Il ragazzo che era in noi – un ricordo per Tom

di Saverio D’Eredità

Talvolta pare che anche le montagne abbiano dei sentimenti. Guarda le Tre cime adesso, ad esempio. Paiono rabbuiate, chiuse in un silenzio livido e pieno di dolore. Eppure non ci sarebbe motivo, in questa giornata mite che fluttua leggera sopra un inverno mai compiuto. Fa caldo, la neve già crocchia nel sole.
Non è vero che non provano niente, le montagne. O se non altro, provano i nostri stessi sentimenti. Ci fanno da specchio.
E sento anche io come un’oppressione, una nuvola che passa ad oscurare quest’angolo di luce.
Perché ricordo il giorno in cui Carlo mi scrisse chiedendomi se qualcuno avesse mai salito da solo e d’inverno la “Comici” alla Grande. “Sai, c’è un ragazzo inglese che la sta facendo proprio adesso”, mi disse.
Ci volle poco a scoprire che sì, qualcuno aveva già fatto la prima solitaria e invernale, ma  allora come mai quel ragazzo inglese si era scelto il giorno più corto dell’anno per salirla? Se non per la gloria, allora per cosa?

La domanda rimase sospesa ancora qualche giorno, finché quello stesso ragazzo inglese me lo ritrovai appiccicato come una mosca alle placche smaltate di ghiaccio del Badile. Quindi, o è un vizio, o c’è una storia dietro, pensai.
Senza capire perché, le scalate di quel ragazzo sentivo che mi toccavano da vicino. Non capivo perché, ma mi affascinavano più degli altri titoli che noiosamente capitava di leggere sui siti e riviste di alpinismo. Niente Himalaya niente mete da guinness. Solo le vecchie care nord delle Alpi. Roba da libri di storia.
Ne parlammo su queste pagine, perché ci sembrava bello raccontare la storia di un ragazzo che riempie lo zaino e decide in un inverno di scrivere il suo pezzo di storia, riprendendo dal punto lasciato sospeso nemmeno trent’anni prima dalla mamma. Le 6 storiche nord delle Alpi, da solo e in inverno. Giusto questo dettaglio a significare quel gradino in più che lui, Tom Ballard, voleva salire rispetto alla mamma Alison. Alison Hargreaves.
Quello che ci affascinava, in quel ragazzo, era forse il fatto che lui stava realizzando i sogni che potevano essere miei e di chiunque altro abbia passato l’adolescenza a fantasticare di pareti nord, ghiaccio, roccia, stelle e tempeste. Tom era il ragazzo che è in tutti noi.

Passarono pochi mesi prima di poterlo conoscere. Di quella serata a Mestre conserviamo il ricordo un’ottima birra, due spalle d’acciaio e un trascurabile errore. Davanti alla birra parlammo delle sue scalate come avrei potuto farlo con chiunque altro dei nostri amici. Ricordo di aver avuto davanti un ragazzo come tanti, la faccia pulita e un sorriso un po’timido, che semplicemente cercava di realizzare tutto ciò che noi nel nostro piccolo avevamo solo osato sognare. In quei pochi momenti (avremmo dovuto concentrarci sulla serata, la scaletta, le domande del pubblico!) fu davvero stupido, ma parlammo di altre montagne. Perché sono fatti così, gli alpinisti.

Di quella serata porto ancora il rimorso di un piccolo errore. Era andata bene, tutto sommato, ma proprio alla fine incappai in uno scivolone. Me lo fece notare Stefania alla fine, che avevo tradotto male l’espressione “I’ve got a cold” (avevo preso un raffreddore) con “avevo freddo”. Che pirla. Cadere sul più classico dei “false friend”. Che a pensarci, poteva mai essere un problema, il freddo, per uno che stava facendo la Nord dell’Eiger?
In questi anni, trovando ogni tanto le notizie sulle imprese che man mano Tom stava realizzando, ho pensato spesso a quello stupido errore. Leggevo di lui, dalle Dolomiti all’Oberland, passando per il Pakistan, sempre con quel suo stile originale negli obiettivi e silenzioso nei modi e pensavo a quello stupido errore. Magari l’avrei rivisto un giorno e mi sarei scusato.
Invece mi trovo di nuovo davanti a quella parete dove è iniziato il suo viaggio con questo senso di smarrimento. Le montagne forse non provano sentimenti, ma sanno porci molte più domande che risposte. E’ questo che ci attrae, in loro. E’ questo che ci inquieta, di loro.

Di risposte, invece, pare pieno il mondo. Risposte che siamo pronti a dare senza nemmeno ascoltare le domande. Per allontanarle, quelle domande.

In questi casi crediamo che sia molto facile dire qualcosa di sbagliato. Spargere melassa o seminare rancore, sprecarsi in giudizi o peggio ancora aprire dibattiti o estenuanti analisi. Quando sarebbe forse più onesto accettare il fatto che non su ogni cosa si debba avere un’opinione. Che non ogni cosa pretenda una parola. Che qualche volta semplicemente non deve rimanere nulla da dire. Nulla se non i ricordi di chi rimane. Di chi l’ha accompagnato per una vita, per pochi anni o anche solo per un giorno. Sono uno spazio che ciascuno tiene per se, dietro un limite invalicabile che la pietà umana dovrebbe conoscere.

A noi di Tom rimane quel ricordo, quella serata con panino birra e a dirsi “oh ma hai visto quanto è forte?” Anche di quell’errore, sì.
E noi Tom vogliamo ricordarlo così, come quel ragazzo con il quale, una sera, abbiamo semplicemente parlato di montagne e delle eterne domande che esse ci pongono.

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Tom Ballard sulla Colton McIntyre

Un Ragazzo – Una intervista non ordinaria a Tom Ballard

di Saverio D’Eredità

Nervoso?

Un po’

Deve essere meglio per te stare su del misto tecnico sulla Nord del Cervino piuttosto che qui no?” “Definetely! Sì, se in questo momento mi trovassi sulla Nord starei decisamente meglio. Io, le picche, una linea e tutta una montagna da scalare. Più tranquillo di sicuro!” Continua a leggere