Vladimir Dougan – il “figlio unico” dell’alpinismo giuliano

di Saverio D’Eredità

Che fine fanno le storie al margine della Storia? Cosa accade a tutte quelle testimonianze, memorie, documenti o semplici ricordi che non riescono ad entrare nel flusso principale della Storia? Scivolano via, sfocano piano piano prima di scomparire del tutto. Eppure la Storia è un processo selettivo. Per tutto ciò che viene cristalizzato nella memoria e poi tramandato alle generazioni successive vi è una parte altrettanto consistente di storie minori, voci deboli, ma non per questo trascurabili. O semplicemente sfortunate, o dimenticate sbadatamente. Troppo intime per essere raccontate a fondo.
Sembra questo il destino di certi alpinisti. Non la loro bravura, né le coincidenze, o le occasioni li fanno scivolare ai margini dei ricordi. Ma una sorta di pudore.

La storia di Vladimir Dougan ne è forse un caso esemplare. Una storia che riemerge oggi, quasi un reperto da fondali del Tempo e della sua prediletta val Dogna, nel film  di Giorgio Gregorio e Flavio Ghio “Domandando di Dougan“.
Disseppellire storie è un processo faticoso ed affascinante. Una forma di archeologia estenuante, per la quale spesso non basta metodo e dedizione, specie quando anche le voci di chi è testimone sono scomparse.

Hanno scelto un lavoro difficile e senza scopo di gloria, un po’come lo stesso Dougan nel corso della sua vita. Nato il 16 marzo 1891 nel rione di Roiano a Trieste, da padre e madri di lingua slovena, Dougan (Miro) fu l’allievo prediletto di Kugy, l’unico al quale il vecchio Julius si sentiva legato da una vera sintonia di ideali e sentimenti. Fu il padre di molti, Kugy, ma due in particolare raccolsero la sua eredità e i suoi insegnamenti. Emilio Comici e per l’appunto Vladimir Dougan. Pur coevi, i due ebbero fortune e riconoscimenti diversi. In un certo senso, seppure Comici riconoscesse a Kugy una indiscutibile autorità, disattende i suoi insegnamenti. Si potrebbe dire che Comici “uccide” il padre Kugy, porta avanti sì l’alpinismo esplorativo, ma con tecniche, stili e modi molto lontani da quelli del poeta delle Giulie. Invece Dougan è il vero erede, il figlio che continua l’opera del padre, ne cura il patrimonio e lo preserva dallo sperpero. Ma è un erede silenzioso, riservato, che non ha nemmeno quel carisma e quella brillantezza del “padre”. Sembra rispecchiare perfettamente il famoso aforisma di Goethe “I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi”.

Dougan persegue infatti un alpinismo di ricerca nel senso più puro del termine, totalmente disinteressato all’aspetto sportivo o alla logica perversa della difficoltà. Come osserva lo stesso Ghio, coautore del film, quello di Dougan è l’alpinismo che esprime l’amore per la montagna e non per l’andare in montagna. E trovo che in questa frase ci sia l’essenza di questo alpinista tanto importante, quanto dimenticato.

01 didascalia nel comunicato stampa ufficiale
Vladimir Dougan, il primo a sinistra, al rifugio costruito sulla vetta del Fuart durante la Prima Guerra Mondiale. All’estrema destra Julius Kugy.

I motivi di quest’assenza possono essere vari, ma nessuno spiega totalmente le ragioni del suo oblio. L’appartenenza alla minoranza slovena e la sua partecipazione (peraltro dovuta, come cittadino dell’Impero austroungarico) alla prima guerra mondiale come soldato asburgico non lo metteranno certo in una buona luce, specie con l’avvento del fascismo. Eppure è proprio tra gli anni venti e i trenta che Dougan esprime il massimo della sua attività, soprattutto nei gruppi del Montasio e del Cimone. Montagna questa a cui lega il suo nome per sempre. Ma talvolta capita che, per quello strano destino che lega uomini e montagne, essa lo abbia risucchiato nel cono d’ombra nel quale già ai tempi si trovava. Mai montagna alla moda, il Cimone. Se solo non soffrisse la concorrenza del Montasio (più alto, più elegante, più regale) in qualunque altra valle alpina sarebbe riconosciuto come il gigante che effettivamente è. Invece il Cimone appare e scompare fugacemente, proprio come capita oggi quando si passano i viadotti dell’autostrada. Dougan, spesso in compagnia di altri membri dell’Alpina delle Giulie (come Hesse, Deffar, Orsini) lo batte sistematicamente, si addentra nelle pieghe più scorbutiche, ripercorre cammini già all’epoca scomparsi, come la Semide dai Agnei. Apre delle vie. Nessuna di questa ha avuto gloria, né riconoscimento. Sebbene logiche, queste vie appartenevano al regno delle ombre in cui, per un fatale destino, anche “Miro” finisce per essere avvolto.

Di quelle campagne rimane una pregevole opera monografica, scritta con Marussi, praticamente l’unica dedicata a quel gruppo selvaggio e remoto. Ma nemmeno questo suo sforzo letterario gli valse un minimo di memoria. Dougan, a parte la guida, scrive poco o niente. Non ha la prosa di Kugy, non eccita la fantasia del grande pubblico come Comici – estroverso, volubile, accattivante – insomma, ha tutto del personaggio “minore” sebbene le sue scalate siano tutt’altro che minori. Farne un elenco avrebbe davvero poco senso. Conta invece l’opera complessiva, uno stile veramente “puro”, ma senza ostentati ideologismi. Molto spesso, per superare le placche più lisce usa salire scalzo. Quando lo strapiombo è troppo alto si usa la piramide umana. Soprattutto, la salita parte da osservazioni accurate delle bestie e dalla raccolta della tradizione orale delle valli. In questo senso Dougan, pur appartenente alla generazione dei senza guida cittadini fa da trait d’union tra l’alpinismo dei montanari e quello dei cittadini. Dougan è appartenuto ad un’epopea destinata a scivolare ai margini della storia. Basti ricordare la nord del Cimone, o quella del Ciuc di Vallisetta. Vie mai più ripetute.

La sua attività, peraltro, non si limitò solo alle Giulie. Accolto nel 1929 nel C.A.A.I., allo stesso anno risale la spedizione al Caucaso, organizzata da Andrea Pollitzer, che egli aveva conosciuto nel 1922 a Valbruna. Era la prima volta che alpinisti giuliani si spingevano fuori dall’Europa, tra innumerevoli difficoltà per la carenza di notizie e la presenza di popolazioni esotiche di lingua sconosciuta. Dougan raggiunse nella tempesta la vetta dell’Elbrus (m 5642) da solo e nei giorni successivi vennero scalate tre cime ancora vergini di oltre 4000 m; Pollitzer dichiara apertamente nel suo libro Montagne bianche e uomini rossi che il merito di questi successi fu tutto del suo compagno, da lui definito “un uomo semplice, nella cui persona si associa ad un fisico atletico un animo eletto ed un’inflessibile volontà”. Nel 1932 essi si dedicano all’esplorazione dei monti dell’Alto Atlante, scalando ben 23 cime senza nome e l’anno successivo i due compiono un’impresa del tutto diversa, attraversando in canoa la Lapponia, dal Mar Bianco al Baltico.
Eppure di quella vita avventurosa rimane poco. Le sue tracce si fanno labili fino a scomparire del tutto. Muore nel 1955 a Trieste, in povertà e dimenticato da tutti. Un destino che ricorda altri alpinisti dell’epoca romantica, si pensi alla grande e sottovalutata alpinista slovena Pavla Jesih, come ad Ettore Zapparoli – anch’egli figura enigmatica e silenziosa, svanito nel nulla della Est del Rosa, nel 1951. Uomini che sono rimasti sopraffatti dal tempo.
Dougan rimarrà quindi per sempre un “figlio unico” di quella grande stagione. Una voce solitaria che oggi riemerge a distanza di quasi 100 anni dalle sue scalate ad indicarci un alpinismo che dovremmo forse cercare di capire un po’di più nelle sue motivazioni e riportare alla lingua nei nostri giorni.

Martedì 11 dicembre 2018 alle ore 20,30 al Kulturni dom di Gorizia (via I. Brass), per celebrare la Giornata Internazionale della Montagna, l’Associazione Culturale “Monte Analogo” di Trieste in collaborazione con la sezione goriziana del Club Alpino Italiano, lo Slovensko planinsko  društvo Gorica (Società Alpina Slovena di Gorizia) e il Kulturni dom presentano la proiezione del film “Domandando di Dougan”. La proiezione del film sarà seguita dall’incontro con i due autori Giorgio Gregorio e Flavio Ghio e gli interventi della Guida Alpina Enrico Mosetti, di Andrea Polo e Saverio D’Eredità. L’ingresso è libero.

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