha nascosto così bene. Allora forse ritroveremo le parole, per loro ma anche per noi. Per chi rimane, dopo tutto, non resta che riprenderlo in mano e andare avanti.

Carlo Picotti – cresta Val d’Inferno, autunno 2020

L’età incerta

di Saverio D’Eredità

C’è stato un tempo, molto tempo fa, prima che tutto iniziasse – o non era forse già iniziato? tempo di cartine Tabacco stropicciate tra libri di scuola, tempo di numeri di Alp che duravano mesi sul comodino, letti e riletti e mandati a memoria, pubblicità incluse – c’è stato un tempo, dicevo, in cui mi ero posto un grande obiettivo: salire in inverno tutte le maggiori cime delle Giulie occidentali. Un obiettivo tanto grandioso quanto stupido: che valore poteva mai avere un progetto alla portata di ogni alpinista medio? Nessuno, probabilmente, come nessuna era la possibilità che avevo di realizzarlo, allora. Ma tutto questo non potevo ancora saperlo. Eppure quello strano sogno diventò a poco a poco il pane della mia solitudine. É una solitudine tutta particolare, quella che provi a 14 anni. Simile a quella di chi emigra o di chi porta con sé un grande dolore. La solitudine di chi realizza di non aver più un passato mentre vive un presente di argilla. Paradossalmente il futuro diventa la cosa più concreta cui tu possa aggrapparti.

Se è vero che nel dipingere bisognerebbe prima posizionare il soggetto e poi definire lo sfondo, io procedevo all’inverso. Nella mia immaginazione non facevo che disegnare sfondi. E lo sfondo, il mio sfondo, era la corona di montagne spiate di nascosto dal colle del Castello sul quale passavo i pomeriggi e mille sconosciuti tramonti. In quella solitudine, di quel tempo in cui tutto era ancora possibile, tracciavo i miei confini.

In discesa dal Jof Fuart, un pomeriggio di fine inverno: sullo sfondo le Cime Castrein – foto G.Simeoni

L’alpinismo invernale ha senza dubbio un grande fascino e credo che abbia a che fare proprio con l’idea di un confine. Di un qualcosa che è posto ai margini e per questo motivo ci attrae. Come la notte o l’amore, la sua inconoscibilità è ciò che ci interessa. Perché come esseri umani siamo naturalmente portati ad andare verso un confine. E la montagna d’inverno è un confine. É remota. Aliena. Scorre in un altro tempo. I suoni, gli odori, le luci. Tutto è straniero. Inconoscibile. Forse era proprio per quello che la ricercavo. L’inverno era quanto di più lontano fosse dalla mia conoscenza. Un buon motivo, quindi, per mettersi su quella strada

Sono arrivato sulla cima del Jof Fuart – casualmente da solo – in uno degli ultimi giorni d’inverno. Solo quando ho visto la grande scritta in vernice rossa sull’ultimo masso prima della cima ho realizzato che stavo per portare a termine quello stupido progetto di tanti anni prima. Me ne ero quasi dimenticato, eppure quell’idea aveva vissuto con me molto più di tante altre persone, cose, passioni in questi anni. In qualche maniera mi aveva definito.

In discesa dalla normale del Jof Fuart – foto G.Simeoni

La cima era silenziosa e l’aria calma. Grandi nubi si arroccavano sulle creste del Montasio. Un po’più in là, il Canin fluttuava come un pack ghiacciato sopra la valle. Ho percorso la cresta piatta fin quando, all’estremo opposto, non ho potuto scorgere la Spragna. La cima è sempre là dove puoi guardare oltre. Non faccio mai niente di particolare, quando arrivo in cima ad una montagna. Mi limito a sistemare lo zaino, bere un sorso d’acqua e guardarmi attorno. Poi penso solo a scendere. E’ curioso che il luogo verso il quale concentriamo tutte le nostre energie finisca per diventare solo un passaggio transitorio e quasi senza sentimento. Ho provato a scattare una foto, ma il laconico “be-bop” del telefono ne ha preannunciato lo spegnimento. Finita la batteria, senza più altro da fare, rimasi lì fermo sul bordo della cornice con nient’altro che me. A ben vedere, però, non ero solo. Al margine di quella cresta, infatti, mi aveva aspettato quel ragazzo che fui, quello che saliva sul Castello a spiare le montagne e disegnava sfondi. Mi ha aspettato pazientemente in tutti questi anni, quel ragazzo, solo su questa cima come me adesso. Mi ha visto invecchiare, prendere altre strade. Credo di averlo deluso. Forse non ho avuto il coraggio di diventare ciò che lui avrebbe desiderato e me ne vergognavo un po’. Eppure oggi ero qui, le nostre solitudini ritrovate e un debito saldato.

Una frotta di nubi risaliva a conquistare la cima, preceduta da un vortice di fiocchi di neve. Guardai nuovamente attorno, poi iniziai a scendere seguendo a ritroso la processione dei miei passi. Mi voltai un’ultima volta prima di veder scomparire quelle quattro pietre, le mie impronte sulla neve e quel ragazzo di 14 anni che stavo salutando per l’ultima volta. Si sarebbe allontanato da me, piano piano svanendo tra le nebbie che ora avvolgevano la cima. Avevo raggiunto il suo confine e procedevo oltre.

C’è stato un tempo, molto tempo fa, in cui in qualche modo tutti noi siamo stati senza passato e abbiamo cercato di definire noi stessi. Il più delle volte non ne abbiamo che una vaga idea. Un’immagine sfocata. Una tavolozza di colori mescolati e qualche linea appena abbozzata. Presi dalla fretta di vivere, abbiamo presto dimenticato quel tempo, in cui senza rendercene conto abbiamo spostato lo sguardo un po’più in là, tracciando i nostri confini. In quell’età incerta, l’unica cosa che avevamo era il futuro.