Point Lenana

 

di Saverio D’Eredità

“Ma cosa sa di alpinismo chi sa solo di alpinismo?”

Con una epigrafe del genere un libro del genere va preso assolutamente! Prima ancora di capire di cosa tratti e di come lo tratti. E a prescindere dal fatto che trattandosi di un’opera targata Wu Ming di per se non potrà lasciare indifferenti. Talvolta mi capita di scegliere un libro per motivi del tutto futili ed occasionali, come il titolo, l’editing della copertina o appunto una citazione in retrocopertina. Un modo per lasciarsi sorprendere o per declinare ogni responsabilità forse. Che talvolta funziona. Sulla citazione iniziale torneremo più avanti, per procedere in maniera più ordinaria.
Wu Ming 1, stavolta in tandem (o meglio in cordata) con Roberto Santachiara, si avventura in una nuova opera di “disseppellimento” di storie cui sono specialisti, seppur in un terreno stavolta molto particolare, il cui esito è un’opera ibrida e difficilmente catalogabile. Non a caso gli stessi autori definiscono Point Lenana come Unidentified Narrative Object, oggetto narrativo non identificabile. A metà tra reportage, inchiesta, biografia, Point Lenana si dispiega in maniera del tutto anomala ed imprevedibile (anche in comparazione con altre opere a firma del collettivo Wu Ming quali 54 e Altai) quasi come fossero “appunti per un romanzo storico”. Anche su questo torneremo.
Il “Point Lenana” è una delle vette del Monte Kenya. Una vetta ad alto valore simbolico per la storia dell’alpinismo africano, ma anche indissolubilmente legata ad una delle avventure più affascinanti e sorprendenti che si conoscano, ovvero la fuga di tre prigionieri italiani da un campo di prigionia inglese durante la seconda guerra mondiale con un obiettivo davvero molto particolare: la scalata del Monte Kenya. Una di quelle storie che sanno catturare l’animo di sognatori e viaggiatori, al di là della passione per la montagna in sé e che infatti ebbe una certa risonanza già al tempo e si apprestò a divenire un vero “best seller” in seguito (almeno nel mondo anglosassone). Il racconto di quell’impresa è “No picnic on Mount Kenya” scritto da uno dei tre e protagonisti di quella strana impresa avvenuta in maniera del tutto estemporanea e quasi naif. L’autore è Felice Benuzzi, funzionario italiano presso gli uffici dell’allora Impero d’Abissinia, del quale – a parte il successo legato al resoconto di quell’impresa – poco si sa o si ricorda. Ed è da questo “indizio” che parte la ricerca, accidentata, discontinua, sorprendente che costituisce il fil rouge del libro.
Per invitarvi alla lettura si daranno solo pochi altri indizi: triestino, di famiglia borghese metà italiana “irredentista” e metà asburgica, Felice fu anche alpinista, sebbene di non altissimo livello. Allievo della gloriosa scuola triestina, ebbe l’onore di arrampicare con il leggendario Emilio Comici e di attraversare un’epoca d’oro dell’alpinismo triestino, quella che congiunge l’età pionieristica dei padri (o meglio dello “zio” Onkel Julius Kugy, figura che ispira ed illumina il giovane Benuzzi) a quella sportiva del sesto grado in cui emerge in tutta la sua grandezza Comici. Ma Benuzzi, più che il soggetto di una asimetrica biografia fatta per indizi, agisce quale Virgilio sui generis nell’arco del racconto. Seguendo Felice, risalendo la corrente verso gli avi e assecondandola verso il fluire della vita alla sua foce, Wu Ming 1 e Santachiara approdano in svariati approdi storici e letterari. Point Lenana diviene così il pretesto per andare a spulciare tra faldoni impolverati e biblioteche dimenticate, storie minime intrecciate con la grande Storia, nelle sue pieghe più recondite. Si passa così dall’irredentismo all’ascesa del Fascismo, da Trieste all’Africa toccando le Alpi, ci si proietta in avanti nella brillante carriera diplomatica di Benuzzi (che lo porterà ad essere uno dei funzionari più apprezzati alla Farnesina) per poi andare sulle traccia dei compagni della mitica “Fuga” seguendo altre tracce ed indizi. Ma Point Lenana è anche e soprattutto un libro sul lato oscuro della storia italiana del Novecento. Ed è proprio questo squarcio sul colonialismo italiano in Africa a costituire il “cuore di tenebra” del libro, il punto dolente dove Wu Ming 1 arriva non sappiamo ora dire se volontariamente o se trascinato nella storia come Alice dal Bianconiglio. Una pagina “rimossa” (colpevolmente) dalla coscienza collettiva italiana che pure meriterebbe una analisi ed una riflessione più lucida, oggettiva e meno occasionale.

Non è il solo caso, del resto, e lo sappiamo: la rimozione è una costante della storia e della cultura nazionale, nonché uno dei maggiori ostacoli alla rielaborazione e quindi al superamento delle crisi e delle sovrastrutture che ingabbiano il Paese. Point Lenana tocca senza remore questa ferita mai del tutto rimarginata, aprendo uno sguardo inquieto e sconvolgente su quella inclinazione all’auto assoluzione tipicamente italica. Si potrà discutere sul giudizio, che è e deve rimanere personale, ma l’ignoranza,  l’indifferenza o peggio ancora la censura non sono mai giustificate.

E l’alpinismo, in tutto ciò? Forse chi cercava un libro su uno scorcio di storia alpinistica o un storia d’alpinismo “romanzata” rimarrà deluso. Invece l’alpinismo è ben presente, seppur in maniera sotterranea. Proprio come l’intreccio di grotte e fiumi ipogei che caratterizzano l’entroterra della Trieste che fa da sfondo costante al libro, Point Lenana è attraversato da questo “carsismo” narrativo, di storie, di vicende, di uomini e donne che nascono, corrono, d’improvviso s’inabissano e riemergono nelle maniere e nei luoghi più inattesi. C’è molto alpinismo e dell’ “essere alpinisti” quale condizione umana e spirituale che trascende dal numero si scalate o dal valore delle imprese. Felice Benuzzi alpinista lo è nell’anima e questa inclinazione del cuore porterà sempre nella sua vita, di funzionario, console, ambasciatore. Il chiarore e la ruvidezza delle rocce giuliane lo accompagnano una vita intera, anche lassù sul Kenya dove visse forse una delle pagine più incredibili di una esistenza sempre curiosa, indagatrice, avventuriera nel senso più autentico e meno superficiale del termine. Alpinisti lo sì è, a prescindere dai gradi o dalle gesta. Lo si è nella sensibilità che ci si porta dentro verso le cose del mondo, nell’affrontare le difficoltà allo stesso tempo con la lucidità della ragione e il trasporto del sentimento. Alpinisti lo si è nell’attraversare gli anni più bui del “secolo breve” senza mai perdere la dignità e l’orgoglio. Lo sarà sempre, Felice Benuzzi, pure quando si farà promotore – ormai a fine carriera – dei primi atti diplomatici internazionali a tutela dell’ambiente e della salute del pianeta, ovvero il Trattato Antartico.

Non troverete dunque in Point Lenana resoconti di ascensioni o rivelazioni particolari. Sono certo gustosi ed interessanti gli aneddoti che compongono i frammenti dello strano mosaico, da Kugy a Comici, spingendosi avanti fino a Motti e al Nuovo Mattino, la cui lezione fornisce una tensione particolare in certe fasi della narrazione. Nel continuo andirivieni forse il lettore rimarrà disorientato. Smarrirsi è d’obbligo. Di certo non si potrà tornare a casa annoiati o delusi da questa lunga ed accidentata salita attraverso l’Italia, l’Africa e il Novecento tutto, in cui Trieste è al tempo stesso ventre molle e cerniera della narrazione.

Appunti per un romanzo storico, dicevamo, che restituiscono all’alpinismo una collocazione culturale che gli compete. Una chiave di lettura della nostra storia, una delle tante, senza dubbio tra le più imprevedibili ed originali proprio per la sua trasversalità.

Per tornare all’epigrafe: la domanda retorica è interessante, ed ancora più interessante è il suo autore. C.L.R. James: storico politico e scrittore britannico, nato nelle colonie, marxista, antischiavista, tra i più influenti promotori del movimento di emancipazione dei neri. Esperto di Cricket e…di alpinismo. Ce ne sarebbe abbastanza per disseppellire un’altra storia.

Perchè davvero poco sa di alpinismo, chi sa solo di alpinismo…
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