Un passo dopo l’altro sulla cresta Val d’Inferno

di Saverio D’Eredità

Non c’è mai niente di facile, da queste parti. Soprattutto, mai niente di scontato. O che sia quantomeno un po’prevedibile. In quanto terra di opposti, dove idilliaco e arcigno coesistono costantemente, la Carnia non si smentisce. Ti priva di punti di riferimento. Prendi le sue creste, ad esempio. O sono quelle dorsali mansuete, bovine, dove pascolare in serenità lasciandosi cullare nei grandi spazi, o sono fragili castelli tutti in bilico e precarietà. Sono controverse, le creste. Sono l’ossatura delle montagne, l’esoscheletro che le tiene appese al cielo. Ma non tutte, perché altre te le devi immaginare. Non dev’essere un caso che a “pensare” e poi intrecciare i passaggi di questa cresta fossero stati due assi come Ettore Castiglioni e Gino Pisoni, nel 1939. Castiglioni stava battendo le Carniche per realizzarne la prima guida CAI, e pensò bene di inanellare tutti i i pinnacoli della lunga cresta che dalla Forcella Val Grande arriva fino ai Brentoni. Eppure, non è esattamente una cresta logica. Districarsi tra questi denti scheggiati è un tormento non da poco, una specie di esercizio mentale dove alla fine vince chi riesce a scendere ad un compromesso sufficiente con una serie di cose: sicurezza, velocità, curiosità. Non si può essere troppo ortodossi, mentre si fa l’elastico su questa specie di yo-yo di calcare sbrecciato, che poi ogni tanto – vedi? gli opposti, le contraddizioni che ti stupiscono – ti regala momenti di pura delizia salendo alle vette. Del resto, come si fa a non fare una visita a quella cima beccuta dal nome Pinguino (solo per il nome, andrebbe salita), o alla baricentrica Torre Val d’Inferno o ancora alla Torre Innominata col suo libro di vetta che è una specie di bottiglia dei naufraghi. Salendole scopri il dono della roccia magnifica, appena dopo aver lasciato pensieri e capelli bianchi in traversini che te li raccomando. Ci sarebbero un sacco di considerazioni da fare, azzardando paragoni con la vita e gli stati d’animo, andando in su e in giù in qua e in là su questa cresta che poi è cresta solo ogni tanto e quando gli pare a lei. Che sa anche respingerti o scambiare le carte (vero, Torre Evelina?) ma noi che appunto non siamo troppo fissati con i numeri ma ci piace il gioco in sé, una soluzione l’abbiamo trovata lo stesso. Si, si potrebbe ricavarne un po’di lezioni sulle cose del mondo, ma per oggi preferiamo rimanere concentrati sul presente. Un passo dopo l’altro. E occhio eh, che non si sa mai. Un po’come la vita, in effetti.

La cresta Val d’Inferno ben visibile a destra. A sinistra la piramidale cime Ovest dei Brentoni – foto S.D’Eredità
A fil di cielo: Carlo Picotti nel tratto di cresta che precede la Torre Val d’Inferno
Sospesi: caratteristica lama prima del Pinguino – foto C.Picotti
Saverio D’Eredità risale la fessura sotto la Torre Val d’Inferno – foto C.Picotti
Traverso delicato sotto Punta Anna -foto C.Picotti

Cresta Val d’Inferno

(Alpi Carniche – gruppo dei Brentoni)

Difficoltà: dal II al IV

Dislivello: circa 500 mt (saliscendi) e circa 1500 di sviluppo

Roccia: di qualità varia, da friabile a molto buona

Prima salita: Ettore Castiglioni e Gino Pisoni, 13 luglio 1939

Prima Invernale e solitaria: Mario Di Gallo, 20 gennaio 1990

Itinerario n. 11 della Guida A. Carniche Occ.li

Nel suo genere, più un’eccezione che una regola, considerando che le Carniche non abbondando di percorsi di cresta. Castiglioni e Pisoni nel ’39 hanno saputo immaginare un percorso di grande fantasia ed eleganza, destreggiandosi tra torri e pinnacoli e toccando ben 5 cime tra la Forcella Valgrande e la forcella che separa la Torre Evelina dalla Cima Brentoni Est. In totale sono oltre mille metri di dislivello e quasi duemila di sviluppo su terreno esposto, spesso su roccia friabile, ma anche incredibilmente solida (soprattutto salendo al Pinguino, Torre Val d’Inferno e Torre Innominata). Ne risulta una specie di “grande course”, molto interessante e decisamente alpinistica anche se le difficoltà non superano il quarto. Necessaria una corda da 50 metri, qualche friend e chiodi per evenienza. Lungo il percorso si incontrano 4 brevi doppie (vivamente consigliate!) e – a seconda dell’esperienza e grado di confidenza – potrà essere necessario effettuare brevi tiri di corda, in particolare nel traverso (delicato, noi l’abbiamo trovato verglassato) sotto Punta Anna e nella salita alla Torre Evelina. A onor del vero su quest’ultima, per pochi metri, non siamo arrivati: la fessura finale ci è parsa decisamente friabile seppur fattibile. Abbiamo quindi optato per l’aggiramento della Torre per rampa a sud e attrezzato una breve doppia per entrare nel canale sotto la forcella (1 ch. vecchio in loco+1 ch.nostro e kevlar nuovi).Rispetto alla relazione nella nostra guida Alpi Carniche occ.li, segnaliamo che nel tragitto prima del Pinguino sono 2 e non 1 le doppie da eseguire, mentre la salita a Punta Evelina presenta roccia friabile in finale. Forse è possibile salire per la parete sud più a sx e quindi completare integralmente la cresta (ovviamente se qualcuno ha info saremo ben felici di correggere e aggiornare!)

Sguardo a ritroso per Carlo Picotti verso la lunga cresta Val d’Inferno – foto S.D’Eredità

Guido Rossa, un uomo

di Saverio D’Eredità

“Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi a lungo, con quei suoi occhi che ti scavano e bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna nutrire altri interessi, molto più nobili e positivi, utli non solo a noi stessi ma anche agli altri uomini.

Non rinunciare alla montagna. E perchè? No. Ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l’avventura e per stare in allegria insieme agli amici.

Io lo so e l’ho sempre saputo; ma dovevo sentirmelo dire da un uomo che mi ha sempre affascinato per la sua intelligenza e per la sensibilità artistica che scopri nel suo sguardo.”

(Gian Piero Motti – I Falliti)

C’è una foto, una foto che mi ha sempre colpito, che ritrae Guido Rossa con la figlia Sabina in braccio. Quella foto che ritrae Rossa in un frammento di normalità – un frammento che acuisce la tragicità della sua fine e la disumanità dell’atto terroristico – ci restituisce l’uomo nella sua totalità. Di padre, lavoratore e, in ultimo, alpinista. Quel frammento che riprende un interno familiare dell’Italia dei primi anni ’60 (lo sfondo di una casa, gli abiti comuni, le grandi mani che sorreggono la figlia) è un’immagine al tempo stesso tenera e fortissima. Un’immagine che per anni ho portato dentro, quasi come un esempio. Perchè da quel giorno, da quella foto, ho sempre pensato che Guido Rossa rappresentasse una figura esemplare. Nel suo essere un “giusto” nel senso più profondo del termine (di una profondità ed una intransigenza che forse oggi risulta incomprensibile), fedele ai propri ideali nella maniera più assoluta e definitiva. Una fedeltà che gli sarebbe costata la vita, fino a quel 24 gennaio del 1979, in cui cadde sotto i colpi delle BR proprio davanti alla porta di casa.

Con la sua opera Rossa dimostrava di poter essere un buon padre, un lavoratore e un sindacalista, impegnato nella lotta per i diritti dei lavoratori ed anche un grande alpinista, senza che le diverse dimensioni della sua esistenza dovessero per forza di cose essere separate in comparti stagni. Ma al contrario contribuissero ciascuna al proprio percorso esistenziale.
Egli dunque è esempio anche di alpinista che vive nella società e per la società. In Guido Rossa avviene infatti, fatto raro, la saldatura tra la dimensione umana e quella alpinistica. Raro ancorchè non esibito, ma professato, nella vita quotidiana, nella radicalità delle sue azioni, nella lucidità del suo pensiero.

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Quella foto, semplice e struggente, restituisce la sua cifra umana (e alpinistica) molto più di altre che avrebbero potuto ritrarlo in azione tra i monti. Perchè Guido Rossa fu alpinista di grande profilo: talentuoso, dotato, ma anche a suo modo anarchico e contestatore (si ricorda una sua scalata della famosa Gervasutti alla Sbarua in abiti da cerimonia). Un “essere alpinista” che realizzò anche nella vita quotidiana. Fino ad arrivare a conseguenze estreme.

In una lettera ad un amico alpinista scrisse:

Da ormai parecchi anni mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici che mi sono vicini l’assoluta necessità di trovare un valido interesse nell’esistenza, un interesse che si contrapponga a quello quasi inutile (e non nascondiamocelo, forse, anche a noi stessi) dell’andar sui sassi. Che ci liberi dal vizio di quella droga che da troppi anni ci fa sognare e credere semidei o superuomini chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti, sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere (meritato premio) un paradiso di vette pulite perfette e scintillanti di netta concezione tolemaica, dove per un attimo o per sempre possiamo dimenticare di essere gli abitanti di un mondo colmo di soprusi ed ingiustizie, di un mondo dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati e dove su sessanta milioni di morti all’anno, quaranta milioni muoiono di fame!
Per questo penso, anche noi dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini e lottare con loro […]. Ma probabilmente queste prediche le rivolgo soprattutto a me stesso, perchè, anche se fin dall’età della ragione l’amore per la giustizia sociale e per i diritti dell’uomo sono stati in me il motivo dominante, sino ad ora ho speso pochissime delle mie forze per attuare qualcosa di buono in questo senso […].

Guido Rossa arrivò dunque ad una conclusione radicale, forse definitiva, non tanto sull’attività alpinistica in sè, quanto nel senso da darvi e nel come questa stessa passione dovesse essere mezzo e non fine di una piena realizzazione di sè stessi e nella società in cui si vive. Pochi altri, nella storia dell’alpinismo, possono dire di aver completato questo percorso umano ed esistenziale. Uno tra tutti, Ettore Castiglioni. Ed è per questo, forse, che la sua figura può stare sullo stesso piano di tanti altri, ben più noti, personaggi che pur avendo compiuto eccezionali imprese non hanno saputo esprimere come lui il significato profondo dell’essere alpinista.

Oltre il confine – L’alpinismo antifascista di Ettore Castiglioni

di Saverio D’Eredità

Una piccola croce di legno, appoggiata ad un fascia rocciosa, così piccola e scura che fai fatica a notarla. Che penseresti sia stata messa lì per caso, o dimenticata.
E’ proprio dei Giusti non pretendere sepolcri solenni, ma accontentarsi di cerimonie minime e luoghi umili. Ettore Castiglioni fu, prima che alpinista, scrittore, musicista, viaggiatore, un Giusto.

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