SS 125/Orientale Sarda – 3/il gran finale

di Saverio D’Eredità

Continuiamo l’aggiornamento sulla spedizione in terra sarda, sempre ammesso che ve ne importi qualcosa e rassicurandovi sul fatto che questo sarà l’ultimo bollettino: a pezzi (fisicamente e moralmente) l’armata nordestina ripiega nelle desolate lande padane. Mettete da parte la bile: ci stiamo già ingrigendo a lavoro e passiamo le pause a rivedere foto di roccia e di mare. Io, per dirvi, sono talmente preso male che stamattina mi sono svegliato con l’ansia di non aver fatto i compiti per le vacanze. Dato che ci siamo mossi piuttosto a casaccio e tempi, modi e stili son stati dettati più da poppate, pappette e tempi di gonfiaggio di galleggianti che da reali obiettivi sportivi, concludiamo con un resumè generale e disordinato di cose fatti e persone.

Jerzu – il Castello

Se farete un giro per l’Ogliastra senza per forza di cose intrupparvi nelle falesie di riferimento, sicuramente vi capiterà di perdervi. No, niente facili romanticismi bohemien: sto proprio parlando di sbagliare strada e di bestemmiare dietro la segnaletica. Insomma, amici sardi, vi vogliamo bene e lo sapete: ma perché volete mandarci sempre a Lanusei da qualunque punto dell’Ogliastra uno si trovi e soprattutto, perché Jerzu ha più uscite del G.R.A? Tra un cartello accuratamente nascosto dalla vegetazione e una freccia mozzata, più di una volta abbiamo allungato trovandoci in luoghi inusitati. Se questa è una strategia di attrazione turistica, la trovo interessante per quanto rischiosa.

Tuttavia è proprio durante una di queste defaillances che, immerso in un tramonto epico, ho avuto la visione del “Castello” di Jerzu, credendo di essere giunto nel Nuovo Mondo. Ovviamente non mi aveva nemmeno sfiorato l’idea che qualcuno prima di me avesse posato gli occhi su questo luogo incantevole, che si innalza come una muraglia sopra arcadici pascoli e altipiani. “Guarda! Chissà se hanno aperto anche qui delle vie” mi sono detto. Già: peccato che quello che mi si palesava davanti fosse nientemeno che uno dei siti di arrampicata più importanti e storici di tutta la Sardegna, le cui pareti furono già prese di mira da un certo Marco Bernardi ngli anni ’80 e luogo di elezione di Oviglia. “Bè, poco male: si vede che ho l’occhio dello scopritore di pareti!” mi sono detto glissando sulla mia ignoranza, nonché sul madornale errore di orientamento.

Va detto ora che la nostra campagna sarda si è basata su due princìpi di base:
1) mettere in sicurezza le famiglie;
2) cercare solo i tiri della lista top 70 della guida “Pietra di Luna” o in alternativa – nel caso fossero troppo duri, ovvero il 90% di questi – almeno i tiri immortalati nelle foto. Praticamente come dei giapponesi dell’arrampicata.

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Jerzu  – il Castello

Con tali premesse ci presentiamo dunque al Castello di Jerzu con un assetto molto “fast&light” ovvero: almeno 50 rinvii, 4 guide di diverse edizioni, 200 metri di corde, passeggini a mo’di autoarticolati, box portatile, seggiolini da campeggio, thermos, viveri per 3 giorni, cani e giocattoli vari.
Messe dunque “in sicurezza” (si fa per dire) le famiglie, il Brix subito si lancia su “Fix”, un 6a “da foto” tutto buchi ed eleganza. Si da il caso che proprio nel tragitto di avvicinamento stessimo commentando il trend topic del giorno sui social ovvero: è o non è il grado sardo più “morbido” di quello di Finale? Dieci minuti dopo, incartapecorito tra un buco svaso e l’altro, già stavo elaborando una risposta al veleno su questa storia del grado abbondante e turistico, nonché sperimentando gusti e valutazioni dei primi climber degli anni ’80. Un’arrampicata che oggi fatichiamo a digerire, probabilmente obnubilati dal dio della competizione e del grado, invece che ricercare lo stile, l’armonia (eccettera eccettera). Fatto sta che la mattinata al Castello passa tra cazzotti e momenti di goduria, senza capire veramente molto delle valutazioni, ma sempre con uno spirito combattivo. Ora si chiude un 6b, ora si arranca su un 6a, mentre attorno la tribù se la passa tra pappette e lanci di cucchiaini intervallati da ululati del povero Poldo (un cane che se potesse parlare ci manderebbe tutti in trattamento sanitario obbligatorio). Solita trama, insomma, finché all’improvviso nubi fosche si profilano all’orizzonte. Temporali? Pioggia? In Sardegna? Con quella superficialità tipica del turista subalpino (incapace di immaginare altro che il sole nelle isole del Mediterraneo) i nostri non ci danno troppo peso, almeno fin quando un colpo di tuono non irrompe nel vociare di bambini, cani e climber più o meno prestanti. A quel punto ci accorgiamo di non aver proprio “messo in sicurezza” la famiglia dato che in 10 non abbiamo manco un ombrello.

Ma, come afferma il Biaso, se la situazione si fa critica “bisogna gasare”! Scatta il piano “ancora un’ultima e giù” – piano ad alto rischio e quasi sempre destinato a fallire tramutando la giornata in semi tragedia.  Il Brix, tornato da una missione esplorativa oltre il “limes”, afferma di aver individuato un interessante settore “con ben 3 6b+ uno attaccato all’altro e un magnifico diedro”.

Non servono altre parole e ci precipitiamo tra le selve. Qui il Biaso ingaggia un corpo a corpo con la fessura di “Cassa disintegrazione” mentre il Brix rapidamente risolve “Paradisi Musulmani”, con tanto margine che nel frattempo con una mano ridisegna gli schizzi delle vie. Un fulmine squarcia l’aria e il cielo si fa cupo. Prime gocce. Maccio sente l’odore del sangue e decide di lanciarsi nel diedro nel frattempo ridimensionato ad un buon “VI+ dolomitico” dal Brix. Il clima da lotta coll’alpe esalta il nostro che con ardore si batte nel diedro e pare lo chiuda. Tuttavia un tuono, un fulmine e una nube di pioggia lo hanno avvolto proprio sull’ultimo passaggio per cui non è dato sapere se sia passato pulito o meno. Pochi istanti dopo lo si è visto delirare in catena parlando con Casara.

La giornata si conclude con una vera tempesta e famiglie non tanto in sicurezza riparate nel “saloon bar” di Ulassai dove, preda dello sconforto pre-partenza, Biaso concepisce l’ultima prodezza. Corrotto il Maccio e falsificati tempi e modi dell’ultimo bonus, si esibisce in una performance di alto livello su “Lo scialle della Luna” alla Torre dei Venti, probabilmente la via più estetica di Ulassai: 35 metri di 6c da antologia che immediatamente diventa anche la più unta visto che la ripetiamo tutti a ruota. Lacrimucce e fazzoletti accompagnano il commiato, ovviamente davanti ad una degustazione di vermentini e cannonau!

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Ulassai – settore Torre dei Venti

L’arrogante Scoine

Se c’è un monte che ci ha provocato regolarmente durante tutta la vacanza è stato lo Scoine. Incastonato come un diamante nelle alture del Supramonte di Baunei, da qualunque parte lo si guardi mostra la sfrontata arroganza della grande montagna, nonostante le dimensioni ridotte. Una di quelle cime che farebbe venire a chiunque voglia di scalare. Il calcare argenteo delle sue corte ma ripide pareti ci ha stuzzicato per tutto il tempo, accrescendo anche un certo “fumus” di inaccessibilità. Già correvano voci che ci volesse almeno un’ora di avvicinamento in mezzo alla giungla, i rovi, i caimani e le pantere. Che altri sono stati polverizzati dal calore e che altri non sono tornati. Insomma, un’immagine da Death Valley, nonostante il montarozzo non si alzi più di 200 metri dalla base. Secondo il Biaso invece si arriva in un attimo, il posto è top e adatto ai bambini. Siamo o no nell’epoca della post-verità?

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Il Monte Scoine

La missione Scoine è sugellata dal cosidetto “patto del caprone” siglato alla Sagra della Capra di Baunei da Maccio e Nico: appuntamento alle 7.30 e chi ha il coraggio di guardare negli occhi lo Scoine si vedrà! Sinceramente il giorno dopo non credevo di veder spuntare la barba di Nico da una siepe, carico di corde e materiali. Gli uomini veri si riconoscono anche così, dopo una serata di caprone e rosso da strada. Lo Scoine invece lo riconosciamo per quello che è: un monte piccolo, ma altezzoso, che ci fa arrivare totalmente disidratati alla base già alle 8 di mattina. Va detto che ci mettiamo del nostro, dato che non ci preoccupiamo nemmeno di individuare il “comodo sentiero”, ma ci buttiamo a capofitto in una macchia ispida pur di dare un senso di lotta alla nostra avventura.
Giustamente, per prepararci al (mesto) ritorno alle terre d’origine, lo Scoine ci offre una scalata molto carnica, facendoci rapidamente dimenticare l’orgia di gocce, tacche e buchi che ha deliziato la nostra vacanza e trasformandoci in men che non si dica nei tipici “gatti di marmo” che si osservano sulle pareti di casa. Una bella roccia compatta con prese svase che ci ricorda come la scalata sia anzitutto sofferenza! E a condimento di ciò, nomi di vie ispirati alla disciplina del lavoro, giusto per ricordarci anche che l’ora di tornare nei ranghi del capitalismo industriale è ormai prossima (“Staordinario Festivo” ad esempio, regala lo stesso torbido piacere di una domenica a lavoro).
Comunque intendiamoci: sarà pure un po’liscio e un po’svaso, ma mai come una placca carnica. Nulla è più liscio e svaso di una placca carnica.
L’ultimo tiro, con un pensiero al Biaso, è il sontuoso “Mobilità”: un 6b+ targato Vigiani che con un fondo di malinconia e tanta ghisa ci accomiata dalla “Pietra di Luna”.

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Falesia del Monte Scoine

Finale 

Come nei migliori filmoni americani vediamo ora, tornati alla grigissima realtà, cosa fanno i nostri eroi.

La famiglia Brigo-Tomasino è ormai diventata “local” di Ulassai. Complice uno smarrimento di scarpette al primo giorno – roba da mandare in vacca una vacanza – i nostri hanno allacciato ottimi contatti con tutta la comunità di climber sardi. Ovviamente, vedendoli scalare sereni e rilassati con tanto di piccola al seguito, la fama degli arrampicatori del nord est è cresciuta a dismisura. In tutto ciò noi altri un 7a non l’abbiamo manco sfiorato, ma va bene lo stesso.

Nico non è detto che sia veramente tornato a casa. Dice così, ma c’è chi giura di averlo visto vestito da Mamutones in una rappresentazione folkloristica sarda. Senz’altro aveva acquisito eccellenti conoscenze enogastronomiche ed è facile che come i migliori imboscati si stia facendo passare per pastore di Urzulei.

Il Biaso, pur di non cadere in depressione, ha trovato nuove motivazioni ispirandosi a Jan Kares, climber ceco noto per il record di trazioni in un’ora (1000), chiodatore seriale e irriducibile. Questi sono i veri eroi moderni: gente che chioda a luglio con 40 gradi all’ombra, altro che le campagne hyppie di 3 mesi degli anni ottanta!

Maccio, per una volta in una WCD, sembra si stia convertendo alla falesia. Si dice voglia addirittura prendere delle scarpette “precise” per scalare meglio invece delle solite ciabatte un numero più grande. Potrebbe essere l’inizio della fine per il Grande Alpinismo.

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