Ritorno al Futuro – arrampicata “trad” sulle pareti del Pal Piccolo

di Saverio D’Eredità

Trad, tred…o cosa?

Si chiama “Trad” si legge “Tred”, ma gli alpinisti di un tempo mi direbbero “alla vecchia”! Sono poi così importanti le definizioni e le etichette quando si fa qualcosa, soprattutto quando lo si fa per passione e un pizzico d’amore? Del resto, un vecchio trucco del marketing è proprio quello di cambiare nomi alle cose per farle sembrare nuove. Ma noi, che esercitiamo sempre e comunque il libero pensiero, non ci faremo trarre in inganno. Parlare di arrampicata “trad” sulle pareti del Pal Piccolo come fosse qualcosa di nuovo, in effetti, è solo una mezza verità. Perché tutto sommato qui la storia era iniziata proprio così. Con un pugno di dadi (all’epoca si trattava soprattutto dei mitici “eccentrici” oggi quasi del tutto scomparsi dall’argenteria alpinistica, anche se le fessure carniche li apprezzerebbero ancora…), un po’di sana follia e tanto pelo sullo stomaco. Oggi lo chiamiamo “trad”, ci siamo anche dati delle regole (è un po’un vizio dei nostri tempi), ma dovremmo sempre guardare le cose più per come sono che non per come vogliono apparire. E scoprire che in ogni storia nuova c’è un seme antico.

Sulla via del Diedro, in Panettone

I nuovi mattini dell’est

Se è vero che il vento del cambiamento soffia sempre da ovest, è anche vero che i mattini dell’est hanno un colore del tutto particolare. Quando verso la fine degli anni ’70 quello che ad occidente veniva chiamato “nuovo mattino” stava sfiorendo, in un angolo delle Alpi Orientali esistono ancora vaste aree di esplorazione verticale completamente intatte. E se ad ovest quel vento portava aria di ribellione, da queste parti assistiamo piuttosto ad un percorso inverso. Certo, i ragazzi che in quegli anni “si accorgono” di queste pareti non saranno forse contestatori come quelli dell’ovest, ma quanto a coraggio e capacità visionarie non sono da meno. Con la differenza che sulle rocce del Pal Piccolo non si va tanto per fuggire dalle montagne “vere”, quanto piuttosto per prepararsi a salirle diversamente. I muri oro e argento della Chianevate stanno ancora aspettando, infatti, il vento del cambiamento. È a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 che quello strano arcipelago di rocce che oggi viene semplicemente chiamato “Monte Croce” inizia ad avere una sua precisa identità. Si deve ad un variegato gruppuscolo che che mescola “local” carnici a gente di città (soprattutto Udine e dintorni) un’ intensa fase esplorativa di queste pareti, spesso non più alte di 150 metri, ma che offrono forse la più bella roccia di tutta la Carnia: un calcare compatto di altissima qualità, intarsiato da rigole e segnato da profonde fessure che richiedono tecniche e capacità del tutto diverse da quelle tradizionali. Si narra di viaggi in Francia e di un paio di Super Gratton “EB” che hanno fatto “svoltare” un’intera generazione, anche se si deve ad un vecchio alpinista in scarponi il merito di averci “visto lungo”. È infatti Sergio De Infanti a muoversi per primo sulle placche che circondano il passo, seguito a ruota da altri ragazzi che presto avrebbero fatto la storia alpinistica locale. Tra questi i più attivi sono Attilio De Rovere, Gabriele Mancini, Giorgio Bianchi, Walter Cucci, Roberto Mazzilis e molti altri. L’idea è semplice, ma rivoluzionaria. Le pareti del Pal Piccolo si collocano a quote “medie” e sono esposte favorevolmente a meridione, tanto che è possibile scalare praticamente tutto l’anno, il calcare asciuga velocemente e si raggiungono mal che vada in mezzora dalla strada del Passo. Perché non usarle come allenamento per mete più ambiziose? Così, un po’per gioco, un po’per ripiego e senza l’idea di essere lì per cambiare la Storia, quei ragazzi iniziano a seguire dapprima le linee più evidenti e naturali, quindi imparano a sfruttare al meglio protezioni veloci e suole lisce per lanciarsi su qualcosa di più “spinto”. In pochi anni nascono così vie su pareti sì minori, ma che riservano le scalate più belle – sotto il puro aspetto dell’arrampicata – di tutta la Carnia. È il periodo di “Polvere di Stelle”, “Fitzcarraldo”, o del “Sandwich”. I nomi rispecchiano lo spirito “irregolare” di chi vuole uscire dagli schemi, sperimentare, ma che – anche prendendosi non pochi rischi – alza di colpo il livello tecnico. Inizialmente tutto avviene in uno stile che oggi diremmo “clean”: appesi agli imbraghi c’erano i primi eccentrici, qualche buon chiodo e tanto “pelo”. Tanto bastava per buttarsi senza troppi calcoli sui placconi del Panettone e i muri della Scogliera. La prima via è proprio in Panettone, la “Rampa”: De Rovere, Cucci e Mancini si portano sotto quello scudo di calcare ancora inesplorato per dare un’occhiata e tiro su tiro escono sull’altipiano mugoso della sommità.

Nessuna grande impresa (anche se il passo chiave è un bel sesto), ma l’inizio di una nuova storia. Rapidamente fioriscono le linee, si iniziano a considerare anche strutture minori alto manco cento metri, ma dove la qualità della roccia è sbalorditiva e si concentrano alte difficoltà per la scalata in libera. Qua e là qualcuno fa vibrare i colpi del trapano, ma senza mai esagerare troppo. Provare per credere: sotto i “restyling” più recenti si possono ancora vedere i primi spit piantati a mano e qualche strano cavetto metallico per non parlare di materiali recuperati dai cantieri (sic!) che vengono usati quali bizzarri strumenti di assicurazione. Si bada poco alla forma, ma molto alla sostanza. Tutto sommato qui si “gioca” e mentre si va saggiando l’aderenza delle suole sul calcare compattissimo, si alzano gli occhi alle grandi pareti della Creta di Collina o della Chianevate appena al di là del passo. Ed è lì che si avrà conferma del salto di qualità: nel giro di un decennio pareti del tutto ignorate o meglio “intentate” vedono fiorire decine di vie. Il livello che fino ad allora in Carnia stentava a superare il sesto, improvvisamente si proietta sul settimo ed oltre.

Le belle fessure del “Salto” del Pal Piccolo, oggi riviste in ottica da scalata “tradizionale” – foto S.Straulino
Saverio D’Eredita sulla variante iniziale allo spigolo s/e del Salto, aperta da Straulino e Della Pietra nel 2020.Foto di F.Conta
In arrampicata sul Salto: primo tiro del Sandwich – foto N.Narduzzi

Ritorno al futuro: dal trad al trad passando per gli spit

Certe rivoluzioni avvengono in punta di piedi e altre hanno una data, un luogo e anche un nome. 1986, parete della Scogliera. Il nome è Arrampicarnia. Sull’onda del Rock Master e della prima gara di arrampicata sportiva di Bardonecchia, anche in Carnia si inizia a guardare queste pareti come un potenziale enorme per l’arrampicata sportiva. Le regole del gioco stanno cambiando e gli stessi che per primi avevano messo le mani su queste pareti, fanno un passo in avanti attrezzando le prime falesie. Lo spit entra in scena e con questo i grandi nomi dell’arrampicata di quegli anni. Manolo, Heinz Mariacher e Luisa Iovane, Beat Kammerlander, Roberto Bassi, Andrea Gallo, Sandro Neri, Icio Dall’Omo, Rolando Larcher e persino Patrick Berhault. Una parata di stelle per luoghi fino a poco tempo prima del tutto ignorati che fa sì che per 3 anni le falesie del Pal Piccolo e di Avostanis, l’incantevole laghetto su cui si specchia la più bella falesia della Carnia, diventino il palcoscenico di una generazione straordinaria. Accanto ai primi (pochi) chiodi piantati da De Rovere e compagni compaiono le piastrine, il livello si alza e la voce gira. In Carnia c’è la roccia più bella che si possa sognare nelle Alpi orientali. Anche le vie aperte con i mezzi che oggi chiamiamo “tradizionali” vengono ridisegnate e un po’ammorbidite dal punto di vista psicologico. Resinati sui passi chiave e soste a spit aprono la frequentazione anche a scalatori meno agguerriti, con il merito però di far diventare quest’area un vero riferimento per l’arrampicata a tutti i livelli. Dalle mansuete placche di Val Collina alle tacche minime della Scogliera tutti possono godere del calcare intarsiato del Passo M.Croce. Tanto che ancora oggi il richiamo per gli scalatori di tutta Europa è forte e persino un certo Adam Ondra si è innamorato di queste pareti. E anche la mitica Arrampicarnia, abbandonata per quasi trent’anni, è ora tornata a far parlare di sè per merito delle associazioni alpinistiche locali, come Climbing Paluzza. Segno che quello spirito degli anni ’80 è ancora vivo.

Il nuovo settore trad tra il Tornante e il Salto del Pal Piccolo – foto E.Zorzi

Se negli anni ’80 la svolta era arrivata con un “pugno di dadi”, oggi si ripercorrono gli stessi passi riscoprendo la potenzialità di Monte Croce in ottica nuova, ma al tempo stesso originaria: i friend delle nuove generazioni entrano meglio e più frequentemente e le spaventose fessure off-width del “Salto” tornano a brillare negli occhi dei climber degli anni duemila. C’è da dire, infatti, che poche cose sono ostiche come una fessura carnica. Raramente regolari abbastanza da accogliere protezioni adeguate, spesso maledettamente “svase” ai bordi e soprattutto senza il ben noto grip delle sorelle di granito. Ma non sempre: sul Pal Piccolo non di rado troviamo fessure taglienti che esigono i noti “incastri” di yosemitica memoria. Affascinanti e temute, le fessure carniche sono comunque un bel banco di prova dove testare abilità, coraggio e pazienza. E senza esiti scontati, perché qualche legnata ogni tanto la tirano. Ma se fosse tutto garantito, che divertimento ci sarebbe?

Samuel Straulino sul nuovo settore “trad” al Salto

Passano gli anni e le mode, ma sulle pareti del “Salto”, come viene chiamata questa struttura strapiombante che spicca in mezzo al verde di faggi ed abeti, si respira un’atmosfera da fuorilegge: arroccata com’è sopra la strada del passo, si addice più a racconti di banditi che di scalatori. Ammesso che le cose siano tanto diverse. Già arrivarci non è così semplice. Se si è abbastanza bravi ci si può calare dall’alto, ma bisogna aver fiuto e conoscenze. In anni recenti l’apertura della via “Attraverso la Balena” ha permesso un accesso originale collegandosi con una calata. Oppure ancora dal basso, per passaggi segreti custoditi da larici e massi ciclopici che pare di attraversare i sentieri dei mohicani. Negli anni ’80 ci aveva messo il naso l’insaziabile esploratore di queste pareti, Attilio de Rovere in compagnia di Cucc,i ma anche di Mazzilis (con il quale aprì in maniera rocambolesca l’inquietante diedro che segna tutta la parete). Per anni rimasero un po’avvolte nel mistero le scalate di questo settore, come ad esempio il mitico “Sandwich”, caratterizzato da una classica fessura carnica da combattimento e soprattutto da un adrenalinico passo su abete secco per raggiungere la parete…Altri tempi! In anni recenti un paziente lavoro di sistemazione della chiodatura ha resto questo itinerario decisamente abbordabile, ma non meno affascinante. Non ci sarà più il clima avventuroso dei ruggenti anni ottanta, ma la bellezza è rimasta intatta. E non solo quella.

Samuel Straulino in arrampicata nel nuovo settore trad del Salto

Con l’idea di raggiungere la base della parete un po’più agevolmente, Samuel Straulino ha iniziato a battere nuovamente la zona tra il cosidetto Tornante e il Salto. Come spesso capita nei viaggi migliori – che non per forza devono essere tanto esotici – nel cercare una cosa se ne trova un’altra. Così mentre migliorava l’accesso al Salto attraverso un canale nascosto, l’occhio di Samuel è stato attratto dalle belle fessure che solcano tutto la sezione sinistra. Una zona in sé poco appariscente, ma che offre un terreno ideale per un’arrampicata come quella di fessura, dove Samuel è uno specialista. Appassionato di questo tipo di scalata tanto da portarlo a girare il mondo alla ricerca dei luoghi culto dei “fessuristi”, da Indian Creek alla Valle dell’Orco e ovviamente la nuova “Mecca” di Cadarese, Samuel non si è lasciato sfuggire l’occasione di creare (o meglio, ricreare) lo stile “trad” applicato alle fessure del Pal Piccolo. Un ritorno al futuro, se vogliamo, ma anche un modo diverso di leggere la scalata. Nel giro di pochi mesi, insieme a Margherita Dalla Pietra, ha esplorato, ripulito e attrezzato le soste di una piccola, ma interessante area “trad”. Ben 13 vie, dal sesto al nono, tutte decisamente impegnative, ma anche di altrettanta soddisfazione, dove sperimentare tecniche “occidentali” dalle canoniche dulfer ai più elaborati incastri di mano. Spingendosi più in là, Samuel e Margherita hanno trovato modo anche di “rivisitare” le vie di De Rovere e compagni attrezzando a fix le soste e aggiungendo qualche variante (come il bel diedro di “riscaldamento” con cui si attacca lo spigolo sud est) che proiettano una nuova luce questi calcari dai colori accesi.

Stupende fessure su Ain’t no easy way out – Creta di Collina

Samuel e Margherita in fondo sono animati dallo stesso spirito dei primi alpinisti che si sono affacciati su queste pareti, ovvero trovare nuovi spazi per sperimentare ed allenarsi. Guardando alle grandi pareti. E infatti puntualmente hanno proseguito la loro esplorazione sui muri cangianti della Creta di Collina, dove si sono sbizzarriti nel trovare delle super fessure di roccia straordinariamente solida (e straordinariamente dure, ma questo è un altro discorso…). Una parete che, seppur meno nobile della vicina Chianevate, aveva ricevuto le visite della generazione degli anni ’80 ai quali non sfuggì la bellezza di queste fessure dalle forme sinuose. La famosa “Viaggio ad Oxford” firmata dalla coppia Valter Bernardis-Stefano Gri, con quel mitico pendolo dal sapore yosemitico, è tuttora un bel banco di prova ed una piccola perla della scalata in fessura. Quest’estate Margherita e Samuel hanno raddrizzato il Viaggio “senza scali” come dice Samuel, tirando su dritto sopra la sosta del pendolo. E continuando nell’opera hanno aggiunto altre due vie che vanno ad impreziosire questa parete: con Hot Shots e Ain’t no easy way out c’è pane per denti duri a masticare fessure. La ricompensa è una roccia di qualità superiore, come poche in zona. Proprio come trent’anni fa, il futuro è tutto da scrivere.

Ain’t no easy way out – Creta di Collina foto S.Straulino

Dai padri ai figli

Erroneamente pensiamo che l’ultima generazione sia solo tacche, spit e magnesio. C’è forse più naturalezza che in passato nel passare da un ambito all’altro senza troppo soffermarsi alle etichette. Mi piace pensare che l’arrampicata, al di là di marchi e definizioni, rimanga qualcosa di istintivo e naturale. A prescindere dai tempi e dai luoghi. E girando per le strane pareti del Passo M.Croce Carnico questa sensazione si conferma. Falesia o montagna? Puro gioco o qualcosa di più? Ancora una volta ci trastulliamo con le definizioni. Eppure accarezzando questo calcare unico, indorato dai larici in autunno o ombreggiato dagli abeti d’estate, l’unica tentazione è quella di infilare le scarpette e semplicemente scalare! Una tentazione che accomuna tanto i disinibiti scalatori di oggi quanto quelli, magari un po’naif, ma sicuramente d’avanguardia e con tanto fegato, di alcuni decenni fa. E che, a suo modo, è capace del piccolo miracolo di annullare il tempo. Avvicinando padri e figli nel segno di una passione che si trasmette e rigenera, trovando sempre nuove strade per esprimersi.

In arrampicata sulla Creta di Collina Ain’t no easy way out – foto S.Straulino

Info utili e un po’di storia

Struttura rocciosa strapiombante alta circa 100 metri che domina con i suoi colori giallo-grigi i tornanti della strada di Passo M.Croce Carnico, il Salto viene “scoperto” alpinisticamente nel 1981 grazie all’intuizione di Attilio De Rovere. Nel gennaio di quell’anno apre con Morocutti la prima via, il “Sandwich”, un itinerario breve, ma dal sapore avventuroso (il famoso attacco con arrampicata su abete!), gradata con un severissimo “V+” all’epoca ed oggi “aggiornata” con un 6b più in linea con la valutazione odierna. La via è stata riattrezzata a spit dallo stesso De Rovere con Alvise Di Ronco e Gabriele Mancini nel settembre 2013, rendendola così nuovamente popolare grazie all’abbinamento con la via “Attraverso la Balena” che gli stessi hanno aperto nel 2012: un interessante accesso al settore del Salto collegato con una calata in doppia. In quel 1981 e poi nel 1982, De Rovere ha continuato l’esplorazione con le vie Super Crack, Spigolo Sud Est (VI e A2) e Gran Diedro Sud (VI/A0 in apertura), aperto con Mazzilis in una fredda giornata di aprile con il diedro in condizioni tutt’altro che ideali e materiale risicatissimo. Questo per dare l’idea di come ci si muoveva all’epoca e di quanto questo tipo di allenamento fosse severo. Grazie all’opera di Samuel Straulino e Margherita Della Pietra, il settore di falesie che sta tra il cosiddetto “Tornante” e il Salto del Pal Piccolo, sta vedendo una nuova giovinezza in chiave “trad”. In linea con quella che era stata l’esplorazione iniziale, oggi queste pareti possono offrire un’alternativa interessante per chi ama l’arrampicata in fessura e da proteggere interamente con protezioni veloci. Il tutto però con l’ottica della falesia (soste a fix all’uscita delle vie, alta dai 15 ai 30 metri con alcuni itinerari di più tiri). La roccia ottima ma esige esperienza su questo tipo di scalata, che richiede ottime doti tecniche nel posizionamento delle protezioni. Anche le vecchie vie di De Rovere e compagni sono state riviste, in particolare il Gran Diedro Sud (soste a spit nuove) che ora è valutato VIII- e spigolo Sud Est cui è stato aggiunto un primo tiro in diedro di VI- e sistemate le soste a fix.
Per i monotiri “trad” necessarie due serie complete di friend fino al n. 3, una scelta di microfriend e stopper. Utili ma non necessari friend n. 4 e 5. Maggior informazioni, schizzi e foto anche su

http://quartogrado.com/cargiul/relazioni%20montecroce/Pal%20Piccolo_Falesia%20del%20Salto.htm

Altre informazioni sull’area del Pal Piccolo disponibili sulla Guida Alpi Carniche Occidentali, edita da Alpine Studio http://quartogrado.com/cargiul/pres.htm

Per le vie sulla Creta di Collina aperte da Straulino e Della Pietra le relazioni sono disponibili su http://quartogrado.com/cargiul/relazioni%20Coglians/Creta%20di%20Collina_Aint%20no%20easy.htm e http://quartogrado.com/cargiul/relazioni%20Coglians/Creta%20di%20Collina_Hotshots.htm

Una risposta a "Ritorno al Futuro – arrampicata “trad” sulle pareti del Pal Piccolo"

  1. Giuseppe 6 dicembre 2020 / 18:06

    Bellissime foto e posti da favola! Molto interessante, grazie e complimenti per il magnifico servizio.

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