Vladimir Dougan – il “figlio unico” dell’alpinismo giuliano

di Saverio D’Eredità

Che fine fanno le storie al margine della Storia? Cosa accade a tutte quelle testimonianze, memorie, documenti o semplici ricordi che non riescono ad entrare nel flusso principale della Storia? Scivolano via, sfocano piano piano prima di scomparire del tutto. Eppure la Storia è un processo selettivo. Per tutto ciò che viene cristalizzato nella memoria e poi tramandato alle generazioni successive vi è una parte altrettanto consistente di storie minori, voci deboli, ma non per questo trascurabili. O semplicemente sfortunate, o dimenticate sbadatamente. Troppo intime per essere raccontate a fondo.
Sembra questo il destino di certi alpinisti. Non la loro bravura, né le coincidenze, o le occasioni li fanno scivolare ai margini dei ricordi. Ma una sorta di pudore.

La storia di Vladimir Dougan ne è forse un caso esemplare. Una storia che riemerge oggi, quasi un reperto da fondali del Tempo e della sua prediletta val Dogna, nel film  di Giorgio Gregorio e Flavio Ghio “Domandando di Dougan“.
Disseppellire storie è un processo faticoso ed affascinante. Una forma di archeologia estenuante, per la quale spesso non basta metodo e dedizione, specie quando anche le voci di chi è testimone sono scomparse. Continua a leggere

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La parodia dei Falliti

di Saverio D’Eredità

Un tizio che scala una parete – rigorosamente ambio, rigorosamente corda dall’alto – per poi calarsi direttamente sul suo SUV compatto dove può caricare tutto senza pensieri, pure il cane e la fidanzata.
Una coppietta che si sveglia felice nella monovolume adattata a VAN in mezzo ad un romantico bosco nordico con cappellino di lana colorato stile Manolo (o Manu Chao?).
L’arrogantissimo manager che si collega in conference call, impartisce due ordini e poi sgomma in mountain bike (cagando in testa a tutti, nda).
Una normale prima serata davanti alla TV.
Non sarà un caso che mi trovi in una fascia oraria particolarmente appetibile al target di quel consumatore (probabilmente di là a pochi secondi sarebbe andato in onda Pechino Express o Alle Falde del Kilimangiaro, quindi hashtag #sport#nature#life#outdoor#travel etc).
Dovrei riflettere sul fatto che forse la mia macchinina per nulla crossover e dal bagagliaio molto ordinario mal si addice al mio lifestyle di alpinista della domenica ed amante dell’outdoor. Eh sì, sarebbe ora di cambiarla, se no, che figura ci fai con gli amici se arrivi con la berlina o la citycar?

“Certo che ci sono un sacco di pubblicità con gente che arrampica” commento distrattamente. Ma la mia interlocutrice – con capacità di sintesi e acutezza tipicamente femminili – osserva “bè, non mi stupisce. I nuovi stronzi siete voi”. Continua a leggere

Il frutto proibito

di Saverio D’Eredità

Noi siamo quelli del Fight Club. E la prima regola del Fight Club, com’è noto, è che non si parla del Fight Club. Quindi non devo spiegarti perché il dorso della mia mano destra è inciso da un taglio lungo almeno sette centimetri dall’indice al polso, ancora poco cicatrizzato e ben visibile. Soprattutto perché tu, con quella camicia rosa e la cravatta con i pagliacci non hai proprio niente da guardare.
Accade più spesso di lunedì. Stringi una mano, ti poggi su un bancone per chiedere un caffè o saluti qualcuno entrando. Ti guardano con quell’aria, tra il biasimo e lo stupore, tipo quando vai in giro con la zip dei pantaloni aperta o la maglietta infilata al contrario. Ti chiedi cosa non vada in te, ok la barba non la tieni proprio bene, ma non sei certo un hypster e comunque la doccia stamattina l’hai pur sempre fatta.
Poi osservi le tue mani, tagliuzzate e rovinate e pensi che qualcuno possa immaginare di te chissà che perversioni. In un certo senso è così.
Accade più spesso di lunedì, coi capelli ancora un po’incrostati e la faccia di cuoio bruciato. Riconosci i tuoi simili, e non dici niente perché hai già capito. Siamo quelli del Fight Club. E abbiamo assaggiato tutti, almeno una volta, il frutto proibito dell’oblio. Continua a leggere

Michele dalla Palma – 2 ottobre – Venezia

Giornalista e fotografo, esploratore e grande viaggiatore, ha realizzato molte spedizioni e centinaia di reportages, in ogni continente, per la stampa italiana e internazionale; Direttore Responsabile della rivista TREKKING&Outdoor.

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Atleta professionista nello sci alpino, maestro di sci ed ex-Istruttore Nazionale FISI, guida AIGAE, ex-istruttore di alpinismo e scialpinismo del CAI, dalla fine degli anni ‘70 si è sono dedicato alle scalate sulle grandi montagne del pianeta, organizzando numerose spedizioni in tutto il mondo, dall’Himalaya alle Ande, dai deserti africani alla Patagonia e alla Tierra del Fuego. Tra le imprese più importanti la partecipazione nel 1984 alla salita del Makalu (8481 metri), quinto gigante del pianeta; importanti salite sulle Ande peruviane e prima salita dell’inviolata parete ovest del Pisco (1985); prima ascensione solitaria alla parete nord del Nun, 7135 metri nel Tibet Occidentale (1986), Nel 1987, con Alberto Salza ed Enzo Maolucci ho compiuto la traversata integrale della Suguta Valley, 370 chilometri a piedi in autosufficienza nel Grande Rift africano tra il Kenya e l’Etiopia, uno dei luoghi desertici più ostili del pianeta.
Nell’inverno 2006 ha attraversato la Siberia da Vladivostok agli Urali e nell’autunno dello stesso anno ho compiuto una delle prime traversate integrali della Dancalia, nel Corno d’Africa.
Nel 2007, con 4 amici americani e un cacciatore Innuit, ha percorso, in un mese di totale isolamento e autosufficienza, oltre 400 chilometri in canoa in una delle ultime zone inesplorate dell’Alaska, fino al Mar Glaciale Artico.

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Alpine Warriors – un viaggio nell’epica dell’alpinismo sloveno

di Saverio D’Eredità

Se la storia dell’alpinismo si potesse leggere come un poema epico, allora certamente quella dell’alpinismo sloveno potrebbe essere spunto per uno dei canti più intensi ed appassionanti. È sotto questa chiave di lettura che Bernadette McDonald si addentra nella storia e nei personaggi che hanno fatto della scuola slovena una delle più importanti e incisive a livello mondiale. Proprio come nello schema classico dell’epos, tutto si origina ai piedi di una montagna-archetipo: il Triglav, nume tutelare degli alpinisti sloveni e sovrano delle Giulie. Nel teatro naturale che è la sua gigantesca parete nord (“Stena” per gli sloveni: ovvero “La” parete) si crea quella sorta di mito di fondazione che rende epica la storia dell’alpinismo sloveno.
La drammatica salita di Joža Čop e Pavla Jesih nel 1945 al più bel pilastro della parete è l’ultimo atto di un alpinismo follemente romantico, e allo stesso tempo il passaggio di consegne tra due generazioni. Perché dovranno passare ben 23 anni prima che una nuova generazione di alpinisti scriva un nuovo capitolo della propria storia, proprio su quella parete e su quella via che di fatto coronarono un’epoca. La scalata invernale di Aleš Kunaver (con Stane Belak “Srauf” e Tone Sazonov) sul Pilastro di Čop non solo è ammantata di leggenda, per la straordinaria prova di resistenza e persistenza dei tre alpinisti, ma anche per il suo lascito, quasi un marchio di fuoco  che avrebbe influenzato tutte le generazioni successive. Si apre così “Alpine Warriors” (nella traduzione, a dire il vero non proprio azzeccata di “Guerrieri venuti dall’Est”), tradotto da Alpine Studio in italiano, l’ultima opera di Bernadette McDonald, sicuramente una delle migliori narratrici di  montagna e già autrice della controversa biografia di un personaggio assai particolare come Tomaž Humar.
La McDonald ha preso spunto proprio dal lavoro svolto su Humar per approfondire le radici dell’alpinismo sloveno. Un viaggio che si compone di tessere ora esatte, ora incoerenti, di un mosaico variegato, ma che trova origine in quella cultura della montagna che è molto radicata nel popolo sloveno. Si parte dunque dal Triglav, vera e propria “heimat” per tutti gli sloveni, e da quello che potremmo definire una sorta di padre spirituale dell’alpinismo sloveno moderno, ovvero Ales Kunaver. E’ lui che, resosi conto del ritardo storico che gli sloveni stavano scontando a causa dell’isolamento politico rispetto alla grande scena dell’alpinismo di punta, capisce che “per raggiungere un treno che è già partito…devi correre più veloce di lui” (parole di Kunaver!)
E gli sloveni, hanno corso, eccome! Tutto l’alpinismo himalaiano dagli anni ’70 all’inizio dei 2000 è dominato dalle cordate slovene: persa la corsa ai simbolici quattordici 8000, infatti, gli sloveni rilanciano su obiettivi tecnici ed ambiziosi. Di fatto, spostano il limite. La sud del Makalu, o ancora di più quella del Lhotse, sono scalate avveniristiche che segnano in maniera irreversibile la tendenza del grande alpinismo in alta quota. Se oggi consideriamo lo stile alpino sulle grandi pareti l’avanguardia alpinistica, lo dobbiamo soprattutto a quella generazione di uomini eccezionali, dotati di una resistenza, motivazione e tenacia fuori dal comune.

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Non è tuttavia solo una “bella storia” di cordate affiatate, di sfide vinte o straordinarie avventure. La McDonald si addentra nelle pieghe psicologiche dei singoli personaggi, tanto che la stessa struttura del libro è di fatto un tentativo di misurare la cifra umana di uomini complessi, tormentati e talvolta contraddittori. In questo tentativo di indagare la vera natura che si cela dietro gli alpinisti (esploratori, uomini d’avventura o drogati in preda ai loro demoni?) Bernadette Mc Donald scava tra le pieghe dei personaggi, ne indaga le motivazioni, percorre le storie familiari, si sofferma su quell’umanità trascurata, troppo spesso marginale nelle biografie degli alpinisti. Merito o demerito? Illuminare gli aspetti controversi delle esistenze degli alpinisti, i sacrifici richiesti a sé stessi e alle loro famiglie è senz’altro un merito, se non altro perché permette il distacco da quell’agiografia tecnica cui siamo abituati. Tuttavia il lavoro pare rimanere a metà. Il libro tende comunque alla disamina storico-biografica della galleria di personaggi che, da Kunaver a Prezelj, si sono succedute scandendo il ritmo con le diverse scalate, soffermandosi qua e là su aspetti politici e commerciali non indifferenti. La sensazione è che talvolta si rimanga sospesi tra l’approfondimento individuale delle psicologie e la volontà di ricerca di una qualche coralità. Emerge, tuttavia, la sensazione che quello slovena sia uno “spirito” più che una “scuola”. Spirito incarnato e interpretato con differenze spesso profonde e inconciliabili, dai diversi attori. Si pensi solo alla nemmeno tanto velata competizione tra Cesen e Svetičič, alle divisioni insanabili sorte dentro l’alpinismo sloveno proprio a causa di Cesen successive all’arcinoto e arcipolemizzato affaire Lhotse, come anche attorno alla problematica figura di Tomaz Humar. Tutt’altro che una scuola, fatta di disciplina, gerarchia come una vulgata da “blocco sovietico” vorrebbe far passare. Quello sloveno sembra procedere per scatti, furore, istinto. Knez, Karo, Jeglic e tutti gli altri, si distinguono ognuno per personalità forti, spesso intransigente, con quello tocco di follia (intesa non come disprezzo della vita quanto piuttosto un misto di fatalismo e spudoratezza) abbastanza comuni agli alpinisti dell’est europeo che di fatto ha permesso loro di fare un passo in più.

“Alpine Warriors” ha il merito dunque di mettere in rilievo alcuni dei personaggi chiave della storia dell’alpinismo moderno, che hanno saputo prima di altri interpretare davvero il futuro con scalate di altissimo livello tecnico e quasi da subito improntate a quello stile alpino che è di fatto il riferimento per l’alpinismo di punta attuale.
Abbiamo parlato di epica. I grandi personaggi dell’alpinismo sloveno, dalla McDonald tratteggiati nelle loro complessità e nei loro giorni “eroici” sono accompagnati, lungo tutto il libro, dalle parole di quello che potremmo definire come il poeta dell’alpinismo sloveno, un vero e proprio Virgilio che pare suggerire all’autrice la chiave di lettura per ognuno di essi. È Nejc Zapotnik, figura poco nota agli “occidentali”, ma che ogni alpinista sloveno ha nel cuore. E di cui ha almeno una copia del suo unico libro “Pot”, una sorta di testo sacro per quella generazione di alpinisti nata dopo la guerra.
“Pot” (in sloveno “sentiero”) è più di un libro. È il testamento di un uomo introverso, difficile, intimamente poetico e al tempo stesso profondamente combattuto. Un uomo che ha saputo con le sue parole porsi fuori dal tempo e cogliere l’essenza di quei sentimenti che albergano nel cuore di ogni alpinista. Gli sloveni hanno una vera venerazione per questo testo e per Nejc, anch’egli alpinista di punta, scomparso sul Manaslu travolto da una valanga. Prima di morire, tuttavia, egli aveva dato alle stampe questo libro, a metà tra il diario, la confessione e la speculazione filosofica. Un libro che pur non parlando direttamente o esplicitamente delle scalate ne coglieva l’essenza, l’origine che nasce dal turbamento che è in ogni uomo di fronte al dissidio tra finito e infinito. Tra essere e voler essere. Il Nejc “virgiliano” ha senza dubbio ispirato e condotto Bernadette McDonald in questo viaggio, che forse non risolve appieno l’intricato intreccio di vite e di azioni degli uomini che vi vengono descritte, ma che ci trasporta attraverso i giganti della Terra attraverso mani, gambe e cuore di una generazione di alpinisti del tutto fuori dal comune. In altre parole, epici.

Un piccolo diedro

di Carlo Piovan

Uscire di casa in un ordinario giorno lavorativo, oltre che con la solita borsa da lavoro, anche con lo zaino e la corda , mi trasmette lo stato d’animo di quando si andava in gita scolastica. I pensieri che si legano alle prassi da sbrigare in ufficio, vengono saltati a piè pari dall’aspettativa di passare un pomeriggio a giocare con placche e fessure all’ombra delle fronde di un bosco di castagni.

Le ore pomeridiane che riesco a passare sulle pareti di Rocca Pendice, le vivo come un regalo prezioso, con lo stato d’animo leggero grazie all’ottima chiodatura a fix delle vie che permette di rilassarsi e concentrarsi sul movimento del corpo in parete, senza le complicazioni che regolarmente ogni fine settimana vado a cercarmi in giro per le Alpi.

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Polvere e Spit

di Saverio D’Eredità

È sempre rischioso dar peso alle promesse fatte davanti a una birra dopo una giornata di montagna. La fatica accumulata aiuta il seppur lieve tasso alcolico ad entrare in circolo, la rilassatezza fa allentare i freni inibitori della parola e, se la compagnia è giusta, è facile ci si sbilanci parecchio.
La giornata era partita con il clamoroso pacco rifilatomi dal socio poche ore prima e che come conseguenza ebbe una rabbiosa ed improvvisata salita al Pacherini. Da lì, con il provvidenziale consiglio di Claudio, mi rintanai da solo fin sulla Croda del Sion. La salita si compì come una seduta psicanalitica, confermandomi ancora una volta l’utilità delle “solitarie su cime solitarie” come indispensabile equalizzatore degli umori. L’annata fin lì avara di soddisfazioni stava accumulando delle scorie e come al solito mi ritrovavo a far i calcoli con la lista degli obiettivi irrealizzati.

Non fu del resto un caso il fatto di incrociare Andrea al rifugio mentre serviva ai tavoli. Attesi la fine del turno e la birra fu solo una logica conseguenza. Di sorso in sorso lasciammo roteare la girandola dei sogni sulle mille salite che avremmo voluto fare nello scampolo di stagione che ci rimaneva e, tra tutte, la mitica Piussi al Pinnacolo della Cima del Vallone esercitava su di noi un irresistibile fascino. Il Pinnacolo! Come non averci pensato prima! Fummo rapiti dall’euforia di quella salita tanto agognata, quasi fosse un nostro personalissimo omaggio ad un grande delle Giulie. Il Pinnacolo! L’obiettivo dell’anno era stato individuato. Brindammo al nostro sogno e riprendemmo la strada del fondovalle, con la testa già altrove. Continua a leggere

Giorni inutili

di Saverio D’Eredità

C’è sempre una cosa che faccio, l’ultima mattina prima di partire da Chamonix. Esco di casa, ancora senza colazione (perché la facciamo al bar, l’ultima mattina, “per non sporcare che abbiamo già messo a posto”) e vado a spedire le cartoline. So che può sembrare retrò come cosa, ma ci sono persone cui ancora piace ricevere le cartoline. Non fosse altro che per prolungare l’attesa del rientro e, una volta rientrati, stupirsi ancora dei luoghi che qualcuno dei nostri amici o parenti ha visitato. È una cosa vintage, la cartolina, ma secondo me funziona ancora. Le foto di Whatsapp, per dire, mica le appendete al frigo.
È un momento un po’malinconico, quello delle cartoline. Pensi al viaggio che hai da fare, le ore di autostrade, pedaggi, caselli e brutture varie o come non farsi prendere dalla tristezza pensando a tutto quello che ancora avresti voluto fare. La classica sindrome ben rappresentata nel spot “Costa crociere”, con la gente che piange alla cassa del supermercato. Il classico turista che se ne va e torna alla sua vita piatta, insomma. Niente di più standardizzato.
Cammino spedito lungo Rue Payot verso le Poste Centrali e mentre do un’occhiata alle pasticcerie e baretti per individuare quello più adatto alla colazione, incrocio gli sguardi di altri turisti o alpinisti diretti chi alla Midi, chi al Flegére o altri ancora al Montenvers. È ancora presto, e su questo versante del Bianco il giorno è un’onda di luce che si spande oltre l’orizzonte delle Aiguilles, mentre la valle dell’Arve è ancora avvolta in ombre di rugiada.
Dai loro sguardi posso intuire smarrimento, indecisione, determinazione. Dalla postura o dall’abbigliamento, dal tipo di zaino o dalla direzione, posso supporre le mete che hanno in programma.
Il polacco con lo zaino più grande di lui stasera andrà a bivaccare da qualche parte sotto il Dru o semplicemente si sposta dal campeggio? E quel tipo col berretto con visiera e la cicca in bocca di prima mattina che non gli daresti niente, non potrebbe invece aver progetti molto strani sulle Jorasses?
C’è il classico soggetto in tenuta d’ordinanza “normale al Bianco” e quelli più squinternati che ti danno sempre l’aria di combinarla grossa, ma è facile trovarli dopo alla Microbrasserie che ancora non hanno deciso. C’è il tipo pulito da “arrampicata plaisir sulle Aiguille Rouges” e facce convinte da ultratrail.
È un po’così, Chamonix. Ci si mescola e ci si confonde. Si fa la coda per le giostre più alla moda o ci si ritrova per caso e da soli in angoli incantati che ti chiedi come-mai-nessuno-qui.
È il riproporsi di un rito, da decenni, che nonostante mode, tendenze, innovazioni sembra trovare ogni volta il modo di rigenerarsi.

C’è un’altra cosa che faccio, l’ultima mattina prima di partire, chiudere casa e consegnare le chiavi. Nel baretto ben individuato, seduto nell’angolino con qualche burrosissima brioche e la voglia di un caffè vero, rileggo la guida. Sì, lo so che sono un fanatico, ma meglio questo di altri fanatismi, credo.
Ripercorro le vie salite, segno quelle che la prossima volta mi sentirò in grado di fare, scovo altre che non avevo considerato.
Perchè lo spigolo Nord della Blaitière dev’essere un vione, e forse la Contamine al Dru se siamo in forma possiamo pensarci. Mi piace sfogliare voluttuosamente le prime pagine, quelle di introduzione storica, quelle normalmente ignorate all’inizio perché presi dalla foga di compilare i listoni, pianificare orari, giornate, materiali e strategie. È in questo momento che assumono una loro dimensione, quasi riesca a vederle in prospettiva.
Dai Ravanel e Lépiney a Mummery, da Young e Knubel avanti fino a Terray e Contamine, Rebuffat e poi gli inglesi. I primi spit di Piola e gli exploit di Profit e Gabarrou. Altri nomi di ignoti su cime meno note che eccitano la fantasia. Le rocce che hai toccato, le doppie buttate nella rabbia o nella fretta, rinunce e piccole soddisfazioni ritrovano una collocazione. Le metti in fila, le dai un nome e provi a infilarle nello zaino, come materiale indispensabile per il futuro.
Vedi? Abbiamo sbagliato quella mattina sulla Blaitière, ma eravamo sull’antico attacco della Ryan. E quei ragazzi sbucati d’improvviso sotto la cuspide del Peigne, che salivano lo spigolo Nord, avevano ragione a dire che era “6a ma per niente facile”, visto i nomi degli apritori, veri specialisti delle fessure chamioniarde. Ti senti anche tu parte di quella storia. È vero, sei solo un turista, ma cos’era in fondo lo stesso Mummery?
Chiudi la guida, è tempo di saldare il conto, rivedere ancora una volta l’assetto dell’auto stracarica, cercando un equilibrio tra i friends e i giochi di tua figlia. Da sotto il sedile spunta la seconda picca che anche stavolta non è servita.
È fresco stamani. Mentre ripercorro indietro la strada alzo lo sguardo sulle Aiguilles. L’occhio scorge qualcosa di nuovo ed inedito. È scesa la prima neve.
Nei cupi canali battuti dalle scariche per giorni, sulle placche scure, una raggiera di linee si rivela. Un occhio allenato e anche un po’fissato, può intuire possibili traiettorie di discesa o di salita. La ruota riparte. Sorrido. Non conosco un modo più stupido ed eccitante per ingannare il tempo come l’alpinismo. Nient’altro che uno stratagemma per sopravvivere, tenere la mente aperta e non lasciarsi scoraggiare.
Che la cosa bella, in fondo, è proprio lasciarsi ingannare ogni volta da un trucco che già conosciamo. Dopo tutto, diceva Nick Hornby, c’è sempre una prossima stagione.

Chiudo il bagagliaio. Un colpo secco e sta dentro tutto. Cosa riportiamo a casa? A far una lista, ben poco. Era più lunga quando siamo partiti. Dieci giorni fa, al secondo pedaggio pagato e mentre cercavo di divincolarmi tra le auto in ripartenza alla barriera di Milano Certosa mi ero ripromesso che per un po’non ci sarei tornato, a Chamonix. Che mi aveva stufato. Troppi soldi, troppe code, troppo tutto. E invece sono rimasto di nuovo fregato. Perché è qui che ti rimetti di nuovo in discussione. Riparti da zero. La tua presunzione, le tue certezze, la aspirazioni, è più facile che vengano smentite piuttosto che confortate; è il valore della paura, che riscopri. L’essere piccolo non ti fa sentire inferiore. L’essere pavido può essere la tua miglior difesa. L’essere debole la tua maggiore forza.

Ma, in fondo, non stiamo parlando che di giorni inutili. Giorni passati a parlare di fessure e di diedri, di condizioni ed avvicinamenti. Di meteo ed orari. Ma sono questi giorni inutili che ci mancheranno. E allora in queste cartoline che infiliamo nella buca credo che in fondo stiamo scrivendo un po’anche a noi stessi.
Che sia concessa anche a noi, ogni tanto, un’insolita leggerezza. Questo stupore bambino. Questa lucida stoltezza.
Siano concessi a noi questi pensieri lievi, questa stupida euforia. Torneremo domani ai vostri doveri, alla vostre carte, ai vostri conti sempre in ordine – sempre a scapito di qualcuno.
Sia concesso a noi il tempo del silenzio, per dire una parola in meno e pensarne una in più. Testimoni del saccheggio della parola, assuefatti al vuoto dei proclami, alla violenza delle menzogne, portiamo fieramente in mano i nostri giorni inutili.
Le nostre mani sono ruvide e spellate. La pelle racconta una storia con le rughe. In fondo al sacco l’odore dei vestiti da lavare è memoria di giorni vissuti.
Che sia concesso a noi ancora una volta questo privilegio insolito, di tutti il più prezioso. Il privilegio della nostra inutilità.

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Enrico Biasotto e un’alba sul Bianco

La biblioteca di Alessandria

“Secondo me ci siamo troppo imborghesiti
Abbiamo perso il desiderio
Di sporcarci un po’ i vestiti”

Brunori Sas – “Secondo me”

di Saverio D’Eredità

Se provate a cercare “Comici Vano Nero” su Google vi viene fuori poco o niente.
Per affinare la ricerca potete provare varie opzioni, ad esempio scambiando l’ordine delle parole o aggiungendo a seconda Vano+Riofreddo e togliendo Comici (visto che di vie Comici su quella montagna ce ne sono due). Tutto quello che troverete è la scansione di “Google Books” della Buscaini, note biografiche su Comici stesso e una discussione su un noto Forum che è molto rappresentativa dei nostri tempi: si discute tanto ma sul niente, ovvero senza sapere esattamente di cosa si stia parlando.

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Il diedro fossile e un dizionario di geologia

di Saverio D’Eredità

Arrampichiamo nel solco di un diedro fossile, le cui pareti sono plasmate da milioni di esseri viventi che popolarono il mare del Devonico.
Arrampichiamo il tempo profondo, dal passato remoto ad un presente intangibile. Ascoltiamo con le mani questa lingua antica, fatta di miriadi di gusci, conchiglie, alghe calcificate.
Mi pare di vederli lavorare, pazientemente e per migliaia, milioni di anni, scalpellare questa gigantesca scogliera come scultori certosini in quei mari caldi.
Arrampichiamo il diedro fossile e il suo tempo materializzato. Continua a leggere