Questione di stile – per un’estetica delle classiche

di Saverio D’Eredità

A cosa pensiamo, esattamente, quando pensiamo a un “classico”? É una domanda che mi pongo spesso e che mi è tornata in mente una mattina ascoltando alla radio gli accordi di uno dei riff di chitarra più famosi della storia, ovvero l’attacco di “I can’t get no (satisfaction)” dei Rolling Stones. Quante volte avrò ascoltato questo pezzo? Se avessimo un contatore personale delle riproduzioni sicuramente supererebbe quota mille. Eppure anche quella mattina, alla radio, non ho girato stazione. Perché il riff di Keith Richards, nonostante le migliaia di riproduzioni è ancora qualcosa che alla radio si impone e ti dice “ehi, amico, non cambiare, senti un po’ qua”. Per dio, sta canzone ha 56 anni e ancora la ascoltiamo dicendoci “bè, non c’è che dire, proprio un bel pezzo”! Ecco, forse, un buon modo per definire un “classico”: qualcosa che nonostante il tempo, l’usura, la ripetizione riesce a risultare ancora “fresco”. Come se fosse fatto di una qualche materia inossidabile e resistente. Destinato ad essere sempre attuale.

Quando si parla di “classiche” nello scialpinismo, talvolta c’è la tendenza a snobbarle o darle per scontate: quasi che una salita (e discesa) perdesse di interesse per il solo fatto di rispondere a canoni di bellezza universali o di esser stata percorsa migliaia di volte. In altre parole, quasi sapesse “di vecchio”. Eppure la linearità di un percorso, l’esposizione, la morfologia e il contesto sono tutti ingredienti che fanno dell’esperienza dello sci qualcosa di diverso da una semplice gita. A ciò si unisce anche l’appartenenza ad una sorta di patrimonio collettivo di esperienze ed emozioni in cui tutti ci riconosciamo. Sulle classiche è normale non essere da soli, è vero, ma è raro che questo possa veramente rovinarne la bellezza. Un classico è qualcosa che va al di là dell’essere “primi” o essere “di moda”, perché ciò che conta è più l’esperienza complessiva della montagna che la competizione con qualcosa o qualcuno. Insomma, anche se classico in senso stretto è ciò che riguarda la “parte migliore” di una certa categoria, finisce per diventare qualcosa di molto democratico nella realtà.

In discesa dalla Cima di Mezzo su firn perfetto – foto S.D’Eredità

Negli ultimi tempi il classico è stato via via sostituito dal più superficiale e ruffiano concetto di “mainstream”. Quante volte una gita è stata ripetuta in maniera ossessivo – compulsiva per giorni grazie al passaparola mediatico e in fin dei conti poca fantasia? Inevitabile l’effetto gregge che si crea, frutto ancora una volta della tendenza a trasferire lassù la tendenza al consumo più che l’esperienza autentica, laddove invece le “classiche” rimangono lì (quasi) indifferenti alle stagioni, alle larghezze degli sci o i colori delle tute. Più di una volta, per il solo intento di “distinguermi” ho girato le tavole verso altre mete cercando ora originalità a tutti costi (e sonore legnate), ora il “must” del momento per non mancare di timbrare il cartellino sulla “imperdibile” discesa della settimana. In fin dei conti, dando per scontata una certa forma di bellezza. Ma abbiamo saputo coglierla veramente?

Italo Calvino nel suo “Perchè leggere i classici” scrive che “classici sono quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”. Parafrasando nel nostro piccolo mondo di inappagati cercatori della neve perfetta, potremmo dire che anche una “classica” andrebbe fatta (o rifatta) nelle condizioni migliori per essere gustata. Forse sta qui uno dei sensi più profondi (e nascosti) di questo modo di vivere la montagna. Ovvero unire l’estetica di un percorso alla condizione ideale tanto della montagna quanto di noi stessi, per goderne appieno. Perché non basta il momento giusto, ci vuole la neve giusta, la luce giusta, e persino lo spirito giusto. Tutto sommato siamo degli inguaribili edonisti sempre alla ricerca di quella “soddisfazione insoddisfatta” che aveva ispirato gli Stones 50 anni fa. In questo inverno tanto bello quanto strano, nonostante le tentazioni di cogliere le discese più inusuali, c’è stato tempo e modo per ritrovare il gusto per alcune classiche, cercando però di evitare la “spunta dalla lista” che qualche volta oscura l’esperienza, intesa proprio come estetica, dello scialpinismo. E sarebbe bello infatti chiamarlo di nuovo “sci di montagna”, alla maniera d’oltralpe. Se non il modo migliore, di certo quello esteticamente più appagante per vivere la montagna nella veste invernale.

Qui di seguito troverete tre proposte di “classiche” dello scialpinismo dalle Dolomiti d’Oltre Piave alle Giulie, senza pretesa di originalità, ovviamente, ma con l’intento di far apprezzare anche i percorsi più noti nelle condizioni e nelle modalità migliori. Una scelta dettata dall’estetica in senso stretto, intesa come “esperienza” della montagna. Una questione di stile, diciamo.

Tacca del Cridola – mt.2290 (Gruppo del Cridola, Dolomiti d’Oltre Piave)

Traversata da Forni di Sopra alla Val Cridola

Anni fa, chiacchierando con uno scialpinista di lungo corso, quando dissi che mi sarebbe piaciuto fare la Tacca in traversata mi guardò sbalordito: “non si fa in traversata”! Rimasi piuttosto stupito e pure un po’deluso da quel giudizio sprezzante e categorico, figlio forse di un modo di pensare poco incline alla creatività e all’estetica. Insomma, va bene che è una classica, ma è pur sempre una gran bella sciata e cosa c’è di più eccitante di percorrerla “en boucle”, dopo aver espiato la salita alla tacca dal canale sud per immergersi nelle ombre e nevi profonde del versante nord? Lo scialpinismo come libertà ed esplorazione si può apprezzare anche su un percorso tra i più noti di quella zona a cavallo tra Carnia e Dolomiti. Le Dolomiti d’Oltre Piave non offrono di certo un terreno ideale per lo scialpinismo classico (accessi laboriosi, fondovalle profondi, canali incassati tra pareti e pinnacoli), semmai più adatto agli amanti dello “ski sauvage”. Ed in ogni caso riservate a chi ha gambe, cuori e polmoni forti. Tranne la Tacca, una specie di “bonus” offerto gentilmente da queste montagne difficili: una discesa di 1300 metri su pendenze ideali e in terreno aperto. Una rarità da queste parti, ma anche una classica! Da prendere con l’ultima polvere, quella più inattesa che si conserva ancora quando altrove le condizioni sono meno esaltanti. Allora si avrà veramente l’impressione di aver trovato un tesoro. E pazienza se ci sarà già qualche traccia, c’è spazio per tutti!

Polvere in Val Cridola – foto A.Fusari

Cima di Mezzo – mt.2713 (Gruppo del Coglians-Chianevate, Alpi Carniche)

Dal Rifugio Tolazzi per forcella Monumenz e la via normale

Partire da una cima “sci ai piedi” è uno dei sottili piaceri più noti allo scialpinista classico. Meglio ancora se la cima è aerea, panoramica e la sciata elegante. Senza contare l’altro sottile piacere, quello di raggiungere una cima non così “di grido” quindi riservata a veri estimatori. Poche decine di metri di altezza non le permettono infatti di soffiare il primato di “tetto del Friuli”, detenuto da quel Coglians così vicino e ambito. Eppure la Cima di Mezzo conserva il fascino della montagna non scontata, che sa essere apprezzata dagli sciatori di montagna alla ricerca di un certo tipo di perfezione. Sciata continua, su pendenze ideali e a tratti sostenute, esposta quel tanto da mantenere alta la concentrazione senza per questo essere stressante. Una montagna così va colta con la sua neve perfetta, ovvero il firn delle giornate primaverili che qui possono anche trovarsi nei mesi invernali. Non sarà difficile trovare questa condizione, peraltro. Un itinerario di classe, in cui apprezzare il lato solare dello scialpinismo, quello in cui lo sciatore si troverà in una rara condizione di armonia con la natura, il paesaggio e la montagna.

Dalla Cima di Mezzo verso l’anticima, la Carnia e la pianura friulana sfumata nella foschia – Foto S.D’Eredità

Curtissons – mt. 2240 (Alpi Giulie, gruppo del Montasio)

Da Sella Nevea per il versante sud

Ci sono cime che per metà del tempo non sono che quote su una mappa. Rilievi con un nome, ma senza una particolare identità. Montagne che aspettano pazientemente il loro riscatto, che avviene (quasi) puntualmente d’inverno, quando un manto bianco dona loro una nuova veste. E’ questo il caso dei Curtissons (i “coltellacci” in friulano, nome dovuto alle seghettature della cresta), elevazione della lunga cresta che collega il Cimone al Montasio, il cui regolare pendio in inverno sembra fatto per essere sciato. Una delle classicissime del lato solare del Montasio e per questo meta molto frequentata e conosciuta, anche per le modeste difficoltà che la rendono adatta a scialpinisti non particolarmente agguerriti. E quindi, vi chiederete, cosa ci sarà di tanto speciale? Per apprezzare questa sciata (che rimane, in ogni caso, una gran bella sciata da curve ampie e veloci!) bisognerebbe cogliere un momento particolare, quello dei contrasti. Andateci in un giorno d’inverno, quando qui grazie all’azione del sole e all’alchimia delle inversioni, la neve riesce a trasformarsi anche nelle giornate più corte. Andateci quando la Raccolana e il Canin sono immersi nelle loro ombre o ancora di più quando proprio l’inversione crea l’effetto mare di nubi. Ecco il momento del riscatto per le montagne minori. Perché nessuna di loro è veramente anonima, ma dobbiamo essere noi a dar loro un nuovo significato. Sopra le ombre della valle, sopra le nubi della pianura, solcando i pendii solari del Curtissons vi sembrerà davvero di sciare in quadro.

Salendo ai Curtissons in un giorno di inizio inverno – foto L.Barbui

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