L’atlante delle montagne

di Saverio D’Eredità

Vinsero quindi le ombre. Finiva lì, appena sotto il tetto che segnava l’occhio della Sfinge la nostra rincorsa all’ultimo giorno d’estate. Avevamo cercato la luce, senza mai trovarla, scalando i muri grigi e compatti della Sfinge. La parete basale, altissima e verticale, sembrava non finire mai. Alzando gli occhi non vedevamo che uno sconfortante ciglio di mughi e non altro che lavagne grigie ai nostri lati. Come se la montagna quel giorno non avesse cima. Della luce del giorno, terso ed immobile, potevamo osservarne solo il riflesso, quando illuminava ora il profilo destro ora quello sinistro della “faccia” senza mai riuscire a rivelarne completamente il volto.

Assaporai, seppur malinconicamente, i metri finali di quel diedro liscio e squadrato, sapendo anche che sarebbero stati gli ultimi per quel giorno, e forse per tutto il resto della stagione. Una domanda sarebbe quindi rimasta sospesa, sotto quell’occhio muto e al termine del nostro giorno irrisolto. Scoloriva il giorno all’orizzonte, la pietra facendosi man mano fredda. Non avevamo più fretta. Il buio ci avrebbe sicuramente ripreso sulla via del ritorno. Quando tornammo al rifugio la Sfinge sembrava inghiottita dalla notte. Continua a leggere

Perchè i tempi stanno cambiando

di Nicola Narduzzi

“Your old road is
Rapidly agin’.
Please get out of the new one
If you can’t lend your hand
For the times they are a-changin’.”
“La vostra vecchia strada
Sta rapidamente invecchiando.
Per favore andate via dalla nuova
Se non potete dare una mano
Perché i tempi stanno cambiando.”

Così cantava negli anni ’60 un giovane un po’ ribelle e con i capelli scompigliati, sfidando
quell’America conformista e borghese figlia del secondo dopoguerra. Oggi, più di cinquant’anni più tardi, questo motivetto continua a frullarmi in testa da quando una foto pubblicata su un social network ha catturato la mia attenzione, svegliandomi dalla sonnolenza pomeridiana di una noiosa giornata di pioggia.
Ci sono riusciti ancora: il vecchio leone e il suo giovane apprendista hanno lasciato ancora una volta il segno sui monoliti incrostati di ghiaccio della Patagonia. Forse non dovrei usare aggettivi come “vecchio” o “giovane”, in fondo i due hanno sono un anno di differenza. Eppure in una terra estrema, sia geograficamente che climaticamente, come la Patagonia è come se un abisso di decennili separasse.

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Quando l’alpinismo ha le gambe corte…

di Carlo Piovan e Saverio D’Eredità

Good job Colin!, immagino così il commento di Marc-André l’altro componente degli “inarrestabili” (come li chiama Garibotti) al raggiungimento della Cima del Cerro Torre per quella che  può essere considerata la prima ascensione globale della parete Nord, se non si vuole considerare la contestatissima salita di Cesare Maestri e Tony Egger nel 1959. I due alpinisti americani,Colin Haley e Marc-André Leclerc,  forti del successo sulla traversata del gruppo del Torre da sud a nord, “Travesía del Oso Buda” compiuta tra il 17 e il 21 gennaio 2015, dopo un tentativo alla via del compressore di Maestri del 1970 nella sua nuova versione “clean”; Il 2 e il 3 febbraio, spostandosi sul versante nord del Torre, hanno ripetuto buona parte della via “El Arca de los Vientos” (aperta da Alessandro Beltrami, Rolando Garibotti ed Ermanno Salvaterra nel 2005, dopo vari tentativi precedenti di Salvaterra e compagni) per abbandonarla prima del Colle della Conquista, e salire alla cima per una variante che ha in comune solo i tiri finali con la via del Ragni del 1974. La variante è stata chiamata “Directa de la Mentira”, ovvero “La diretta della bugia”.

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