Col Monton, lungo la via Zonta, Gnoato, Bertan.

di Alessandro Rossi

Il Col Molton è l’altura che sorge appena a sud del paese di Cismon, a destra di chi guarda dal bar “al Pescatore” (altrimenti detto Ristorante Val Goccia), punto di ritrovo fondamentale per chiunque sia diretto ai Lagorai o alle più lontane Pale di San Martino. Questa massiccia protuberanza del Monte Grappa, così vicina alla civiltà eppure così selvaggia (è abbastanza difficile e impervio raggiungerne la vetta per la via “normale”, attraverso alpeggi abbandonati e tracce di camosci) fu la prima che attirò l’attenzione degli alpinisti, se si trascura la misteriosa via di Ottorino Faccio sulla opposta parete che sovrasta Collicello aperta tra il 1935-36. Nel 1968 C. Zonta e A. Gnoato scalarono con numerosi chiodi a pressione la grande placca scura sul lato sinistro della parete e terminarono alla grande cengia sormontata da strapiombi. Due anni dopo, nel 1970, Zonta e Gnoato con l’aggiunta di E. Bertan terminarono l’itinerario scalando anche i grandi rigonfiamenti sporgenti attraverso una strapiombante fessura-diedro: nacque la Zonta-Gnoato-Bertan, la prima via del Canale del Brenta, molto impegnativa e di grande interesse tecnico già allora.


Nel 1972 il Col Molton venne preso di mira anche da altri forti dolomitisti: i fratelli Cappellari con Vittorio Lotto e Renzo Timillero che aprirono una via lungo la parte destra della parete ove sorge un pilastro triangolare e che sale per fessure fino al pianoro sommitale, itinerario ardito quanto il
precedente ma che purtroppo non incontrò il favore degli arrampicatori. Oggi giace abbandonato.
Altre due vie nacquero poi sulle pareti del Col Molton tra gli anni ’70 e ’80 e furono la “Enrico Ferrazzuto” di A. Campanile ed E. Bassetto del 1977, che sale 4 tiri indipendenti sulle placche nere appena destra della Zonta e probabilmente mai ripetuta e la “gola profonda” dello stesso Zonta assieme a G. Nicente del 1984, che sale il ben visibile camino nero a destra della parete principale e il seguente canale, anch’essa mai ripetuta. Nel 1979 la prima libera della Zonta-Gnoato-Bertan venne effettuata da A. Campanile e da U. Marampon e quest’ultimo, per ricordare il padre di un amico, aprì da solo una via lungo lo spigolo nord e la dedicò ad Emilio Rizzon, nel 1999, via che conta una ripetizione.
Dopo molti anni di abbandono la Zonta-Gnoato-Bertan è stata richiodata nel 2013 da Ermes Bergamaschi, nell’ambito del progetto Valsugana e Canale del Brenta che mira a valorizzare gli itinerari più belli della valle. La richiodatura è stata fatta nel rispetto più profondo delle difficoltà originali dell’itinerario, aperto in prevalente arrampicata artificiale, e resta quindi impegnativa.

Il 13 agosto di quest’anno ho ripetuto con Moreno Camposilvan e Bruno Gemo la via.

La fessura del primo tiro foto A. Rossi


Questa salita era nel mio mirino già da molto tempo, da quando avevo ripetuto la via Eugenio Battaglia sulla Parete di San Vito d’Arsiè dello stesso Zonta e soprattutto dopo aver apprezzato il buon lavoro del Bergamaschi sulla via Paolo de Tuoni alla Gusela di Cismon, l’ardita guglia che sorge alle spalle del paese: ottimi fix piazzati dove servono, una parziale pulitura dalla vegetazione che infestava la parete, alcune varianti che cercano la roccia buona. Durante la settimana, sapendo che ci sarebbe stato un fine settimana di bel tempo e sentendomi un po’ stanco di andare a ravanare per chiodare vie nuove ecco che si presenta l’occasione per mettere le mani su questa classica che da lontano pareva promettere bene. Mando un messaggio a Moreno con la relazione e il tracciato della via e subito c’è l’entusiasmo, ovviamente ignaro di quel che l’aspetta. Nell’attesa dell’arrivo del fine settimana cominciano i primi tentennamenti, Bruno mi scrive “non è che è lunga? Ce la faremo a uscirne? Andrebbe bene anche una vietta più corta” e io lo rassicuro dicendogli che non c’è da preoccuparsi, che la via è bene attrezzata a fix e con obbligatorio non troppo alto e che è comoda sia come approccio che come rientro (mento spudoratamente, è ovvio!). Arriva il giorno fatale di domenica 13 e ci troviamo al Pescatore per una
veloce colazione e poi ci incamminiamo alla volta della parete dove troviamo il percorso sbarrato da una barriera di rovi fresca fresca (quando avevo esplorato il sito nel 2018 non c’era) che ci costringe alla consueta ravanata, prima di scoprire un percorso alternativo.
Parte all’attacco Moreno che è lo specialista dei camini e, dopo un po’ di lotta ai rami e alla terra che si insinua in tutti i pertugi riesce ad avere ragione del primo difficile tiro. Si susseguono poi due lunghezze meravigliose su placche nere tirate da Bruno e Moreno, in cui compaiono ancora i chiodi a pressione originali e che aiutano in più di qualche momento e infine un tiro in un camino melmoso che ci deposita sulla grande cengia a metà parete. Riparte Moreno agguerrito che si issa sui chiodi del tetto che prelude il grande diedro con sforzo considerevole, poi esce su un nasetto a destra del tetto e si pianta sparendo alla nostra vista. Dopo alcuni minuti le corde ricominciano a scorrere e ci chiama dicendo che è in sosta. Tocca a noi due partire ma prevedendo cosa sarebbe successo di lì a poco spiego a Bruno un trucchetto per issarsi sui chiodi senza bruciarsi tutto dagli addominali in su (cervello incluso). Superato il tetto capisco perché Moreno s’era fermato poc’anzi, la chiodatura sparisce e bisogna innalzarsi su delle robuste lame in pieno strapiombo per agguantare un cuneo e il successivo fix, fatto che rende il passo obbligato e abbastanza cervellotico. Io per fortuna ho con me le “scalette” che mi aiutano a riposare e a non dover tirare ogni fibra delle mie povere braccia.

Le solide placche nere della prima parte foto A. Rossi


Arrivati in sosta Moreno è attratto ancora dal diedro che pullula di chiodi e che si alza regolare sopra di noi e così prosegue (anche perché entrambi noi restanti ci avremmo messo troppo a vincerlo e la sera cominciava a farsi avanti): s’innalza su un pilastrino con fatica, si allarga in spaccata e giunge
allo strapiombo massimo del diedro. C’è un tratto sprotetto, la parete strapiomba da paura (scoprirò alla sosta che le corde lasciate nel vuoto dalla sosta 7 escono circa 10 m dalla verticale), Moreno prova e riprova ma è stanco, c’è in tutti noi un momento di sconforto ma dopo qualche minuto, con un guizzo di rabbia si accanisce contro la fessura del diedro e si alza quel che basta per agguantare l’ancoraggio successivo. E’ fatta, il passo chiave della via è fatto, il resto è tutto più semplice e la sporgenza diminuisce. Tocca a noi poi raggiungere il baldo guerriero alla sosta successiva e io già mi sento cosa sta per succedere: quando si affronta una via con grandi strapiombi il primo di cordata è enormemente avvantaggiato sul secondo, infatti può usufruire della trazione della corda operata dal compagno e non risente dell’allungamento della stessa rimanendo sempre molto vicino alla roccia. Il secondo invece deve innalzarsi subendo l’allungamento della corda e lo squilibrio che questa genera tirando verso il vuoto, se egli dovesse poi perdere la presa finirebbe a dondolare e a dover risalire la stessa per riattaccarsi alla roccia. A valle di questa delucidazione Bruno si pianta nello stesso punto di Moreno, allo strapiombo del diedro e le cose cominciano farsi interessanti, mentre io gli sto immediatamente sotto. Prova e riprova ma nulla, io lo incito a issarsi sulla corda e a spingere con le gambe ma niente, è immobile sul passaggio e la corda lo butta in fuori, aggiungendo che ormai la stanchezza ha il suo peso e anche le cose più ovvie non lo sono più (non che io fossi da meno ma le “scalette” mi avevano conservato un po’ di energia). Ecco, è a questo punto che il sottoscritto, il terzo incomodo, assume il ruolo del “risolutore”: – Bruno, prendi il friend giallo e ficcalo nella fessura, poi tira con tutta la forza di un virile masculo coi peli sul petto e prendi il rinvio successivo!!! – dizi che funsiona? – ‘scolta mi!!” e dopo un notevole sforzo passa l’ostacolo.
Il resto dell’ascensione non ha storia, la fine della via, vertiginose calate in doppia e la soddisfazione di avere compiuto un viaggio in un mondo parallelo letteralmente dietro casa.

Lungo il diedro strapiombante foto A. Rossi


RELAZIONE
Accesso: Percorrere la statale della Valsugana in direzione di Trento ed uscire alla prima uscita di Cismon (la seconda in direzione Bassano per chi proviene da Trento). Si può parcheggiare al Ristorante Al Pescatore, appena fuori dalla tangenziale o più avanti verso la stazione coi ripetitori.
Dal ristorante seguire la strada che porta in centro e, giunti ad una stazione con i ripetitori passare il ponte sul Goccia in secca e girare a destra seguendo la strada fino ad una proprietà privata.
Ignorarla e proseguire lungo la strada che diviene sterrata e inerbata e, dove finisce in una radura, salire a destra al cospetto della cava alla base del Col Molton. Individuare un sentierino con bolli gialli che si inoltra nel boschetto e porta dritto al camino d’attacco, impossibile non notarlo coi
numerosi bolli gialli (10 min dalla macchina).
Via:
1°) Salire il camino all’inizio molto sporco di terra e di erba, poi più pulito e verticale (fix e chiodi) ed affrontare poi una seconda strozzatura con massi incastrati per raggiungere la rampa erbosa che porta ad un forcellino con la comoda sosta (45 m; V e V+).
2°) Scalare direttamente la placca sovrastante con numersi fix e chiodi a pressione e roccia compattissima fino alla cornice di sosta, scomoda (25 m; VI e A1 o VII).
3°) Ancora in verticale lungo la placca atletica con fix e chiodi a pressione fino ad una fessura a lame sulla sinistra che va scalata per raggiungere la cengia di sosta (30 m; VI e A1 o VII, V lungo la fessura
da proteggere a friend).
4°) Traversare a destra e salire il caminetto (ch.) per sostare sotto il grande strapiombo poco oltre (15 m; V).
5°) Attaccare direttamente lo strapiombo a tetto con fix e molti chiodi normali (A1) e poi uscire a destra su un nasetto affrontando un diedro strapiombante molto impegnativo con protezioni
aleatorie e difficoltà obbligata (VI) fino alla stretta cengia di sosta (25 m; VI e A1 o VIII+ il tetto e poi VII).
6°) Vincere il pilastrino sopra la sosta, strapiombante, e poi il diedro, sempre strapiombante e non del tutto azzerabile (friend) fino ad una zona grigia e più verticale dove le difficoltà calano. Sosta su un gradino molto scomoda (25 m; VI e A2 o VII+; tiro chiave).
7°) Continuare lungo la fessura del diedro che si apre a camino e uscire a sinistra fino alla comoda cengetta di sosta (15 m; V; ch. e fix).
8°) Direttamente lungo la verticale fessura sopra la sosta con chiodi a pressione e poi per il camino seguente, sporco ma più facile, raggiungere così il prato sommitale (25 m; V+; vari chiodi).
Discesa: Conviene calarsi in doppia lungo la via come segue:
Sosta8 -> Sosta7; Sosta7 -> Sosta5
(rinviare ancoraggi); Sosta5->Sosta3 (rinviare ancoraggi); Sosta3 -> Sosta1 (rinviare ancoraggi);
Sosta1 -> terra (circa 2 ore).

In rosso la linea di salita

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