Contaminazioni carniche

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan

L’accensione del quadro elettrico dell’auto mi ricorda che oggi è un giorno un po’diverso dagli altri. Lo so benissimo – chi non si ricorda almeno del proprio compleanno? – ma la cosa mi lascia più che stupito, divertito. Non è poi tanto usuale decidere di svegliarsi alle 5 per andare ad arrampicare, il giorno del proprio compleanno. Potrebbe essere una giornata di relax, chiamate, messaggi, giri da offrire e qualche regalo inatteso. Invece oggi ho la strana, inebriante sensazione di essermi svegliato prima di me stesso, tentando ingenuamente di annullare il Tempo per consegnarmi ad un altro tempo, fatto di tiri di corda, di passaggi, movimenti. Si può ingannare il Tempo? Continua a leggere

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Non così lontano

“Humboldt ci pensò su. No, disse poi, me ne rammarico.
Una collina di cui non si conosce l’altitudine è un’offesa per la ragione che mi inquieta. Senza esaminare costantemente la propria posizione, nessun uomo può progredire. Non si lascia ai propri margini un mistero, per quanto insignificante.”

Daniel Kehlmann “La misura del mondo”

di Saverio D’Eredità

Oltre il tozzo pilastro del Robon, gli altipiani del Canin digradano di colpo verso le cime cupe della Val Rio del Lago. Questo contrafforte minore, finemente cesellato di rigole e goccette, è praticamente l’ultima parete delle Giulie procedendo verso sud. Al di là della Cima Confine, già brilla di luce la valle dell’Isonzo e il mare. Da qui in poi lentamente sfumano le Alpi, fondendosi nella placca balcanica ad altre montagne dal sapore d’oriente. Qui ci fermiamo anche noi, che nel frattempo siamo arrivati a trecentrotrentasette. Questo è il numero progressivo dell’ultima tra le vie inserite nella guida: “Rigoletto”, aperta da Marco Sterni e Massimo Sacchi nel 1998. Curiosamente questa parete non è solo l’ultima in senso geografico, ma anche cronologico dato che è diventata oggetto dell’esplorazione alpinistica solo a partire dagli anni ’80.
Si dice che Piussi e Cassin, osservando queste pareti durante una delle battute di caccia che erano soliti compiere da queste parti in autunno, fossero stati tentati, per un attimo, di rivestire i panni degli alpinisti che furono per lasciarvi un segno. Immagino la loro tentazione di riprendere chiodi e martelli e lanciarsi in una nuova avventura. Pare però che proprio Piussi smorzò l’entusiasmo dell’amico dicendo “Noi abbiamo fatto il nostro tempo, Riccardo. Lasciamo qualcosa agli alpinisti del futuro. Continua a leggere

Alpi Giulie e Carniche Orientali

di Saverio D’Eredità ed Emiliano Zorzi

(dall’introduzione alla guida “Alpi Giulie e Carniche Orientali – Alpine Studio, 2019)

Quando abbiamo dato alle stampe, appena tre anni fa, la guida “Alpi Carniche e Giulie” pensavamo di aver fatto del nostro meglio per rendere omaggio a queste montagne e invitare ad una loro scoperta. Non sospettavamo, però, che ci sarebbe stata data una nuova possibilità di perfezionare e ripensare quel lavoro dopo così poco tempo. Se la prima esigenza era quella di ristampare la guida, andata esaurita già nel primo anno, man mano abbiamo tuttavia maturato la convinzione di poter reimpostare completamente questo lavoro e cogliere l’occasione per offrire ai lettori non tanto una ristampa, quanto una nuova edizione. Come già preannunciato nel 2017 con la parte dedicata alle Carniche Occidentali, si è deciso di riequilibrare la partizione dell’arco alpino friulano (escluse le Prealpi) dividendo la parte di Carnia occidentale (dalla valle del But a Ovest) da quella orientale che confluisce, in questa trattazione, con la parte italiana delle Alpi Giulie. Seppur non rigorosa dal punto di vista geografico tale suddivisione consente un miglior bilanciamento complessivo. Da considerare inoltre che, sebbene Aip-Cavallo appartengano morfologicamente e geograficamente alle Carniche, il gruppo Sernio-Grauziaria può già considerarsi una piccola eccezione, dove ritrovare caratteristiche tipiche delle Giulie.
In questa nuova edizione abbiamo portato avanti l’idea di una guida che si avvicinasse quanto più possibile alla monografia, in qualche modo sulla scia della collana Monti d’Italia. Se quel livello di completezza è oggi pressoché irraggiungibile dato il numero davvero notevole di itinerari che si sarebbero dovuti inserire, nel nostro caso abbiamo cercato di mantenere l’approccio originario (ovvero una cernita, per quanto ampia, delle possibilità alpinistiche) integrandolo con un numero maggiore di dettagli ed informazioni.
Già con la guida “Alpi Carniche Occidentali” si era deciso di rimettere in primo piano le montagne rispetto alle vie su esse tracciate. Da ciò l’inclusione delle vie normali nel senso di salita, ad esempio, nonché di numerosi itinerari che – seppur non relazionati o ripetuti in prima persona – ritenevamo giusto segnalare per dovere di completezza. Con questo volume ci siamo spinti ancora più avanti.
Oltre alle normali, infatti, vengono segnalati anche percorsi non strettamente alpinistici (quali ferrate di una certa importanza o itinerari a cavallo tra escursionismo impegnativo e alpinismo); ci è parso più corretto, sia per ampliare gli orizzonti degli alpinisti invitando ad una conoscenza non limitata alla mera scalata, sia al fine di facilitare la lettura e fruizione della guida stessa. A ciò si aggiunge la grande quantità di informazioni relative ad itinerari presenti su una certa parete o versante dei quali si è dato puntuale riferimento bibliografico.
Ecco come, allora, questo volume tenda a differenziarsi ulteriormente da quelli precedenti con il tentativo di avvicinarsi al concetto di monografia. Queste note, che potranno apparire dettagli, possono diventare valore aggiunto nel momento in cui da un lato orientano meglio lo scalatore dentro la parete, e dall’altro lo stimolano ad intraprendere un percorso di ricerca anche all’infuori di essa. Chi non ha passato giorni (se non anni) a sognare di scalare una via o una parete divorando tutte le informazioni in suo possesso, stimolando la fantasia e l’immaginazione, componente essenziale dell’alpinismo? Siamo infatti convinti che proprio nella fase di studio e ricerca inizi la vera conoscenza della montagna: in questo senso l’aggiunta di queste informazioni vuole essere un invito all’esplorazione, anche personale, senza che la scelta – per quanta ampia, sempre arbitraria – degli autori finisca per condizionare l’esperienza alpinistica.
Rimangono invece i tratti distintivi che per noi, come autori, rimangono imprescindibili. La raccolta delle informazioni è sempre avvenuta direttamente sul campo (con le nostre ripetizioni) o attraverso compagni di cordata, amici o semplici conoscenti che ci hanno fornito relazioni e suggerito correzioni, ma sempre basate sull’osservazione diretta e il più possibile recente. La cura dei disegni, delle foto e delle descrizioni tecniche che vanno a comporre un unicum e che come tale invitiamo a leggere. Infine la ricerca di una certa uniformità di giudizio, cercando di contemperare il rispetto della storia, l’evoluzione delle tecniche e la percezione dell’alpinista con equilibrio, ma senza risultare asettici. Non si può infatti ignorare che negli anni le valutazioni e la sensibilità degli alpinisti sia cambiata di pari passo con il progresso tecnico, dei materiali e delle maggiori conoscenze. Al tempo stesso però si è cercato di mantenere un criterio di omogeneità, in linea con la storia, ma anche con l’evoluzione.

Il lettore troverà tra queste pagine molte possibilità. Dalle normali alle vie a spit moderne. Dalle grandi classiche alle vie di scoperta. Itinerari esplorativi dove mettere in pratica intuito e capacità alpinistiche ed eccezionali scalate dove misurarsi con le alte difficoltà e una concezione moderna dell’arrampicata. Non è stata solo una scelta, ma la fotografia esatta di queste montagne estremamente varie, per troppo tempo marginalizzate, ma che oggi sanno proporre all’alpinista una straordinaria diversità di esperienze ed approcci. Non solo nella tipologia di itinerari, ma anche e soprattutto negli ambienti e nelle peculiarità paesaggistiche che fanno di questo angolo nordorientale delle Alpi una perla di rara bellezza, forse oggi quasi introvabile nell’arco alpino.

Siamo tornati su queste pareti, con un entusiasmo e una voglia di conoscere e condividere per certi versi ancora maggiore del passato. I buoni riscontri degli altri volumi ci hanno stimolato a migliorare ogni aspetto di questo lavoro. Speriamo di ripagare sul campo i nostri lettori.
Avremmo voluto fare ancor di più, ma questo compito rischiava di diventare diabolico. Le Giulie nascondono ancora terreni di esplorazione che riportano al passato e offrono straordinari stimoli anche gli alpinisti di oggi e domani. Il nostro non è altro che un invito. Speriamo di vedervi ripercorrere queste montagne con passione e divertimento, e con la curiosità che dovrebbe essere sempre nello zaino di ogni alpinista.

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Scialpinismo di frontiera sulla Cima Bagni

 di Saverio D’Eredità

C’è una guida che, a vederla oggi, pare invecchiata di 100 anni eppure rappresenta ancora un orizzonte possibile nel modo di fare scialpinismo. L’idea che questa disciplina (sport?arte?) potesse spingersi oltre il “raccomandabile”, l’adatto, in altre parole l’ordinario e aprire le porte all’inusuale, l’osabile, l’incerto. Scialpinismo di frontiera di Sani non è solo una guida per scialpinisti “spinti”, magari esigenti o ancora ravanatori alla perenne ricerca della fatica come via di espiazione, ma è anche uno stimolo a pensare diversamente questa straordinaria sintesi di passione, intelligenza, tecnica e “istinto animale” che è lo scialpinismo. Oggi forse quell’edizione che sa tanto di piccolo vangelo da catechismo, poco patinata e con foto bianco e nero, pare improvvisamente appartenere ad un’altra epoca. Come alcuni degli itinerari che vi si trovano; non percorsi da “spuntare”, semmai da immaginare. Non  tutti, infatti, sono sempre fattibili: per molti bisognerà accontentarsi di condizioni discrete, ma proprio questo ne accresce il fascino.

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Nella parte alta del canalone Witzenmann Oppel -sullo sfondo il Popera – foto S.D’Eredità

In quella guida la salita alla Cima Bagni per il Canalone Witzenmann-Oppel conserva un posto speciale. Non solo perché bella, perché difficile o perché impressionante. Quanto piuttosto per l’idea che rappresenta: di quello scialpinismo “di frontiera” che non vuole dire necessariamente estremo, ma che si colloca ai bordi, in una zona a cavallo tra una concezione classica dello sci e una che si vorrebbe dire evoluta se non suonasse elitario. Frontiera come confine, ma anche punto di contatto tra la componente sciistica ed alpinistica, là dove queste si contemperano, senza prevalere una sull’altra. Lo sci come mezzo. Lo sci come chiave di lettura per una (ri)scoperta.

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Salendo il canalone Witzenman-Oppel – foto M.Battistutta

Non è estremo nel senso di “difficile”, ma nell’idea di portare gli sci su quelle banche sospese, tagliate da imbuti che paiono vortici sempre lì aperti come bocche affamate. O nel penetrare quel budello senza speranza che invece riserva angoli accoglienti. O almeno, alla fine li apprezzi come tali.

Non è per tutti, certamente. Non lo è stato per noi. Ma non rimane rimpianto, né senso di incompletezza. Anche se gli sci sono rimasti ad aspettarti lì, come sentinelle di guardia su quella pinna protesa. In fondo tu hai portato loro fin lì, e loro – in qualche modo – sapranno riportarti giù. Uno scambio onesto. Il resto è rimasto nel campo dell’osabile, forse possibile. Di frontiera, appunto.

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Dentro il canalone Witzenmann Oppel alla Cima Bagni – foto M.Battistutta

Cima Bagni – mt.2983

Canalone Witzenmann-Oppel

La Cima Bagni è una montagna con la M maiuscola: colossale, imponente, complessa nelle sue ramificazioni. Eppure è un re senza corona. 17 metri alla fatidica quota 3000 la fanno uscire dai ranghi della nobiltà. Ciononostante si impone su tutte le cime dell’Alto Comelico con la sua mole notevole. Di sicuro non è montagna dove viene naturale pensare allo sci. Se non fosse per il corridoio naturale che è il canalone Witzenmann Oppel, il quale taglia la parete nord ovest della Cima Bagni e permette di arrivare in maniera molto diretta sotto la cupola sommitale. Originariamente nota come una delle poche “vie di ghiaccio” in Dolomiti oggi lo è di più come meta scialpinistica, decisamente ambita e per palati esigenti. La discesa integrale con gli sci non è per tutti, ma rimane pur sempre una meta alpinistica di valore che ripaga la fatica e la pazienza nel sapere attendere le condizioni migliori.

Dislivello:mt. 1415 dal Rif.Lunelli, quando la strada non è sgombra dalla neve si parte dalle terme di Valgrande (mt.1300 circa) o fin dove possibile parcheggiare.

Difficoltà: 5.1/E3 (la parte alta, E2 dalla spalla) – 40°/45° brevi tratti a 50°

Dal rifugio Lunelli (mt. 1568) si sale lungo la traccia del sentiero estivo verso il pianoro dove sorge il Rif. Berti.Raggiunto il bordo del pianoro, senza toccare il rifugio si inizia a salire per i bei pendii alla base dei campanili del Popera verso l’imbocco nascosto del canale, che si intuisce proprio sulla verticale dei Campanili. Il canale mantiene pendenze sostenute tra i 40° e i 45° con un breve tratto a 50° per circa 250 metri. Fuori dal canale principale si rimonta un sistema di canalini secondari affacciati sul versante ovest che conducono ad un’area spalla. Qui, dove il gioco sembra finire, si apre il noto “imbuto”, un colatoio molto ripido sospeso su salto vertiginoso. Lo si attraversa e si risale il seguente scolo fino ad un’altra crestina, dalla quale con lunga diagonale meno ripida ma in costante esposizione si raggiunge la dorsale che porta sull’affilata cresta sommitale. La discesa con gli sci da qui richiede tutte le condizioni ottimali possibili: capacità tecniche, manto nevoso stabile e concentrazione massima almeno per i primi 150 metri.  Una volta riattraversato l’imbuto e tornati alla spalla (in molti iniziano da qui la discesa con gli sci), la discesa rimane sostenuta seppur meno impegnativa.

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Nella parte alta del canalone – foto M.Battistutta
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Arrivo in vetta – foto S.D’Eredità
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L’imbuto – foto S.D’Eredità

Oltre la paura – la raccolta di racconti di Nicola Narduzzi

di Saverio D’Eredità

Perché si scrive di alpinismo? Domanda ostica e scivolosa, la cui risposta è difficile tanto quanto quella che, logicamente, la precede. Ovvero, perché l’alpinismo?
Se le risposte ai “perché dell’alpinismo” sono tante almeno quanto i suoi praticanti ed appassionati, quella della scrittura dovrebbe (o almeno, potrebbe) percorrere strade più lineari. Invece così non è. Sembra anzi che le due domande siano complementari l’una all’altra, e la risposta (o tentativo) che vi si può dare ad una possa offrire un aiuto per approcciare la sua gemella.

Ne azzardiamo una. Si scrive di montagna anzitutto perché la montagna è essa stessa narrazione. Narrazione dell’ascendere e del tornare, di ostacoli e superamenti. Di un farsi Tempo e quindi Storia. Tutto lo svolgimento di un’ascensione ripercorre gli archetipi del “cammino dell’eroe” sul quale si fonda la struttura narrativa dell’epos. Il racconto della Montagna, o meglio sarebbe dire del dialogo tra Uomo e Montagna, richiama l’essenza stessa del narrare, in quanto ogni storia è di per sé movimento verso qualcosa, di un movimento innescato dal desiderio. Quindi scrivere di montagna sembra essere la naturale conseguenza dell’andare verso la montagna, la testimonianza di una presenza. Da qui la complementarietà tra il perché della scrittura e il perché dell’alpinismo.
Ma di cosa parla, oggi, il racconto di montagna?
Imprigionato nello schema consolidato del “récit“, questo genere non è stato capace nel tempo di evolversi e rinnovarsi, ripetendo invece moduli e linguaggi standardizzati. Ciò ha limitato fortemente l’espandersi della letteratura (e quindi la cultura) alpinistica alla stretta cerchia degli addetti ai lavori, chiudendosi in una desolante autoreferenzialità.
Se un tempo tutto ciò poteva ancora avere un senso, in quanto legato alla più vasta tradizione del racconto di avventura (le grandi esplorazioni dei “poli” della Terra, l’avvincente saga del sestogrado o delle spedizioni himalaiane), oggi par quasi che il semplice fatto dell’andare in montagna possa già di per sé un motivo per scriverne, senza tuttavia scavare in quella profondità interiore che la Natura ci suggerisce. Fatte poche eccezioni, anche gli esponenti di spicco del mondo alpinistico sembrano essere incapaci di trasmettere davvero le motivazioni, i sentimenti e il percorso umano e che muove l’intera esperienza alpinistica, limitandosi ad uno schema ripetitivo, spesso scontato e in fondo asettico.
Gli strumenti digitali e del web hanno spalancato le porte della narrazione ad una miriade di potenziali scrittori, ma ciò ha portato più ad un inflazione dello strumento che non ad una suo vero rinnovamento. Ci troviamo così oggi ad assistere al proliferare di memorie o biografie di “top climber” più o meno plasmate da esigenze di marketing da un lato (dove anche il reale valore di quelle che un tempo chiamavamo “imprese” risulta assai annacquato) e all’esplosione di bloggers, influencers e nuovi media che dispensano pensieri spesso di un livello di poco superiore a quello dei temi dell’elementari. Sempre però con un occhio all’autopromozione. Sconfortante.

Nicola Narduzzi appartiene alla schiera degli alpinisti della domenica, senza che questa definizione risulti spregiativa: parliamo di tutti coloro che frequentano la montagna per pura passione, senza scopi professionali o commerciali. E’quindi un buon rappresentante di una sorta di ceto medio (si passi la definizione) che oggi sembra essere evanescente, schiacciato tra il mondo dei “pro” e la miriade di narratori improvvisati che riversano su web poco più che il resoconto della gita. Ma con una differenza. Anzitutto perché Nicola è in possesso di una solida cultura alpinistica che gli permette di collocare i suoi racconti nella giusta prospettiva storica, omaggiandola e in qualche maniera interpretandola. In secondo luogo – dettaglio non scontato – sa “usare” le parole, scegliendole con quell’attenzione e cura che dovrebbe essere un pre-requisito prima di mettersi alla tastiera, non un optional.
E qui veniamo al punto. Nicola non parla “solo” di alpinismo. Ma parla dell’alpinismo (e della Montagna) come chiave di accesso ad un percorso introspettivo più complesso, in cui quella che superficialmente è una semplice, per quanto accesa passione diventa rappresentazione della vita stessa. Tenta quindi, Nicola, quella sintesi cui accennavamo all’inizio: ovvero di riportare la scrittura verso il senso stesso dell’alpinismo, cercando attraverso di essa di fornire le risposte alle domande che l’alpinismo pone. Nello scrivere, infatti, non solo si rivive la salita, ma si rielabora la persona stessa, le sue motivazioni, la sua proiezione nel mondo. Nella Montagna, Nicola non si “purifica” come una ormai logora visione di questa disciplina continua a trasmettere (Montagna=purezza versus Città=corruzione, Alpinismo=ideale versus Vita reale=compromessi e frustrazione), quanto piuttosto trasporta qui il proprio dissidio, la problematicità del crescere e del confrontarsi. E se non servisse a questo, l’alpinismo, a cos’altro? E lo scrivere, poi, non finirebbe per diventare puro esercizio retorico, o peggio autocelebrativo?

In bilico tra i due poli della spettacolarizzazione delle imprese o di un neo esistenzialismo di bassa lega, chi scrive di montagna troppo spesso ignora il proprio essere – semplicemente –  degli esseri umani: deboli, imperfetti, insicuri, incoerenti. In tutta la letteratura alpinistica vengono in mente pochissimi esempi di alpinisti/scrittori in grado di mettersi a nudo e mettere in discussione sé stessi, invece di celebrarsi. Giusto un paio, tra tutti: Steve House nel suo Beyond the Mountain e Andy Kirkpatrick con Psychovertical. Non a caso di scuola anglosassone. Quella italiana, ahimè, non riesce ad affrancarsi dal “bonattismo” come da un romanticismo rurale alla Corona.
“Oltre la paura” è un cammino. Dai primi innamoramenti alle illusioni e disillusioni. Momenti esaltanti. Paura. Tanta paura, che non viene né eroicamente vinta né sprezzantemente snobbata. Ma è presente, cammina accanto, sembra suggerire il percorso. E’ un omaggio alla storia alpinistica, magari ogni tanto un po’ troppo entusiasta, ma se ciò avviene è perché alle spalle c’è una passione davvero profonda e sincera.

Dai primi passi sulle pareti di casa al richiamo irresistibile delle grandi classiche, scorrono sotto le dita le ruvide rocce carniche e gli appigli dolomitici dove è stata scritta la storia. Marmolada, Civetta, Tofana, Bosconero, Mangart, Peralba: quello di Nicola è un pellegrinaggio devoto attraverso le “vie e vicende”, per citare una nota guida, che hanno costruito l’immaginario alpinistico di un ragazzo. In mezzo, quelle che all’apparenza sono digressioni “intime” fanno invece da collante all’intera struttura. Racconti, sì, ma con un “fil rouge” che non sarà difficile rintracciare.

Nicola ci offre una raccolta semplice, schietta, immediata. Il diario di uno come noi, uno come tanti, che ha cercato nell’alpinismo non tanto delle risposte – peraltro sempre sospese in una narrazione che coinvolge e cattura con empatia – quanto una visione di sé. Alpinismo come formazione del carattere, sebbene raramente compiuta. Nicola ci confessa che forse è ancora lontano dal realizzarsi. Che il cammino non è compiuto. Ma con l’alpinismo, forse, è un passo più vicino a saperlo.

 

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Il libro è disponibile al seguente link

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/biografia/477029/oltre-la-paura-2/

Il ragazzo che era in noi – un ricordo per Tom

di Saverio D’Eredità

Talvolta pare che anche le montagne abbiano dei sentimenti. Guarda le Tre cime adesso, ad esempio. Paiono rabbuiate, chiuse in un silenzio livido e pieno di dolore. Eppure non ci sarebbe motivo, in questa giornata mite che fluttua leggera sopra un inverno mai compiuto. Fa caldo, la neve già crocchia nel sole.
Non è vero che non provano niente, le montagne. O se non altro, provano i nostri stessi sentimenti. Ci fanno da specchio.
E sento anche io come un’oppressione, una nuvola che passa ad oscurare quest’angolo di luce.
Perché ricordo il giorno in cui Carlo mi scrisse chiedendomi se qualcuno avesse mai salito da solo e d’inverno la “Comici” alla Grande. “Sai, c’è un ragazzo inglese che la sta facendo proprio adesso”, mi disse.
Ci volle poco a scoprire che sì, qualcuno aveva già fatto la prima solitaria e invernale, ma  allora come mai quel ragazzo inglese si era scelto il giorno più corto dell’anno per salirla? Se non per la gloria, allora per cosa?

La domanda rimase sospesa ancora qualche giorno, finché quello stesso ragazzo inglese me lo ritrovai appiccicato come una mosca alle placche smaltate di ghiaccio del Badile. Quindi, o è un vizio, o c’è una storia dietro, pensai.
Senza capire perché, le scalate di quel ragazzo sentivo che mi toccavano da vicino. Non capivo perché, ma mi affascinavano più degli altri titoli che noiosamente capitava di leggere sui siti e riviste di alpinismo. Niente Himalaya niente mete da guinness. Solo le vecchie care nord delle Alpi. Roba da libri di storia.
Ne parlammo su queste pagine, perché ci sembrava bello raccontare la storia di un ragazzo che riempie lo zaino e decide in un inverno di scrivere il suo pezzo di storia, riprendendo dal punto lasciato sospeso nemmeno trent’anni prima dalla mamma. Le 6 storiche nord delle Alpi, da solo e in inverno. Giusto questo dettaglio a significare quel gradino in più che lui, Tom Ballard, voleva salire rispetto alla mamma Alison. Alison Hargreaves.
Quello che ci affascinava, in quel ragazzo, era forse il fatto che lui stava realizzando i sogni che potevano essere miei e di chiunque altro abbia passato l’adolescenza a fantasticare di pareti nord, ghiaccio, roccia, stelle e tempeste. Tom era il ragazzo che è in tutti noi.

Passarono pochi mesi prima di poterlo conoscere. Di quella serata a Mestre conserviamo il ricordo un’ottima birra, due spalle d’acciaio e un trascurabile errore. Davanti alla birra parlammo delle sue scalate come avrei potuto farlo con chiunque altro dei nostri amici. Ricordo di aver avuto davanti un ragazzo come tanti, la faccia pulita e un sorriso un po’timido, che semplicemente cercava di realizzare tutto ciò che noi nel nostro piccolo avevamo solo osato sognare. In quei pochi momenti (avremmo dovuto concentrarci sulla serata, la scaletta, le domande del pubblico!) fu davvero stupido, ma parlammo di altre montagne. Perché sono fatti così, gli alpinisti.

Di quella serata porto ancora il rimorso di un piccolo errore. Era andata bene, tutto sommato, ma proprio alla fine incappai in uno scivolone. Me lo fece notare Stefania alla fine, che avevo tradotto male l’espressione “I’ve got a cold” (avevo preso un raffreddore) con “avevo freddo”. Che pirla. Cadere sul più classico dei “false friend”. Che a pensarci, poteva mai essere un problema, il freddo, per uno che stava facendo la Nord dell’Eiger?
In questi anni, trovando ogni tanto le notizie sulle imprese che man mano Tom stava realizzando, ho pensato spesso a quello stupido errore. Leggevo di lui, dalle Dolomiti all’Oberland, passando per il Pakistan, sempre con quel suo stile originale negli obiettivi e silenzioso nei modi e pensavo a quello stupido errore. Magari l’avrei rivisto un giorno e mi sarei scusato.
Invece mi trovo di nuovo davanti a quella parete dove è iniziato il suo viaggio con questo senso di smarrimento. Le montagne forse non provano sentimenti, ma sanno porci molte più domande che risposte. E’ questo che ci attrae, in loro. E’ questo che ci inquieta, di loro.

Di risposte, invece, pare pieno il mondo. Risposte che siamo pronti a dare senza nemmeno ascoltare le domande. Per allontanarle, quelle domande.

In questi casi crediamo che sia molto facile dire qualcosa di sbagliato. Spargere melassa o seminare rancore, sprecarsi in giudizi o peggio ancora aprire dibattiti o estenuanti analisi. Quando sarebbe forse più onesto accettare il fatto che non su ogni cosa si debba avere un’opinione. Che non ogni cosa pretenda una parola. Che qualche volta semplicemente non deve rimanere nulla da dire. Nulla se non i ricordi di chi rimane. Di chi l’ha accompagnato per una vita, per pochi anni o anche solo per un giorno. Sono uno spazio che ciascuno tiene per se, dietro un limite invalicabile che la pietà umana dovrebbe conoscere.

A noi di Tom rimane quel ricordo, quella serata con panino birra e a dirsi “oh ma hai visto quanto è forte?” Anche di quell’errore, sì.
E noi Tom vogliamo ricordarlo così, come quel ragazzo con il quale, una sera, abbiamo semplicemente parlato di montagne e delle eterne domande che esse ci pongono.

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Tom Ballard sulla Colton McIntyre

La linea o la cima?

di Saverio D’Eredità

Se pensate che i gruppi whatsup di mamme e colleghi di lavoro siano una piaga sociale, bé, non conoscete quelli degli sci alpinisti. Credete che siano semplicemente un luogo virtuale di scambio informazioni, invece rapidamente si trasformano in sedute di ascolto per gente psicolabile, generatrici di effetti destabilizzanti sulla vostra psiche e sull’armonia della vostra esistenza. Perché capita (raramente, a dire il vero) che non ci state pensando affatto, all’uscita del weekend, magari sto giro mettete a posto casa, o che so, una corsetta e basta. Magari una gita in una città d’arte. E ti piomba invece addosso il fanatico della powder a tutti costi, subito incalzato da un “uphill hero” che rilancia con i suoi “1500 D+ ”. Dalla Slovenia a Chamonix. Senza vergogna e senza pietà per te, i tuoi affetti, e quella parvenza di stabilità mentale che stai tanto cercando.
Stavolta, si dirà, è per una giusta causa. E la colpa è di quel soggetto con gli occhiali da ghiacciaio stile Hermann Buhl che sta smadonnando su per il pendio. Mi sembra giusto così, i freeride bisognerebbe farseli dal verso giusto. Non al contrario. Del resto se per freeride “si indica l’attività fuoripista in neve fresca, avente scopo ludico e la ricerca del senso di libertà; per la risalita si utilizzano gli impianti e a volte, per brevi tratti, le ciaspole, le pelli di foca oppure l’elicottero” noi allora o non ci abbiamo capito niente, o potremmo dire di essere dei veri contestatori.
Fighetti.
Se non siete buoni a guadagnarvi le vostre curve statevene a casa. E tutto questo perché, anche il giorno della gita, non eravamo in grado di rispondere ad una domanda di fondo: è più importante la linea o la cima?
Che andava a finire così, io lo sapevo. Dal giorno in cui Marco ha aperto la chat “Missione Piovan” con il nobile proposito di celebrare degnamente l’addio al celibato di Carlo, ma con il subdolo intento di scavare due giorni di “tritaggio” senza pietà da qualche parte nell’arco alpino.

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Discesa dal Voerderer Daunkopf – Alpi di Stubai foto L.Brigo

 

Che andava a finire così si sarebbe capito dai primi due messaggi, quando uno ti dice “forse ho solo due giorni” e l’altro – il Biaso, chi se no – ti risponde “Marbrees”. E avanti così passando in rassegna tutti i resort possibili da La Grave a Kitzbuhel, da St. Anton ai couloir del Sella, e sempre col Biaso che ogni due ti butta les Periades, Argentiere, Brenva o Glacier Ronde. No, capite che è una vita impossibile. E alla fine quasi ci eravamo persi per strada il motivo – far festa ad un amico, perdio! – e allora perché tutti questi problemi? Insomma, la linea o la cima?
Diciamo che è stato una sorta di esperimento sociale. Butta dentro una chat 8 scialpinisti/freerider fanatici, dagli uno scopo qualsivoglia e vedi cosa succede. Aggiungici provenienze differenti, tempi risicatissimi tra lavori e famiglie, e vediamo chi va fuori di testa per primo. Anche se in realtà, fuori di testa lo siamo un po’tutti. E poi diciamolo su che era solo una scusa per giustificare un’assenza prolungata da casa – e quando ci ricapita!
Che andava a finire in casino, anche si sapeva. Tra momenti di totale irragionevole euforia (Marbrees!Spalla di Entreves!), ad altri di cupa depressione (“Oh fioi, se non nevica cazzo facciamo”?) siamo arrivati in qualche modo in questo angolo delle Alpi che in realtà è proprio al centro, scoprendo che tra le Dolomiti e il Bianco non ci sono delle anonime colline. Portarsi dietro corde imbraghi, viti, picche e ferraglie come dovessi fare il Nanga Parbat in invernale quando hai ben che ti vada 36 ore. E ovviamente poi trovarsi in parcheggio che “sì la parrucca bionda per il Carlo ce l’abbiamo” e “io ho messo la sgnappa nel tè” però – cazzo- le pelli i guanti e il magnare?
Un po’come adesso che stiamo affacciati sul bordo del pendio con le bocche impastate le gambe dure e forse un accenno di diarrea. E la sensazione, angosciante, di essere in un posto anche giusto magari, ma dalla parte rovescia. E che di quattro sciatori di buono forse ne facciamo uno. Per le foto, intendo. Che si viene per le foto, alla fine no?
Insomma, la linea o la cima? Sta domanda me la faccio da quando stamattina ho visto questa pala tutta venature di neve e salti rocciosi e allora ogni piano ponderato di uno scialpinismo confortevole e molto austriaco nello stile, è andato letteralmente a farsi fottere. Come al solito ti si chiude qualcosa nello stomaco e nella testa, qualcosa che è fuori dal tuo controllo e forse proprio per questo tenti di controllare. Quel pendio sospeso non può non essere sciato.
Insomma, dopo due giorni con questi matti io non ho ancora risolto il dilemma della linea o della cima, so solo che lo sci genera questa specie di regressione infantile che si ripete ogni volta. Riguardatevi i vostri scatti prima di scendere, vedrete sorrisi tirati e mutande piene: fatte quattro curve siete già delle scimmie urlatrici con i pugni alzati “Grande vecchio, prossimo giro nord della Tour Ronde!”.
Che razza di imbecilli. Mi sa che alla fine linea o cima, polvere o crosta, la scusa era quella di trovarsi con questi specie di folli e la nostra ossessione scoprendo che è proprio la stessa per tutti, e allora ti senti un po’meno solo e un po’ meno folle. E tra la cima e la linea mi sa che scelgo la seconda che è un po’come l’amicizia. Una traccia che pare ripetersi infinite volte.
Che poi alla fine l’importante, come dice il Biaso, è tritare. Tritare sempre.

Ruggine

di Saverio D’Eredità

Quel chiodo, io, l’ho sempre passato.
Alla faccia dei soloni della falesia, dei benpensanti e dei custodi dell’etica. Se c’è un chiodo si passa, anche se non serve. Anzi, magari è pure peggio perché fa scorrere malamente la corda e sarà una facile scusa per fallire il passaggio. Ma il chiodo si passa. Io passo sempre tutti i chiodi, a prescindere. Per educazione, diciamo. Come salutare le persone che incontri al mattino. Si saluta, sempre. Anche se questo poi qualche volta finisce per creare problemi, come con i vecchi chiodi. Continua a leggere

Guido Rossa, un uomo

di Saverio D’Eredità

“Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi a lungo, con quei suoi occhi che ti scavano e bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna nutrire altri interessi, molto più nobili e positivi, utli non solo a noi stessi ma anche agli altri uomini.

Non rinunciare alla montagna. E perchè? No. Ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l’avventura e per stare in allegria insieme agli amici.

Io lo so e l’ho sempre saputo; ma dovevo sentirmelo dire da un uomo che mi ha sempre affascinato per la sua intelligenza e per la sensibilità artistica che scopri nel suo sguardo.”

(Gian Piero Motti – I Falliti)

C’è una foto, una foto che mi ha sempre colpito, che ritrae Guido Rossa con la figlia Sabina in braccio. Quella foto che ritrae Rossa in un frammento di normalità – un frammento che acuisce la tragicità della sua fine e la disumanità dell’atto terroristico – ci restituisce l’uomo nella sua totalità. Di padre, lavoratore e, in ultimo, alpinista. Quel frammento che riprende un interno familiare dell’Italia dei primi anni ’60 (lo sfondo di una casa, gli abiti comuni, le grandi mani che sorreggono la figlia) è un’immagine al tempo stesso tenera e fortissima. Un’immagine che per anni ho portato dentro, quasi come un esempio. Perchè da quel giorno, da quella foto, ho sempre pensato che Guido Rossa rappresentasse una figura esemplare. Nel suo essere un “giusto” nel senso più profondo del termine (di una profondità ed una intransigenza che forse oggi risulta incomprensibile), fedele ai propri ideali nella maniera più assoluta e definitiva. Una fedeltà che gli sarebbe costata la vita, fino a quel 24 gennaio del 1979, in cui cadde sotto i colpi delle BR proprio davanti alla porta di casa.

Con la sua opera Rossa dimostrava di poter essere un buon padre, un lavoratore e un sindacalista, impegnato nella lotta per i diritti dei lavoratori ed anche un grande alpinista, senza che le diverse dimensioni della sua esistenza dovessero per forza di cose essere separate in comparti stagni. Ma al contrario contribuissero ciascuna al proprio percorso esistenziale.
Egli dunque è esempio anche di alpinista che vive nella società e per la società. In Guido Rossa avviene infatti, fatto raro, la saldatura tra la dimensione umana e quella alpinistica. Raro ancorchè non esibito, ma professato, nella vita quotidiana, nella radicalità delle sue azioni, nella lucidità del suo pensiero.

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Quella foto, semplice e struggente, restituisce la sua cifra umana (e alpinistica) molto più di altre che avrebbero potuto ritrarlo in azione tra i monti. Perchè Guido Rossa fu alpinista di grande profilo: talentuoso, dotato, ma anche a suo modo anarchico e contestatore (si ricorda una sua scalata della famosa Gervasutti alla Sbarua in abiti da cerimonia). Un “essere alpinista” che realizzò anche nella vita quotidiana. Fino ad arrivare a conseguenze estreme.

In una lettera ad un amico alpinista scrisse:

Da ormai parecchi anni mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici che mi sono vicini l’assoluta necessità di trovare un valido interesse nell’esistenza, un interesse che si contrapponga a quello quasi inutile (e non nascondiamocelo, forse, anche a noi stessi) dell’andar sui sassi. Che ci liberi dal vizio di quella droga che da troppi anni ci fa sognare e credere semidei o superuomini chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti, sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere (meritato premio) un paradiso di vette pulite perfette e scintillanti di netta concezione tolemaica, dove per un attimo o per sempre possiamo dimenticare di essere gli abitanti di un mondo colmo di soprusi ed ingiustizie, di un mondo dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati e dove su sessanta milioni di morti all’anno, quaranta milioni muoiono di fame!
Per questo penso, anche noi dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini e lottare con loro […]. Ma probabilmente queste prediche le rivolgo soprattutto a me stesso, perchè, anche se fin dall’età della ragione l’amore per la giustizia sociale e per i diritti dell’uomo sono stati in me il motivo dominante, sino ad ora ho speso pochissime delle mie forze per attuare qualcosa di buono in questo senso […].

Guido Rossa arrivò dunque ad una conclusione radicale, forse definitiva, non tanto sull’attività alpinistica in sè, quanto nel senso da darvi e nel come questa stessa passione dovesse essere mezzo e non fine di una piena realizzazione di sè stessi e nella società in cui si vive. Pochi altri, nella storia dell’alpinismo, possono dire di aver completato questo percorso umano ed esistenziale. Uno tra tutti, Ettore Castiglioni. Ed è per questo, forse, che la sua figura può stare sullo stesso piano di tanti altri, ben più noti, personaggi che pur avendo compiuto eccezionali imprese non hanno saputo esprimere come lui il significato profondo dell’essere alpinista.

Una specie di ritorno a casa

di Saverio D’Eredità

Non so dove ho letto una volta (credo fosse uno dei consigli di Jolly Power), che per migliorare la prima cosa da fare è frequentare le falesie giuste. Muri verticali e strapiombanti, movimenti obbligati, spittaggi seri dove volare lungo e volare bene, e non certi “scogli caiani”.
Niente da dire, Jolly la tocca sempre pianissimo, ma c’ha ragione da vendere. Nessuno è mai migliorato grufolando sugli scogli caiani, quelle falesie che appunto affiorano dai boschi di pedemontana come montagne in miniatura, o peggio ancora ricavate ai bordi di vecchie strade.
Falesie inconfondibili, poco depilate e ben ornate di rovi e cespugli, con bei terrazzoni e persino camini (camini! In falesia!) magari cosparse di soste di varie epoche, in cui spuntano qua e là il chiodone storico sul quale si ricamano le più disparate leggende (una volta noi mettevamo quel chiodo e basta fino su! E mai cadere ti dirà il vecio di turno), la sosta nuova di pacca, lo pneumatico per le prove di caduta e la corda fissa. Continua a leggere