Di oscurità e promesse

“Vedi cara è difficile spiegare,
è difficile parlare dei fantasmi della mente”
F. Guccini

di Nicola Narduzzi

La macchina scorre veloce sulla linea d’asfalto persa nel nulla della campagna, scuotendo pigramente al suo passaggio l’erba alta che delimita la carreggiata. Le piante di mais si stagliano fiere con i loro pennacchi verso il cielo, sopra di esse solo le montagne fanno capolino attraverso l’aria estiva carica di umidità. Nessun paese, nessun edifico, nessuna persona a turbare l’armonia di questo piccolo angolo di mondo. Mentre le loro ombre gradualmente si allungano, proiettate dal sole che cala verso l’orizzonte infiammando il cielo, mi rendo conto di esser rimasto solo al mondo.
Vorrei fermarmi.
Scendere dall’auto.
Sedermi su un muretto a secco.
Guardare la luce scomparire oltre quelle creste che laggiù, ad occidente, delimitano il mio angolo di mondo.
Assaporarla fino all’ultimo istante, vivere la profonda malinconia di non poterla inseguire.
Respirare la sottile brezza che soffia la sera tra le strade di campo, quando la terra sospira finalmente libera dall’opprimente battuta dei raggi del sole. Eppure non riesco a fermare l’auto, non posso. Continuo a guidare, intrappolato in una corsa inarrestabile verso oriente, verso l’oscurità che risale dalle profondità della terra, avvolgendo la campagna, avvolgendo me, finché ogni cosa non scompare. Il resto è silenzio.

Un trillo acuto e sgradevole rimbomba sulle pareti in legno della stanza. Apro gli occhi a scrutare il buio, cercando di capire cosa succede. Dopo un tempo indefinito riesco a realizzare l’ora e il luogo in cui mi trovo, prima di allungare il braccio ad interrompere quel fastidioso rumore che mi richiama dal comodino.
Senza accendere la luce sveglio Federico, mentre a tastoni cerco i vestiti appoggiati sul fondo del letto la sera prima per poi, sempre al buio, uscire dalla stanza.

Fuori dal rifugio la radura è illuminata solamente dalla tenue luce della luna che splende alta nel cielo, ancora lontana dalla cresta oltre la quale, prima o poi, dovrà scomparire. Velocemente, troppo velocemente la attraversiamo per tuffarci nel buio del bosco, lasciandoci in breve alle spalle la rassicurante visione dell’ultimo baluardo di presenza umana. Le grandi giornate non iniziano con cime stagliate nel cielo o creste scintillanti. Affondano le loro radici nel cuore profondo della montagna, nei solchi antichi delle valli ancora avvolti dalle spume mattutine che fluttuano leggere tra i fili d’erba. Le grandi giornate nascono dall’oscurità, quando la luce è solo un lontano ricordo ed un nuovo giorno sembra una promessa impossibile. Le grandi giornate hanno inizio così, con delle mani infilate nelle tasche ed il viso rintanato nel colletto del maglione a cercare un minimo di riparo dal freddo pungente che accompagna i primi, pigri passi verso la parete che attende da qualche parte nell’oscurità. In bocca ancora il sapore amaro di un caffè trangugiato controvoglia alla luce delle frontali all’ingresso del rifugio, mentre al piano di sopra tutti ancora dormono ed ogni fibra del proprio corpo vorrebbe imitarli rintanandosi nuovamente nel calore del sacco a pelo. L’aria odora di sottobosco, impregnata di umidità e di aromi di terra e legno. Da qualche parte, nel buio che ci circonda, gli animali selvatici disturbati da due corpi estranei smuovono i rami, producendo un lieve fruscio amplificato dal silenzio della foresta. Le foglie di faggio ricoperte di rugiada scintillano al nostro passaggio illuminate dal piccolo cono di luce, il nostro angolo di vita in un mondo ancora perso nelle tenebre.
E se in questa oscurità ci perdessimo fino a scomparire?

puartate3

I passi si rincorrono veloci sulla traccia in leggera discesa, eppure ogni metro percorso sembra uguale al precedente, i sassi scavalcati e gli arbusti superati sembrano ripetersi in un ciclo infinito.
E se in realtà la sveglia non avesse mai suonato e fossi rimasto intrappolato in un sogno dal quale non è possibile uscire?
Visioni oniriche si accavallano a pensieri razionali, a distorcere la percezione della realtà attorno a me.
Ancora gli stessi sassi, ancora gli stessi arbusti. E silenzio, un silenzio pesante e ostile. Dove ogni rumore è elemento estraneo e sgradito. Dove anche il solo battito del cuore sembra di troppo.
E se il giorno alla fine non arrivasse e noi finissimo a vagare in eterno nel buio della notte?
Lentamente la luna sta facendo il suo corso, calando verso la linea d’oscurità che la attende. Come in quella notte di mezza estate ormai lontana quando proprio lungo quella linea si incontrarono, la luna e la sua montagna. Un ultimo fugace abbraccio tra i due amanti prima del commiato. Un momento di passione che amplificò la parete e noi, quattro anime sole e sperdute nella notte, soggiogati dal fascino e dal mistero
di quella visione, ci sentimmo per un istante ancora più piccoli di fronte all’immensità della parete. Di quella di roccia, o forse quella di luna, non saprei dirlo con certezza. Come non saprei dire se fu solo un sogno o la realtà. So solo che quella notte, alla fine, la luce non riuscimmo a raggiungerla e fummo ricacciati al suolo dal peso dell’ombra eterna.

Che cosa è reale? Che cosa è finzione? Cosa ci attende oltre la notte, la roccia o la luna?
Rincorro la risposta un passo dopo l’altro nell’oscurità. Anche quella, proprio come l’altra volta, si fa via via meno pesante, lentamente diventa ombra. Gli alberi allora lasciano il posto alle ghiaie, monotone ed infinite. Lentamente i contorni si fanno più definiti e una leggera pennellata rossastra tinge la sottile striscia di cielo che si intravede ad oriente oltre la cresta. La luce scioglie con il suo potere catartico l’irrazionalità e la paura. Un altro giorno sta sorgendo. Per tutti, tranne che per noi.

SellaGrubia

Un soffio di aria gelida fa rabbrividire quando per la seconda volta metto le mani sulle lisce placche che costituiscono la nervatura portante del gigante. È questo il respiro della parete, nato direttamente dal cuore primitivo e remoto della montagna, da quel luogo potente e ancestrale nascosto dalle pieghe della parete.
Eppure oggi la roccia è meno fredda e umida dell’altra volta. Persino l’ombra pare più leggera. Uno strano senso di sicurezza mi pervade oggi qui, alla base della parete che domina i miei pensieri durante la notte.
Sarà il fatto che una cordata è in effetti superiore alla somma dei singoli elementi. Solo un fugace dubbio nel raggiungere quel piccolo chiodo traballante lasciato ormai un anno fa a segnare la via e poi ancora oltre, mentre l’arco della corda si allunga e la distanza dall’ultima ancora di salvezza aumenta. Tuttavia anch’esso è solo un’istante che si scioglie nell’ombra, mentre ciò che rimane è solo il silenzio. Silenzio fuori, nel vuoto che avvolge la parete e silenzio dentro. Solo pochi comandi lo interrompono, urlati con il rimorso di aver disturbato l’immobilità perenne della parete.

Ormai con Federico abbiamo imparato a conoscerci, non servono molte parole per intenderci. Neanche quando, per la prima volta da quando lo conosco, scorgo un velo di preoccupazione nel suo sguardo.

“Dammi lo zaino e vai via, non appenderti alla sosta” – il tono è perentorio e non ammette repliche. Non è tipo da lasciarsi impressionare facilmente, quindi non voglio neanche sapere dove siamo appesi.
Il tempo sta passando, lo riconosco dal mutare delle ombre che solcano la foresta ai nostri piedi, anche se nel buio immutabile della grande parete per noi il tempo potrebbe benissimo essersi fermato al suono della sveglia. Federico è da poco scomparso dietro lo spigolo che delimita la splendida testata a forma di diamante della parete. La corda scorre veloce tra le mani e, quando sta per finire, in silenzio racimolo lo zaino e le poche altre cose sparse disordinatamente sulla cengia, smonto la sosta e lo seguo. Doppio lo spigolo, sporgendomi verso il canale di uscita. Federico si è fermato poche decine di metri al di sotto della cresta, lo raggiungo e passo subito oltre.

“Molla pure tutto, ti recupero da lassù.”.

Ancora pochi passi e sbuco infine tra le pietraie illuminate dal sole di una limpida giornata estiva. Riconosco questi massi: altra giornata, altro compagno. Quella volta, però, il sole era molto più basso nel suo arco verso occidente, mentre oggi è ancora alto nel cielo, appena oltre il culmine della sua traiettoria. Il caldo, invece, è sempre quello di un anno fa: quell’afa che in pianura è una morsa soffocante e che rende la scalata, qui nell’angolo più freddo delle Alpi orientali, un piacevole momento di refrigerio.

Guardo le rocce appoggiate che sorreggono la cresta precipitare nel vuoto della conca: la parete rimane così, immutabile ed eterna, in una solitudine interrotta solo per pochi istanti dagli ultimi raggi del sole morente. Abbiamo trovato la nostra strada attraverso quell’ombra, attraverso l’oscurità che avvolgeva ogni cosa e che presto tornerà ad avvolgere ogni cosa. Un altro giorno è sorto e, in fondo, avevo bisogno di quest’alba, come avrò bisogno di altre cento come lei. Mi rivolgo verso il sole, ad accumulare quel calore che fino ad ora mi era mancato.

La promessa impossibile è stata mantenuta.

mangart

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