Elmer, l’elefante sulla neve

di Saverio D’Eredità

Oltre il dosso la traccia finiva, e con essa il rumore. Più in là era il silenzio e nient’altro che due larici naufragati nel pendio grigioazzurro del mattino. Non credete che le tracce facciano rumore? Eppure le puoi sentire. Il vociare chiassoso delle tracce di sci confuse a quelle delle racchette da neve, disturbate dallo zampettare di cani e da buchi di impronte. Tutto un rincorrersi, un sovrapporsi di parole, e suoni e odori anche. E poi ci sono le tracce incerte come bisbigli, che vanno qua e là, tornando indietro nel dubbio. Ci sono le tracce regolari, sicure, ben scandite, che seguono geometrie euclidee. Le invidio, nella loro sicurezza, nel loro non aver nemmeno un’esitazione. E ancora quelle che sanno di sudore, fatica e bestemmie (una sbavatura nella corsia, il forsennato pestare dei bastoncini a trovare un equilibrio) e infine le tracce che cercano. Le capisci da subito, le tracce che cercano, paiono segugi che fiutano l’aria. In apparenza indugiano, in realtà osservano. Si adattano. Le vedi da come si plasmano al pendio, hanno una loro logica anche se sgraziate. Arrivano, il più delle volte. Altre, invece, scompaiono.

Oltre il dosso la traccia finiva e tutto era da inventare. Allungo lo sci destro, la punta leggermente incurvata sfarina i cristalli di neve. Mi giro. Dietro di me una nuova scia mi segue.

Le tracce finiscono…foto Marco Battistutta

Non sono da solo. Oggi con me c’è Elmer, l’elefantino variopinto di tutti i colori. Tutti tranne il color elefante. Ogni tanto si sente diverso dagli altri e vorrebbe assomigliare al resto del branco. Eppure essere diversi dagli altri non è un difetto, ma una ricchezza. E’ questo che ci insegna la favola di Elmer che tanto piace a Federico. La sfoglia mentre la mamma gli racconta la storia per la duecentesima volta e io provo a infilargli qualche boccone di pappa a tradimento.

Quando Elmer entra nella giungla sente un grande ruggito e incontra uno ad uno gli animali che stanno scappando. Sono terrorizzati da un mostro! Ma qualcuno ha visto questo mostro, si chiede Elmer?

A questo punto Federico mentre legge si ferma e ruggisce (e vi lascio immaginare che fine fa la pappa che ho provato a fargli andar giù). Ma a questo punto tutti vogliamo sentire la storia di Elmer. Ci piace, Elmer, il suo essere curioso senza timori.

“Un mostro?” chiese Elmer alla tigre che fuggiva “affascinante!”.

Proseguo nel batter traccia, tocco una sponda del canale e mi accingo alla virata. Il bastoncino affonda negli strati profondi della neve. Mi fermo, osservo. Come Elmer mi pare di sentire un ruggito o forse è la mia immaginazione?

Torna indietro, Elmer!” – dissero i coccodrilli spaventati. “O vai avanti molto guardingo”, disse Elmer tra sé.

Vado avanti anch’io, molto guardingo. Chi l’avrebbe detto che un elefante variopinto di una fiaba sarebbe stato il mio migliore compagno?

Il canale sale regolare, incidendo l’aria di vetro. La mia traccia si dipana sul pendio, non so se sa di fatica o sudore, se sia quella di un esploratore o di un geometra. La mia traccia è un po’quella dell’elefante. E’ profonda, un po’goffa, si vede che annaspa, eppure sale sempre. Guardinga, ma sale. E ad ogni metro guadagnato si fa avanti una luce nuova, dal canale che ora si allarga e lascia intravvedere ritagli di cielo. E ad ogni metro, tutto si fa più chiaro, e limpido ed essenziale. Se mi guardo indietro tutto ha una logica (quella virata un po’più ampia, il punto in cui ho tolto pochi passi gli sci per andare più veloce sul cono di valanga, anche quell’indugiare prossimi al bordo). Se guardo avanti, tutto è ancora da inventare.

Elmer riprese il cammino. Il ruggito successivo fu molto vicino. Scosse gli alberi e spazzò via le foglie. Elmer avanzò con prudenza, pronto a battere in ritirata. Sbirciò tra le piante e si intrufolò in una radura. Lì su sasso c’era una piccola creatura pelosa che piangeva a dirotto. “Ciao”- disse Elmer –  “Hai sentito il ruggito?”

“Ero io” – singhiozzò la bestiola – “Faccio così quando ho paura”.

“Perché hai paura?” – domandò Elmer.

“Stavo passando di qui per tornare a casa, ma continuo a sentire mostri dappertutto!”, piagnucolò.

“Vieni, baderò io a te”, disse Elmer.

Raggiungo una nicchietta, venti metri sotto la forcella. Potrei andare avanti, la neve arriva alla pancia. Conosco la tecnica. Bastoncini di traverso, un paziente lavoro di pancia e ginocchia. Quanto tempo? Per cosa? Oggi mi fermo qui. Osservo la nicchietta, che sa di cuccia. Mi ripara dal vento mentre cambio le pelli e sorseggio il mio tè. Se non ci fossero tre metri di neve sarebbe una rientranza qualunque nella parete. In fondo siamo entrambi insignificanti eppure oggi significhiamo qualcosa l’uno per l’altro. Osservo la traccia dall’alto, ripenso ai ruggiti del mostricciatolo blu e mi sento un po’Elmer. Essere diversi non è poi così tragica. Si imparano tante cose. Si impara a conoscere. Si impara a non aver paura.

Abbasso la maschera, lascio partire da sole le tavole. Se guardo giù è ancora tutto da inventare. E così che sciando creiamo il mondo di nuovo.

Sciando creiamo il mondo di nuovo – foto Marco Battistutta

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