Never…Robon

di Emiliano Zorzi

Pur avendo per anni, studiato, immaginato e un po’ accarezzato l’idea di poter realizzare una linea di scalata accessibile, per difficoltà e impegno “di testa”, su quella sorta di santuario degli dei (dell’arrampicata intendo…) che è la parete del Robon, alla fine pensavo che mai (“never”– da qui la presenza di questo avverbio nel nome di questa via divisa in due atti, con intervallo nel mezzo) avrei potuto realizzarla. Alle volte pensando che le difficoltà sarebbero state non consone al personaggio e che in qualche modo ne sarebbe uscito un percorso non consono a quell’Olimpo calcato solo da degli dei “intoccabili” (vari dei quali ho la fortuna di conoscere personalmente: persone tutt’alto “intoccabili” o intrattabili, ben inteso. Fisicamente “intoccabili” per il sottoscritto sono le prese delle loro vie!).
Quello che mi aveva sempre stuzzicato, nel corso della stesura della guida sulle Giulie, dei sopralluoghi fotografici sul Robon e della raccolta delle informazioni su questi percorsi “top”, era il fatto che per quanto compatto ed impressionante sia questo muro di calcare giulio, le vie presenti si snodano nei settori evidentemente più splendidi e repulsivi e terminano nel punto in cui le difficoltà “mollano” pur se la parete continua ancora. Vie frutto di prestazioni tecniche e di “testa” fuori dal comune. Vie su cui è richiesta la prestazione top ed una buona dose di coraggio anche al ripetitore.
Proprio per questo motivo, una tortuosa ma logica linea immaginaria si dipana, senza essere stata considerata, proprio in mezzo ai due settori (“basso” e “alto” o Pilastro Marisa) e con la possibilità di scalare le rocce del Robon dalla base alla cima. Tutto questo, comunque, era rimasto per anni nel cassetto delle intenzioni, finché, a ferragosto, durante una giornata di “pascolo” arrampicatorio senza pretese, il nostro accademico preferito ha ri-vangato (non so se per qualche motivo telepatico) l’idea di poter tracciare sul Robon una via “abbordabile” e dalla spittatura sicura e rassicurante anche per i cuori pavidi. Presto nasce l’accordo per andare dopo pochi giorni a vedere… Continua a leggere

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SS 125/Orientale Sarda – 3/il gran finale

di Saverio D’Eredità

Continuiamo l’aggiornamento sulla spedizione in terra sarda, sempre ammesso che ve ne importi qualcosa e rassicurandovi sul fatto che questo sarà l’ultimo bollettino: a pezzi (fisicamente e moralmente) l’armata nordestina ripiega nelle desolate lande padane. Mettete da parte la bile: ci stiamo già ingrigendo a lavoro e passiamo le pause a rivedere foto di roccia e di mare. Io, per dirvi, sono talmente preso male che stamattina mi sono svegliato con l’ansia di non aver fatto i compiti per le vacanze. Dato che ci siamo mossi piuttosto a casaccio e tempi, modi e stili son stati dettati più da poppate, pappette e tempi di gonfiaggio di galleggianti che da reali obiettivi sportivi, concludiamo con un resumè generale e disordinato di cose fatti e persone.

Jerzu – il Castello

Se farete un giro per l’Ogliastra senza per forza di cose intrupparvi nelle falesie di riferimento, sicuramente vi capiterà di perdervi. No, niente facili romanticismi bohemien: sto proprio parlando di sbagliare strada e di bestemmiare dietro la segnaletica. Insomma, amici sardi, vi vogliamo bene e lo sapete: ma perché volete mandarci sempre a Lanusei da qualunque punto dell’Ogliastra uno si trovi e soprattutto, perché Jerzu ha più uscite del G.R.A? Tra un cartello accuratamente nascosto dalla vegetazione e una freccia mozzata, più di una volta abbiamo allungato trovandoci in luoghi inusitati. Se questa è una strategia di attrazione turistica, la trovo interessante per quanto rischiosa. Continua a leggere

SS 125 Orientale Sarda / 2 – il giorno dell’Aguglia

di Saverio D’Eredità

Prologo – Settembre 2013

Dopo quattro giorni abbiamo il passo e gli occhi dei reduci. Risaliamo lentamente il Bacu, cercando di sfuggire al sole implacabile sotto magre ombre di lecceti. L’ultimo sorso d’acqua è finito stamattina e per ore ci siamo nutriti del turchese delle acque della Cala Goloritzè, tanto azzurre e tanto fresche da darci l’illusione di poterci dissetare al solo sguardo. Ore passate in attesa che l’Aguglia si vestisse di luce per specchiarsi nelle acque della sua Cala. Ore passate in contemplazione del più bell’obelisco di calcare del Mediterraneo.
Raggiungiamo l’ombra di due olivastri secolari con passi lenti e strascicati. Ci concediamo una breve pausa. Poggiamo a terra gli zaini, la cui composizione ha ormai perso ogni controllo. I sacchetti della spazzatura penzolano dalle cinghie laterali. Un pentolino mi perfora da ore un rene. Ma ormai non ci faccio più caso.
Dovrebbe mancare poco. Questo il mio pensiero che, per stavolta, tralascio di condividere con Graziella. Sono 4 giorni che le dico che manca poco a qualcosa e siamo ancora qua. Abbiamo sete, eppure riusciamo ancora a riempirci di stupore per la bellezza di questo luogo. Al di là di quel crinale c’è il Golgo, il punto di ristoro, una colossale bevuta ma anche la fine di questo sogno sospeso. Graziella incrocia il mio sguardo languido, posato verso il mare e l’orlo del bacu.

“Ci torneremo” mi dice mentre poggia lo zaino “magari quando troverai qualcuno per scalare l’Aguglia”

Bastano queste poche parole per ridestarmi dal trance in cui ero caduto. La sete è presto dimenticata, nemmeno sento più il manico del pentolino trafiggermi il costato.

“Si, torneremo.  Ma andiamo ora, dovrebbe mancare poco” – le dico, sorridendo convinto stavolta. Perché come tutti i reduci, la nostra promessa è sempre il ritorno.

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