La montagna del cuore

di Saverio D’Eredità

Ognuno di noi ha una montagna del cuore. O almeno dovrebbe, se proprio non è arido d’animo. Non deve necessariamente quella più bella, o più famosa o più difficile. Anzi, non dovrebbe essere nessuna di queste. Dovrebbe essere solo un luogo di riconciliazione. Dove andare quando si è stanchi. O non si ha tempo o voglia di pensare. Quando vuoi condividere qualcosa. O semplicemente, per stare. Come quando da bambino ti portavano dai nonni, e non c’era niente di meglio di quelle ore lente e pacifiche in cui ci sentivamo accolti e protetti. Che magari lì per lì dai nonni non ci volevi andare perché pensavi di annoiarti e invece finiva che da quei pomeriggi non ti saresti staccato mai.
Sarà per questo che la chiamano Stara Baba, la vecchia nonnina. Il Mataiur, con i suoi fianchi larghi e le sue dorsali smussate, con quella cupola sempre sbarbata dal vento, sembra proprio una vecchia nonna, adagiata sulla seggiola e avvolta da una scialle fatto di castagni. Osserva bonaria le sue valli, aperte come le dita di una mano ai suoi piedi. Più che una montagna, un nume tutelare per tutti gli abitanti delle valli del Natisone.
Leggenda, ma non troppo (visto che la riporta Paolo Diacono nella Historia Longobardorum), vuole che sia questo il monte che il Re Alboino “ascese e da lassù contemplò fin dove potè spingere lo sguardo, le terre che si aprivano intorno”. Vecchia nonna, nume, divinità, o monte del Re al tempo dei Longobardi, c’è sempre un motivo per guardare a questa piramide distesa e serafica.
Al Mataiur si torna in ogni stagione. In ogni momento. In ogni ora del giorno.
Il segreto del monte del cuore è proprio questo. Deve essere un luogo che ti accoglie, sempre. Come la casa dei nonni. Il segreto del monte del cuore è che ogni volta che torni non ti annoia, ogni volta vi associ un ricordo diverso. Perché comunque la si voglia vedere, pur se facile, dolce, adagiata, sempre una montagna è.
Perché c’è stata quella volta che sono salito con un vento che tagliava la faccia e manco si stava in piedi (a dire il vero, secondo Graziella, il vento lassù taglia sempre la faccia, anche d’estate). O quella volta che ho fatto tutto il giro della cupola salendovi quattro volte da quattro lati come un pellegrino. E quell’altra che sulla cresta nord (si, ha una cresta nord, cosa storcete il naso: e ha pure un suo perchè!) con un vento malefico (in effetti vento qui ce n’è parecchio) per un minuto mi pareva di essere sulla cresta del Lhotse. Ed un’altra volta invece ho trovato un firn che mi ha fatto quasi piangere.
C’è stata la volta che l’ho fatto tutto in discesa (cioè senza salita, ma è troppo lunga da spiegare) e quella invece che l’ho fatta tutta in salita da Cividale in bici. Prima la pioggia. Poi la nebbia. Infine la grandine. E la neve: e quando sono arrivato a Montemaggiore mi sono sentito Bartali al Galibier.
La prima volta di notte, e la seconda che c’era una nebbia da thriller e abbiamo sciato pianissimo neanche fossimo sui 50° e nel fascio di luce della pila per non perderci. C’è stata la volta che sui prati s’era attaccata una nebbia da Highland scozzese e poi di colpo è finita 20 metri sotto la cima e sopra era estate e galleggiavano le Giulie.
Al monte del cuore si torna soprattutto per vedere. Perché la cosa bella del Mataiur non è tanto il Mataiur stesso, ma che dalla sua cima si vedono le Giulie.
È come un album dei ricordi, in cui uno per uno appiccichi le foto come francobolli di un percorso misterioso. Non conti nemmeno più le volte che ci sei stato. Non avrebbe senso. La montagna del cuore è molto probabilmente quella dell’inizio. E altrettanto probabilmente sarà quella della fine.

Però tra tutte le volte, è sempre con la neve che accade qualcosa di speciale. Forse è stupido, forse diventa una specie di fissazione o rituale che poi è uguale. Quando la vecchia nonnina si avvolge del mantello bianco succede qualcosa di nuovo. Succede che la Stara Baba, maestra di incantesimi per i popoli delle valli, ha nuovamente compiuto la sua magia. Ma devi cogliere l’attimo, non lasciarti tentare dalle sirene o abbattere dal vento (sempre lui) che ti travolge lì dove scollini e il Nero ti appare come il dente di uno squalo. Devi cogliere l’attimo, quello in cui la nonnina ritorna quella splendida fanciulla che fu nel tempo immemorabile, prima di Alboino, prima di tutti.
E disegnare su suoi fianchi dolci le tue curve è come dare quel bacio che spezza l’incantesimo.

Annunci