Il Desiderio di Infinito – vita di Giusto Gervasutti

di Saverio D’Eredità

C’è un angelo triste che osserva il destino confuso degli uomini dalla stretta vetta del Requin. Le mani, grosse e nodose di alpinista, stringono asole di canapa. E’ vestito secondo lo stile dell’epoca. Semplicemente. Una giacca di panno e pantaloni di fustagno. In vita è stretta una corda. Il volto, bruciato e corrugato dal sole, pare come torvo e pensoso. A cosa penserà, l’angelo triste?

Guardando questa foto, la più celebre foto di Giusto Gervasutti – scattata dall’amico e compagno Lucien Devies sul Dent du Requin – pensiamo a quest’uomo introverso, chiuso in un proprio elitario silenzio fatto di crode, di conquiste, di misantropia. Ed è forse questo l’errore più grande che la “vulgata” sul “Fortissimo” ci ha consegnato. Insieme alla celebre affermazione “Osa. Osa sempre e sarai simile a un Dio” che ci restituisce un Gervasutti allineato con la retorica e il pensiero eroico dei suoi anni, per decenni Giusto è rimasto all’ombra di sé stesso, o meglio dell’immagine che suo malgrado si è tramandata. Parte da qui, Enrico Camanni, da una foto, in fin dei conti,per andare sulle tracce del Fortissimo. Per rendere giustizia ad un proprio personalissimo “mito”, ma anche e soprattutto per ricalibrare la cifra di un uomo troppo frettolosamente archiviato nell’agiografia creata attorno al suo personaggio. L’errore, se così si può dire, di Gervasutti fu probabilmente proprio quello di essere un uomo in fondo schivo e riluttante alla mediatizzazione dell’eroe – che pure nel Ventennio predominava e dalla quale a piene mani attinsero molti dei “capiscuola” dell’epoca. Non seppe “vendersi”, Gervasutti, e fu forse per questo che una vera indagine sulla sua persona si è fermata come un vecchio orologio, a quel pomeriggio del 1946 in cui precipita con il ramo di corda che stava cercando di recuperare sul Pilastro che di lì a poco avrebbe portato il suo nome, elegante tra la selva di strutture della Est del Tacul.

2017-Gervasutti

Sulle tracce del Fortissimo, dunque. Si potrebbe sottotitolare così “Il Desiderio di Infinito” (Laterza, 2017), l’opera di un Enrico Camanni che, travestito da detective, tenta di ricostruire la vita di Gervasutti, sotto il profilo alpinistico ma anche e soprattutto umano. Disotterando piccole storie nascoste, amori, amicizie, delusioni e idee del personaggio forse meno considerato dell’alpinismo tra le due guerre. Un’indagine appassionata e rigorosa, che parte dai fatti (le poche testimonianze di chi lo conobbe in vita, le ricostruzioni attraverso gli scritti dello stesso Gervasutti e dei suoi compagni ma e anche soprattutto il suo alpinismo come forma di espressione artistica) e risale il corso del tempo. Lettura piacevole, ben equilibrata, che arricchisce ed appaga il lettore nella costante analisi introspettiva eppure prospetticamente proiettata nel tempo e nei luoghi della Torino degli anni ’30 e’40, “Il Desiderio d’infinito” appartiene a quella categoria di libri capaci di collocare l’alpinismo in un più generale affresco storico del nostro Paese.

Pochi – e Camanni è tra questi – hanno capacità e cultura per essere al tempo stesso scrittori di genere (montagna) e divulgatori, analitici senza risultare pedanti o noiosi. Senza tralasciare la componente alpinistica, importante ma non preponderante e soprattutto “calata” nel contesto storico. L’alpinismo come forma d’arte, infatti, è chiave di lettura per capire l’uomo che vi sta dietro. “Che uomo era, Giusto Gervasutti?” Muove da questa domanda Camanni, cercando una via mediana tra l’immagine cristallizzata nel tempo di un’alpinista “del tempo del Regime”  e quella – ridisegnata da Gian Piero Motti nel 1977 nella sua Storia dell’Alpinismo – di un uomo tormentato, nevrotico, travolto dalla sua stessa paranoia. O forse Motti proiettava su Giusto sé stesso, i suoi dubbi, i suoi nodi irrisolti? Certamente il Gervasutti “mottiano” è personaggio più alla moda, più vicini a tempi problematici ed introspettivi. Ma corrisponde al reale profilo dell’Uomo? Non lo sapremo mai, e questa conclusione trapela in ultimo da Camanni il quale – con umiltà – cerca però di fare emergere il Gervasutti segreto, restituendo l’immagine di un uomo posato, riservato, colto persino. Non uomo di lettere, al pari di suoi compagni quali Chabod o Mila, ma d’azione, certo. Ma non insensibile e nemmeno “superomista”. In lui ritroviamo gli ultimi riflessi di un alpinismo autenticamente romantico, sognatore, che rincorre i suoi obiettivi in forma quasi rapsodica. Gervasutti è fatto di rapimenti, folgorazioni. Deve volere fortissimamente una salita prima di intraprenderla, sentirla sua. Come un’opera d’arte.

Questo romanticismo – tardivo in un’epoca dove per la montagna si compiono atti di eroismo, sinceri o meno che siano, dettati da una cultura aberrante e che strumentalizza la “lotta coll’alpe” per ergerla a modello di uomo nuovo – è forse la causa della “sfortuna” di Giusto in fatto di “grande prime”. Le “gare” per sua stessa ammissione, le perde sempre. Arriva “dopo” in quasi tutte i grandi problemi: Nord del Dru, Eiger, e le ambitissime Jorasses. Eppure è Giusto a vedere nello sperone della Croz la più facile delle vie sulla grande parete. Ingaggia – suo malgrado – la corsa con i tenaci (e loro sì, votati ad osare oltre il lecito) tedeschi. Dopo anni di rincorse e strategie arriva – destino beffardo – un giorno dopo. E il voler ugualmente portare a termine una prima ripetizione è testimone di quell’eleganza e di quello stile quasi “inglese” (ed era infatti Mummery uno dei “padri spirituali” di Gervasutti) che pochi potevano vantare in un’epoca di “primeggiamenti”. Gervasutti “soffre” la concorrenza di Cassin e Comici, curiosamente conterranei (seppure trapiantato in Piemonte, ricordiamolo, Gervasutti è friulano di Cervignano). “Risolutore” il primo, “divino” il secondo, entrambi rubano la scena a quest’uomo perso nei suoi sogni che vagheggia mete lontane, avventure interiori ed esteriori, che viaggia già nel futuro. Alpinisticamente è questo uno dei dati più interessanti messi in luce da Camanni. Gervasutti è sicuramente un nume tutelare della scuola piemontese, ma lo dovrebbe essere di tutto l’alpinismo italiano. Le sue scalate (ma anche la sua preparazione metodica e sportiva ante litteram) sono avanti di decenni. Si pensi solo alla sua via sulla Est delle Jorasses (a lungo irripetuta) o al misconosciuto Pilastro Nord del Freney. Salite che all’epoca segnano per le Occidentali un salto di qualità tecnico e mentale che riallinea nel giro di pochi anni l’alpinismo dell’Ovest all’evoluzione tecnica già sperimentata ad Est. Gervasutti, friulano trapiantato in Piemonte, si fa portatore di questa rivoluzione. Scala granito, ma nei polpastrelli e nei movimenti si vede calcare e dolomia. Da’ una scossa ad un ambiente fortemente tradizionalista, radicato nella compassata abitudine sabauda dell’understatement. Lo proietta nel futuro. Forse per questo dietro di sé non lo segue nessuno e fatica a trovare compagni. Troppo breve il sodalizio con Boccalatte, troppa differenza con il pur forte Chabod. Ma Gervasutti non recrimina sui compagni. E’un uomo che guarda sempre oltre.

Gli scritti di Giusto non l’hanno aiutato a divenire “popolare”. Ma la sua scrittura rappresenta l’epoca, nè più nè meno (sarebbe da chiedersi, oggi, quando tra trent’anni leggeranno i nostri articoli pieni di “yeah vez” cosa penseranno…) e in questa luce andrebbe letto e compreso. Eppure, nell’indagine di Camanni, emerge un Gervasutti che vive male il suo periodo storico, lo fa sentire ancora più avulso dal contesto. Non ne condivide i valori, gli schemi, gli stili. Rimarrà così, in un limbo romantico e sognatore, combattuto tra le necessità della vita e le aspirazioni di libertà. Proprio come un angelo di Wenders, il suo occhio si posa con compassione e partecipazione tra quegli uomini che non disprezza, ma tra i quali si sente estraneo. Fino al giorno in cui “cade” dal sogno in cui ha vissuto una vita, lasciando dietro un mito. Un mito che oggi Camanni riporta tra gli uomini, così com’era vissuto.

 

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