Le nevi del Giappone

di Saverio D’Eredità

Decise di fermarsi ai piedi di una roccia che riparava dal vento, appena oltre il limite del bosco. Non saprei il motivo. Forse perché era ormai tardi o perché gli piaceva quel punto, un’isola di luce accerchiata dalle ombre. Poi prese a parlare d’un tratto, come se stesse riprendendo un dialogo con qualcuno che non c’era. Era così, mio padre. I suoi pensieri erano un fiume carsico, scorrevano sotterranei per poi riemergere d’improvviso. Dovevi essere bravo a trovarli, seguirli e riconoscerli. Perché poi si inabissavamo di nuovo in quel suo sguardo lontano.

“Se rifletti bene, è tutta una questione di immaginazione. Amare una persona, mettere al mondo dei figli, costruire città e raccontare storie, ha tutto a che fare con l’immaginazione. Per lo stesso motivo scaliamo le montagne. Perché sappiamo immaginarle. Se ti fermassi solo a ciò che vedi, senza immaginare qualcosa di diverso, ne rimarresti schiacciato. La realtà così com’è, senza immaginazione, è una cosa terribile, persino spietata. Se come esseri umani non avessimo saputo immaginare qualcosa di diverso da ciò che vediamo, probabilmente non ci saremmo mai evoluti.”

Fissavo un punto indefinito nell’orizzonte; quando si metteva a parlare non lo guardavo mai perché sapevo di metterlo in imbarazzo. Mi persi quindi a seguire la linea di creste davanti a noi. Quelle soste erano i momenti che preferivo. I pensieri che prima seguivano un qualche filo (cosa prepariamo stasera, saremo a casa prima che faccia buio, dovrei proprio iscrivermi a quel corso) si scioglievano, mischiandosi l’uno all’altro senza logica. Il volto di un’amica, la scena di un vecchio film, il ritornello scemo di una canzone. Osservai il profilo della montagna dall’altro lato del passo dove avevamo lasciato l’auto. Avrei voluto chiederne a mio padre il nome. Ma come se stesse leggendomi i pensieri riprese, d’improvviso.

“Vedi ad esempio ora, quella montagna lì? Si chiama Piombada e tutto sommato non è che una collina appena un po’più ripida. Eppure adesso, con questa luce che pare venire dal cuore della Terra e la neve che stucca ogni angolo, mi sembra di vedere i profili del Machapuchare, la “coda di pesce” sacra ai nepalesi. L’ho visto, sai, il Machapuchare. Si, sono stato in Nepal, una volta, era prima che tu nascessi. Un viaggio un po’particolare, in realtà non quello che pensavo. Avrei voluto tornarci, ma la vita poi è andata come sai. Comunque il Machapuchare l’ho visto, dentro un’alba umida e fosca e tutte le persone puntavano i teleobiettivi delle macchine fotografiche verso un punto imprecisato nella nebbia solo perché qualcuno aveva detto loro che lì, in quella direzione, potevano vedere le montagne più alte del mondo, forse addirittura l’Annapurna. Mi ricordo che tutti erano lì, con le macchine fotografiche e gli indici puntati perché volevano vedere l’Annapurna, anche se in realtà c’era solo nebbia. Nessuno spostava lo sguardo più in là, dove spuntava altissima la coda di questo pesce immenso. Nella luce del primo sole del mattino mi pareva un sogno o una nuvola. Non riesco a descriverne la bellezza, bisognerebbe essere lì e vederselo spuntare d’improvviso, il Machapuchare, con quella torsione sinuosa dei fianchi che pare davvero un corpo che si tuffa. Non l’ha mai scalato nessuno, pare, o se qualcuno l’ha fatto non è tornato indietro.”

Non sapevo quando avrebbe finito, ma non replicai. Mi sentivo chiamata in causa, il suo rimarcare alle rinunce che ha fatto, ai sogni irrealizzati e chissà quale altra lamentela mi provocò una certa irritazione. Ma cercai di farmi scivolare addosso quel senso di fastidio. Tutto sommato mi faceva piacere sentirlo parlare. Mi sollevava dalla necessità di dire qualcosa, se mai ce ne fosse stato bisogno.

“Qualche volta penso a quelle persone che guardavano la nebbia quella mattina a Pokahra – disse, affondando le unghie nella buccia del mandarino – “tutti presi a scattare foto ad un punto imprecisato per poi scendere subito da quella modesta cimetta panoramica dove avevamo atteso l’alba. Mi viene da pensare che forse non avevano poi tanta immaginazione, quelle persone. Che erano lì perché dovevano esserci e non perché desideravano esserci. Poi le nebbie inghiottirono tutto e io stesso non so adesso se quello che avevo visto era veramente una montagna così bella e perfetta o tutta immaginazione. Importa qualcosa? Forse non così tanto, perché ci sono sere come queste in cui guardo qui il Piombada, con quei suoi alberi spelacchiati, i segni delle vecchie piste e i paravalanghe e a me pare la montagna più bella del mondo.”

Ci fu un attimo di silenzio, piacevole e leggero. Ero contenta di sapere che quello davanti a noi si chiamava Piombada e che, come al solito, mio padre si stesse perdendo nelle sue elucubrazioni senza affondare il colpo su di me, la mia vita, le mie scelte e le cose che secondo lui dovevo assolutamente fare. Si sarebbe messo ad osservare qualche punto imprecisato e avrebbe iniziato a parlarmi di canali, combinazioni, traversate eccetera. Tanto non faceva mai nulla di quello che diceva. Invece si alzò di scatto, scrollandosi la neve dai pantaloni e guardandomi dall’alto “Vedi, è una cosa importante, l’immaginazione. In qualche modo è la prima forma di resistenza. L’ingrediente principale per costruire il futuro. Quando pensi che non ci sia speranza, che non ci sia futuro, quando ogni strada ti sembra segnata, devi ricominciare ad immaginare di nuovo. Le persone non invecchiano perché passano gli anni, ma perché smettono di immaginare. Come quelli che fotografavano la nebbia solo perché qualcuno aveva detto loro di farlo. Non è facile immaginare. E’ una pratica che va esercitata nel tempo, ogni giorno, ogni minuto. Si perde subito l’allenamento. Ci attardiamo un momento sulle cose reali, quelle che ci dicono che contino davvero e finisce che non riusciamo più ad immaginare. Il vantaggio è che lo puoi fare sempre. Andando a far la spesa, guidando la macchina e qualche volta anche parlando con le persone noiose. Cara mia, ci hanno promesso tante cose e ce ne hanno tolte altrettante. Ho l’impressione che lo scambio non sia stato equo. Eppure possiamo ancora immaginare. Che questo sia il Machapuchare e non il Piombada, che nessuno vi sia ancora salito e quest’ora, questa luce, questo fazzoletto di neve siano solo per noi. E se devo darti un consiglio, solo uno, ascoltami. Non smettere di immaginare.”

Le ombre avanzavano nel bosco, che parve farsi più fitto. Mi prese di colpo una strana paura, come le prime volte che andavo a sciare e mi toccava scendere per questi boschi intrecciati, con la neve dura e i rami che ti entrano negli occhi. Ero pentita di essermi trascinata fino lì, solo per fare un favore a mio padre. Non si arrivava mai da nessuna parte con lui. Trovava sempre una scusa per non andare fino in fondo, sulle montagne come nei pensieri e nelle cose della vita. Una costante frase interrotta. E ora mi toccava assecondarlo, non lamentarmi e cercare di sciare quel bosco che d’improvviso mi parve un mare nero e profondo. Odiava sentirmi lamentare. Era per questo che si metteva a fare mille discorsi senza capo né coda. Per farmi dimenticare la paura.

“L’ultima volta che son venuto qui, devi sapere, era il giorno prima che nascessi tu. Era scesa la neve presto ed ero preso come dall’ansia di vivere. Ogni ora, ogni minuto era buono per fare qualcosa, anche solo due curve, il più possibile vicino a casa, sai contavamo i giorni, le ore che tu arrivassi. Quell’anno avevamo anche pensato di andare in Giappone, a sciare. E poi sei arrivata tu e abbiamo scherzato dicendo che ci saremmo andati con te” Fece una risatina ironica, una cosa che veramente odiavo di lui. Avrei dovuto rispondergli, a quel punto. Avrei voluto urlargli in faccia che ero stufa di queste sue allusioni, che forse doveva anche farsi qualche domanda. Le mie scelte sbagliate, la mia impulsività, il buttare tutto all’aria e ricominciare, erano anche colpa sua. Della sua incompiutezza. Forse avrebbe dovuto farsi quel viaggio in Giappone e lasciarci in pace tutti. Ma non lo feci. Volevo stare tranquilla, almeno quella sera. La montagna, in fondo, era la nostra tregua. Una zona neutra, libera da attriti. Uno spazio di silenzio tra me e lui, durante il quale smettevamo di essere padre e figlia per essere invece compagni, amici, complici. Le uscite sugli sci erano il suo sguardo fanciullo sempre perso a guardare qualcosa fuori dal finestrino e biascicare qualcosa – “chissà se sono scesi da lì, magari quest’anno il salto è coperto di neve, devo chiedere a…” – e così via per tutto il tragitto, perso in una contemplazione appassionata e felice. Credevo che in qualche maniera fossero, quelle giornate, una sua personale forma di riscatto.

“Dicono che in Giappone la neve scenda leggera senza rumore, e i boschi siano sommersi da questo cotone impalpabile dove passi senza che nemmeno la neve si attacchi ai vestiti. Affondi con gli sci talmente tanto che non ti sembra nemmeno di sciare, ma essere tu stesso la neve che scii. Dicono che in Giappone puoi sciare tra i faggi e gli aceri leggero e veloce affondando in questa nuvola di cristalli. Ecco, vedi, se io e te siamo qui ora forse è perché guardando questo bosco, questo lenzuolo sospeso, abbiamo immaginato di sciare le nevi del Giappone.”

Rimase di nuovo sospeso, quel suo sguardo perso a guardare qualcosa che non ho mai capito e credo nemmeno lui. Si sistemò lo zaino e mi guardò da dietro la maschera scura. Mi disse solo “Stiamo un po’a sinistra, verso il canale, magari c’è neve bella” e iniziò a scendere con quelle sue curve un po’goffe, ma efficaci. Lo vidi allontanarsi tra i faggi luccicanti, mentre il sole scendeva e colava oro su quelle sue montagne sgraziate. Chiusi gli occhi e immaginai le sue nevi, le nevi del Giappone. Non dovevo prendermela, in fondo. Doveva essere difficile per lui vivere in quella eterna incompiutezza, eppure ancora cercare una risposta. E quando doveva arrendersi, agli anni, all’allenamento (“sempre troppo poco”) o agli impegni, allora si allontanava lungo il nastro trasportatore dell’immaginazione. Dov’era nato lui, mi diceva, non c’erano montagne e nemmeno alberi. C’erano palazzi di cemento e acciaio, e rumore. C’erano solo muri e odio. Non un barlume di futuro. Era per quello che inseguiva le montagne. Come tutti, per fuggire da qualcosa.

Quando riaprii gli occhi lui non c’era più, era una traccia appena accennata ed uno sbuffo di neve. Anche se qualche volta era veramente insopportabile, dovevo dargli ragione. Bastava un po’di immaginazione e questi boschi avrebbero potuto anche essere quelli del Giappone. Respirai a fondo e iniziai a scendere lungo le sue tracce. Aveva ragione, avevamo fatto bene a venire qua. Quella sera c’era una luce troppo bella per non sciarci dentro.

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