Annozero (sul Nevee Outdoor Festival e altre cose)

di Saverio D’Eredità

“Che vergogna, sarà mica accoglienza questa! Tovagliette di carta e nemmeno una carta dei vini!”

“Ci siamo persi, i segnavia erano sbiaditi e non mi prendeva il GPS!”

“Quella ferrata è pericolosa: c’è un tratto in cui il cavo è allentato e nessuno ha messo un cartello. Andrebbe chiusa!”

“Nel programma era previsto di arrivare in cima alle ore 12 e invece non l’abbiamo nemmeno vista!”

Avete già sentito commenti come questi? Non è raro intercettarli in qualche bar di fondovalle o fuori dai rifugi. Senza parlare delle pagine dei social. Forse alcuni vi sembrano esagerati, ma non siamo poi tanto lontani dalla realtà. E la realtà è che – ci piaccia o meno – tutto quello che gravita attorno alla montagna è né più né meno che un prodotto di mercato. Che sottostà a regole di marketing più che meteorologiche. Dove le condizioni naturali sono sostituite dall’offerta. Dove si fruisce e non si vive.

Potrebbe sembrare la solita lamentala di un nostalgico amante di un’arcadia ormai perduta (e forse mai esistita). Ma credo che tante volte il liquidare così ogni tipo di riflessione sia solo un modo per eludere il problema. Problema di cui siamo tutti parte: prima ancora che come “appassionati” (tralasciando le definizioni o meglio “nicchie” per usare ancora una volta un termine economico), sicuramente come cittadini per non dire consumatori. Perché quello siamo. Consumatori del prodotto montagna, con tutto il corollario che va dall’ultimo aggiornamento tecnologico che ci portiamo dietro all’abbigliamento, dall’attrezzatura tecnica ad un determinato “stile” che adottiamo (o compriamo?) per sentirci in quel contesto, in quel momento, inseriti, accettati per non dire apprezzati. E che altro non è che conformismo.

Credo sia questo il punto: non tanto demonizzare il risvolto economico del turismo (ricordandoci che la prima forma di turismo alpino fu proprio l’alpinismo dei benestanti inglesi nell ‘800), né per contro, inneggiare ad una non meglio definita libertà che si tramuta in sterile anarchia. Il punto è aver pian piano fatto sfumare il senso profondo della montagna (anzitutto per quello che è, ovvero spazio naturale) fino a farlo diventare del tutto secondario rispetto al “prodotto montagna”.

Ne avevamo già parlato su questa pagina quando, nella surreale primavera del 2020 si era posto il problema della agibilità dei rifugi (e persino della percorribilità dei sentieri!) in pandemia. Ma di quel dibattito ricordo soprattutto l’incredibile spostamento del discorso da un tema di “sicurezza sanitaria” ad uno di “qualità dei servizi”. Come se un rifugio fosse un resort che doveva “garantire” uno “standard”.

Se ci pensate non è tanto diverso dal dibattito odierno. All’indomani del cataclisma (perché quello è stato) della Marmolada, il dibattito mediatico ha deviato la sua traiettoria da una urgente riflessione sugli effetti del cambiamento climatico (ovvero la causa), per concentrarsi sulla regolamentazione delle attività che si svolgono in quota, quasi fosse quello il problema. E al di là della deprecabile morbosità quando si conta la perdita di vite umana, la conclusione è stata che bisogna in qualche maniera “porre dei limiti”. Insomma, se del caso, vietare. E così mentre ci lamentiamo che mancano i cartelli o il rifugio non propone un adeguato menu, un giorno ci alzeremo e scopriremo che in montagna potremo andarci solo sulla base di un’autorizzazione emessa da qualcuno al quale avremo delegato la nostra capacità di scelta. E magari ci starà anche bene, nel frattempo.

Ma cosa c’entra tutto questo con il Nevee Outdoor Festival? Dopo due anni di stop forzato e con il rischio di perdere quell’atmosfera festosa (e la voglia di ricrearla) che aveva caratterizzato un’occasione del genere, quest’anno il NOF riparte. Dalle origini. Da quella che era la grande festa pensata da Leo (e per Leo) come un raduno di ragazze, ragazzi, bambini e adulti accumunati da quelle passioni in cui la Natura è parte integrante.

Il NOF di quest’anno si libera di programmi, percorsi segnati, tabelle e appuntamenti. Un unico, grande raduno di due giorni il cui cuore pulsante è il Rifugio Gilberti. A parte le attività organizzate per i bambini (da sempre elemento distintivo di questo ritrovo), il resto si svolgerà a schema libero. Avete un crash pad? Portatelo su, cercatevi un masso, massacratevi i polpastrelli per risolvere un blocco! Vi piace camminare? C’è un pianeta Canin da scoprire, vi basta un passo per entrare nel Parco Prealpi Giulie. Amate le vie a più tiri? Credo che in Giulie e forse nelle Alpi orientali non esista roccia come quella del Bila Pec. Ci sono inghiottitoi per chi vuole esplorare gli abissi, linee di slack da tirare, manca solo la neve quest’anno, ma speriamo si sia solo presa una pausa.

Cosa c’entra quindi il NOF? Il NOF vive un nuovo annozero, in cui ripensare tutto di nuovo. Che nel suo piccolo lancia un messaggio: viviamo la montagna per quello che è. Viviamo la Natura indipendentemente da una tabella, un programma, un pacchetto. Non facciamoci imboccare, incasellare, guidare. Se rinunciamo a questa autonomia, il cui altro lato è la responsabilità delle nostre azioni, avremo rinunciato – e per davvero – alla libertà. E non quella vuota, svogliata, libertà “di fare quello che voglio”, ma la libertà del prendersi cura di noi stessi, degli altri, dell’ambiente. Una libertà piena e consapevole.

Dipende da noi, ora più che mai.

Note: il NOF 2022 si terrà il 23 e 24 luglio a Sella Nevea. Le attività organizzate e guidate saranno dedicate esclusivamente ai bambini (under15), quali arrampicata, speleologia e slack line e partiranno dalla mattina di sabato (ore 10) al tardo pomeriggio (ore 17), analogamente la domenica. Il resto a schema libero, nella meravigliosa cornice della conca Prevala.

Info sul NOF al sito e sulla pagina Facebook

http://www.neveeoutdoorfestival.com/ https://www.facebook.com/NeveeOutdoorFestival

Fuga sul Plauris

di Saverio D’Eredità

Sono giunto alla conclusione che il merito di certe imprese un po’folli sia da attribuirsi non tanto a chi le ha concepite (che a sparare minchiate siamo bravi tutti), quanto piuttosto al primo che ci crede. Mi spiego. Quando arrivi a dire “bè, se siamo in zona rossa e possiamo muoverci solo in bici potremmo pur sempre fare – che ne so – il Plauris partendo da Udine” (che già il Plauris, di per sé, non è che sia una montagnetta). Ecco, quando dici una cosa del genere (sapendo benissimo che rimarrà sepolta in qualche chat insieme a chissà quali altre fantasie) è il primo a venirti dietro che è veramente l’artefice. E con lui tutti gli altri. E a quel punto tutto rientrerà nell’ambito di una certa – seppure disagiata – normalità.

Partenza notturna da Udine – foto M.Battistutta

Sembrerà normale quindi sgattaiolare alle 5 del mattino, con la città ancora anestetizzata dalla notte e il coprifuoco, trovarsi come ladri all’angolo di una strada e filare via leggeri se non nel carico almeno nell’animo. Gli sci che fendono l’aria come spinnaker sulla bici, tutto il resto legato alla “mah sì, secondo me regge” e via attraversando gli scheletri di cemento e acciaio della nostra quotidianità. Scoprendo che gli uccellini cinguettano anche alle rotonde (sì, anche al Terminal Nord) e che l’alba colta all’altezza del sexy shop di Gemona sa essere tenue e commovente come da una cresta del Bianco.

Cambio assetto 1/ Portis ore 7 – foto F.Clocchiatti

E a quel punto non ci sarà più niente di strano e ti sembrerà persino ovvio parcheggiare le bici e caricarsi gli sci in spalla (tanto era lì che stavano già da due ore e 40 km) e addentrarsi nella val Lavaruzza, misteriosamente bella come tante valli prealpine. Anche se a risalirle, queste valli (o sarà meglio definirle scoli, grondaie, pareti un po’boscose), è come la comica del rastrello: ogni passo che fai è come pestare un rastrello e prendersi un palo in faccia da quanto è ripido. Però le cascate, ora al disgelo, sono bellissime e da qui non si vede nemmeno l’autostrada.

Quella di Cjariguart è una terra promessa di neve e silenzio, a dimostrazione che follia non era, anzi. Metter giù gli sci (finalmente!) e incamminarsi verso la cima (che vuoi sono solo ancora 700 metri) a quel punto non sarà né un sacrificio né un’agonia, ma un dovuto omaggio al Re delle Prealpi Giulie. Perché alla fine siamo venuti qua – ammettiamolo – per una foto. Una bella foto, per carità, quella che immortala la curva (una, due, al massimo) più elegante delle Prealpi Giulie. Ma pur sempre una foto. No, ditemi se non è da bohemien questa cosa. Però loro ci hanno creduto. E allora penso che se tutti veramente avessimo qualcosa in cui credere (qualcosa di bello, di esteticamente apprezzabile, di totalmente coinvolgente, intendiamoci), chissà che sfracelli faremmo. Pensa che spirito, che coesione, che forza! Potremmo farne la rivoluzione.

Ultimi passi prima della cima del Plauris – foto G.Simeoni

Sempre che la cosa non sfugga di mano. È successo, anche stavolta – è un rischio insito nelle rivoluzioni – che poi gli altri ci credano un po’ troppo. Che la tua idea del mattino (una delle tante) di sfruttare quella lingua di neve che scarta a destra la cascata e (pensa tu!) ti fa sciare ancora duecento metri sia veramente fattibile. Ci avevamo visto passare un camoscio come una scheggia giù di là. Ed è vero che “dove passa il camoscio passa anche l’uomo” ma io a quella panzana non ci ho mai creduto. Dove passa il camoscio l’uomo passerà anche, ma se la fa sotto. Già mi vedevo derapare afferrando rametti qua e là calcolando punti di caduta e potenziali traumi, litigare con qualcuno a caso e tornare giù infastidito. Quindi è stata persino commovente l’insistenza infantile di Gabriele (“se non vieni tu non ci vengo io”) e l’audacia silenziosa (e inconsapevole) del Batti, nel lanciarsi sul bordo di quell’abisso tra rododendri, faggi e poi chissà e dire “mah si, SEMBRA che si passi”. E perdio, siamo pur sempre sciatori o no? E allora via, seguendo il camoscio e ancora la neve, fino al salto della cascata, là dove ridiventa acqua, ridiventa tempo che scorre. Allora via, ma a cercare cosa poi, l’avevamo capito? Avevo riletto qualche giorno prima l’avventura di Felice Benuzzi sul Monte Kenya. La fuga da un campo di prigionia (e ritorno) a puro scopo di alpinismo. Vi lascio con queste parole, senza aggiungerne altre.

“Esiste un futuro! Se si sa crearlo, se si sa osare, se si sa preparare. Tu puoi rimettere in moto il tempo se ti sai impegnare con tutto te stesso.”

La più bella curva delle Prealpi Giulie: Gabriele Simeoni in discesa dalla cima del Plauris – foto M.Battistutta