La Sciatrice

di Saverio D’Eredità

Che il romanzo alpino non sia un genere di successo è noto ai lettori e scrittori di montagna già da tempo, se è vero che già cento anni fa Kugy ne denunciava limiti e carenze. Che la causa non sia forse da ricercare proprio nella predisposizione ed attitudine di lettori e scrittori sarebbe forse da indagare. Se è vero questo lo è altrettanto il fatto che proprio chi la montagna la vive e frequenta non gradisce (o mal sopporta) incursioni “di genere” in un terreno considerato esclusivo appannaggio proprio di chi ritiene la montagna un ambito poco adatto ad inscenare storie ed intrecci che appartengono alla narrazione classica. Come se tutta la colossale letteratura che si ambienta per mari ed oceani (Melville, Conrad, Hemingway per dare una manciata di nomi) dovesse prima essere filtrata ed accettata da capitani e navigatori!
Di solito più incline e propensa a “recit” che non brillano per originalità (e forse per questo risultano rassicuranti) o al massimo a tollerare le memorie di grandi (o sedicenti tali) alpinisti, la comunità dei frequentatori della montagna guarda con sospetto all’uso della stessa quale scenografia (o elemento fondante di trame o sceneggiature) che la riguardano. Certamente se pensiamo al cinema, la settima arte non ha certo brillato nei suoi approcci alla montagna (almeno se pensiamo al cinema più “popolare”) sfruttandone più i suoi risvolti sensazionalistici che non sviscerando sentimenti e motivazioni che suscitano il confronto con le alte quote e la verticalità. In letteratura non si vede molto di meglio ed eccezion fatta per vite vissute o racconti che hanno come sfondo la “cultura della montagna” (Rigoni Stern per fare l’esempio più conosciuto), l’alpinismo è piu spesso mal interpretato per non dire ignorato. Certo, il tecnicismo insito nell’alpinismo costituisce uno scoglio non indifferente ad imbastire una buona narrazione, con il rischio costante (per i non iniziati) di scadere nel feuilleton o nell’approssimazione. Ma è altrettanto vero che la gelosia degli alpinisti è altrettanto ardua da vincere quando specie alloctone di scrittori fanno incursioni letterarie in quota.
Viene tuttavia concessa una deroga qualora sia proprio un alpinista a vestire i panni del narratore. E’ questa la riflessione che riporto dalla lettura de “La Sciatrice” (I Licheni,Vivalda, 2006) sorta di “giallo” a sfondo alpino a firma di Enrico Camanni, penna delle più illustri ed autorevoli nell’editoria e letteratura di montagna. Che infatti non delude nell’inscenare sullo sfondo di un Monte Bianco quantomai enigmatico e magnetico, un intreccio semplice ma coinvolgente, in cui i personaggi si muovono seguendo le tracce di una storia quasi “a vista” come si direbbe in gergo alpinistico. E dove la risoluzione dell’enigma avviene più per intuito che per riflessione o arguzia intellettuale.
Lungi dall’essere un “Montalbano” alpino, Nanni Settembrini – guida un po’in sovrappeso, dalla vita incasinata e compromessa nei rapporti, disincantato ma non disilluso – si improvvisa “detective” suo malgrado in quello che parte come semplice soccorso e man mano si complica diventando un vero “caso”. La scomparsa di una misteriosa “sciatrice” in un noto fuoripista del Bianco e i pochi indizi che lascia dietro di sè, danno il la alla costruzione di una storia progressivamente coinvolgente sebbene mai travolgente come ci si vorrebbe aspettare.
Se da un lato il nostro Settembrini veste i panni tipici dell’anti-eroe, gli altri personaggi sono tratteggiati in modo semplice, persino un po’squadrati a tratti e privi di grande spessore psicologica. Tuttavia essi appaiono limpidi nei loro profili e proprio per questo “identificabili” dal lettore nelle varie tipologie di frequentatori della montagna. Ciò aiuta a rendere la lettura leggera, ma non superficiale, proprio perché la montagna è non solo “sfondo” ma vero e proprio attore silenzioso. In tutto questo infatti il Bianco diventa quasi un convitato di pietra di questo piccolo giallo alpino che gli ruota attorno: la montagna stessa pare essere responsabile dell’intreccio di vite e storie. Montagna quindi che, grazie anche alla bravura e alla indiscutibile capacità dell’autore nel trattare il “materiale esplosivo” che si mette in mano (sembra facile ma non lo è affatto, accennare a dati tecnici e storico alpinistici senza risultare ora pedante, ora superficiale), si fa “parte”. Un Bianco che, nel suo osservare dall’alto dell sua cupola gelata, attrae come un campo gravitazionale le vite degli uomini. Da Courmayeur a Novara, da Chamonix a Ginevra, il Bianco è sempre là centro di una galassia fatte di rocce, ghiacci, amori, sentimenti, politica e società.
Più che per la storia e l’intreccio, la “Sciatrice” si presta ad essere un buon esempio di come si possa fare “letteratura” di montagna senza parlare per forza della montagna nei suoi aspetti tecnici, esasperandone l’esclusività (tanto cara alla comunità alpinistica) così come evitando di scadere in una certa retorica della “purezza” (antropologica, sociale ed in ultima analisi politica) dell’Alpe o peggio nella “saccenza” che troppo spesso tenta gli scrittori di genere. Camanni vince dunque il pregiudizio e dimostra che una buona storia può essere interpretata in montagna e con la montagna senza che questa presenza risulti invadente o pretestuosa. Come altre opere dello stesso autore, Camanni suggerisce quindi un’evoluzione per il “romanzo alpino” lanciando una sfida possibile a chi vorrà cimentarsi con un elemento complesso ed insidioso tanto nella realtà quanto nella fiction. Meglio ancora se i prossimi saranno dei non “addetti ai lavori” capaci di convincere una cerchia di lettori tanto scettica ed esigente come sono proprio gli alpinisti.

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