Per il puro piacere di arrampicare

 

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

(P.Handke – Elogio dell’infanzia)

di Saverio D’Eredità

Sento una strana tranquillità, questa mattina. Parcheggiamo l’auto per primi in Val Venegia, proprio davanti ai profili dentellati e sbilenchi dei Bureloni che ancora ombreggiano sui prati freschi di rugiada.
Gli zaini, già pronti dalla sera prima, salgono subito in spalle e ci avviamo spediti. Anche ieri sera, nel prepararli, avvertivo questa singolare calma.

Sul pavimento del disimpegno il tintinnare argenteo dei materiali rompeva il silenzio della casa, ormai un passo nella notte. Per qualche istante mi concentrai sui suoni e sui gesti piuttosto che sulla scelta del materiale. Quante volte avevo già rinnovato questo rituale, ripetendo i medesimi gesti, udito questi suoni, rivolgendo le stesse domande al compagno? Continua a leggere

40 anni fra pareti e cime: incontro con Peter Podgornik al Nevee Outdoor Festival – Sella Nevea 21 luglio 2017 ore 21

Se avete mai avuto modo di buttare l’occhio sulle varie monografie di alpinismo extraeuropeo avrete sicuramente notato la ricorrenza di taluni nomi, ostici alla lingua italiana. Knez, Karo, Cesen, Jeglic, Sveticic, Podgornik (solo per citarne alcuni!)… vi dicono niente?
E’ la “generazione d’oro” dell’alpinismo sloveno quella che a cavallo tra gli anni 70 e 90 ha letteralmente fatto incetta di prima di livello altissimo in Patagonia, Cordillera Blanca, Garwhal indiano, Himalaya. Una generazione che ha segnato una svolta nella concezione dell’alpinismo del tempo, proiettandosi in avanti con uno stile che solo oggi le nuove generazioni riescono a capire ed interpretare in maniera innovativa. Negli anni 80 pensare di muoversi in Himalaya, su pareti in larga parte sconosciute, spesso in stile alpino e con mezzi ridotti era fantascienza. Eppure gli sloveni hanno dimostrato che era possibile.
Una generazione cresciuta all’ombra delle grandi pareti delle Giulie che i ragazzi dell’epoca hanno divorato metro a metro, d’estate e d’inverno, in solitaria o slegati. Questo aspetto non è stato trascurabile nella loro formazione: arrampicando nelle condizioni peggiori in Giulie hanno messo da parte un bagaglio di spessore che ha permesso poi di portare a termine eccezionali realizzazioni in alta quota o in climi estremi.

40 anni fra pareti e cime-5rP (2)

Al Nevee Outdoor Festival 2017 incontreremo uno dei maggiori esponenti di quell’epoca irripetibile: Peter Podgornik.

Prolifico scalatore di altissimo livello, con 40 anni di attività alle spalle (eh, sì, perchè non ha mica messo le scarpette al chiodo!) dalla Himalaya alla Groenlandia, dalla Patagonia allo Yosemite, Podgornik oltre ad essere uno dei più grandi alpinisti sloveni è anche un attivo divulgatore e promotore di manifestazioni alpinistiche, documentari, libri. Sua è la guida monografica del Mangart, un riferimento storico ed alpinistico importante, come anche l’aggiornatissimo portale “Primorske Stene” che da anni raccoglie ed archivia le salite sulle Giulie slovene e non solo.

Avremo modo di ascoltare la sua testimonianza di una stagione gloriosa dell’alpinismo mondiale, il suo legame con le Giulie e i viaggi inediti di una vita passata tra cime e pareti.

Appuntamento al Centro Polifunzionale di Sella Nevea!

E non mancate al warm-up a partire dalle 18!

https://neveeoutdoorfestival.com/ospiti/

 

Memorie di un secondo di cordata

di Saverio D’Eredità

Ecco, ci risiamo.

La corda parte libera nell’iperspazio, priva di protezioni intermedie, disegnando un tracciante perfettamente obliquo lungo una placca compatta, cesellata qua e là di minuscole goccette di pietra, opera di uno stillicidio millenario. A destra, il diedro si inarca con una parabola perfetta. È una visione di ammaliante bellezza e al tempo stesso disperante. Ho atteso qualche istante prima di affacciarmi oltre il bordo del diedrino, sistemato alla meglio su un gradino appena buono per l’avampiede. Sapevo cosa mi attendeva. Lo intuivo dalla debolezza con la quale la corda davanti a me veniva recuperata e dalla sensazione – ancora una volta – di essere la persona sbagliata nel posto giusto.
Del resto, quando ti trovi nelle mani di due soci particolarmente in palla e piuttosto disinvolti sui sesti e sestipiù “da scalare” il tuo destino è già segnato in partenza. Continua a leggere

Cento Nuovi Mattini – incontro con Alessandro Gogna, Carpi 17/07/2017

Lunedì 17 Luglio ore 21.30
Carpi, Piazzale Re Astolfo
Incontro con Alessandro Gogna e il suo libro “Cento nuovi mattini”
Ingresso Libero

Chi – nel mondo dell’arrampicata – non ha mai sfogliato o almeno sentito parlare dello storico “Cento Nuovi Mattini”, imperdibile opera di Alessandro Gogna pubblicata nel ormai lontano 1981, esaurita da tempi immemorabili ed oggetto di desiderio di collezionisti e non?

Oltre trent’anni dopo è lo stesso Gogna a riproporre una riedizione di quel libro divenuto oggetto di culto e che, sopratutto, segnò un passaggio definitivo nella cultura alpinistica. Non si trattava solo di una guida ma anche di una guida: una visione complessiva del movimento che aveva ribaltato gli schemi tradizionale per rimettere l’arrampicata al centro di tutto. Una visione che partiva da una riflessione profonda che solo uno storico ed alpinista del calibro di Gogna poteva condurre con equilibrio e prospettiva.

I “Cento Nuovi Mattini” ristampati oggi nel 2017 possono essere un invito: a rileggere, a ripensare e collocare nella giusta misura e nel tempo un passaggio essenziale nella storia dell’alpinismo e dell’arrampicata.

Point Lenana

 

di Saverio D’Eredità

“Ma cosa sa di alpinismo chi sa solo di alpinismo?”

Con una epigrafe del genere un libro del genere va preso assolutamente! Prima ancora di capire di cosa tratti e di come lo tratti. E a prescindere dal fatto che trattandosi di un’opera targata Wu Ming di per se non potrà lasciare indifferenti. Talvolta mi capita di scegliere un libro per motivi del tutto futili ed occasionali, come il titolo, l’editing della copertina o appunto una citazione in retrocopertina. Un modo per lasciarsi sorprendere o per declinare ogni responsabilità forse. Che talvolta funziona. Sulla citazione iniziale torneremo più avanti, per procedere in maniera più ordinaria.
Wu Ming 1, stavolta in tandem (o meglio in cordata) con Roberto Santachiara, si avventura in una nuova opera di “disseppellimento” di storie cui sono specialisti, seppur in un terreno stavolta molto particolare, il cui esito è un’opera ibrida e difficilmente catalogabile. Non a caso gli stessi autori definiscono Point Lenana come Unidentified Narrative Object, oggetto narrativo non identificabile. A metà tra reportage, inchiesta, biografia, Point Lenana si dispiega in maniera del tutto anomala ed imprevedibile (anche in comparazione con altre opere a firma del collettivo Wu Ming quali 54 e Altai) quasi come fossero “appunti per un romanzo storico”. Anche su questo torneremo.
Il “Point Lenana” è una delle vette del Monte Kenya. Una vetta ad alto valore simbolico per la storia dell’alpinismo africano, ma anche indissolubilmente legata ad una delle avventure più affascinanti e sorprendenti che si conoscano, ovvero la fuga di tre prigionieri italiani da un campo di prigionia inglese durante la seconda guerra mondiale con un obiettivo davvero molto particolare: la scalata del Monte Kenya. Una di quelle storie che sanno catturare l’animo di sognatori e viaggiatori, al di là della passione per la montagna in sé e che infatti ebbe una certa risonanza già al tempo e si apprestò a divenire un vero “best seller” in seguito (almeno nel mondo anglosassone). Il racconto di quell’impresa è “No picnic on Mount Kenya” scritto da uno dei tre e protagonisti di quella strana impresa avvenuta in maniera del tutto estemporanea e quasi naif. L’autore è Felice Benuzzi, funzionario italiano presso gli uffici dell’allora Impero d’Abissinia, del quale – a parte il successo legato al resoconto di quell’impresa – poco si sa o si ricorda. Ed è da questo “indizio” che parte la ricerca, accidentata, discontinua, sorprendente che costituisce il fil rouge del libro.
Per invitarvi alla lettura si daranno solo pochi altri indizi: triestino, di famiglia borghese metà italiana “irredentista” e metà asburgica, Felice fu anche alpinista, sebbene di non altissimo livello. Allievo della gloriosa scuola triestina, ebbe l’onore di arrampicare con il leggendario Emilio Comici e di attraversare un’epoca d’oro dell’alpinismo triestino, quella che congiunge l’età pionieristica dei padri (o meglio dello “zio” Onkel Julius Kugy, figura che ispira ed illumina il giovane Benuzzi) a quella sportiva del sesto grado in cui emerge in tutta la sua grandezza Comici. Ma Benuzzi, più che il soggetto di una asimetrica biografia fatta per indizi, agisce quale Virgilio sui generis nell’arco del racconto. Seguendo Felice, risalendo la corrente verso gli avi e assecondandola verso il fluire della vita alla sua foce, Wu Ming 1 e Santachiara approdano in svariati approdi storici e letterari. Point Lenana diviene così il pretesto per andare a spulciare tra faldoni impolverati e biblioteche dimenticate, storie minime intrecciate con la grande Storia, nelle sue pieghe più recondite. Si passa così dall’irredentismo all’ascesa del Fascismo, da Trieste all’Africa toccando le Alpi, ci si proietta in avanti nella brillante carriera diplomatica di Benuzzi (che lo porterà ad essere uno dei funzionari più apprezzati alla Farnesina) per poi andare sulle traccia dei compagni della mitica “Fuga” seguendo altre tracce ed indizi. Ma Point Lenana è anche e soprattutto un libro sul lato oscuro della storia italiana del Novecento. Ed è proprio questo squarcio sul colonialismo italiano in Africa a costituire il “cuore di tenebra” del libro, il punto dolente dove Wu Ming 1 arriva non sappiamo ora dire se volontariamente o se trascinato nella storia come Alice dal Bianconiglio. Una pagina “rimossa” (colpevolmente) dalla coscienza collettiva italiana che pure meriterebbe una analisi ed una riflessione più lucida, oggettiva e meno occasionale.

Non è il solo caso, del resto, e lo sappiamo: la rimozione è una costante della storia e della cultura nazionale, nonché uno dei maggiori ostacoli alla rielaborazione e quindi al superamento delle crisi e delle sovrastrutture che ingabbiano il Paese. Point Lenana tocca senza remore questa ferita mai del tutto rimarginata, aprendo uno sguardo inquieto e sconvolgente su quella inclinazione all’auto assoluzione tipicamente italica. Si potrà discutere sul giudizio, che è e deve rimanere personale, ma l’ignoranza,  l’indifferenza o peggio ancora la censura non sono mai giustificate.

E l’alpinismo, in tutto ciò? Forse chi cercava un libro su uno scorcio di storia alpinistica o un storia d’alpinismo “romanzata” rimarrà deluso. Invece l’alpinismo è ben presente, seppur in maniera sotterranea. Proprio come l’intreccio di grotte e fiumi ipogei che caratterizzano l’entroterra della Trieste che fa da sfondo costante al libro, Point Lenana è attraversato da questo “carsismo” narrativo, di storie, di vicende, di uomini e donne che nascono, corrono, d’improvviso s’inabissano e riemergono nelle maniere e nei luoghi più inattesi. C’è molto alpinismo e dell’ “essere alpinisti” quale condizione umana e spirituale che trascende dal numero si scalate o dal valore delle imprese. Felice Benuzzi alpinista lo è nell’anima e questa inclinazione del cuore porterà sempre nella sua vita, di funzionario, console, ambasciatore. Il chiarore e la ruvidezza delle rocce giuliane lo accompagnano una vita intera, anche lassù sul Kenya dove visse forse una delle pagine più incredibili di una esistenza sempre curiosa, indagatrice, avventuriera nel senso più autentico e meno superficiale del termine. Alpinisti lo sì è, a prescindere dai gradi o dalle gesta. Lo si è nella sensibilità che ci si porta dentro verso le cose del mondo, nell’affrontare le difficoltà allo stesso tempo con la lucidità della ragione e il trasporto del sentimento. Alpinisti lo si è nell’attraversare gli anni più bui del “secolo breve” senza mai perdere la dignità e l’orgoglio. Lo sarà sempre, Felice Benuzzi, pure quando si farà promotore – ormai a fine carriera – dei primi atti diplomatici internazionali a tutela dell’ambiente e della salute del pianeta, ovvero il Trattato Antartico.

Non troverete dunque in Point Lenana resoconti di ascensioni o rivelazioni particolari. Sono certo gustosi ed interessanti gli aneddoti che compongono i frammenti dello strano mosaico, da Kugy a Comici, spingendosi avanti fino a Motti e al Nuovo Mattino, la cui lezione fornisce una tensione particolare in certe fasi della narrazione. Nel continuo andirivieni forse il lettore rimarrà disorientato. Smarrirsi è d’obbligo. Di certo non si potrà tornare a casa annoiati o delusi da questa lunga ed accidentata salita attraverso l’Italia, l’Africa e il Novecento tutto, in cui Trieste è al tempo stesso ventre molle e cerniera della narrazione.

Appunti per un romanzo storico, dicevamo, che restituiscono all’alpinismo una collocazione culturale che gli compete. Una chiave di lettura della nostra storia, una delle tante, senza dubbio tra le più imprevedibili ed originali proprio per la sua trasversalità.

Per tornare all’epigrafe: la domanda retorica è interessante, ed ancora più interessante è il suo autore. C.L.R. James: storico politico e scrittore britannico, nato nelle colonie, marxista, antischiavista, tra i più influenti promotori del movimento di emancipazione dei neri. Esperto di Cricket e…di alpinismo. Ce ne sarebbe abbastanza per disseppellire un’altra storia.

Perchè davvero poco sa di alpinismo, chi sa solo di alpinismo…
download (1)

La Sciatrice

di Saverio D’Eredità

Che il romanzo alpino non sia un genere di successo è noto ai lettori e scrittori di montagna già da tempo, se è vero che già cento anni fa Kugy ne denunciava limiti e carenze. Che la causa non sia forse da ricercare proprio nella predisposizione ed attitudine di lettori e scrittori sarebbe forse da indagare. Se è vero questo lo è altrettanto il fatto che proprio chi la montagna la vive e frequenta non gradisce (o mal sopporta) incursioni “di genere” in un terreno considerato esclusivo appannaggio proprio di chi ritiene la montagna un ambito poco adatto ad inscenare storie ed intrecci che appartengono alla narrazione classica. Come se tutta la colossale letteratura che si ambienta per mari ed oceani (Melville, Conrad, Hemingway per dare una manciata di nomi) dovesse prima essere filtrata ed accettata da capitani e navigatori! Continua a leggere

Il “Batti”, il “Biondo” e la Creta

Introduzione di Saverio D’Eredità

Non è proprio terra di sci ripido, la Carnia. O almeno, tra le tenebrose ed affascinanti Giulie e la spettacolarità dei canali dolomitici più rinomati, ancora una volta le Carniche soffrono una certa marginalità che le fa talvolta – colpevolmente- sparire dall’atlante mentale ora di chi arrampica, ora di chi scia. Non sono molte né molto note le discese ripide (un tempo dette estreme) delle Carniche. La morfologia stessa del terreno si presta più allo scialpinismo classico (e qui in effetti le Carniche non deludono) che non al ripido propriamente detto, quindi gli adepti di questa disciplina spesso devono lavorare di fantasia, trovando però stimoli in molte di quelle pale inclinate o pendii aperti che caratterizzano le Carniche.  Continua a leggere

Cima Carega … tutto a posto

di Carlo Piovan

Le citazioni che intervallano il testo sono tratte dal brano Tutto a Posto (1974 Alberto Salerno, Bruno Tavernese) interpretato dai Nomadi

E’ per lei, io vedo quella ferrovia
Che è fra i sassi, la mia via
Nel passato e nel presente corre già.

Le architetture del fumante, oggi scintillano di bianco, ne rimango incantato come fosse la prima volta che i miei occhi si posano sulle loro forme. Scatto una foto e la spedisco con il buongiorno alla mia compagna per condividerne la bellezza.

Continua a leggere

La cura

di Saverio D’Eredità

Qualche volta la meta è un dettaglio e nemmeno troppo importante. Perché ci sono giorni in cui il prestigio di una salita non conta. Non conta la qualità della neve, la tecnica o la pendenza, l’essere primi o essere ultimi. Ci sono giorni diversi.

E’ tutto un complesso di cose” come cantava Paolo Conte.

Perchè qualche volta dipende da tutt’altro. Dall’ultimo sogno della notte, da una sveglia arrestata un attimo prima del trillo. Dai ricordi. Oh, sì, tanti ricordi. Che si affollano nella mente e scorrono davanti agli occhi e non ti lasciano in pace.

Dipende forse da alcuni minimi particolari – quel cristallo, quell’orma, quel rametto spezzato inavvertitamente che ti fa sentire più fragile. Dalle dosi di analgesici nelle vene con cui hai cercato di smorzare chimicamente il dolore. Da quel solito bacio lasciato a metà e il suo relativo senso di colpa. Cosa le dirai un giorno?

Dalla sensazione, quindi, che qualcosa ti stia sfuggendo via.

Questi giorni diversi ti cambiano gli occhi. Che se poi la racconti non sapresti neanche dire cosa c’era di speciale.

La linea, la neve, la luce? Si, forse. Ma non solo. Niente di tutto ciò sposta davvero il bilancino.

Che se poi li racconti, questi giorni diversi, la maggioranza potrebbe non capirti. Forse solo qualcuno, qualcuno che ha convissuto con i tuoi stessi fantasmi.

Ci sono giorni in cui poggiare quelle dannate tavole sulla neve e dimenticare per un istante chi sei, per un istante non chiederti più se ne sei capace, ma solo fissare un punto, quell’unico punto nel pendio dove farai la prima curva. Solo quella. Nessun’altra.

E capire che solo questa è la cura.

IMG_20170311_183639_872

Il Tempo che fa

Intervista ad Antonino Renda (meglio noto a livello locale come Toninometeo) sulle caratteristiche climatologiche e meteorologiche dell’estremo Nord-Est, con un occhio di riguardo alle nostre montagne e alle tendenza nevose passate ed in atto. Dedicato ai nivofili, ma non solo. Un’occasione per affrontare in maniera scientifica, ma accessibile ai più, l’universo affascinante e controverso della meteorologia, una scienza non esatta che da sempre accompagna e condiziona le nostre attività sui monti.

Continua a leggere