La biblioteca di Alessandria

“Secondo me ci siamo troppo imborghesiti
Abbiamo perso il desiderio
Di sporcarci un po’ i vestiti”

Brunori Sas – “Secondo me”

di Saverio D’Eredità

Se provate a cercare “Comici Vano Nero” su Google vi viene fuori poco o niente.
Per affinare la ricerca potete provare varie opzioni, ad esempio scambiando l’ordine delle parole o aggiungendo a seconda Vano+Riofreddo e togliendo Comici (visto che di vie Comici su quella montagna ce ne sono due). Tutto quello che troverete è la scansione di “Google Books” della Buscaini, note biografiche su Comici stesso e una discussione su un noto Forum che è molto rappresentativa dei nostri tempi: si discute tanto ma sul niente, ovvero senza sapere esattamente di cosa si stia parlando.

Il tutto è piuttosto strano per una via che pure ha fatto la storia dell’alpinismo in Giulie, molto ambita all’epoca, già teatro di svariati e autorevoli tentativi nonché di una delle prime tragedie alpine. Nomi come quelli della leggendaria Mira “Marko”Debelakova e di Edo Derzaj, Celso Gilberti e – appunto – Emilio Comici.
Da buon alpinista digitale ancor prima che reale, ho sicuramente fatto più ricerche in internet che tiri di corda in giro. E quindi so che oramai non c’è via nell’arco alpino che sia di un certo rilevo e comunque legata a nomi importanti della storia alpinistica che non abbia almeno uno straccio di report, un commento a margine, una foto con tracciato oppure senza, una foto a caso, insomma qualcosa. Fa strano, in epoca di grafomania e logorrea digitale, non trovare nulla di più aggiornato di ciò che una guida del 1974 (praticamente la Stele di Rosetta della bibliografia alpinistica) riportava.
La ricerca “Comici+Vano” nella mia cronologia ricerche è piuttosto frequente e Google lo sa. Qualche volta una vena complottista mi porta a pensare che l’algoritmo sia stato modificato per impedirmi di trovarla. Eppure periodicamente ci riprovo (sai mai nel frattempo qualche folle non ci abbia messo il naso) talvolta provando su siti tedeschi o sloveni, ma niente. Nemmeno i tedeschi. Nemmeno gli sloveni, notoriamente categorie di alpinisti maggiormente disposte all’avventura e all’incertezza.
Come spesso capita, ciò che rimane celato nel mistero assume ancora maggiore fascino. Devo dire non per tutti. Ogni qualvolta abbia provato a sussurrare le paroline magiche “Vano Nero” incontravo facce stranite, alzate di spalle se non sorrisini di scherno. La ricerca di informazioni su questa via assomigliava sempre più al giornalismo d’inchiesta: tutti conoscevano la via, ma non uno che l’avesse ripetuta, o sapesse di chi l’avesse ripetuta. Il delitto perfetto. Una via storica, una parete ben visibile, una firma d’autore e nessun testimone. Tranne il buon Diego, unico ripetitore noto seppur molto tempo addietro.
Insomma, il Vano Nero appariva sempre più una di quelle cause perse destinate ad essere derubricate fuori dalla lista dei desideri. Tuttavia per la mia naturale tendenza a difendere le cause perse (notoriamente le uniche per le quali valga davvero la pena lottare) il Vano Nero restava lì, oggetto misterioso e inquietante, punto interrogativo aperto sulla montagna. Soprattutto, c’era una storia che pretendeva di essere ascoltata, almeno un’altra volta.

Andare in giro per le pareti, oramai, per me equivale sempre più andare in cerca di storie. Storie famose da rileggere o ricordi sbiaditi da rinfrescare. Frammenti da ricomporre, percorsi da ricostruire. Nello scriver relazioni, nell’annotare i passaggi, la chiodatura o i possibili errori, tutto sommato non si fa altro che cercare di trasmettere le emozioni scritte nella roccia in epoche passate. Emozioni che cerchiamo di tramandare. A costo di farsi travolgere da uno spossante senso di inadeguatezza, per aver scartato una certa via, ignorato una variante, tralasciato un dettaglio prezioso. Roba da collezionisti, o da filologi. Roba da innamorati.

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Vista della fessura Comici dall’attacco – foto N.Narduzzi

Incisa per intero da una profonda fessura che sfocia in una cupa abside strapiombante, la parete nord della Cima di Riofreddo risponde perfettamente ai canoni di bellezza dell’alpinismo dei primi novecento. Un’atmosfera da “Sturm und Drang”, tempestosa e romantica, la avvolge. Le ombre in cui è immersa non sono vinte che per poche ore al giorno e per giunta di sbieco. Le scariche di pietre, i camini tappezzati di muschio, la roccia mai del tutto affidabile fanno di questa parete un archetipo di quell’idea eroica dell’alpinismo degli anni ’20. Come osserva giustamente Gogna ogni epoca porta con sé una certa idea di estetica, ma il concetto di eleganza dato dalla linea più evidente, quella “naturale” di una parete è un fattore comune a tutti i periodi storici. In quegli anni la soluzione del problema passava sempre dall’individuazione della linea ideale, ovvero quella che catturava immediatamente l’occhio dell’alpinista. Così è stato ad esempio per scalate come la Nord del Pelmo, della Furchetta o della Civetta. Non solo trovare il noto “facile nel difficile”, ma tracciare un percorso ideale sotto ogni aspetto. Etico, estetico, morfologico.
È difficile, oggi, tornare alla mentalità di quegli anni, immedesimarsi nei suoi canoni estetici, nonché in certe forme di idealismo che oggi, nella società dell’utile e del futile paiono incomprensibili.

***

C’è un momento, che si ripresenta quasi sempre durante certe vie, in cui scatta in me qualcosa che non saprei spiegarvi. Magari vi è capitato. È come un “tac”, un meccanismo che sblocca una serie di funzioni, come quando si attacca il termostato o trilla il timer del forno. Il “tac” avviene in maniera imprevista ed imprecisata. Non è legato al superamento del passaggio chiave e nemmeno alla vista dell’uscita. Tanto più che oggi i passaggi chiave se li è sfangati il Conta con la consueta impassibilità di fronte alle rogne peggiori. Una paretina sporca senza protezioni e la fessura diagonale – storta, compatta, fragile, insomma giuliana – dove Comici passò con un solo chiodo. Il “tac” a me è arrivato dopo, invece.
Il “tac”, la lancetta impostata da un computer su cui non ho controllo e che ancora non ho capito come fare funzionare, mi fa trovare improvvisamente la combinazione del cubo di Rubik, lo scioglimento di un nodo, la messa a fuoco nell’obiettivo.
Sto risalendo un diedrino inclinato la cui faccia sinistra pare una bocca piena di denti spaccati e quella destra invece è grigia e muta. Salgo negoziando un compromesso tra il lato che mi offre qualche possibilità di protezione e quello che mi consente di scalare in fluidità. Come al solito. Sospesi tra ricerca di consolazione e necessità di fuggire. Avverto più di altre volte questo stato di tensione. Il gomito è infilato in un buco terroso che si sfalda ad ogni mio spostamento, la mano cerca freneticamente la dimensione giusta di un friend comunque inadatto. Cerco protezione, ma mi sto illudendo. Potrei compiere un movimento di più, ma temo sia di troppo.
Procedo lungo il tiro metro a metro, tastando, dubitando della roccia e di me stesso. Come sempre. Poi d’improvviso avviene il “tac”. Una strana sicurezza mi pervade, i dubbi si sciolgono, gli appigli si mostrano. Raggiungo ad intuito una sosta, una delle tre trovate in tutta la via. Appena un chiodo con un cordino scolorito. In qualche maniera sento di aver carpito qualcosa di questa storia che rimarrà con me.
Riesco a vedere il grande camino d’uscita. La Cengia degli Dei è appena sopra, illuminata. Ci metto qualche istante a realizzare che per la prima volta da stamattina riesco a vedere la luce del sole.

***

Comici e Fabian si portano all’attacco della Nord l’8 agosto del 1928, là dove appena un mese prima Gilberti depositava il corpo sfinito di Spinotti. Spintesi fino al Vano Nero, punto chiave della salita, i due udinesi erano stati colti da un violento temporale, nel posto probabilmente peggiore dell’intera parete. Completamente esposti sono costretti a ripararsi alla meglio, ma i mezzi dell’epoca sono irrisori. Oggi un imprevisto del genere sarebbe poco più di un intoppo, per quanto non proprio rilassante. Le ore di tempesta, acqua, fulmini uniti al bombardamento di sassi che piombano dall’alto nella grondaia del Vano, che fa da collettore della parete, logorano piano piano i due alpinisti. Spinotti, più anziano e forse già debilitato, accusa maggiormente il colpo. Una scarica di sassi trancia le corde, la situazione si fa tragica. Gilberti, già tra i migliori scalatori in circolazione, tenta un’uscita alla disperata in una pausa, ma dopo poco il temporale torna a rullare.
Sono costretti ad una penosa ritirata, a doppie corte, usando tutto il materiale disponibile. In mezzo al camino trasformatosi in cascata bivaccano. Spinotti, probabilmente in ipotermia, non regge alla notte. Le ultime calate, all’alba sono un “requiem”. Gilberti nulla può per il compagno sfinito che muore sul nevaio d’attacco.
Questa tragico epilogo scuote la comunità alpinistica, ma attira ancora più l’attenzione sulla parete.

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La carnizza di Camporosso e la cerchia di pareti delle Madri dei Camosci e del Fuart – foto N.Narduzzi

Solo due anni prima due capiscuola dell’alpinismo sloveno come la Debelakova e Derzaj si erano spinti in alto verso la fine della grande fessura. Lo stesso Comici compie un primo tentativo. Quando ritorna, nel 1928, non è ancora “quel” Comici delle Lavaredo, ma come si evince dal suo racconto è un’alpinista più consapevole e determinato. Lui e Fabjan scalano veloci la prima parte della via, poi con alcune esitazioni trovano i punti chiave. Le due uscite a sinistra presentano tratti delicati e verticali, mentre all’interno del camino la roccia compatta offre poche possibilità di assicurazione. Arrivano tuttavia piuttosto presto al Vano Nero e – non senza timori – affrontano il tiro chiave. Per la prima volta nella sua carriera Comici risolve un vero “problema” alpinistico, scalando una scorbutica fessura diagonale con un solo chiodo. È il primo sestogrado delle Giulie e probabilmente di Comici stesso. La consacrazione sia per queste montagne marginali che per il giovane triestino. Il resto non ha storia. Ancora una parete esposta e lo strettissimo camino finale poi sono sulla Cengia degli Dei.
La Riofreddo segna uno spartiacque tra due epoche in Giulie. Non solo in termini di difficoltà superate, quanto di concezione della linea di salita. Una salita che impressionerà anche Kugy. Quando Comici e Fabjan lo ritrovano a Valbruna, il vecchio “onkel” Julius chiude gli occhi e sussurra “Kolossal…Kolossal”. Il passaggio del testimone è avvenuto. L’alpinismo dei pionieri cede il passo ai nuovi scalatori, più disinibiti e allenati.
La via rimane per decenni un banco di prova, poi man mano il suo fascino tramonta. La sua linea ideale non suscita più interesse, sfilando in secondo piano superata a gran velocità da scalate più in vista, più adatte ai gusti e alle tecniche che si succedevano e affinavano. Di quello che fu il primo capolavoro di Comici e della tragedia di Spinotti, di quella storia, sono scomparse quasi le parole.

***

Il pomeriggio si è fatto alto con noi sulla parete. Mi stupisco nel riuscire a intravvedere il versante meridionale della piramide del Fuart. La luce del sole filtra tra le Madri dei Camosci tentando di raggiungere la Carnizza di Camporosso. Una lotta che dura da millenni. L’ultimo camino sembra una porta socchiusa nella roccia. Per passarvi attraverso tocca strisciare, plasmare il proprio corpo alla parete, se del caso spogliarsi. L’ultima volta, uscendo dalla Krobath, avevo abbandonato le scarpe da avvicinamento ad un chiodo. Stavolta opterò per togliere il casco e lasciarlo penzolare sotto le gambe. Bisogna essere adattabili. L’alpinismo è adattabilità. Altrimenti sarebbe una banale ginnastica in cui rischi di morire.
Nicola mi raggiunge all’ultima sosta. Vedendo la mia maglietta sporca dopo la colluttazione con il camino di 90 metri comincia a spazzolarmi vigorosamente. Praticamente mi da delle sberle.
“Senti, hai voluto tu venir a fare sta via, mi hai già insultato, ora non c’è bisogno che mi pesti!”
“Ma no Sav, lo faccio per te! Mi vieni male tutto sporco nelle foto!”
Già forse è proprio questo il problema. Che abbiamo perso il gusto di sporcarci un po’ i vestiti, grattare con le mani in fessure fradice e pelose, rinunciare ad un appiglio da tirare, buttarsi dentro con le spalle nel camino e poi strisciare. Non siamo più disposti a tutto ciò. Ad accettare l’avventura che diciamo di cercare.
Troppo spesso ultimamente non so più come rispondere alle classiche domande post via “Era bella? Era dura? Ci sono chiodi? Si ma la roccia?”
E se invece ribaltassimo le domande su noi stessi e ci chiedessimo: cosa stiamo cercando? Crediamo che le montagne ci debbano offrire risposte, ma in esse ho più spesso trovato le domande che non cercavo.

Mi infilo nel camino. Al suo interno la luce entra a stento.  Mentre lo risalgo rifletto sul fatto che forse è il senso dell’avventura ad essersi modificato, non la via ad essere peggiorata. Certo, l’abbiamo trovata un po’sciupata. Come una donna dal cui volto sfiorisce la bellezza ma che ancora ne porta fiera i lineamenti. Si è un po’trascurata in questi anni. Pochi pretendenti, lunghi anni di solitudine. Ancora un’ occhiata fugace da parte di qualche ammiratore distratto e vederli guardare altrove. Deve essersi sentita un po’abbandonata, la Riofreddo. Oggi le abbiamo fatto un po’di compagnia.
Sbuco sulla Cengia degli Dei e al sole tanto ambito. C’era una sosta, da qualche parte più in alto. La trovo quasi a intuito, sbattendo col naso sull’unico chiodo. Mentre recupero i compagni mi viene in mente non so perché la storia della biblioteca di Alessandria.

Si dice che fosse la più grande dell’antichità. Oggetto di discussioni è stata per secoli la stima dei volumi, allora raccolti in rotoli di pergamene, che vi si custodivano, così come misteriose furono le cause (da cui scaturirono le più disparate leggende) attorno ai reali motivi che portarono – ripetutamente – alla sua distruzione.
Il grande incendio del VII secolo ordinato dal califfo Omar non fu che l’ultimo dei numerosi falò che, a distanze di secoli, colpivano quel tempio del sapere umano. Per par condicio, infatti, andrebbe citato anche il rogo voluto da Teodosio, in un impeto di intolleranza verso la cultura pagana, della stessa matrice di quello che animò il califfo Omar secoli dopo. Come dire che l’ottusità è un fattore comune, alla storia umana, e non certo prerogativa di una sola cultura.

Ma la cosa interessante è che da quel rogo immane non rimase che 1/5 di tutto il patrimonio che vi era custodito. Andarono in fumo la maggior parte delle testimonianze letterarie, storiche e scientifiche prodotte dalla cultura occidentale da quando la scrittura s’era sostituita alla tradizione orale. L’intera memoria dell’umanità fu dunque praticamente azzerata; ciò che sappiamo, oggi, del sapere umano fino a quel tempo non ne è che una minima parte.
Sarà forse questo il destino delle storie legate alla grande epopea dell’alpinismo classico? Lentamente scoloriranno nella memoria, come i cordini che spuntavano dal fondo di camini viscidi, si dilegueranno come i rari chiodi che abbiamo avuto la fortuna di rintracciare qua e là. Dettagli. Frammenti che raccontano una storia tanto intensamente vissuta quanto oggi forse incomprensibile. Un giorno sarà un algoritmo a decidere cosa potrà essere ritrovato. Alcune storie invece, si inabisseranno per sempre. Come ciò che era custodito nella Biblioteca di Alessandria.

Nicola esce dall’ombra della parete. Rimane per qualche istante immobile, sull’orlo della cengia, illuminato dal sole. Scatto una foto. Solo ora realizzo che sarà l’unica di questa giornata.

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Uscita sulla Cengia degli Dei – foto S.D’Eredità
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