Scienza degli attimi

di Saverio D’Eredità

Volume 1 – il miracolo del Buinz

Che lo scialpinismo sia una questione di attimi, è una cosa che ci siamo detti varie volte. Essere bravi a coglierli, però, è tutta un’altra storia. Più passa il tempo, infatti, più mi convinco che il miglior scialpinista non sia tanto quello che scia meglio, o scia più forte, o sul più ripido (tutte cose che vanno bene, intendiamoci), ma quello che conosce più profondamente questa scienza inesatta degli attimi. Sapere ad esempio il momento in cui la neve fa tac! e trasforma il pendio da una lastra di marmo ad un morbido tappeto di panna su cui scivolare. Capirlo dall’angolazione dei raggi solari, dalla conformazione di un versante, dal vento, dall’umidità, dalla temperatura e dalla struttura dei cristalli di neve. E tutto questo poi condensarlo in un frazione di tempo minima, l’attimo, appunto.

Salendo a Sella Buinz -foto L.Barbui

Per quanto si provi a trovare la formula esatta che sta dietro quell’attimo, a me pare che sai più facile ragionare come in cucina. Avete presente il “QB” delle ricette? Ho visto gente molto razionale andare in totale confusione con la storia del “Quanto Basta” di una quantità di zucchero o di cannella. Voi come lo calcolate? C’è un algoritmo? Uno studio di funzione? No, è “QB”, punto. Il resto si vedrà. Ecco, a pensarci bene quel famoso attimo in cui Ia neve fal “tac!” ad una certa ora su un certo pendio è simile al QB delle ricette di cucina. 

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Dieci anni fa, Luca

di Saverio D’Eredità

Luca era uno che salutava. Che fosse lungo lungo il sentierino che sale allo Zacchi, ad una virata qualunque sugli altipiani del Canin o su un affollatissimo “Pellegrino” in un giorno di neve – da sempre, i migliori – Luca salutava. Ma non come tutti – quel saluto di sfuggita, strappato tra i denti, come un automatismo o consuetudine. No, Luca era uno che si fermava, a salutarti. In montagna ci si saluta quando si incrocia qualcuno. E’ una delle poche cose che veramente differenzia l’essere in montagna dall’essere al piano. Questa sorta di “rarità” – anche se avrai già incrociato decine di persone – del rapporto umano, è (ancora) un’esclusiva propria dell’andare per monti. E Luca questa specialità sapeva rispettarla sempre. Anche se era nel pieno della sua sgambata di allenamento e avrebbe potuto fumarti con il passo che aveva, invece no: si fermava anche solo due secondi per un saluto e anche un come va?

L’ho incrociato poche volte – troppo poche, mi verrebbe da dire – ma questa cosa mi è sempre rimasta. Non il curriculum – pazzesco – non la lista di prime salite o prime discese che pure siamo sempre qui a snocciolare ogni qualvolta si ricorda un’alpinista famoso. No, ogni volta che capita di parlare di Luca, o ricordarlo in qualche maniera (tra le righe di una guida in cui il suo nome compare vicino a scalate futuristiche su ghiaccio, o anche solo alzando lo sguardo verso quella capannina sul Buinz che porta il suo nome), a me viene sempre da dire – Luca Vuerich era uno che ti salutava. E magari ti chiedeva come va e si sprecava in un commento – anche sul Pellegrino, anche in una mattina di allenamento, ma senza l’isteria della tutina perché a lui come te, gitante qualunque, piaceva salire al Lussari nei giorni di neve che non puoi fare altro se non farti una bella sudata per poi con maggior piacere sederti da Jure, guardare i vetri appannati e la bufera e le stradine che scompaiono e ordinare uno jagertee.

Questo stesso giorno, dieci anni fa Luca Vuerich se ne andava a seguito di un incidente mentre scalava sotto il Prisojinik. Probabilmente uno, se non il, maggior talento alpinistico friulano degli ultimi vent’anni. Uno che attraverso le sue scalate, ma vorrei dire anche e soprattutto il suo modo di interpretare la montagna, ha fatto sempre respirare il lato migliore dell’alpinismo. Una perdita ancora non rimarginata. Una traccia ancora presente.

Perché sarebbe bello che qualche volta ricordassimo gli alpinisti non con quella noiosa lista di “prime”, ma per quello che erano come persone innanzitutto. E allora sarebbe da ricordarlo così. Luca Vuerich, un bravo ragazzo. Uno che in montagna, se ti incontrava – te che non eri nessuno – ti salutava. Sempre.