Polvere e Spit

di Saverio D’Eredità

È sempre rischioso dar peso alle promesse fatte davanti a una birra dopo una giornata di montagna. La fatica accumulata aiuta il seppur lieve tasso alcolico ad entrare in circolo, la rilassatezza fa allentare i freni inibitori della parola e, se la compagnia è giusta, è facile ci si sbilanci parecchio.
La giornata era partita con il clamoroso pacco rifilatomi dal socio poche ore prima e che come conseguenza ebbe una rabbiosa ed improvvisata salita al Pacherini. Da lì, con il provvidenziale consiglio di Claudio, mi rintanai da solo fin sulla Croda del Sion. La salita si compì come una seduta psicanalitica, confermandomi ancora una volta l’utilità delle “solitarie su cime solitarie” come indispensabile equalizzatore degli umori. L’annata fin lì avara di soddisfazioni stava accumulando delle scorie e come al solito mi ritrovavo a far i calcoli con la lista degli obiettivi irrealizzati.

Non fu del resto un caso il fatto di incrociare Andrea al rifugio mentre serviva ai tavoli. Attesi la fine del turno e la birra fu solo una logica conseguenza. Di sorso in sorso lasciammo roteare la girandola dei sogni sulle mille salite che avremmo voluto fare nello scampolo di stagione che ci rimaneva e, tra tutte, la mitica Piussi al Pinnacolo della Cima del Vallone esercitava su di noi un irresistibile fascino. Il Pinnacolo! Come non averci pensato prima! Fummo rapiti dall’euforia di quella salita tanto agognata, quasi fosse un nostro personalissimo omaggio ad un grande delle Giulie. Il Pinnacolo! L’obiettivo dell’anno era stato individuato. Brindammo al nostro sogno e riprendemmo la strada del fondovalle, con la testa già altrove.
Andrea quell’anno aveva arrampicato poco o niente. Bloccato ripetutamente dalle ricadute della mononucleosi sembrava un cane triste. Mi disse che per settembre forse si sarebbe sentito pronto e aspettai, convincendomi che fosse arrivato “l’anno giusto” per quella salita. Mi piace arrampicare con lui essenzialmente perché è uno dei pochi “forti” che conosco che sappia anche sorridere e che ama arrampicare per il semplice gusto di farlo e non per dimostrare qualcosa. E che riesce a trasmettere una contagiosa positività. Con quella faccia da schiaffi che si mette ogni tanto mi convincerebbe a seguirlo ovunque.
L’anno prima avevamo fatto la Comici allo Jalovec, cosa che mi bastò per cominciare a sognare che l’anno giusto fosse arrivato davvero e che la chimica di quel giorno, in cui salimmo di slancio lo spigolo, avrebbe potuto ripetersi ancora. Eravamo saliti leggeri, urlando di gioia, liberi nel vento e nel sole, quasi una danza tra luce ed ombra le serpentine sullo spigolo, su quella prua scagliata nel cielo.

C’è da dire a questo proposito che oltre alla birre scolate alla fine di una giornata sull’alpe non bisognerebbe nemmeno dar troppo credito ai precedenti successi. L’arrampicata è quanto di più umorale e scostante possa esistere. È piuttosto una miscela che si rinnova di volta in volta, con esiti imprevedibili. Per questo diffido dagli infallibili, da quelli che riescono a inanellare salite una dopo l’altra senza batter ciglio, risolvendole come fossero semplici equazioni. Senza una flessione, senza un tentennamento o una luna storta. Direte che è invidia, certo, ma forse è anche un po’di biasimo, perché credo che se non altro si perdono qualcosa in mezzo, gli infallibili.

***

Bisogna ammettere che vi è una sorta di pudore quando ci si trova a parlare o scrivere di montagna, nel descrivere fatti o situazioni nei quali si deve fare i conti con le proprie debolezze, incertezze, o semplicemente la paura. Ammettendo che essa esiste, che fa parte di questo gioco e che non sempre si trovano le forze per vincerla. Al più per accettarla. Il che sarebbe già un buon punto di partenza.
Deve essere qualcosa legato alla mancanza di ironia, che pure era propria di un certo alpinismo delle origini, che è sinonimo di leggerezza. Qualcosa legato, in definitiva, alla incapacità di essere normali.
Ora, la storia del Pinnacolo non ricordo proprio bene da dove venisse fuori. Faceva parte di quelle vie ammantate di sacro terrore che sfioravo appena con lo sguardo nello sfogliare la sacra guida Buscaini quasi di nascosto, come se spiassi dal buco di una serratura una stanza proibita. Non era roba per me, quella. Le pagine più stropicciate della guida erano infatti solo quelle che riportavano le relazioni di “quartoquartoppiù” mentre quanto più saliva il grado, tanto più la pagina risultava intonsa.
Ogni tanto, tuttavia, complice una qualche strana euforia mi concedevo il piacere di sognare, leggendo e rileggendo i singoli passaggi di quelle vie mitiche, imparandoli quasi a memoria tanto da poterli rappresentare e fantasticando che un “giorno-forse-chissà” avrei fatto anch’io, con il compagno giusto e nel famoso anno “in cui sarò allenato” che poi non è che mera utopia, una cosa che si dice per rimandare sempre a posteriori.

La storia del Pinnacolo forse nasce dal fatto che un giorno, senza dirmi niente, il mio amico Carlo era andato a farla con “il Postino” un tipo un po’matto, ma veramente forte, che si dice abbia salito la Bulfoni di Gemona in sandali mettendo un paio di rinvii ogni tanto. Fu così che qualche giorno dopo, davanti a un bicchiere e con grande “no chalance” – sapendo di iniettarmi dosi enormi di invidia – mi disse di aver fatto la Piussi al Pinnacolo.
Quell’estate, come di prassi, portai fuori un’onesta stagione di terzi/quarti mentre lui mise insieme una dopo l’altra la Piussi e un paio di altri sestipiù di cui manco sapevo l’esistenza.
Quindi alla base c’è un bel po’ di invidia, che in montagna è sempre una brutta cosa, ma anche la consapevolezza che, perdio!, se l’aveva fatta lui la potevo fare anch’io. Serviva “il famoso anno”.
Solo che non c’era tempo da perdere. Un’altra stagione si avviava alla conclusione e l’estate stava lentamente mollando la presa. Anzi, per essere più precisi, stava sbracando inesorabilmente con il finire del mese di agosto e la consultazione delle mappe barometriche era diventata maniacale ed ossessiva mentre con sempre maggiore inquietudine vedevo la linea dell’effimera roccaforte alto pressoria abbassarsi sempre più con il passare dei giorni. Ma avevo ormai in cuor mio deciso che la Piussi s’aveva da fare e da fare adesso.

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Alba sulla Nord della Cima del Vallone: illuminata dal sole, sulla destra, la parete del Pinnacolo dove corre la “Piussi” – foto S.D’Eredità

Non riuscivo più ad aspettare, il mio orizzonte sembrava finire con quella settimana e già il forzato rinvio oltre il fine settimana precedente era stata una richiesta eccessiva alla mia pazienza. Di fatto temevo che la situazione mi sarebbe sfuggita di mano e così forzai la lettura delle mappe e la mia fiducia. Decisi d’autorità che mercoledì sarebbe andato benissimo, dato che il martedì era instabile e il giovedì seriamente compromesso. Di certo la logica meteorologica non mi assisteva in quel ragionamento.
Oltre che umorale, l’alpinismo è anche uno strano gioco che si nutre di ossessioni, maturate attraverso lo stillicidio meteorologico, l’inesorabile avanzar delle settimane che si mangiano i pochi brandelli d’estate e certe ansie di prestazione, la voglia di spuntare la lista sempre più lunga dei sogni che alimentano le nostre insoddisfazioni. È un gioco perverso, qualche volta.

***

Partimmo dunque nel pomeriggio, io in tutta fretta e in maniera del tutto sospetta, farfugliando ai miei un generico “stasera rifugio, ci vediamo domani sera”. Andrea invece mi aspettava raggiante al parcheggio del benzinaio, aspirando le ultime boccate della cicca quasi finita e rimettendomi subito allegria e spensieratezza. Nel tragitto in auto commentammo i tiri della via sulle mille note del piano di Bollani, ricordando il pomeriggio di qualche settimana prima ai Piani e discutendo di quale musica interpretasse meglio le Giulie. Parcheggiai la 106 in fondo allo spiazzo sterrato vicino al greto del torrente. Nel chiuderla, come sempre, mi prese al cuore un senso di nostalgia preventiva, come se quello che stava per essere abbandonato fossi io.
Salimmo al Pellarini nel sentiero azzurro della sera che svaporava. L’aria era carica di umidità, un temporale aveva appena lasciato le cime sfilacciandosi sul Nabois, lasciando spazio ad una serata serena, distesa come rughe da un volto. Eravamo particolarmente veloci, senza volerlo e senza quasi accorgercene. Probabilmente era l’idea della cena pronta al rifugio, o forse il riflesso inconscio che condiziona tutti gli avvicinamenti, che avvengano la mattina all’alba o più comodamente la sera prima.
Superata la fascia rocciosa appena fuori dal bosco, Andrea mi comunicò fiero che ci avevamo messo appena 40 minuti dall’auto. In realtà più che soddisfatto della prestazione aerobica fui un po’dispiaciuto. Avrei preferito un lento scorrere dei minuti all’approssimarsi della sera, come di pescatori che escono nel tramonto per gettare le reti in alto mare. Mi sarebbe piaciuto essere la lanterna di quella barca, un puntino appena in un altro mare, non meno profondo e inquieto, quello della carnizze delle Giulie, un puntino sotto le scogliere gigantesche della Riofreddo o della Cima del Vallone.
Era infatti in programma di avvicinarci a questa salita con un bivacco sui ghiaioni in cima al vallone di Riofreddo. L’idea mi stuzzicava parecchio, sarebbe stato il mio primo vero bivacco, e sarebbe stato meraviglioso. Vegliare la nostra parete, aspettarla mentre si veste di luce al mattino, sentirne la vibrazione sotterranea. Invece il continuo carosello di correnti umide da sud-ovest aveva creato delle condizioni pessime per un’idea tanto romantica e velleitaria come la nostra. Di certo con questo clima sarebbe stato difficile affrontare serenamente l’idea di un bivacco e la prospettiva di cominciare la difficile arrampicata del giorno successivo, magari con un mal di schiena o l’intorpidimento da notte complicata non mi allettava molto. Il bivacco sarebbe stato perciò rimandato in favore di un ben più realistico e prudente pernottamento in rifugio. Dove arrivammo fradici di sudore, ma giusto per cena. E noi non avevamo altro in mente che un piatto di pasta abbondante, birra e discorsi da rifugio.
Passò così la sera, un orecchio buttato ad una comitiva di “occidentali” in visita alle Giulie, un occhio al libro delle salite. Ci piaceva sentire come storpiavano gli accenti dei luoghi, essere orgogliosi di ascoltare i loro commenti enfatici su queste “montagne piene di sassi”, “marce”, “severe”, “lunghe” e  sentirci a casa nostra.
Il mio occhio ogni tanto correva fuori, alla notte che si addensava attorno al rifugio, pensando che avrei preferito là fuori, stanotte. Mi alzai con la scusa del telefono per andare a spiare le Giulie, timide nell’abito notturno, come spose promesse del giorno dopo. La notte si era fatta bellissima. Ripensai alle notti di Kugy, tra il fuoco e le stelle, allo stupore negli occhi dei Comici, Piussi, Lomasti e avrei voluto rimanere semplicemente così. Quando rientrai sorpresi Andrea intento ad esaminare una via moderna sulle Vergini.

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D’inverno, nell’alto vallone di Riofreddo – foto S.D’Eredità

“Questa è da fare!” mi disse pieno di entusiasmo “placche, sole … goduria” e mentre davo una disattenta occhiata alla relazione sorse in me il timore di averlo trascinato contro voglia.

Abbozzai un commento semi-ironico sul fatto che per me su un 6c di goduria ce ne sarebbe stata ben poca, ma, perché no, con una serie di “se” l’avrei anche potuta tentare, ricordandogli anche che per l’anno successivo ci toccava il Deye.

“Si, sì, il Deye, certo. Ma il fascino del moderno … come si fa a resistere!”

Si interruppe.

“Però domani si fa la Piussi. Me la sento!” disse subito, forse per tranquillizzarmi.

Andammo a dormire, o meglio, ad aspettare che il sonno giungesse a liberarmi dai pensieri che si accalcavano nel cervello.

Tra poche ore mi sarei svegliato, dopodiché mi sarei trascinato in bagno a metter le lenti, poi avremmo diviso il materiale come pane e vino dell’ultima cena, infine sarebbe giunta la stretta allo stomaco che avrebbe dato inizio al deliberato masochismo dell’arrampicata, la lotta impari con la paura, coi dubbi e le debolezze.
“Perché” non è certo domanda da farsi la sera prima di andare a dormire. Tanto più se il tuo compagno già ronfa placidamente e presumibilmente sarà lui a tirare da primo domani. Avrei potuto svegliarlo e dirgli che domani, va bene, saremmo andati a fare la sua via a spit. O che avremmo atteso l’inverno per risalire questo vallone a cercare la polvere. Che avrei voluto sentirmi semplicemente leggero, senza queste ossessioni. Perché?
Chiusi gli occhi. Mi rividi quest’ultimo inverno, arrivare al rifugio disfatto da una faticosissima lotta nella neve polverosa, con mezzo attacco dello sci in mano, il sudore attaccato ad una non proprio traspirante maglia di cotone, ma soddisfatto di essere venuto a trovare queste montagne nel loro letargo invernale.
La Cima di Riofreddo corazzata di neve, le gole strozzate dal ghiaccio, i valloni rigonfi.
Man mano che il sonno prese piede, mi sembrò di sollevarmi, volare sopra creste e forcelle, il vallone di Riofreddo sepolto sotto metri di neve, cime di larici boccheggianti, pareti vetrate. Le curve sensuali degli sci, soffio della polvere che sfarina dietro alla traccia, uno scendere morbido e fumo dalla bocca.

***

Non bisognerebbe cercare di ripetere gli attimi della vita. Continuavo a ripeterlo tra me e me mentre con tutti i mezzi stavo cercando di tirarmi fuori da un orribile strapiombo giallastro che si sbriciolava con un soffio. Ero appena partito, due metri appena dalla sosta con le punte delle scarpette che già annaspavano a vuoto ed io appeso come un salame in una situazione a metà tra il ridicolo e il drammatico.
Un solo chiodo manteneva la corda sulla verticale. Oltre, uno scorbutica diagonale spingeva lo sguardo al di là di uno spigolo e verso l’invisibile compagno. Ciò significava che nel momento in cui avrei sganciato quel provvidenziale chiodo non sarei stato autorizzato a sbagliare più nulla. Una caduta, o anche solo una momentanea perdita di equilibrio avrebbe comportato un pendolo di almeno 10 metri, rovinoso e senza garanzie valide di tenuta. Eccellente.
Non bisognerebbe, no, cercare di ripetere gli attimi della vita.
Avrei forse dovuto dirlo ad Andrea, ma non si trattava di un pensiero facilmente comprensibile in quel frangente in cui, quasi assente, non facevo che ripetere il mantra del secondo – “Recupera”.
Eppure era stato fantastico, stamattina, uscire dal rifugio da soli, la colata d’oro del sole sulle pareti del Fuart per noi. Sono sempre così splendidamente ottimistiche le mattine.
Non bisognerebbe ripetere gli attimi della vita passata, eppure così sembrava, come un anno fa sul Jalovec la stessa fluidità nel salire lo zoccolo, solo respiro, passo, appiglio e respiro. L’occhio che si riabitua alla grafia della roccia, come a leggere una antica lingua scritta nel carbonato di calcio, come una musica, una metrica che non dimentichi. Avevamo attaccato presto e in mezzora superato quasi 200 metri di parete senza nemmeno accorgercene e tanto da far gridare ad Andrea un ottimistico “siamo già in cima!”
Mi tirai infine fuori dalla spiacevole situazione, senza alcuna gloria. Il breve traversino di rocce frantumate mi attendeva, facendomi sentire piccolissimo ed effimero mentre cominciavo a traversare a destra praticamente “montando” la roccia che afferravo. Quando rividi Andrea oltre lo spigolo non fu per niente un sollievo. Alto sopra di me, cacciato dentro una nicchia, stava appeso ad una sosta che puzzava di fregatura. No, decisamene non bisognerebbe cercare di ripetere gli attimi della vita.
Dopo un paio di tentativi e alcuni ragionamenti, intricati almeno quanto gli anelli di corda che si erano accumulati nel breve spazio che ci separava, decidemmo che sarebbe toccato a me effettuare l’unico tentativo possibile: un traverso a destra cercando di intercettare la cornice che riuscivamo ad intuire oltre una quinta.
Sarà stata l’anomala situazione in cui mi trovavo, ma quei pochi metri per raggiungere un sicuro terrazzino mi sembrarono estremi.
“Non può che essere secondo, terzo al più…” continuavo a ripetermi come ad auto convincermi che era facile e dovevo solo stare calmo.
Calmo. Una stato a me ignoto. Arrampicare con il cuore in gola, sospeso tra ansia e sollievo, paura e desiderio. Sempre in tensione su questa linea, tra questi poli attrattivi e repulsivi al tempo stesso.
Afferrai delle lamette nella roccia nera, spinsi la mano più in là, ma la parete era glabra, senza sconti. Due metri. Forse quarto, dai. Naufragai sul terrazzino, ormai invisibile ad Andrea, ma già al di là della quinta che ci impediva lo sguardo sulla parete.
Ora mi sembrava tutto chiaro. Dovevo solo andare a prendere la cengia larga sopra di me a destra. Sette o otto metri al massimo, ma la corda dietro di me disegnava un arco. Davvero bislacca come situazione.
Come spesso accade in questi frangenti invece di trovare la famosa e inafferrabile concentrazione, tutta una serie di voci cominciò a rincorrersi nel cervello. I consigli che ho già dimenticato di un compagno più esperto, situazioni analoghe di cui non ho fatto tesoro, pagine di manuali di corso roccia nella quale non spiegano come fare con questa maledetta cosa che è la paura.
E mentre tutte queste voci fastidiose come zanzare si riunivano a parlare in un salottino del mio cervello, l’altra metà cercava di elaborare soluzioni e tessere trame diplomatiche con la paura. Mi spinsi in su, trovando una fessura finta in cui infilare un chiodo con le mani convincendomi di aver messo il migliore chiodo del mondo e consapevole del fatto di non esser mai stato abbastanza bravo a chiodare.
Congedai le antipatiche vocine dal cervello approdando alla sospirata cengia decorata con ben 2 chiodi, di quelli veri, arrugginiti quanto basta per farti pensare che si saranno appesi generazioni di alpinisti. E non c’è motivo per il quale non dovrebbero reggere anche te. Non senza qualche imprecazione Andrea mi raggiunse, prelevando la ferraglia e passando avanti, senza dire una parola.
Non c’era gioia quel giorno, né traccia di quel movimento elastico che da il ritmo di una cordata. Assomigliavamo piuttosto ad una farfalla ed un elefante che si inseguivano lungo la parete. Il vallone appariva grigio, rabbuiato. Poche fughe di camosci rompevano il silenzio tra le pareti mute. Le rocce stesse apparivano repulsive e sapevano di antipatia. L’unico punto di riferimento era la grande fenditura che incideva la parete nel suo mezzo e alla quale agognavamo dal mattino, quando saggiamente l’avevamo scrutata in ogni sua piega per intuirne l’andamento anche quando si sarebbe confusa nel grigiore monocorde della parete.

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La fessura della Piussi al Pinnacolo della Cima del Vallone – foto S.D’Eredità

Osservavo Andrea procedere cauto e concentrato. Ogni sua mossa sembrava calcolata, riuscivo a percepire il respiro che cerca di regolarizzarsi, la mente che misura, osserva, valuta. Non avevo il coraggio di dirgli nulla, per di più delle alitate di nebbia appiccicosa stendevano un velo tra di noi, allontanandoci. Sembrava di tenere una barchetta con un filo, tanto appariva precario, in bilico sulla roccia grigia, come l’aria, come questo giorno senza gioia.
Avrei dovuto svegliarlo ieri sera per dirgli che saremmo andati a fare quella via spit che ora, dall’altra parte del vallone, luccicava dispettosamente nel sole. Sentirsi leggeri, scacciando via queste ossessioni, questa pellaccia da portare a casa, semplicemente arrampicare, aspettare l’autunno e pronosticare l’inverno.
Ma non c’era spazio, né tempo per questo. Avrei solo voluto vederlo uscire da quella dannata situazione. Lo sorreggevo con lo sguardo, fissato su ogni suo movimento e interpretando al meglio il mio ruolo di secondo. Un “buon secondo” intendo, morale e non solo fisico. Al momento la trovai persino onorevole come situazione e senza dubbio più sollevante dell’idea di essere lì, in bilico su quelle rugosità appena accennate con la corda che svolazza dietro, totalmente inutile, totalmente aleatoria.
Pian piano, per quel che riuscivo a intuire attraverso la nebbia, vidi Andrea tirarsi fuori, passare persino un cordino che – scoprirò dopo – non era che semplicemente appoggiato ad un dentino sporgente dal muro di calcare compatto, infine raggiungere una nicchia e – deo gratias! – un vecchio chiodo!
Lo raggiunsi, ancora una volta non senza aver imprecato per i dispettosi anelli di corda intrecciati che mi impegnarono in un districamento tanto colorato quanto inopportuno. Eravamo ormai sotto l’agognata fessura e questa era una buona notizia, quantomeno per il fatto di aver trovato un punto di riferimento, senza doverci porre inquietanti domande su come trovare il bandolo in questo deprimente vuoto grigio. La fessura era il nostro lascia passare verso consolanti altezze.
In effetti era bella, evidente, solida. Provammo persino a rilassarci, due foto, un sorso d’acqua, ma nessuna cicca il che comunque non era un buon segno.
Fu un attimo, perché i due tiri successivi non sembravano essere benevoli e la parete si incupiva sempre più. C’era aria di pioggia, ma nessuno dei due voleva ammetterlo. Anche perché dal punto in cui ci trovavamo, dopo il lungo traverso appena effettuato, una ritirata appariva quasi improponibile.
Andrea si lanciò nel cuore della fessura, ruvida e cattiva e mentre la corda sfilava lenta tra le mie mani cresceva in me un altrettanto lento, ma inesorabile distacco. Eravamo qui, prigionieri delle nostre magnifiche ossessioni, incapaci di dire di no, gabbati dal nostro stesso gioco, consapevoli che qualcuno ci aveva mosso lo scacco ancora prima di cominciare, fingendo con noi, convincendoci di essere ancora in gioco.
Rimpiansi il fatto di aver dato troppo credito alla birra di quel giorno al Pacherini e mi ripromisi di non aprire più le pagine intonse della Buscaini.
Compiendo ancora una volta il movimento di ritorno dello yo-yo che è la nostra cordata mi ricongiunsi ad Andrea, annidato sul bordo di una cornicetta smunta e schiacciata contro uno strapiombo giallo.

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Andrea e le fotocopie della Buscaini, un giorno dei tanti in Giulie

Bisognava solo spingersi oltre il ciglio dello strapiombo giallo e poi finire questa dannata via, perché c’era aria di pioggia e forse era anche ora di andare a casa, tornare all’auto, riascoltare il piano di Bollani e ripensare a quel giorno ai Piani, il vento e le nuvole, tornare a casa e pensare all’autunno, ai colori e alle soste lunghe ai bordi della notte.
Tornare a casa, parlare di neve, di inverno, di polvere e spit e mandare al diavolo tutto questo macerarsi, questo salire per svuotarsi, questo violentarsi continuamente.
Ma forse ero solo io a pensare tutto questo perché Andrea sembrava totalmente padrone della situazione. Mi sorprese invitandomi persino a fare un tiro da primo, invito che declinai con le solite scuse di circostanza.
“Sai, lo zaino …
“Lo porto io, dai”
“Ma no … tranquillo … sarà la giornata, forse”.
Ripartì. Dopo un paio di valutazioni rapide oltrepassò lo strapiombo risoluto e attento, piazzando un provvidenziale friend alla fine del traverso e avviandosi verso il sospirato tiro finale. Dopo un paio di traversi, aggiramenti e occhiate incerte mi guardò diritto negli occhi dicendomi “vabbè, ora tiro su” e andò via veloce, preciso verso la fine. Lo invidiavo perché lui ormai intravedeva l’uscita da questa penoso trascinamento, mentre io mi sentivo sempre più solo, a pochi metri da lui, con l’unica compagnia dei tre chiodini a cui ero appeso e uno scorbutico strapiombo che mi lanciava occhiate minacciose, quasi ce l’avesse con me.
Quando Andrea recuperò la corda non ebbi alcuna nostalgia nel dire addio alla cornice, ai chiodini e a quello strapiombaccio giallo che ce l’avrebbe messa tutta per farmi pagare fino alla fine la mia magnifica ossessione.
Approcciai le rocce gialle del traverso e con una certa angoscia le trovai decisamente avare di appigli. La cosa più profonda per le mani era un dentino che sbucava dal fondo sabbioso della fessura sotto il tetto. Poi niente. Solo disequilibrio, movimenti fuori asse, ansia, sudore e imprecazioni.
Il friend al di là del traverso mi sembrava lontano come l’America dopo l’Oceano. Ancora una volta non potevo permettermi errori, anche qui lo sbilanciamento sarebbe stato volo, il volo pendolo, lo strattone sul friend – e se poi non tenesse? – altri metri, altro pendolo, sbattere, girarsi, rimanere appesi e chissà cos’altro.
I traversi hanno qualcosa di mistico, sono senza dubbio la miglior livella per qualsiasi cordata, un momento di insindacabile parità.
Abbozzai qualche movimento non troppo convinto, ma senza di fatto migliorare la mia situazione. Il traverso sembrava aver pronunciato la sua sentenza inappellabile.
Cominciò a piovere. La parete diventò subito lucida, viscida e insidiosa, ma bisognava uscire. Mi venne in mente il fatto che con tutti i libri di alpinismo che avevo letto una soluzione la avrei dovuta pur trovare. Non ero io che sognavo clamorosi colpi di mano che mi permettevano di vincere le pareti teatro della mia adolescenza sognatrice?
Andrea era lontano, la birra del Pacherini anche e l’inverno ancor di più.

“Sav! Cosa ti serve?” urlò Andrea dall’alto della sosta invisibile. La domanda aveva un che di comico se non fosse che la situazione era tutt’altro che da ridere. Eppure la sua domanda estemporanea mi fece venire in mente la soluzione.
Tornai alla sosta, infilai il cordino più lungo che avevo nell’occhiello del chiodo, allungandolo con un rinvio che avrebbe dovuto garantirmi un punto di ancoraggio una volta arrivato a metà del traverso. Passai la corda a formare di fatto un punto di assicurazione, valido per l’istante in cui avrei dovuto allungarmi a prendere lo spuntone alla fine del traverso e a quel punto sganciare il provvisorio ancoraggio per lasciarmi riequilibrare ormai al di là del passo scabroso.
La manovra riuscì con facilità inattesa: effettuai il traverso e quando toccai le insperate rocce al di là di questo, sganciai il rinvio anche se in posizione precaria. Fu questione di un attimo, mentre il ricollocamento degli equilibri faceva il resto afferrai brutalmente a qualcosa senza più preoccuparmi di niente. Osservai impassibile il pendolo inverso del mio rinvio. Da qualche parte del mio inconscio devo aver anche pensato ai pendoli di Bonatti al Dru.
Lento, ma ormai libero, risalii le ultime rocce, anche esse tutt’altro che benevole, luccicanti nella sottile patina di pioggia.
Passai accanto ad Andrea e senza guardarlo dissi solo “Vado. Ora si esce di qui”.
Un tuono fece da sottofondo mentre risalivo una facile rampa di rocce rotte. La pioggia sempre più fitta, pungente, faceva grondare il camino di uscita. Risalirlo sarebbe stato un rischio oltremodo immeritato.
Osservai che la rampa che stavo seguendo terminava in alto su uno spigolo, ricordandomi qualcosa. Seguii l’intuito e proseguii, dicendo ad Andrea di mollare tutto, tanto assicurarsi era una pura utopia, qui. Uscii dalla rampa con movimenti felpati sulla roccia marcia, trovandomi d’improvviso sullo spigolo della Metzger. Arrangiai una sosta a spalla tra rocce frantumate e inqualificabili e recuperai Andrea che pochi minuti dopo mi raggiunse raggiante.
“È finita?” mi chiese guardandosi attorno incredulo.
“Sì, quasi … siamo sulla Metzger ormai. Possiamo slegarci e proseguire per quel canale che…”
“Ma sei un mito!” esclamò, con quella faccia che non sai mai quanto prendere sul serio.
Lo osservai interdetto.
“Prendi per il culo?”
“No, no, davvero! Un ultimo tiro non l’avrei proprio sopportato!”
E nostra fu poi la cima, scalpitante di tuoni.

(Pubblicato su InAlto, 2009)

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Cima del Vallone e Pinnacolo, visti dalla Cima di Riofreddo – foto N.Narduzzi
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