Dove la città finisce

di Saverio D’Eredità

Certo che è una cosa strana, la neve. Perché per metà sicuramente è scienza, qualcosa che trovi in certi libri che lo spiegano, ma che io non sono mai riuscito a leggere, o capire. Però per l’altra metà è un qualcosa che sfugge. I più romantici ti dicono che è il mistero della Natura, altri che in verità basta studiare di più, ma io sostengo che sia fondamentalmente culo. Certo, ci sarà qualcuno che ti verrà a spiegare che quello che tu chiami culo in realtà è sapiente dosaggio di osservazione, esperienza e memoria. Però nulla mi toglie dalla testa che una percentuale – che può anche essere minima – è culo. Oppure un senso di cui non abbiamo consapevolezza, ma che alla prova dei fatti funziona. Un po’come intuire il momento in cui scolare la pasta.
Perché è’ un sentire, la neve. Un sentire con tutti i sensi che abbiamo a disposizione più uno. Forse non lo so spiegare perché sono uno sciatore fondamentalmente scarso. Anzi, sicuramente il più scarso di quelli in linea su questo tratto di cresta, appollaiati come corvi che fanno la posta alla preda, aspettando che smolli le neve di questo lenzuolo steso sui boschi rinati della Val di Resia.

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Lo Spallone del Laska Plagna  foto S. D’Eredità

Prendi il rigelo, ad esempio. Il rigelo sta alla neve come l’hang-over alle serate di balla. Durante il giorno la neve cuoce, si spappola, scivola in una specie di delirio di caldo e di sole, offrendosi al suo nemico naturale in un sacrificio volontario. E poi arriva il rigelo. Che anche lì c’è una spiegazione del fenomeno legata alle radiazioni termiche, l’umidità, il vento, ma poi alla fine conta qualcosa che non riesci a calcolare nemmeno con lo strumento più raffinato. Nel giro di poche ore la neve rinasce, si ricostruisce, cambia forma e struttura. E il miracolo avviene di nuovo. Quindi come nei giorni di hang-over, te ne stai lì ad aspettare che passi, che scatti quel qualcosa che ti renda di nuovo perfetto.
Perché in questa scienza inesatta c’è invece un momento esatto che occupa lo spazio di pochi minuti, quel momento in cui tutto si allinea, il sole con la neve, la neve con le tavole, le tavole con le gambe, le gambe col cervello. Quel momento esatto assomiglia a quello in cui gli uccelli migratori – che non si è mai capito come – ad un certo punto prendono, si radunano e spiccano il volo. Una cosa che esalta gli etologi, ma dovrebbe interessare anche gli psicanalisti, come se quei pennuti fossero dotati di un inconscio collettivo. E tu che stai lì a farti le pippe sullo zero termico, il gradiente, l’umidità, etc non arriverai mai a cogliere quell’attimo con l’esattezza dell’uccello migratore.

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Lasca Plagna – foto S. D’Eredità

E quindi sono qui, seduto a guardare questo pendio che mi pare una pista di decollo, aspettando il momento e facendomi torturare dal dubbio. Il dubbio è come un insetto che ti ronza insistentemente nell’orecchio, un rumore improvviso che incrina la notte e non ti fa più dormire, riempiendoti di paure. In questa maledetta cosa dello sci, la colossale fregatura è che non ci sono precedenti. Potrai scavare nella memoria, cercare analogie e similitudini, parallelismi con altre discese, ma niente potrà darti la certezza di poter essere veramente padrone della situazione. Nemmeno alla fine. Il dubbio te lo porti dentro sempre, anche alla fine di una discesa. Sono veramente sceso da quel pendio o è stato solo un’illusione, una felice coincidenza?
In altre discipline esiste l’allenamento. È qualcosa che puoi programmare, ponendoti obiettivi, aumentando i carichi o diminuendoli. Raggiungere un livello. O quantomeno un grado soddisfacente di approssimazione. Ma nello sci? Esiste questa approssimazione?
Ho l’impressione di no. Ne è la prova il fatto che ognuno poi si chiude in una bolla, a cercare il momento. Perché come per il rigelo, la cottura della pasta e la migrazione degli uccelli c’è un solo momento, e quel momento è esatto.
Nel giro di pochi minuti la cresta si spopola. Sono rimasto solo io a discutere con il dubbio che non si risolverà nemmeno oggi e sotto di me si stende la sensuale spalla del Laska Plagna. Che se è una cosa strana, la neve, lo è anche l’innamoramento folle che ti prende per una linea. Anche qui c’è un momento in cui improvvisamente la vedi e da allora la cercherai sempre. E’ estetica, ma anche sentimento. Sarà per come emerge sopra le cresta a spazzola delle Prealpi. Sarà per questa valle su cui plana, chiusa nel suo mistero con la sua lingua antica e i suoi prati inespugnabili. C’è qualcosa che ti attira proprio perché pare respingerti. Scendere queste linee non è semplicemente sciare. E’ un corteggiamento.

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Il versante resiano del Canin: in sequenza la Sud del Canin Basso e il Sart  – foto S.D’Eredità

Mi abbasso pochi metri, scavo una piazzoletta e cerco nuovamente l’allineamento. Un po’più in basso il Conta mi aspetta. Mi aspetta, pur sapendo che siamo sempre sospesi nella nostra bolla, senza precedenti cui appigliarci o con formule tutte diverse e non provate.
Osservo in sequenza il punto della prima curva, il Conta, il pendio sotto dove non devo andare a finire, quello in cui invece devo andare a finire e poi giù-giù, lungo questo scivolo che ti lancia verso Resia e i suoi faggi in festa, giù-giù verso crinali ancora ammantati di neve, giù-giù verso le lamiere dei capannoni in pianura, giù verso quel cavalcavia, piantato lì in mezzo alla campagna, dove la città finisce e inizia tutto il resto.
Le città finiscono di colpo. Anche quelle più grandi, ad un certo punto finiscono. Ti giri e non ci sono più. Le vedi ferme, all’ultima casa o ad una svolta. Un cartello barrato e più nulla da dire.
Quel cavalcavia spicca il volo d’un colpo, sorgendo improvviso da un tratturo. Sbalza la linea interrata della tangenziale e si rituffa in mezzo ai campi. È piantato lì in maniera tanto irreale che potrebbe essere il relitto di un passato sconosciuto come il progetto di un futuro incomprensibile. Per adesso è solo uno scheletro di calcestruzzo, acciaio ed asfalto messo lì credo per fare passare i trattori, dare appuntamento agli spacciatori e permettermi di osservare le montagne.
È da lì che ho visto questa linea nascere, in principio d’inverno, quindi crescere con le prime nevicate e poi lentamente svanire. Incutermi paura ed instillarmi desiderio. Accendere ora dubbio, ora euforia e mai nessuna certezza.
Perché si dovrebbe ascoltare il cuore ogni tanto, mettendo da parte l’opzione migliore, in questo vasto mondo di opportunità. Lasciarsi trasportare da un istinto (è lo stesso del rigelo, della pasta, delle migrazioni?) e farsi amare da questa montagna che nasce da un punto lontano. Da un cavalcavia abbandonato in mezzo alla campagna e ai bordi della città.
Ci sono tre linee, pennellate sui fianchi scoscesi del Canin che guardano al mare. Quando la neve torna a vestirle pare di intuire i lineamenti di una sposa dietro al suo velo. E se quel cuore ancora mi sostiene tornerò a cercarle, le sue linee e quel momento esatto, oltre il cavalcavia, là dove la città finisce.

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In discesa dalla spalla S/O del Laska Plagna – foto C. Picotti
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Oltre il confine – L’alpinismo antifascista di Ettore Castiglioni

di Saverio D’Eredità

Una piccola croce di legno, appoggiata ad un fascia rocciosa, così piccola e scura che fai fatica a notarla. Che penseresti sia stata messa lì per caso, o dimenticata.
E’ proprio dei Giusti non pretendere sepolcri solenni, ma accontentarsi di cerimonie minime e luoghi umili. Ettore Castiglioni fu, prima che alpinista, scrittore, musicista, viaggiatore, un Giusto.
La croce di legno si trovava nel luogo in cui fu ritrovato, accovacciato, al disgelo di quell’inverno del 1944. L’ultimo bivacco di Ettore si svolse poche centinaia di metri sotto il passo del Forno, ormai in Italia, ormai salvo, ma forse ormai in pace con sè stesso e con quella brama di “dissolversi” nell’immensità della Natura che da molti anni e per la precisione da quel giorno sulle Mèsules aveva coltivato, in cui la sua vita cambiò del tutto.
Oltre il confine” è il documentario di Andrea Azzetti e Federico Massa, presentato al Trento Film Festival 2017 e basato sui diari di Ettore Castiglioni, scritti tra il 1927 e il 1944. E’ Marco Albino Ferrari che ci accompagna in questa indagine a metà tra documentario, fiction ed inchiesta, attraverso le fitte ed ordinatissime righe vergate da Ettore per quasi vent’anni alla ricerca di quegli indizi che ci potranno suggerire una spiegazione a quella fine così misteriosa e romantica.
Non è tanto il Castiglioni alpinista – uno dei maggiori esponenti dell’alpinismo italiano tra le due guerre, nonchè figura chiave in quello specifico genere che è la guidistica di montagna di cui fu il capostipite in un certo senso – quanto il Castiglioni uomo e soprattutto anti-fascista che è oggetto della ricerca. Un antifascismo che in quegli anni oscuri diventa da semplice convinzione e posizione politica, a vero e proprio imperativo morale per sfociare in una sorta di missione. L’ultima che Ettore si diede nella sua vita tanto breve quanto intensa, sfaccettata e problematica.
Si tratta di un “docu-film”, che mescola i tratti tipici del documentario/reportage alla fiction, accompagnato dalla voce narrante che rilegge i passi del diario di Castiglioni. Ritroviamo i passaggi principali della vita di Ettore, alternati alle interviste al nipote Alessandro Tutino, come anche testimonianze di grandi nomi dell’alpinismo tradizionale quale Maurizio Giordani. E’ percepibile l’eredità di Castiglioni, che va be oltre il suo “lascito” alpinistico (le centinaia di vie aperte in decine di gruppi montuosi, dalla Val d’Aosta alle Giulie) e ricomprende anche e soprattutto la sua certosina opera di censimento ed esplorazione dei monti italiani. Fu questa la prima “missione” che diede un senso alla vita di Ettore, un uomo idealista ma al tempo stesso combattuto, perennemente alla ricerca di un significato profondo alla sua esistenza. Significato che avrebbe ritrovato dopo l’8 settembre 1943, quando comprese che il mettere al servizio del prossimo la sua conoscenza dell’ambiente d’alta quota avrebbe potuto persino salvare delle vite umane. Ed è qui che il Castiglioni alpinista, profondamente per non dire devotamente innamorato della Natura, si fonde con il Castiglioni intimamente anti-fascista. Un anti-fascismo, quello di Ettore, coltivato in silenzio (come tanti intellettuali ed uomini comuni dell’epoca), ma che diviene imperativo morale nel momento in cui tutte le coscienze sono chiamate ad una forte presa di posizione. Castiglioni comprende quale è la sua reale missione. Sarà la sua ultima.
Il documentario segue il viaggio di Ferrari sulle ultime tracce di Castiglioni, un’indagine postuma (quasi un “cold-case” come si direbbe adesso), difficilissima quando solo i figli per non dire i nipoti dei testimoni diretti possono fornire minimi dettagli, indizi, in un puzzle che si fa sfocando nel tempo. In questa parte il documentario in realtà segue il canovaccio del bel libro “Il vuoto alle spalle” scritto dallo stesso Ferrari, interessante e ben riuscito esperimento di “non-fiction story”che narra gli ultimi mesi di Ettore, tra l’alpeggio del Berio, Milano e la Svizzera. Una fase oscura, poco nota proprio perchè qui il Castiglioni alpinista “sfuma” nel Castiglioni “militante”.Ma l’indagine rimane senza risposte. Il documentario si chiude seguendo le orme di Ettore che si perdono in quell’immensità che dal giorno delle Mesules, e poi negli spazi patagonici, egli incessantemente cercava.

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Oggi, nel luogo dove Ettore ha trovato quella “dissoluzione” nella potenza della Natura è stato apposto un chiodo da roccia. L’abbassamento del ghiacciaio e i movimenti della morena hanno stravolto la conformazione di quei luoghi e oggi quel chiodo è piantato parecchi metri più in alto del fondo attuale. Ciò che commuove è la semplicità del ricordo, come semplice e umano fu ciò che fece Ettore negli ultimi mesi della sua vita, tanto da meritare adesso il riconoscimento di “Giusto fra i popoli”. E’importante che tale figura riemerga oggi, proprio come il suo corpo riemerse nel giugno del ’44, in tempi così cupi, oscuri e disumani. Forse dal documentario e dal libro, dovrebbe sorgere un nuovo coraggio, per ridare a Castiglioni quella dimensione che gli spetta come uomo di cultura e di valori, non solo alpinistici, che merita oggi in tempi quanto mai attuali.
Un fatto di cronaca di questi giorni, non passato inosservato, ma forse solo superficialmente trattato dai media, riporta alla memoria le gesta di Castiglioni, come di centinaia di “eroi oscuri” del passato. La guida alpina francese che ha soccorso una migrante in procinto di partorire al Monginevro per poi essere (verrebbe da dire “banalmente”) denunciato dalla Gendarmerie francese per violazione delle leggi sull’immigrazione, ha compiuto un gesto senza tempo, la cui istintività trascende le leggi degli uomini come della montagna. Non è questione dell’alpinista “buono” o del poliziotto cattivo. E nemmeno di politica. Quanto piuttosto della capacità di essere semplicemente esseri umani. Come Castiglioni nel 1944, come centinaia di persone ignote che si sono prodigate in gesti che chiamiamo “eroici” solo per giustificare le nostre mediocrità, riannodano i fili con domande ancestrali, che risalgono al dilemma di Antigone e di quanti avvertono il dissidio – tragico – tra ciò che l’appartenenza al genere umano reclama e le leggi di una comunità, d’altro canto, impongono.E forse proprio sotto questa luce dovremmo rileggere oggi i “Giorni delle Mesules”.

“Perciò ho sempre sostenuto che il vero alpinista non può essere fascista, perché le due manifestazioni sono antitetiche nella loro più profonda essenza. L’alpinismo è libertà, è orgoglio, ed esaltazione del proprio essere, del proprio io come individuo sovrano, della propria volontà come potenza dominante: il fascismo è ubbidienza, disciplina, è annullamento della propria individualità nella pluralità e nella promiscuità amorfa della massa, è abdicazione alla propria volontà e sottomissione alla volontà altrui”- E.Castiglioni, dicembre 1935.

Una cosa stupida

di Saverio D’Eredità

Palline.
Palline che sfrecciano e si srotolano a raggiera sul pendio, intrecciandosi e disperdendosi, senz’altra meta se non il nulla.
“Qua mi pare ripido”
“Già”
“Ma ripido tipo Huda Palica o meno?”
“Tipo. Forse di più”
Perché per noi l’Huda è un po’il riferimento per tutte le discese un po’più incazzate. C’è un “più del Huda” e un “meno del Huda” e attorno a questo asse valutiamo le nostre capacità e ambizioni.
Intanto, palline.
Palline che partono da sotto i miei scarponi, lanciandosi verso l’imbuto del canale e svanendo in questo latte freddo, come non fossero mai esistite.
Una volta di qua rotolavano corpi di uomini, uccisi per un motivo tanto inafferrabile quanto invece tangibile era la paura nei loro cuori. Avrei dovuto pensare a questo, durante questa lunga ora accovacciato dentro la cornice della forcella, che come un’onda gelata ci sovrasta ed avvolge.

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Fa strano non aver trovato posto migliore di questo. Il punto più impensabile eppure il più rassicurante, protetto dal vento e dal vuoto. Immersi nella nebbia ci sentiamo anche noi un po’indefiniti, sospesi come parole, penzoloni sul labbro di una bocca gigante.
Penso alle palline, al vuoto bianco latte che le inghiotte, dovrei pensare ai corpi che precipitavano in questo imbuto e che sparivano nel nulla come le palline di neve e invece non penso niente.
Perché deve essere così che scompare la memoria. Il ricordo delle guerre del passato, dei morti, di chi fu nel suo tempo di vita, del perché di tutto questo.
Le generazioni passate si allontanano da noi man mano che procediamo lungo la linea del tempo. Se ci voltiamo a guardarle esse appaiono sempre più piccole, come navi che vediamo sparire verso la linea dell’orizzonte, puntini che rimpiccioliscono tanto da divenire irriconoscibili. Come le palline che rotolano giù nel vuoto di questo canale.
“Quindi più del Huda. Ok. Cosa facciamo?”
“Magari scendiamo un paio di metri”
“Un paio di metri e derapiamo. Che ce ne fotte a noi. Ti ricordi quella volta del Huda che neve di merda”
La verità è che ce lo diciamo con questa arroganza solo per non pensare alla cosa stupida che stiamo facendo, come a convincerci che se un numero è riuscito una volta, perché non dovrebbe una seconda? La prima volta nel Huda Palica, in realtà, eravamo scesi per disperazione perché non sapevamo come tornare alla macchina. Ma sarebbe una storia troppo lunga da spiegare.
E quindi avevamo sorvolato sulle nostre paure, sulle rigole giganti da cavalcare, sulla neve in pappa e i continui scoli di neve umida. Da allora ogni volta che la pendenza aumenta ci ricordiamo del Huda, delle scariche, delle rigole e che se ce l’abbiamo fatta quella volta peggio non può andare.
Intanto le palline che partono sempre più frequentemente da sotto i miei piedi mi avvisano che lo spazio di questa esigua piattaforma sta per consumarsi rapidamente.

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Buchetti.
Buchetti lasciati dalle palline nella loro gioiosa e stolta corsa verso l’abisso, buchetti che disegnano fantasiosi arabeschi, come scie di fuochi d’artificio lasciate nel cielo. Buchetti, piccole imperfezioni sulla pelle liscia e candida del canale, buchetti su questa neve che pare soffice e morbida come un letto di piume. E se provassi a partire da qua? Se davvero il salto si potesse risolvere in un atterraggio morbido, una caduta controllata?
E invece lo sai benissimo che non è cosi, che la realtà è fatta di gambe rigide e mutande piene e questi due assi ai piedi che ti chiedi ancora perché ci insisti tanto, a far una cosa così stupida ed inutile.
Che poi a te, del ripido, non importa un fico secco. A te piacerebbe anche sciare – se solo sapessi farlo – e, ok, magari anche sciare qualcosa di veramente figo – ma non è mica detto che una sciata bella debba essere una sciata difficile. E comunque la verità è che ormai sei qua dentro e di tornare indietro non se ne parla nemmeno. Quindi ti conviene far finta di saper sciare, stare centrale e non guardare troppo. Tanto non si vede nulla.
“Punterei a quelle roccette là”
“Quali?”
“Quelle. Mi sembrano roccette. Magari lì si allarga e possiamo curvare. Forse.”

Quando un affannato Will Smith nel film “La ricerca della felicità” affida un preziosissimo scanner ad un’artista di strada dice “Questa parte della mia vita si chiama fare cose stupide”. In effetti non era stata un’idea proprio brillantissima, quella. Ma fare cose stupide può anche essere l’inizio di grandi storie. Può farti trovare la forza necessaria a superare i problemi.
Quindi anche questa parte della mia vita si chiama fare cose stupide. Tipo entrare nel Canalone Omicida senza veder nulla. Tipo che non si dovrebbero togliere gli sci in un punto del genere.

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Me lo diceva sempre, Andrea, di non togliere gli sci che poi è peggio. E invece a me che le cose stupide vengono naturali, la prima cosa che è venuta in mente è stato toglierli proprio in mezzo alla strozzatura perché non ci passavo. E poi Andrea oggi non c’è, ma io faccio finta che ci sia lo stesso, con il suo sguardo paziente che osserva le mie goffe evoluzioni, sapendo che mi sta già perdonando. Andrea non c’è, c’è solo questo spazio bianco senza gravità e il canale omicida in tutta la sua lunghezza.
Prima quello a monte. Stare attento a non farlo partire. Piantarlo bene. Stringere il culo. Contrarre gli addominali. Un passo giù. Stringi la picca. Scava un gradino. Ecco ora l’altro. Quello a valle è il più difficile. Se ti parte è finita. Se ti parte game over.
Siamo esseri intelligenti che fanno cose stupide. Come questa. Come sciare un canale ripido senza vedere una mazza, senza pensare a chi rotolava giù da qui senza nemmeno sapere perché. Senza saper veramente sciare e senza pensare alle palline che prima sparivano come potresti sparire tu.
Quando scatta il “clac!” dell’attacco sento di aver già cancellato questi momenti come la neve che scivola dall’alto sta ricoprendo già le nostre tracce. Facciamo cose stupide perchè possiamo. Stupide come sciare, certo, che non serve a nulla e che a dirla tutta non mi servirebbe nemmeno per scendere questo dannato canale. Facciamo cose stupide perchè sappiamo che ce ne dimenticheremo presto per farne altre. Perchè ci fanno sentire umani.
Talvolta siamo troppo convinti di essere in controllo. Che niente possa sfuggire al calcolo razionale, alla predizione e all’analisi. Tecnologia, esperienza, dati, tecniche. Aggiungiamo strati a strati per cercare protezione, ma non riusciamo ad eliminare l’ineliminabile. Nessuno potrà dire che questa curva ti riuscirà, nessuna tecnica appresa, nessuna conoscenza pregressa. E’probabile, ma non certo. In quel piccolo spazio, in quel “probabile” che non riesci a limare fino in fondo, in quel piccolo spazio stanno le nostre cose stupide, le nostre cose libere.
Ora pare quasi di ondeggiare. Sarà la nebbia che cancella i riferimenti, sarà la neve che scivola sotto le tavole ed io sopra di lei, curva su curva a prendere un ritmo lieve e spensierato, proprio come le palline di prima. Il canale ci restituisce ad un bianco mare aperto sulla valle. A cosa pensavo prima di scendere? Non ricordo, forse nulla. Forse ad una cosa stupida.
Quindi, in fondo, non importa.

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La pattuglia acrobatica/atto I: prima discesa con gli sci della Gola Nord della Veunza per Cecon, Limongi e Mosetti

di Saverio D’Eredità

“Impossibile non sia stata ancora sciata!”

Ogni qualvolta mi capita di passare dalle parti di Fusine ed osservare quella vena bianca che fila sinuosa nel ventre della Veunza, mi faccio sempre la stessa domanda. Per una generazione che si muove nel “post-tutto”, il rischio è che anche quell’immaginazione che un tempo doveva andare al potere possa inaridirsi. Eppure la domanda tornava costante “E se ancora non fosse stata sciata”?

Incassato tra le pareti della Strugova e della Veunza, questo canale noto come “Gola Nord della Veunza” (in realtà l’apice del canale è la Forca di Fusine, passaggio sulla grande cresta Ponze-Mangart) è pressoché invisibile nella sua interezza da qualunque angolazione lo si osservi. La vena, sinuosa, appare da lontano solo per un breve tratto della sezione superiore, salvo essere “inghiottita” alla vista dalle pareti che vi si ripiegano attorno. Nemmeno andandovi alla base, al culmine del bel conoide della Strugova, è chiaro esattamente se questo canale abbiamo o meno continuità: bisogna dunque entrarci per scoprire che un “muro” di circa trenta metri si pone a difesa di questa linea che ha tutto per essere “ideale” ma che nella migliore tradizione giuliana riserva sempre qualche sorpresa.

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Il Desiderio di Infinito – vita di Giusto Gervasutti

di Saverio D’Eredità

C’è un angelo triste che osserva il destino confuso degli uomini dalla stretta vetta del Requin. Le mani, grosse e nodose di alpinista, stringono asole di canapa. E’ vestito secondo lo stile dell’epoca. Semplicemente. Una giacca di panno e pantaloni di fustagno. In vita è stretta una corda. Il volto, bruciato e corrugato dal sole, pare come torvo e pensoso. A cosa penserà, l’angelo triste?

Guardando questa foto, la più celebre foto di Giusto Gervasutti – scattata dall’amico e compagno Lucien Devies sul Dent du Requin – pensiamo a quest’uomo introverso, chiuso in un proprio elitario silenzio fatto di crode, di conquiste, di misantropia. Ed è forse questo l’errore più grande che la “vulgata” sul “Fortissimo” ci ha consegnato. Insieme alla celebre affermazione “Osa. Osa sempre e sarai simile a un Dio” che ci restituisce un Gervasutti allineato con la retorica e il pensiero eroico dei suoi anni, per decenni Giusto è rimasto all’ombra di sé stesso, o meglio dell’immagine che suo malgrado si è tramandata. Parte da qui, Enrico Camanni, da una foto, in fin dei conti,per andare sulle tracce del Fortissimo. Per rendere giustizia ad un proprio personalissimo “mito”, ma anche e soprattutto per ricalibrare la cifra di un uomo troppo frettolosamente archiviato nell’agiografia creata attorno al suo personaggio. L’errore, se così si può dire, di Gervasutti fu probabilmente proprio quello di essere un uomo in fondo schivo e riluttante alla mediatizzazione dell’eroe – che pure nel Ventennio predominava e dalla quale a piene mani attinsero molti dei “capiscuola” dell’epoca. Non seppe “vendersi”, Gervasutti, e fu forse per questo che una vera indagine sulla sua persona si è fermata come un vecchio orologio, a quel pomeriggio del 1946 in cui precipita con il ramo di corda che stava cercando di recuperare sul Pilastro che di lì a poco avrebbe portato il suo nome, elegante tra la selva di strutture della Est del Tacul.

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Sulle tracce del Fortissimo, dunque. Si potrebbe sottotitolare così “Il Desiderio di Infinito” (Laterza, 2017), l’opera di un Enrico Camanni che, travestito da detective, tenta di ricostruire la vita di Gervasutti, sotto il profilo alpinistico ma anche e soprattutto umano. Disotterando piccole storie nascoste, amori, amicizie, delusioni e idee del personaggio forse meno considerato dell’alpinismo tra le due guerre. Un’indagine appassionata e rigorosa, che parte dai fatti (le poche testimonianze di chi lo conobbe in vita, le ricostruzioni attraverso gli scritti dello stesso Gervasutti e dei suoi compagni ma e anche soprattutto il suo alpinismo come forma di espressione artistica) e risale il corso del tempo. Lettura piacevole, ben equilibrata, che arricchisce ed appaga il lettore nella costante analisi introspettiva eppure prospetticamente proiettata nel tempo e nei luoghi della Torino degli anni ’30 e’40, “Il Desiderio d’infinito” appartiene a quella categoria di libri capaci di collocare l’alpinismo in un più generale affresco storico del nostro Paese.

Pochi – e Camanni è tra questi – hanno capacità e cultura per essere al tempo stesso scrittori di genere (montagna) e divulgatori, analitici senza risultare pedanti o noiosi. Senza tralasciare la componente alpinistica, importante ma non preponderante e soprattutto “calata” nel contesto storico. L’alpinismo come forma d’arte, infatti, è chiave di lettura per capire l’uomo che vi sta dietro. “Che uomo era, Giusto Gervasutti?” Muove da questa domanda Camanni, cercando una via mediana tra l’immagine cristallizzata nel tempo di un’alpinista “del tempo del Regime”  e quella – ridisegnata da Gian Piero Motti nel 1977 nella sua Storia dell’Alpinismo – di un uomo tormentato, nevrotico, travolto dalla sua stessa paranoia. O forse Motti proiettava su Giusto sé stesso, i suoi dubbi, i suoi nodi irrisolti? Certamente il Gervasutti “mottiano” è personaggio più alla moda, più vicini a tempi problematici ed introspettivi. Ma corrisponde al reale profilo dell’Uomo? Non lo sapremo mai, e questa conclusione trapela in ultimo da Camanni il quale – con umiltà – cerca però di fare emergere il Gervasutti segreto, restituendo l’immagine di un uomo posato, riservato, colto persino. Non uomo di lettere, al pari di suoi compagni quali Chabod o Mila, ma d’azione, certo. Ma non insensibile e nemmeno “superomista”. In lui ritroviamo gli ultimi riflessi di un alpinismo autenticamente romantico, sognatore, che rincorre i suoi obiettivi in forma quasi rapsodica. Gervasutti è fatto di rapimenti, folgorazioni. Deve volere fortissimamente una salita prima di intraprenderla, sentirla sua. Come un’opera d’arte.

Questo romanticismo – tardivo in un’epoca dove per la montagna si compiono atti di eroismo, sinceri o meno che siano, dettati da una cultura aberrante e che strumentalizza la “lotta coll’alpe” per ergerla a modello di uomo nuovo – è forse la causa della “sfortuna” di Giusto in fatto di “grande prime”. Le “gare” per sua stessa ammissione, le perde sempre. Arriva “dopo” in quasi tutte i grandi problemi: Nord del Dru, Eiger, e le ambitissime Jorasses. Eppure è Giusto a vedere nello sperone della Croz la più facile delle vie sulla grande parete. Ingaggia – suo malgrado – la corsa con i tenaci (e loro sì, votati ad osare oltre il lecito) tedeschi. Dopo anni di rincorse e strategie arriva – destino beffardo – un giorno dopo. E il voler ugualmente portare a termine una prima ripetizione è testimone di quell’eleganza e di quello stile quasi “inglese” (ed era infatti Mummery uno dei “padri spirituali” di Gervasutti) che pochi potevano vantare in un’epoca di “primeggiamenti”. Gervasutti “soffre” la concorrenza di Cassin e Comici, curiosamente conterranei (seppure trapiantato in Piemonte, ricordiamolo, Gervasutti è friulano di Cervignano). “Risolutore” il primo, “divino” il secondo, entrambi rubano la scena a quest’uomo perso nei suoi sogni che vagheggia mete lontane, avventure interiori ed esteriori, che viaggia già nel futuro. Alpinisticamente è questo uno dei dati più interessanti messi in luce da Camanni. Gervasutti è sicuramente un nume tutelare della scuola piemontese, ma lo dovrebbe essere di tutto l’alpinismo italiano. Le sue scalate (ma anche la sua preparazione metodica e sportiva ante litteram) sono avanti di decenni. Si pensi solo alla sua via sulla Est delle Jorasses (a lungo irripetuta) o al misconosciuto Pilastro Nord del Freney. Salite che all’epoca segnano per le Occidentali un salto di qualità tecnico e mentale che riallinea nel giro di pochi anni l’alpinismo dell’Ovest all’evoluzione tecnica già sperimentata ad Est. Gervasutti, friulano trapiantato in Piemonte, si fa portatore di questa rivoluzione. Scala granito, ma nei polpastrelli e nei movimenti si vede calcare e dolomia. Da’ una scossa ad un ambiente fortemente tradizionalista, radicato nella compassata abitudine sabauda dell’understatement. Lo proietta nel futuro. Forse per questo dietro di sé non lo segue nessuno e fatica a trovare compagni. Troppo breve il sodalizio con Boccalatte, troppa differenza con il pur forte Chabod. Ma Gervasutti non recrimina sui compagni. E’un uomo che guarda sempre oltre.

Gli scritti di Giusto non l’hanno aiutato a divenire “popolare”. Ma la sua scrittura rappresenta l’epoca, nè più nè meno (sarebbe da chiedersi, oggi, quando tra trent’anni leggeranno i nostri articoli pieni di “yeah vez” cosa penseranno…) e in questa luce andrebbe letto e compreso. Eppure, nell’indagine di Camanni, emerge un Gervasutti che vive male il suo periodo storico, lo fa sentire ancora più avulso dal contesto. Non ne condivide i valori, gli schemi, gli stili. Rimarrà così, in un limbo romantico e sognatore, combattuto tra le necessità della vita e le aspirazioni di libertà. Proprio come un angelo di Wenders, il suo occhio si posa con compassione e partecipazione tra quegli uomini che non disprezza, ma tra i quali si sente estraneo. Fino al giorno in cui “cade” dal sogno in cui ha vissuto una vita, lasciando dietro un mito. Un mito che oggi Camanni riporta tra gli uomini, così com’era vissuto.

 

Lezioni di sloveno

di Saverio D’Eredità

Per comprendere a fondo un’arte bisognerebbe studiarne altrettanto approfonditamente l’ambiente e le circostanze che ne hanno permesso l’emersione e lo sviluppo. In questo senso per capire davvero il blues si dovrebbe girare per le strade di New Orleans, così come sarebbe stato interessante poter visitare le botteghe di Firenze ai tempi di Giotto. Perché l’arte è sempre il prodotto della storia, dei costumi, delle tradizioni e dei talenti che si sviluppano in dato momento in un certo luogo.
Parafrasando, per comprendere appieno ciò che ha permesso all’alpinismo sloveno di formare alcuni tra i più grandi esponenti dell’alpinismo moderno e diventare una vera e propria scuola, è necessario calarsi nella cultura e nei luoghi che costituiscono quella sorta di fertile humus che ne ha permesso lo sviluppo.
Sono spesso questi i pensieri che mi accompagnano quando mi trovo a camminare verso gli attacchi delle vie sulla Nord del Triglav o di ritorno da un giretto a quel parco dei divertimenti per alpinismo invernale che è il Passo Vršič. Se la “Stena” è il terreno ideale d’estate per sperimentare le grandi vie d’ambiente e muoversi su centinaia di metri di parete, il passo rappresenta invece una sorta di campo scuola per approcciare percorsi, tecniche e metodi su neve e ghiaccio. Continua a leggere

La montagna del cuore

di Saverio D’Eredità

Ognuno di noi ha una montagna del cuore. O almeno dovrebbe, se proprio non è arido d’animo. Non deve necessariamente quella più bella, o più famosa o più difficile. Anzi, non dovrebbe essere nessuna di queste. Dovrebbe essere solo un luogo di riconciliazione. Dove andare quando si è stanchi. O non si ha tempo o voglia di pensare. Quando vuoi condividere qualcosa. O semplicemente, per stare. Come quando da bambino ti portavano dai nonni, e non c’era niente di meglio di quelle ore lente e pacifiche in cui ci sentivamo accolti e protetti. Che magari lì per lì dai nonni non ci volevi andare perché pensavi di annoiarti e invece finiva che da quei pomeriggi non ti saresti staccato mai.
Sarà per questo che la chiamano Stara Baba, la vecchia nonnina. Il Mataiur, con i suoi fianchi larghi e le sue dorsali smussate, con quella cupola sempre sbarbata dal vento, sembra proprio una vecchia nonna, adagiata sulla seggiola e avvolta da una scialle fatto di castagni. Osserva bonaria le sue valli, aperte come le dita di una mano ai suoi piedi. Più che una montagna, un nume tutelare per tutti gli abitanti delle valli del Natisone.
Leggenda, ma non troppo (visto che la riporta Paolo Diacono nella Historia Longobardorum), vuole che sia questo il monte che il Re Alboino “ascese e da lassù contemplò fin dove potè spingere lo sguardo, le terre che si aprivano intorno”. Vecchia nonna, nume, divinità, o monte del Re al tempo dei Longobardi, c’è sempre un motivo per guardare a questa piramide distesa e serafica.
Al Mataiur si torna in ogni stagione. In ogni momento. In ogni ora del giorno.
Il segreto del monte del cuore è proprio questo. Deve essere un luogo che ti accoglie, sempre. Come la casa dei nonni. Il segreto del monte del cuore è che ogni volta che torni non ti annoia, ogni volta vi associ un ricordo diverso. Perché comunque la si voglia vedere, pur se facile, dolce, adagiata, sempre una montagna è.
Perché c’è stata quella volta che sono salito con un vento che tagliava la faccia e manco si stava in piedi (a dire il vero, secondo Graziella, il vento lassù taglia sempre la faccia, anche d’estate). O quella volta che ho fatto tutto il giro della cupola salendovi quattro volte da quattro lati come un pellegrino. E quell’altra che sulla cresta nord (si, ha una cresta nord, cosa storcete il naso: e ha pure un suo perchè!) con un vento malefico (in effetti vento qui ce n’è parecchio) per un minuto mi pareva di essere sulla cresta del Lhotse. Ed un’altra volta invece ho trovato un firn che mi ha fatto quasi piangere.
C’è stata la volta che l’ho fatto tutto in discesa (cioè senza salita, ma è troppo lunga da spiegare) e quella invece che l’ho fatta tutta in salita da Cividale in bici. Prima la pioggia. Poi la nebbia. Infine la grandine. E la neve: e quando sono arrivato a Montemaggiore mi sono sentito Bartali al Galibier.
La prima volta di notte, e la seconda che c’era una nebbia da thriller e abbiamo sciato pianissimo neanche fossimo sui 50° e nel fascio di luce della pila per non perderci. C’è stata la volta che sui prati s’era attaccata una nebbia da Highland scozzese e poi di colpo è finita 20 metri sotto la cima e sopra era estate e galleggiavano le Giulie.
Al monte del cuore si torna soprattutto per vedere. Perché la cosa bella del Mataiur non è tanto il Mataiur stesso, ma che dalla sua cima si vedono le Giulie.
È come un album dei ricordi, in cui uno per uno appiccichi le foto come francobolli di un percorso misterioso. Non conti nemmeno più le volte che ci sei stato. Non avrebbe senso. La montagna del cuore è molto probabilmente quella dell’inizio. E altrettanto probabilmente sarà quella della fine.

Però tra tutte le volte, è sempre con la neve che accade qualcosa di speciale. Forse è stupido, forse diventa una specie di fissazione o rituale che poi è uguale. Quando la vecchia nonnina si avvolge del mantello bianco succede qualcosa di nuovo. Succede che la Stara Baba, maestra di incantesimi per i popoli delle valli, ha nuovamente compiuto la sua magia. Ma devi cogliere l’attimo, non lasciarti tentare dalle sirene o abbattere dal vento (sempre lui) che ti travolge lì dove scollini e il Nero ti appare come il dente di uno squalo. Devi cogliere l’attimo, quello in cui la nonnina ritorna quella splendida fanciulla che fu nel tempo immemorabile, prima di Alboino, prima di tutti.
E disegnare su suoi fianchi dolci le tue curve è come dare quel bacio che spezza l’incantesimo.

Di oscurità e promesse

“Vedi cara è difficile spiegare,
è difficile parlare dei fantasmi della mente”
F. Guccini

di Nicola Narduzzi

La macchina scorre veloce sulla linea d’asfalto persa nel nulla della campagna, scuotendo pigramente al suo passaggio l’erba alta che delimita la carreggiata. Le piante di mais si stagliano fiere con i loro pennacchi verso il cielo, sopra di esse solo le montagne fanno capolino attraverso l’aria estiva carica di umidità. Nessun paese, nessun edifico, nessuna persona a turbare l’armonia di questo piccolo angolo di mondo. Mentre le loro ombre gradualmente si allungano, proiettate dal sole che cala verso l’orizzonte infiammando il cielo, mi rendo conto di esser rimasto solo al mondo.
Vorrei fermarmi.
Scendere dall’auto.
Sedermi su un muretto a secco.
Guardare la luce scomparire oltre quelle creste che laggiù, ad occidente, delimitano il mio angolo di mondo.
Assaporarla fino all’ultimo istante, vivere la profonda malinconia di non poterla inseguire.
Respirare la sottile brezza che soffia la sera tra le strade di campo, quando la terra sospira finalmente libera dall’opprimente battuta dei raggi del sole. Eppure non riesco a fermare l’auto, non posso. Continuo a guidare, intrappolato in una corsa inarrestabile verso oriente, verso l’oscurità che risale dalle profondità della terra, avvolgendo la campagna, avvolgendo me, finché ogni cosa non scompare. Il resto è silenzio. Continua a leggere

Il Canale dell’Altrove

di Saverio D’Eredità

E’ un po’come quando un giorno decidi di rompere gli indugi e bussare al tipo/a della porta accanto per andare a bere fuori qualcosa. Vi siete incrociati mille volte sul pianerottolo e in ascensore e a parte “buongiornobuonasera” non vi siete detti altro. Ma magari è una persona interessante. Magari diventate amici o chissà. Ecco quel canalone è proprio quello “della porta accanto” che guardi sempre, ma chissà perchè alla fine non ti sei chiesto nemmeno come si chiama.

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Il Diedro Infinito

di Saverio D’Eredità

Prologo

Come il pane o la poesia

Che silenzio che c’è qui. Che silenzio tra queste rocce, ultime a difendere la luce di un giorno che man mano svapora. Il buio risale dal profondo del terra. Procedo piano. Una pietra, smossa, precipita senza far rumore quasi fosse senza peso. Mi sento leggero anch’io, o forse sono solo svuotato e quella che sento è semplicemente fame. C’è un piacere sottile a percorrere con lentezza questi ultimi tiri, come a voler conservare un ricordo più a lungo di altri.
D’improvviso l’aria si riempie di una luce riflessa. “Guarda”, dico ad Andrea che sta rollando una meritata cicca di fine via. È l’ora in cui il sole giunge a riscattare l’altra faccia del diedro dall’ombra millenaria cui sembra condannata. Pochi istanti prima del tramonto a dar vita a queste pietre senza significato, se non per i nostri occhi e le nostre mani che oggi le sfiorano e le osservano. Lo spigolo del diedro, illuminato, si staglia come una prua nel vuoto e forse solo ora prendiamo coscienza di dove ci troviamo. Il Cozzolino, il diedro infinito, è ormai dietro di noi. Continua a leggere