SS 125 Orientale Sarda / 2 – il giorno dell’Aguglia

di Saverio D’Eredità

Prologo – Settembre 2013

Dopo quattro giorni abbiamo il passo e gli occhi dei reduci. Risaliamo lentamente il Bacu, cercando di sfuggire al sole implacabile sotto magre ombre di lecceti. L’ultimo sorso d’acqua è finito stamattina e per ore ci siamo nutriti del turchese delle acque della Cala Goloritzè, tanto azzurre e tanto fresche da darci l’illusione di poterci dissetare al solo sguardo. Ore passate in attesa che l’Aguglia si vestisse di luce per specchiarsi nelle acque della sua Cala. Ore passate in contemplazione del più bell’obelisco di calcare del Mediterraneo.
Raggiungiamo l’ombra di due olivastri secolari con passi lenti e strascicati. Ci concediamo una breve pausa. Poggiamo a terra gli zaini, la cui composizione ha ormai perso ogni controllo. I sacchetti della spazzatura penzolano dalle cinghie laterali. Un pentolino mi perfora da ore un rene. Ma ormai non ci faccio più caso.
Dovrebbe mancare poco. Questo il mio pensiero che, per stavolta, tralascio di condividere con Graziella. Sono 4 giorni che le dico che manca poco a qualcosa e siamo ancora qua. Abbiamo sete, eppure riusciamo ancora a riempirci di stupore per la bellezza di questo luogo. Al di là di quel crinale c’è il Golgo, il punto di ristoro, una colossale bevuta ma anche la fine di questo sogno sospeso. Graziella incrocia il mio sguardo languido, posato verso il mare e l’orlo del bacu.

“Ci torneremo” mi dice mentre poggia lo zaino “magari quando troverai qualcuno per scalare l’Aguglia”

Bastano queste poche parole per ridestarmi dal trance in cui ero caduto. La sete è presto dimenticata, nemmeno sento più il manico del pentolino trafiggermi il costato.

“Si, torneremo.  Ma andiamo ora, dovrebbe mancare poco” – le dico, sorridendo convinto stavolta. Perché come tutti i reduci, la nostra promessa è sempre il ritorno.

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20 Agosto 2019 – il Giorno dell’Aguglia

Stai dando spettacolo, e lo sai. Ma in fondo, se non ci fosse un briciolo di narcisistico esibizionismo, cosa sarebbe l’arrampicata? Puoi immaginare i commenti dei bagnanti mentre con un certo autocompiacimento sistemi i rinvii sull’imbrago e scambi uno sguardo sicuro e determinato al tuo socio. Con voluttà passi tra le mani i friends – i friends fanno sempre figo appesi all’imbrago, anche quando non servono: se non altro è un tipo di attrezzo che l’uomo della strada non può comprendere a prima vista, accrescendo immediatamente il tuo carisma “e sintomatico mistero” per dirla con Battiato – sistemi le corde con la sicurezza del vecchio lupo di mare e ti avvii. Un saluto rapido e senza troppa commozione alle compagne. Mantieni la tua postura fiera di chi ha un compito più importante. Scavalchi sagome di bagnanti tatuati, asciugamani e materassini – c’è un che di profondamente elitario, che rilascia un senso di piacere e odio verso te stesso nel medesimo istante – ti allontani dallo scomposto vociare, incroci lo sguardo meravigliato dei turisti – vanno ad arrampicarsi!?A mani nude? Ma no, vedi hanno le corde! Ah, ma allora è facile – sorridi sotto il caschetto ed infine alzi lo sguardo. Hai appositamente evitato finora. Volevi che tutto fosse perfetto. Aspettavi da 6 anni questo momento.

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“Allora, che via facciamo?” è la voce del Brix che rompe gli indugi e gli equivoci – “la più facile o la più bella?”

“La più bella, ça va sans dire!” rispondi senza nemmeno pensarci, ammaliato da quei colori, da quelle forme, da quella sagoma che pare plasmata dal dito di Dio. Ecco, pensarci. Forse avresti dovuto.

Intermezzo – vocina interiore

“Ehi tu”

“Chi è? Chi parla?”

“Dico a te, ma ti rendi conto della minchiata che stai facendo”

“No, perché? Guarda che son tutte a spit le vie qua, poi son 4 tiri e…”

“Non fare il professore che so tutto pure io: sono anni che leggi relazioni e mi hai fatto mandare a memoria tutto, che se mi avessi fatto leggere che so, qualche trattato di economia, un bel romanzo, una raccolta di poesie non è che faceva schifo”

“Insomma, che vuoi”

“La più bella, ma ti rendi conto? Tu non sei fatto per le vie belle. Tu sei fatto per quelle brutte, al più quelle facili. E ora, dato che son 3 giorni di fila che scali ti senti in forma, ma senti a me: farò in modo di farti perdere subito le tue certezze”

“Taci! Cosa vorresti che facessi? Mica la Manolo Gogna?”

“Bè, c’è uno splendido camino liscio dove incastrarsi: non dirmi che non ti piace, dai: e poi ti conosco. Vedi due chiodi vecchi e subito ti parte la lacrimuccia”.

“Vai via, su. Non mi rovinerai mica questo momento. E poi davanti c’è il brix una garanzia. E poi gli spit…”

“Guarda che è S2”

“Vabbè, ok, ma è 6a obbligatorio”

“6b”

(silenzio)

“Unto. Hai il magnesio?”

Il magnesio, cazzo. Stavi lì a bullarti con i turisti e il magnesio te lo sei dimenticato, nella borsa del cambio o nello zaino porta bimbo.

“Non hai nemmeno il magnesio. Bè,senti, io oggi mi prendo una giornata. Me ne resto giù e vado a fare un tuffo. Adesso è affar tuo. Ciao”

La vocina interiore ti abbandona e il Brix parte deciso su “Sole incantantore”. Dritta come un fuso, calato a piombo dalla cima, è la via perfetta per l’Aguglia. Ma sì, in fondo devi solo scalare!

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***

Dai, tieni duro ancora un po’. Anche se i piedi sembrano volere esplodere e le dita ormai sono rassegnate a stritolare goccette. Tieni duro, anche se rimpiangi il camino liscio e chiodacci – guardali, a un metro da te, nella mitica “fessura a Y” e invece tu stai ragliando come un ciuco su questa placca che pare uno scherzo. Però vuoi mettere. Pare di arrampicare dentro un dipinto. Con il blu del mare, le macchie verdi dei ginepri proiettati nel vuoto e questa pietra candida. Tieni duro, che tra poco arriva il sole, un sole che è davvero “incantatore”, croce e delizia della scalata mediterranea.

Per ogni sofferenza, c’è una ricompensa. La placca si chiude con un allungo da crederci su una “vascona” sulla quale respirare e per un istante, osservare. Perché non sarà quella cima larga appena come una panchina, dove starete stretti e felici e quasi increduli di tanta precaria bellezza. Non sarà nemmeno la difficoltà, la roccia, il tiro celebre o la storia. Sarà quest’acquerello di mare e di pietra a rimanerti nel cuore. E una promessa che ogni tanto si mantiene.

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Epilogo

Sto nuovamente risalendo il Bacu Goloriztè, sfatto come 6 anni fa e di nuovo a corto di liquidi. Questo vallone pare prosciugarti come lo scarico di un lavandino. “Abbiamo ancora il biberon di Federico” mi ricorda Graziella ansimando e allungando il passo verso quella grande quercia dove anni fa nacque la promessa. Francesca sulle mie spalla tace da un po’. E così per tutti. Finisci senz’acqua e senza parole.
Trascino i passi lentamente, mi pare il Col Flambeau al ritorno dalle Diables. Però, pensa che soddisfazioni: i tuoi figli te ne saranno grati. Chissà per quanto se lo ricorderanno. Chissà quando ti chiederanno di tornare.
Scolliniamo. Il respiro ampio e luminoso del Golgo ci accoglie. Come 6 anni fa entro nel bar di Su Porteddu come un reduce, o un cowboy dentro al saloon. Ordino una bottiglia d’acqua, grande sì, e la bevo a collo. Al banco.

Francesca mi guarda con aria sorniona dietro i baffi di un meritatissimo gelato al cioccolato.

“E allora Franci, ti è piaciuta questa gita?”

Una leccata al cucchiaino, Franci mi guarda negli occhi.

“Papà, ci porti sempre nei posti con le rocce dove arrampicarti. Perché non ti rilassi un po’ e vai in vacanza?”

2/continua

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