Sirene

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan

Sirene – Parte prima

In tempo di guerra

Le finestre rimanevano aperte, com’era oramai un’abitudine, in quell’inizio estate del 1944. Il suono della sirena si alzava come un lamento lento, lontano, ma crescente e non c’era tempo se non per avvolgere il pane in un panno e precipitarsi per le scale, sobbalzando per il tremore delle pareti, ascoltando attoniti il muggito delle bombe che sibilano nell’aria, di echi di morte tra appartamenti svuotati, come se un gigantesco verme stesse scavando il ventre stesso della terra. La prima scossa era sempre la peggiore.

Poco più in là, oltre l’orizzonte di pianure fumanti, si alzavano ancora immote le montagne. Eppure anch’esse sembravano cupe, come le facce della gente di fronte all’ennesimo rastrellamento. Camion che arrivano vuoti e ripartono pieni. Spari e silenzi.

Anche le finestre della casa del Vecio erano aperte, ma altre erano le sirene che lui ascoltava in quei giorni. Da qualunque angolo lo guardasse, in qualunque situazione, dovunque lui alzasse gli occhi nella Cortina che si preparava alla quinta estate di guerra, le sirene del Pilastro non smettevano di intonare il loro canto.

Non era lui ad osservare la parete, ma la parete stessa a interrogarlo. Come una conversazione che solo loro potevano intendere, il Vecio e il Pilastro si parlavano.

“Quando verrai a trovarci?” sembravano dire quelle pietre cangianti dal grigio al rosso al giallo al nero. Un caleidoscopio di calcari che rinnovava ogni sera il suo invito. Eppure il Vecio sapeva, aveva visto tutto. La montagna sembrava avergli rivelato ogni indizio. Ora non restava che comporre il mosaico.

“Nano” come era soprannominato Romano Apollonio, uno dei più promettenti Scoiattoli in quel periodo, era appena rientrato da una licenza del servizio di leva militare. Ormai la guerra sembrava la condizione permanente della gente, sebbene si avvertisse nell’aria qualcosa in arrivo. I tedeschi stessi sembravano aver perso quella sicurezza dei primi mesi di occupazione. I rastrellamenti si erano fatti più crudi ed intensi.

Aveva sognato a lungo le sue montagne, il Nano.

Le immaginava nell’enrosadira del tramonto, o nelle prime giornate di estate alle Cinque Torri, odore dei crochi che spuntano dalla neve e prime scalate. Ma sapeva di non essere in grado di affrontare niente di impegnativo al momento. Nessuno lo era, lo si leggeva nelle facce dei compagni, dei pochi rimasti, dei pochissimi tornati. Perché le montagne erano gioia, erano libertà, e quella libertà quella gioia mancava da troppo tempo.

Però il Vecio – ah! – lui non mollava un colpo. Era difficile schiodarlo quando si piantava un’idea in testa.  Lo incontrò per caso, una sera rientrando a casa. A dire vero il Nano sperava che accadesse qualcosa per non tornare in caserma, un qualsiasi espediente per rimandare ancora, sperare …

Ci pensò il Vecio a distrarlo. Sembrava parlasse come niente fosse accaduto. Come se tutti quegli anni fossero passati su binari paralleli, la guerra, la morte, i compagni persi appartenessero ad una altra dimensione. Ascoltava le sirene, il Vecio.

Gli raccontò del primo tentativo, nel 1943 con Igi Menardi e un secondo nel luglio del 1944 naufragato in partenza a causa di un temporale. Ci volle poco, alla fine, a convincere Nano se a cantare erano le sirene…

 Scoiattoli veci, nani e schiene di muli…

13 luglio 1944, all’alba di una Cortina ancora sotto il dominio germanico ed in pieno secondo conflitto mondiale, Ettore Costantini e Romano Apollonio conosciuti dai loro compagni del gruppo rocciatori Scoiattoli come Vecio e Nano, si muovono veloci verso la parete sud della Tofana di Rozes, più precisamente verso il secondo dei pilastri, il più verticale e repulsivo con quella grande fascia gialla centrale.

La linea sembra fatta apposta per essere scalata. Una lunga, regolare, fessura taglia come un’incisione di bisturi le possenti placche basali, infrangendosi contro una sfuriata di tetti e muri giallastri aperti come una ferita nel cuore della parete. E oltre questa nota dissonante, ancora fughe di diedri, camini, fessure nella vertiginosa altezza del pilastro. La linea perfetta.

In paio d’ore raggiungono il punto massimo raggiunto nei due tentativi precedenti. Ettore si trova alla base della fessura che taglia tutta la parete nera, prima di raggiungerla bisogna superare una decina di metri di rocce gialle e friabili che costituiranno le prime difficoltà della giornata. Ricorda Romano

Ci aspetta, ora, una fessura nera torva e minacciosa, solcata da parecchi tetti … La roccia, per fortuna, permette l’uso dei chiodi e così, con duro lavoro, e l’uso di questi ultimi, il Vecio riesce a superare i primi tre tetti.”

Si ritrovano a mezzogiorno alla base della fascia gialla e strapiombate.

Racconta Ettore:

“è mezzogiorno, mangiamo un boccone ammirando la bella parete tutta gobbe e soffitti che abbiamo sopra di noi. Lo spuntino è breve, ho fretta di attaccare, la roccia è rossa e assai friabile e quindi devo avanzare molto cautamente. Molti chiodi si staccano appena non hanno più su il mio peso; altri devo solo appoggiarli in qualche buco sperando che non mi facciano qualche brutto scherzo; la difficoltà è sempre al massimo grado.”

La cordata di scoiattoli prosegue lentamente, tra colpi di abile chiodatura e qualche slancio di coraggio. Del resto, allenati com’erano a quel genere di scalata, i due cortinesi non temevano certo le ore appesi alle staffe e a martellare chiodi.

Ettore: “… mi attacco con le mani al di fuori dell’orlo del tetto su un buon appiglio e lascio andare i piedi nel vuoto sperando di poter salire a forza di braccia; mi alzo mezzo metro poi appoggio un chiodo in fessura, gli do un paio di colpi di martello aggancio la corda e mi lascio andare … “

Romano:  “ Attento Salto! . Stringo spasmodicamente la mano attorno alla corda ed aspetto li strappo, forse fatale per entrambi. Invece, nulla. Poi, sento la sua voce più calma: Molla tutto! “

Così è vinto il primo tetto, Vecio prosegue lungo verticalissimi muri gialli fino a che una placca bianca di tre metri ne blocca la progressione, tanto da fargli dubitare di poter proseguire. Un placca breve ma liscissima che lo separa da un diedrino che lo condurrebbe sotto il secondo tetto. Nano da dei suggerimenti da sotto e gli fa avere un chiodo spuntato, che forse può essere risolutivo per superare quello specchio.

Ettore lo appoggia in un buco, quel tanto che gli basta per alzarsi e piantarne un secondo nella fessurina strapiombante del diedro. Ancora qualche metro e raggiunge il secondo tetto dove è costretto a sostare scomodamente sulle staffe.

Con non poca fatica superano anche il secondo tetto e raggiungano la cengia che definiranno il più bel posto di tutta la parete. Sono le venti ed il bivacco è inevitabile.

I due scoiattoli si preparano a passare la notte. Prima di dormire discutono della via e delle difficoltà superate, Ettore ha ben chiaro che il tratto più duro deve ancora arrivare.  Quella che diventerà la famosa e temuta “schiena di mulo” incombe sopra le loro teste.

La notte passa senza disturbi, alle sei Ettore è nuovamente attaccato alla roccia.

Ettore: “ In poco tempo, raggiungo la base della parete dello strapiombo, salgo tre o quattro metri piantando dei chiodi poco sicuri. Sono a metà degli strapiombi e non riesco a proseguire perché la corda non scorre, deve essersi attaccata da qualche parte. Sono obbligato a fermarmi là e aspettare Romano.”

Romano: “ Col martello raddrizziamo i pochi chiodi che ci restano e, poco dopo, il Vecio è già alle prese con una fessura, che minaccia di rovinare da sola tutti nostri progetti. I chiodi non ne vogliono sapere d’entrare e gli appigli microscopici e, da un quarto d’ora, sta lavorando per piantare un chiodo, che gli permetta di superare un forte strapiombo di un paio di metri. I chiodi entrano si e no un centimetro o due e poi, sotto il colpo di un martello un po’ più forte sono finiti così. Ad un tratto, mi dice: « Io tento tutto per tutto O la va, o la spacca! » “

Ettore: “Appena arriva lui cerco di proseguire, ma i chiodi non attaccano; alcuni hanno già raggiunto il ghiaione alla base della parete. Mi viene un‘idea: tra la grande schiena e la parete c’è una fessura troppo larga per piantare i chiodi, perciò stacco alcuni sassi dove la roccia è friabile, li incastro nella fessura legandovi attorno dei cordini cosi posso proseguire arrivando in un camino alto sessanta metri. […]

Romano: “ il Vecio sembra un felino in agguato, è tutto rannicchiato e si prepara allo scatto finale. Si alza rapidamente e riesce ad afferrare un appigli, sul quale, con sforzo sovrumano, si solleva. In quel momento, la staffa si leva e mi passa alle spalle fischiando. […] Poco dopo tocca a me, e mi accorgo che il Vecio aveva ragione. È questo il tratto più difficile della via e, se non ci fosse stata la provvidenziale corda fissa, non so come avrei fatto a raggiungerlo”

Ancora un camino non facile e poi inizia la lunga traversata verso sinistra, fino a che Romano vede sparire il Vecio dietro un spigolo, dal quale poco dopo arriva un urlo liberatorio “La vetta è qua. Abbiamo vinto”.

Ancora un centinaio di rocce facili per poi uscire velocemente sulla cima del pilastro.

Alle due del pomeriggio del quattordici luglio 1944, Ettore Costantini “Vecio” e Romano Appollonio “Nano” concludono l’apertura di quella che diventerà una delle più belle vie di VI° delle Dolomiti.

In tempi in cui venivano commessi tra i più grandi crimini contro l’umanità e in cui molti coetanei dei due Scoiattoli morivano per i motivi più folli, sembra quasi paradossale che due giovani andassero volutamente a prendersi dei rischi per salire una parete. In realtà come tutti gli alpinisti cercavano solo di vivere in modo più intenso la vita; quell’intensità che Romano si portò sicuramente dentro fino alla fine della sua purtroppo, breve esistenza. Richiamato al servizio militare non farà più ritorno da quella folle guerra.

Il pilastro oggi – Rfilessioni storiche

Con la fine delle ostilità e il ritorno alla normalità, quello che oggi definiremmo un “exploit” della cordata cortinese trovò rapidamente la giusta considerazione nell’ambiente alpinistico. Non a caso, ancora oggi la salita di Costantini e Apollonio rientra pienamente nel “Pantheon” delle salite di sesto grado immancabile nel curriculum di ogni dolomitista e non solo. Anche se si tratta di una scalata ultranota, abbondantemente ripetuta, ripulita e chiodata nonché stagliata nello skyline più bello di Cortina, merita aggiungere alcune considerazioni per collocare questa via nel suo contesto storico.

Della guerra si è già detto. Di fatto si trattò di un periodo di particolare “calma” alpinistica gioco forza condizionata dalla chiamata alle armi di un’intera generazione e dalla difficoltà di muoversi in un’Europa devastata. Il pilastro quindi appare come una cometa isolata in un periodo tragico non solo per la comunità alpinistica e riaccende l’attenzione dei pochi scalatori “abili”. Viene facile collocare questa salita a fianco di altre note vie del periodo d’oro del 6° grado dolomitico, prima fra tutte la “Comici-Dimai” alla Nord della Grande di Lavaredo. In un teorico e del resto mai del tutto condiviso “curriculum di riferimento” le due salite rappresentano una tappa obbligata anche per i moderni climber. Un viaggio nella storia ma anche e soprattutto su due stupende linee che con grande logica vincono due pareti a loro modo e al loro tempo “impossibili”. 11 anni dividono le due salite: anni di guerra, certamente, ma anche anni in cui “infranto” quel muro dell’impossibile che aleggiava sulla Nord delle Lavaredo si susseguiranno diverse salite che hanno segnato l’epoca d’oro del 6° grado in Dolomiti. Difficile ed ingiusto fare anche solo una scelta delle più significative. Basterà ricordare le “risoluzioni” di Cassin sulla Nord della Cima Ovest delle stesse Lavaredo come sullo spigolo della Torre Trieste. O ancora l’impresa di Vinatzer sulla Marmolada, dello stesso Comici di ritorno in Lavaredo tra la Piccola e lo Spigolo Giallo, o sulla misteriosa Cima d’Auronzo. E infine la caduta, una ad una delle maggiori e più naturali linee sulla Nord Ovest della Civetta. Un comune denominatore di tutti questi “capisaldi” dell’alpinismo classico è comunque quello di seguire, seppure su difficoltà sempre più sostenute linee il più possibile naturali che offrissero comunque all’arrampicatore un suggerimento nella vastità e severità dei versanti scelti. Fessure, diedri, spigoli o aree traversate venivano sempre meglio e con maggiore astuzia collegati tra loro a formare linee di salita ancora oggi stupefacenti. Sulla Nord della Grande il “grande passo” fu fatto soprattutto nell’idea di affrontare una parete così verticale ed esposta e con un uso se non sistematico quantomeno abbondante delle tecniche di artificiale.

Si tratta di un passaggio importante nella storia dell’alpinismo dolomitico che infrange la percezione della parete impossibile e rende gli alpinisti molto più determinati e smaliziati nell’affrontare pareti di quel genere. Tuttavia, volendo cercare una sorta di continuità con il passato la salita di Comici e dei Dimai ancora sfrutta una serie di linee naturali nella sezione di parete più articolata e fratturata, sul suo margine destro dove le colate nere di dolomia più lavorata e meno strapiombante sono più continue ed evidenti. Quella linea era stata strenuamente inseguita dai Dimai e infine raggiunta con l’apporto di Comici. La Nord della Grande è ancora una salita “naturale” seppure artificiale nella realizzazione.

Undici anni dopo gli Scoiattoli, nel silenzio e nello sconforto della guerra che devasta l’Europa, riprendono quella ricerca ma con due essenziali differenze. La prima, seppur apparentemente meno importante, è quella della scelta della parete. Il Pilastro è una struttura rocciosa imponente e definita, ma non una cima né una torre. È parte di una parete vasta, complessa, articolata, imponente e solenne come un tempio in cui i diversi pilastri si alzano quali enormi colonne, eppure illuminata dal sole. Niente a che fare con le tenebrose Nord ossessione di alpinisti pur sempre fedeli al “credo” della vetta.  Una parete rappresentava un problema solo se questa rappresentava il versante di una cima, torre o guglia che si voglia.

Ma il Pilastro? Ecco quindi che Costantini ed Apollonio spostano l’attenzione dell’alpinismo dalla pura vetta alla “parete” quindi al “problema”. Un passaggio forse non totalmente percepito. Non è un caso, infatti, che la grandiosa parete all’epoca vedeva ben poche tracciati sulle sue rocce. Il lungo, avvolgente ed avventuroso giro della cordata Dimai-Eotvos, la “diretta” di Stosser (in linea con l’epoca del resto lungo il percorso più logico e diretto verso la vetta) e la Julia, una via tutt’oggi misteriosa e poco ripetuta, che già sposta l’attenzione sulla parete pur tendendo a salirla nella sua massima altezza, opera anch’essa del lungimirante “Vecio”. Dopo il Pilastro cadono con sorprendente rapidità tutte le strutture “minori”, gli ormai celeberrimi spigoli oggi meta quasi esclusiva degli scalatori (raggiungere la cima anche solo per la Dimai è ormai questione da intenditori …). Primo, Secondo (quello a lato del pilastro) e Terzo Spigolo vengono saliti in impressionante successione tutti nell’estate del 1946! Come se si fossero accesi i riflettori la Tofana rivela man mano ai suoi pretendenti nuovi ed invitanti linee e ancora continua a farlo …

Secondo e altrettanto importante passaggio è quello della linea prescelta. Se è vero che il Vecio e Nano sfruttano per buona parte la linea più naturale data dalla lunga e regolare fessura grigia in basso e dalla successione di camini e diedri dalla seconda cengia in su, bisogna rilevare il coraggio nel “buttarsi” in mezzo ai gialli e per giunta tra i tetti della parte centrale. Non c’era ancora una via in Dolomiti all’epoca che superasse strutture strapiombanti così pronunciate. In Lavaredo Comici e Dimai si erano trovati a confrontarsi con piccoli strapiombi su una parete di per sé strapiombante ma con numerosi punti di riposo. Lo stesso Cassin sulla Ovest sfrutta con astuzia i punti deboli letteralmente attraversando la parete (un solo passaggio, sul muro giallo prima del traverso è paragonabile). Solo Carlesso forse, sia sulla Trieste che sulla Valgrande era riuscito ad anticipare l’epoca moderna con vie di grande visione e coraggio nell’affrontare pareti aperte e con pochissimi compromessi. Si trattava nel caso di Cassini e Carlesso di singoli tiri che permettevano di risolvere il problema più ampio della salita della parete. Nel caso del Vecio e del Nano invece i due si buttano nel cuore del problema, la fascia gialla, che per l’epoca rappresentava ancora uno scoglio psicologico non indifferente. Niente fessure, né diedri né camini: Costantini sale con abilità quegli 80 metri sfruttando le sue doti di chiodatore, ma anche azzardando singoli passaggi in libera con la tecnica del “o la va o la spacca” ed altrettanto bravo era Apollonio nel recuperare i chiodi, preziosissimi. I due tiri tra i due tetti sono già nell’era moderna: parete apertissima, esposta con fessure esili e passaggi obbligati ancora oggi valutabili di 6° pieno. I due tetti poi rappresentano anche due porte “chiuse” ad un’eventuale ritirata che dalla seconda cengia in poi diventa assai problematica anche oggi. La schiena di mulo, che costituisce il tratto forse più duro in libera per continuità e interpretazione del tiro (soprattutto al giorno d’oggi in cui la tecnica di camino sta man mano scomparendo dai manuali…) rientra però nell’ordine delle strutture che gli alpinisti del primo Novecento già conoscevano. Forse per questo il Vecio, pur consapevole che quel budello strapiombante sarebbe costato sudori e fatica, sapeva che la via non poteva che passare da lì. La tecnica dei sassi incastrati “artificialmente” invece era ben nota e anche esponenti più moderni come Don Whillans e Joe Brown sulla Blaitiere l’avrebbero adottata… venti anni dopo!

Ecco quindi che il Pilastro proietta l’arrampicata dolomitica nella nuova dimensione moderna. Apre la stagione delle direttissime per linea, tecnica, perseveranza: affronta i problemi al di là della vetta  e della struttura. Impone la direttiva alla parete e non viceversa. Un passaggio epocale.

Come i grandi festival del cinema sono passaggio obbligato per i registi in cerca di affermazione, altrettanto è per il Pilastro che riceve le visite dei migliori scalatori del dopoguerra. La prima, per questione di orgoglio, non può che essere ancora degli Scoiattoli. Ghedina e Lacedelli che avrebbero poi stupito – sebbene  non convinto – la comunità alpinistica alcuni anni dopo con la ripetizione lampo della Bonatti al Capucin nonché con la prima della Scotoni, sono i primi a tornare sul Pilastro. In giornata. Dopodiché il Pilastro è il turno dei “foresti”. Erich Abram nel 1951 e Hermann Buhl nel 1952 firmano la terza e la quarta salita. La Costantini – Apollonio arriva dunque alla ribalta che merita. Anche ad ovest. La considerazione è infatti tanto alta che questa via diventa il “test” utilizzato da due promettenti e ormai discretamente famosi ragazzi lombardi. Si tratta di Bontatti, Mauri, che nell’inverno del 1953 affrontano il Pilastro in versione invernale. Ma se per Bonatti e Mauri il primo tentativo (interrotto per una nevicata a circa metà via) è solo un allenamento prima di spostarsi sulle Nord di Lavaredo, sono sempre due monzesi della nuova generazione quali Oggioni ed Aiazzi, a mettere a segno la prima invernale in 3 giorni dal 16 al 18 marzo.

Nei decenni successivi il Pilastro rimane un riferimento mentre attorno è tutto un fiorire di linee sempre più spinte. Saranno di nuovo gli Scoiattoli di casa a spostare in avanti il limite, nel culmine dell’epoca delle direttissime e delle lunghe permanenze in parete guadagnando metro su metro i settori più inaccessibili. A destra, in una impressionante sezione gialla, sono Lorenzi, Menardi, Michielli, Gandini e Zardini in 5 giorni nel 1963 ad aprire la via “Paolo VI”. La scalata è quella in voga all’epoca. Artificiale spinta, grande opera di chiodatura, esperienza e intuito nel seguire i pochi punti deboli di una parete repulsiva, sulla quale la libera oggi è valutata 7b! Impresa notevole, pochissimo ripetuta negli anni successivi, oggi rivalutata dopo la (parziale e assai parsimoniosa) riattrezzatura dell’estate 2013. Poi sarà il turno delle nuove leve come Leviti con la sua Gilles Villeneuve che segue parallela la Costantini-Apollonio in piena parete e di Da Pozzo che nel 2005 apre la bellissima Sognando l’Aurora. Difficoltà spinte, spittaggio obbligatorio e grande esposizione sono gli ingredienti che fanno delle vie di “Mox” dei capolavori moderni.

Ma una classica non è mai per caso. La Costantini-Apollonio potrà forse subire la concorrenza delle linee moderne dove predomina la ricerca della difficoltà e della bella roccia, magari attrezzando a spit soste o tiri per rendere accettabili i margini di sicurezza, ma la via dei due Scoiattoli è ancora un passaggio obbligato. Ne sono prova le “stratificazioni” di chiodatura che si possono osservare ancora oggi a dimostrazione che se è vero che il Vecio e Nano erano ancora figli dell’epoca del chiodo come strumento di progressione, questo non è stato disdegnato nemmeno dai ripetitori. I vetusti fasci di cordini che avvolgono massi o adornano i chiodi d’antan, penzolando dai tetti gialli lasciano ancora interdetti, nell’epoca della sbandierata “sicurezza”. Sono ancora tanti i pellegrini della dolomia che passano ad omaggiarli non disdegnando di chieder loro pazienza e un piccolo aiuto. Attorno al Pilastro sono fiorite non solo vie, ma anche discussioni. “Valorizzazione” a spit o tradizione ferrea? A Cortina si è discusso e si discuterà ancora ad ogni spit tolto o discretamente aggiunto. Gli alpinisti vi torneranno, sempre e comunque, chiedendosi ancora come si fa a passare quel dannato tratto della Schiena di Mulo.

Una classica non è mai per caso…

Continua…. Sirene/2

Bibliografia: Luciano Viazzi, Le Tofane biografia di una montagna, ed. Manfrini 1983.

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