Ruggine

di Saverio D’Eredità

Quel chiodo, io, l’ho sempre passato.
Alla faccia dei soloni della falesia, dei benpensanti e dei custodi dell’etica. Se c’è un chiodo si passa, anche se non serve. Anzi, magari è pure peggio perché fa scorrere malamente la corda e sarà una facile scusa per fallire il passaggio. Ma il chiodo si passa. Io passo sempre tutti i chiodi, a prescindere. Per educazione, diciamo. Come salutare le persone che incontri al mattino. Si saluta, sempre. Anche se questo poi qualche volta finisce per creare problemi, come con i vecchi chiodi.
Quel chiodo è tutto ruggine e a momenti manco lo vedi. Si è mimetizzato ormai con la pietra, solo quando il tuo naso sta a cinque centimetri lo vedi.
“Un chiodo!” – pensi ammirato – “Ma come l’hanno piantato in questa posizione!?”
E mentre pensi l’hai già passato senza troppe storie, anche se lo spit stava mezzo metro sotto e il prossimo un metro sopra (che vuol dire pur sempre un metro e mezzo!). Ti alzi, metti le mani sul bordo di quella fessura larga e svasa, mentre con i piedi cerchi un appoggio che ti dia un minimo di equilibrio. Cerchi di domare la belva feroce che ti ringhia addosso e intanto pensi a come hanno messo il chiodo e insieme come si faceva a passare, messi così tutti storti, le mani che sfuggono dal bordo della fessura che – neanche dirlo – strapiomba pure.
Poi finisce come sempre. Ti alzi, ti sposti, abbozzi, ci provi (incastro di pugno, mezza Dulfer, laterale, infine sfacciatamente frontale) e immancabile arriva un “blocca”: fischi e disappunto del pubblico non pagante. Firmi la resa senza troppe remore. Questa guerra non fa per te. Ci vorrebbero delle mani grandi, che dico, delle pinze! per tenere il bordo di quella fessura.

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Sulla “Bulfoni” di Gemona – foto di Andrea Fusari

Quelle mani le avrei incontrate una sera d’inverno, sulla porta di casa di Marcello. Me le strinse talmente forte che per un attimo esitai nel salutarlo. Una delle prime domande che volevo fargli almeno aveva già una risposta: capii subito come aveva fatto a piantare quel chiodo e a tenere quella fessura.
Mi guardò con il suo sguardo quadrato mettendomi subito in soggezione. Sapevo di dovermi conquistare la sua fiducia e ci volle un po’prima di sciogliere la conversazione. Del resto, era la prima volta che mi confrontavo con un vero alpinista. Intendo uno di quelli il cui nome era scritto sulle guide e riecheggiava tra le pareti, ma soprattutto che aveva piantato quel chiodo nella falesia di Gemona.
Quella sera a casa sua si iniziò con poche parole e il culo incollato alla sedia e si finì col passare le mani sopra le pagine sottili del suo libretto di ascensioni e sulle telate della sua collezione di guide. Nella cura maniacale, quasi religiosa, in cui tutto era ordinato compresi non tanto la passione quanto la riconoscenza che provava per la montagna. Ma non era uno facile, Marcello. Una volta allentata la briglia ne ebbe un po’per tutti, sparò a zero su un paio di nomi noti e mi raccontò un po’di retroscena di grandi salite.

“Ah! Cozzolino! Bravo eh, ma pensi che non sapessimo noi che si poteva fare la greca, su per il diedro? Ma quello non è il diedro! Ci ho provato anche io, sai. E anche sulla fessura di Lomasti…”

Pochi giorni dopo mi fece arrivare un foglietto di carta scritto a mano. Una grafia elegante, di quelle che nelle scuole di un tempo ti inculcavano a bacchettate. Mi disse che non era mai stato a suo agio, con le parole, e quello era tutto ciò che poteva fare per la prefazione al nostro libro.
Ciononostante le sue poche righe mi parvero talmente ponderate, semplici e sentite che le ricopiammo direttamente nella prefazione. A ripensarci oggi, la sua disarmante umiltà è quasi uno schiaffo di fronte a certa ostentata ignoranza.
Il nome di Bulfoni è legato intimamente alle montagne friulane. Ma non come quelli degli eroi del passato, più simili a monumenti intoccabili che quasi sublimano nel mito. Quello di Marcello era un alpinismo semplice, direi quasi di tutti i giorni. Un alpinismo in cui riconoscersi, per il quale provare rispetto e affetto. Quasi fosse più un padre che un maestro. Quella sera a casa sua forse per la prima volta mi domandai chi fossero veramente i nostri padri, a chi ritorniamo nei momenti delle scelte, delle difficoltà, dell’incertezza?
Quello di Bulfoni era un alpinismo che poteva essere di tutti. Alpinismo di casa, intimo, oserei dire devoto. In cui contava il legame più che la sfida. E il legame più forte lo ebbe con la prima montagna che poteva vedere dalla sua casa di Pagnacco. La Grauzaria.

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La Sfinge – foto D.Nardin

Ci rivedemmo proprio lì, qualche mese dopo. Ero salito in Rifugio per presentare il libro e Marcello mi fece l’onore di venire ad ascoltarmi proprio in quella che era stata la sua casa. Anche fisica, visto che per molti anni  ne fu gestore.
Impacchettata in una nube densa di umidità, la Sfinge era invisibile. Ma quel giorno la montagna sembrava essere Marcello stesso, fatto anche lui di quella pietra dura, difficile, arcigna. Solo quando vide la foto del cuneo recuperato sul suo diedro della Nuviernulis, i suoi occhi cedettero alle lacrime. Fu quasi una logica conseguenza che alla fine, gli applausi, si rivolsero a lui.
Quando intraprendemmo la via del ritorno la pioggia cessò un momento e le nubi si sollevarono quel tanto da far intravedere le pareti della Sfinge. Marcello era un fiume in piena di storie, di aneddoti, consigli.
Poi di colpo si fece serio, mi fissò di nuovo diritto sotto il ciglio duro e disse

“Però io sono sempre tornato a casa. Sapevo fin dove potevo rischiare. E piuttosto ho piantato sempre un chiodo in più. Perché devi aver rispetto per te stesso e per chi ti aspetta. Sempre.”

Non so se sia necessario per forza riconoscersi in dei padri, ma quello sguardo e quelle parole me le porto ancora dentro. Durante ogni salita, in ogni momento di incertezza. Anche su quel dannato passaggio nella sua falesia. E quel chiodo, anche se non serve, pensando a Marcello, io lo passo comunque.

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Sul diedro Bulfoni – D’Eredità alla Cima Nord Est – foto C.Piovan

***

Nonostante avessi già ampiamente saccheggiato la biblioteca del CAI, un libro tutto mio di montagna non ce l’avevo. La passione era ancora fondamentalmente clandestina. Fin lì avevo tenuto le riviste di alpinismo ben infrascate sotto i romanzi classici (che poi rimanevano sempre lì) o i libri di scuola, sbirciandole senza farlo troppo notare. Successivamente sarebbe venuto il tempo delle corde occultate e delle mete taciute.
Ciononostante, quella sera nella piccola sala parrocchiale di Ravascletto, credo fossi l’unico interessato alle parole del relatore. Non so perché ci infliggessero delle serate di “approfondimento” durante la settimana bianca scolastica. Forse per giustificare con una parvenza di cultura quello che era il reale motivo di queste gite scolastiche: ovvero officiare il rituale di passaggio delle prime notti fuori casa, in cui si faceva tutto tranne che dormire. Notti passate a scambiarsi stanze fino all’alba per trovarsi poi il sabato tutti con l’influenza.
Quello che diceva l’uomo con la barba, la pelle cotta dal sole e arata dalle rughe, probabilmente non interessò nessuno. Tranne me, che il nome di Sergio De Infanti lo conoscevo eccome.
Alla fine di quella presentazione in cui parlò di alpinismo, montagna, ma anche del lavoro e della vita di montanaro, andammo tutti nel meublè che gestiva a Ravascletto. La prof, forse l’unica che sapeva della mia segreta passione, mi sottrasse dall’imbarazzo di scegliere un tavolo al quale forse nessuno mi avrebbe invitato, per portarmi con sé. Scavalcati sorrisini e mezze allusioni mi portò dritta a quello di Sergio. “Allora ti piace la montagna” mi apostrofò subito diretto masticando l’immancabile toscano. Feci probabilmente una faccia ebete e biascicai qualcosa di complicato. Che ne sapevo io di come si doveva rispondere agli alpinisti.

“E arrampichi anche?”

“Eh, non ancora…”

Mi spiacque deluderlo, ma lo dissi con occhi talmente supplichevoli che penso si intenerì un po’. “Aspetta qua” mi disse. Tornò poco dopo – nel frattempo stavo già fantasticando un’invernale con Sergio – mettendomi in mano una copia del suo libro “Io per primo non lo avrei mai pensato”, con tanto di dedica

“A Saverio, augurandogli felicità nella sua passione”

 Sergio De Infanti, Ravascletto 14/02/1994.

“Allora ci rivediamo in montagna!” disse salutandomi. Da quella settimana bianca tornai con i rudimenti delle curve a sci paralleli, 38 di febbre e il mio primo libro di montagna.

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Non mi capitò di incontrare altre volte De Infanti, bensì di ripeterne alcune vie. Come quelle di Marcello, le vie di Sergio sono sparse un po’dappertutto in Carnia e molte di queste sono delle classiche consolidate. Dal Pal Piccolo al Peralba alla Creta Cacciatori la sua firma si ritrova indifferentemente su vie dure, facili o esplorative. Sono il segno di un alpinismo innamorato della propria terra, che egli si trovò – per intuito e fortuna – letteralmente a scoprire in quegli anni tra la fine dei 60 e gli inizi dei 70 in cui le Carniche erano quasi terreno vergine, almeno per quanto riguardo l’alpinismo moderno. Si deve riconoscere a De Infanti infatti un balzo in avanti nell’esplorazione sistematica delle pareti e dei gruppi anche minori, come pure di alcuni gioielli come la Cima della Miniera. Una lavagna di calcare d’argento che si alza sopra i boschi di Pierabech, solcata appena da qualche fessura e rigola. Talmente compatta e levigata da essere inimmaginabile per gli alpinisti di un tempo. E che fino al 1968 era una pagina di roccia bianca alta 400 metri e lunga quasi un chilometro. In quella regione verticale e inesplorata De Infanti e Solero furono i primi ad individuare una linea logica e proteggibile sul margine destro. Con un tiro di artificiale e tanto intuito si districarono tra le placche che poi lasciarono intravedere una logica uscita. Quasi vent’anni dopo su quella stessa parete gli “alpinisti del futuro” Sterni e Sacchi avrebbero tracciato “Autoroute du Soleil”, probabilmente la più dura via di arrampicata di tutta la Carnia.

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De Infanti fu protagonista di un passaggio epocale in Carnia, soprattutto perché con la sua attività di ricerca riuscì a superare molti dei pregiudizi che gravavano su queste pareti per troppo tempo snobbate dai grandi alpinisti. E nemmeno si può ridurre la sua attività ad un mero elenco, per quanto prestigioso, di prime salite. Nel suo alpinismo si percepiva un amore incondizionato per la propria terra, che egli in qualche maniera aiuterà ad uscire dall’ombra, sfruttando l’alpinismo come leva per farne conoscere gli angoli più preziosi. La sua carriera lo avrebbe poi portato sulle grandi montagne del mondo, dalle Ande fin quasi alla cima dell’Everest, ma è in Carnia che lascia un segno profondo. De Infanti si sarebbe cimentato infatti in salite davvero importanti per l’epoca, dal Gamspitz alla Lama di Riobianco nelle Pesarine, dalla Cima della Miniera alla Sfinge della Grauzaria. E proprio lì probabilmente si consacrò come uno dei migliori alpinisti friulani, andando a solleticare il naso della Sfinge a suon di martellate. Proprio come descrisse in uno dei racconti del suo libro: “Il naso che non starnutì”.

***

Quando ho visto il cuneo ho immediatamente capito dove mi trovavo. Nella nicchietta friabile i piedi stavano a malapena, mentre il corpo doveva arcuarsi per assecondare la protuberanza strapiombante. È solo un passo mi dico. Ma sono piantato. Dev’essere una costante, questa. Che sia in falesia o in montagna, sti passaggi proprio non mi vengono. I piedi continuano a grattare il fondo della nicchia, demolendo piccole scagliette friabili. Dico al Mose di recuperarmi un po’. “È un bel passo dinamico” mi dice sogghignando dall’alto “ci ho messo un po’a capirlo”.
In effetti è tutto fuorché facile. Solo la fessura dentro la quale è incastrato questo cuneo marcescente offre una presa buona. Tirare il cuneo non se ne parla. Mica per etica. È che fa paura. Ormai logoro e con quel sottile spaghetto di fil di ferro arrugginito pare un reperto più che un ancoraggio. Lo testo delicatamente, e tiene. Poi più energicamente. E tiene. Sti cosi fanno paura, ma sapevano piantarli una volta!
È il maggio 1968 quando De Infanti e Solero si portano carichi di  materiali alla base della “faccia”, raggiungendola per la classica Gilberti-Soravito. L’epoca di superdirettissime e artificiali spinte sta passando la mano alla libera, ma nel panorama alpinistico locale gli echi arrivano attutiti. Qui una stagione è ancora tutta da cominciare, e finora in pochi si sono cimentati con i grandi problemi del momento. Il più grande alpinista friulano dell’epoca, Piussi, vive in Cadore e sta per raggiungere la sua massima maturità alpinistica proprio in Dolomiti.
Dal racconto di De Infanti traspare tutto quel timore, inquietudine e incertezza che accompagnano le grandi imprese. I due, infatti, nonostante abbiano già qualche anno di attività di buon livello non si erano ancora cimentati in una salita del genere, con tutte le incognite che la accompagnano. Avanzano lentamente, destreggiandosi tra gli strapiombi che solcano il muto volto della Sfinge. Già da subito, una nicchia friabile pare sbarrare la strada. De Infanti risolve il passaggio con intuito e un pizzico di fortuna, staffando proprio sul cuneo di legno che ora è davanti al mio naso. Ci vollero due giorni per risolvere l’enigma della Sfinge in un susseguirsi di passaggi di sesto e artificiale spesso su chiodi precari.
A noi servirono invece un paio di tiri prima che piombasse la notte, costringendoci a deviare per la cengia d’uscita. Del resto, portare a casa l’Integrale è tutt’altro che scontato.

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Cuneo di Bulfoni, ritrovato sul  diedro nord della Torre Nuviernulis – foto S.De Toni http://www.sandrodetoni.org

Se mi chiedessero qual è la più bella via dell’arco alpino friulano non esiterei a rispondere proprio l’Integrale alla Sfinge. E questo sebbene vi siano arrampicate senza dubbio più importanti, più difficili o più estetiche. Perché non conta solamente il grado, l’arditezza come si usava dire, o la qualità dell’arrampicata. L’Integrale alla Sfinge porta con sé l’enigma del suo volto e il mistero di una parete che pare sfuggente nella poliedricità del suo aspetto. E cosa riassume più di ogni altra cosa l’alpinismo se non appunto il senso del mistero?
Nonostante la direttiva generale sia data dal profilo che divide i due lati della parete, di spigolo c’è ben poco in questa via che si insinua tra diedri, fessure e strapiombi là dove la parete pare affondare come una gigantesca prua verso i docili versanti del Monte Flop. Nella parte alta più che lo spigolo vero e proprio si scala alla ricerca costante dei tratti somatici del volto: il tetto del “Naso”, il bordo accigliato dell’Occhio, la ruga della fronte. Roba da scultori.
Al di là della sua particolare morfologia, stiamo parlando di una scalata di grande soddisfazione anche per moderni climber dai palati fini. Pochi restano delusi da questa salita varia, mai scontata, su roccia specie nella parte bassa davvero eccezionale.

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Cima della Sfinge, sul filo dello Spigolo – foto E.Mosetti

Una via che porta il segno di una storia unica nel suo genere in quanto rivendica una doppia paternità: l’Integrale è infatti combinazione degli itinerari aperti nello stesso anno e a pochi mesi di distanza da due personaggi di spicco dell’alpinismo friulano di quegli anni: Sergio De Infanti e Marcello Bulfoni.
Appena due mesi dopo De Infanti e Solero, sono Marcello Bulfoni e Tonino Mansutti ad attaccare la parte inferiore, la chiglia della grande nave. Anche qui Bulfoni adotta quella tecnica di arrampicata artificiale di cui era maestro, ma anche i passaggi in libera non sono banali. La continuità dei primi 200 metri – quasi tutti di sesto, con un passo di settimo in libera – è già un buon banco di prova per chi ambisce a salire l’Integrale. Non tutte le cordate infatti riescono a finirla in giornate e molti deviano già dopo la prima parte. Eppure sulla carta sono “solo” 500 metri di parete. Non so come, ogni volta che mi trovo qui, si fa notte. È il destino di chi si addentra nel mistero della Sfinge. Ed è forse per uno scherzo del destino che proprio i due artefici di quel piccolo capolavoro se ne siano andati, a distanza di pochi mesi uno dall’altro. Chissà che altrove non si stiano contendendo qualche altra scalata a suon di chiodi e martelli…

***

C’è poco da fare, a me quell’alpinismo è sempre piaciuto più di altri. Ogni tanto lo si etichetta come “alpinismo operaio”, tempi in cui si andava in montagna solo la domenica se andava bene, magari districandosi tra i turni di un lavoro sfiancante e saltando su un camion di notte per tornare a casa. In cui non si andava tanto per il sottile, i materiali erano quello che erano e l’importante era portare a casa la pellaccia (e magari anche la via). Insomma, poca fighetteria e molta sostanza. Un alpinismo che ora appare lontano dai nostri stili, vecchio, datato, arrugginito come i ferri che ogni tanto ritroviamo e magari nemmeno guardiamo. Ma il Tempo, come titolava un libro di Marguerite Yourcenar, è “un grande scultore”. Perché il tempo modella, leviga le superfici, smussa gli spigoli. Come uno setaccio filtra i grani più grossi, rilasciando man mano le sostanze più preziose. Sotto lo strato di ruggine che ricopre i vecchi chiodi, si nasconde un’anima dura e resistente. Il significato profondo della memoria.

Ripenso a Marcello, a tutte le incalcolabili volte che ha guardato da Pagnacco i profili aspri della Grauzaria, inforcato la bici e risalito il sentierino che sale ai ruderi di casera Flop, ai piedi della Sfinge. Per anni, per decenni. È forse questo genere d’amore, questa fedeltà senza tempo che si predica nella ritualità della ripetizione, a sfuggire oggi. Ne siamo ancora capaci?
Ripenso a quella dedica di Sergio, che forse solo oggi comprendo nel suo senso autentico. Quella volta ne rimasi quasi deluso. Mi aspettavo una dichiarazione roboante, una massima eroica. Invece aveva colto, in due parole, l’essenza.
Ecco, se ripenso a loro penso che vorrei invecchiare così. Essere ruvido come loro, solido come loro. Essere anche io ruggine. Poter soppesare ogni parola come fosse l’ultima, consegnarla nelle mani di qualcuno chiedendo che la tenga per sé, come la più preziosa tra le cose.

Nel passare oltre a noi quei padri ci affidano il loro messaggio, e una domanda. Il nostro valore, domani, si misurerà su ciò che saremo in grado di consegnare ai tempi futuri.
Quale sarà il nostro messaggio?

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Una risposta a "Ruggine"

  1. Diego Totis 17 marzo 2019 / 19:14

    Sguardo quadrato rende veramente l’idea

    Mi piace

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