Le nevi del Giappone

di Saverio D’Eredità

Decise di fermarsi ai piedi di una roccia che riparava dal vento, appena oltre il limite del bosco. Non saprei il motivo. Forse perché era ormai tardi o perché gli piaceva quel punto, un’isola di luce accerchiata dalle ombre. Poi prese a parlare d’un tratto, come se stesse riprendendo un dialogo con qualcuno che non c’era. Era così, mio padre. I suoi pensieri erano un fiume carsico, scorrevano sotterranei per poi riemergere d’improvviso. Dovevi essere bravo a trovarli, seguirli e riconoscerli. Perché poi si inabissavamo di nuovo in quel suo sguardo lontano.

“Se rifletti bene, è tutta una questione di immaginazione. Amare una persona, mettere al mondo dei figli, costruire città e raccontare storie, ha tutto a che fare con l’immaginazione. Per lo stesso motivo scaliamo le montagne. Perché sappiamo immaginarle. Se ti fermassi solo a ciò che vedi, senza immaginare qualcosa di diverso, ne rimarresti schiacciato. La realtà così com’è, senza immaginazione, è una cosa terribile, persino spietata. Se come esseri umani non avessimo saputo immaginare qualcosa di diverso da ciò che vediamo, probabilmente non ci saremmo mai evoluti.”

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Non così lontano

“Humboldt ci pensò su. No, disse poi, me ne rammarico.
Una collina di cui non si conosce l’altitudine è un’offesa per la ragione che mi inquieta. Senza esaminare costantemente la propria posizione, nessun uomo può progredire. Non si lascia ai propri margini un mistero, per quanto insignificante.”

Daniel Kehlmann “La misura del mondo”

di Saverio D’Eredità

Oltre il tozzo pilastro del Robon, gli altipiani del Canin digradano di colpo verso le cime cupe della Val Rio del Lago. Questo contrafforte minore, finemente cesellato di rigole e goccette, è praticamente l’ultima parete delle Giulie procedendo verso sud. Al di là della Cima Confine, già brilla di luce la valle dell’Isonzo e il mare. Da qui in poi lentamente sfumano le Alpi, fondendosi nella placca balcanica ad altre montagne dal sapore d’oriente. Qui ci fermiamo anche noi, che nel frattempo siamo arrivati a trecentrotrentasette. Questo è il numero progressivo dell’ultima tra le vie inserite nella guida: “Rigoletto”, aperta da Marco Sterni e Massimo Sacchi nel 1998. Curiosamente questa parete non è solo l’ultima in senso geografico, ma anche cronologico dato che è diventata oggetto dell’esplorazione alpinistica solo a partire dagli anni ’80.
Si dice che Piussi e Cassin, osservando queste pareti durante una delle battute di caccia che erano soliti compiere da queste parti in autunno, fossero stati tentati, per un attimo, di rivestire i panni degli alpinisti che furono per lasciarvi un segno. Immagino la loro tentazione di riprendere chiodi e martelli e lanciarsi in una nuova avventura. Pare però che proprio Piussi smorzò l’entusiasmo dell’amico dicendo “Noi abbiamo fatto il nostro tempo, Riccardo. Lasciamo qualcosa agli alpinisti del futuro. Continua a leggere

Il vento non può essere catturato dagli uomini

di Carlo Piovan

Forse non dovrei scrivere questa recensione, dal momento che non ho ancora il libro in mano; ma supero l’indugio dal momento che l’autore mi ha permesso di vivere l’esperienza del correttore di bozze, pertanto mi assumo l’onere di scrivere la (forse) prima recensione di questo testo di narrativa ancor prima di averlo letto nella sua versione stampata. Una recensione dietro le quinte.

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