Il Canale dell’Altrove

di Saverio D’Eredità

E’ un po’come quando un giorno decidi di rompere gli indugi e bussare al tipo/a della porta accanto per andare a bere fuori qualcosa. Vi siete incrociati mille volte sul pianerottolo e in ascensore e a parte “buongiornobuonasera” non vi siete detti altro. Ma magari è una persona interessante. Magari diventate amici o chissà. Ecco quel canalone è proprio quello “della porta accanto” che guardi sempre, ma chissà perchè alla fine non ti sei chiesto nemmeno come si chiama.

Solo che il fatto è che adesso c’è la powder e quindi come minimo ci serve la foto con le punte degli sci sul bordo del “couloir”, che se non ce l’hai praticamente era meglio stare a casa che tanto era uguale. E poi un’altra con gli spruzzi, solo che a me che scio da cani la foto con gli spruzzi non viene mai. Più che altro dopo un po’di stagioni magre siamo tutti un po’ repressi e quindi anche la nevicata normale ci pare l’evento del secolo. E ci sta. Quindi adesso diventa un po’dura cercare di spiegare che questo era proprio il momento giusto e persino che valeva tutta questa attesa, tentennamenti, rinunce e domande. Rimane comunque dura tentare di convincervi che quella ruga aperta tra boschi verticali, balze rocciose e mughete varie, quella che avremo visto centinaia e centinaia di volte dalla rotonda dell’autostrada, o dai distratti sguardi dal finestrino all’altezza di Amaro è la regina delle Prealpi. Che poi, quella ruga, un  nome manco ce l’ha. Da qualche parte ho trovato “Canalone Amariano” che credo sia dovuto al fatto che lo vedi da Amaro, quindi un luogo che deve il suo nome al punto di osservazione. Una roba che piacerebbe ai fisici quantistici. Bizzarrie prealpine, insomma. Perchè se si chiamasse “couloir” di qualcosa o “gully” o “grapa” saremmo lì a farci la fila invece no, non ha nessuno nome e questa cosa è particolarmente eccitante: vista autostrada, 30 km da Udine, visibilità perfetta e nessun nome. Quante volte ci siamo detti “sarebbe da fare” (di solito lo diciamo al ritorno dopo 4 birre e le gambe piacevolmente intorpidite dalla sciata, quindi quando tutto è concesso) e invece mille dubbi, e “se” e “ma”, ci hanno fatto fare centinaia di chilometri a cercare la salita giusta. E non ci sono manco le scuse del “non sappiamo le condizioni” perchè credo sia il canalone più visibile di tutto il Friuli, e invece di darci un’occhiata passiamo ore in raptus ossessivi compulsivi consultando webcam di tutto l’arco alpino.

Eppure. Eppure se la guardi bene, la ruga, una sua eleganza, un suo fascino ce l’ha. Con quella biforcazione netta che certe sere pare il “couloir a Y” o la Supercanaleta. Eppure. Eppure l’occhio ha indagato a lungo cercandone l’errore, la scusa per non provarci (“non finisce manco su una cima”) o la sua continuazione ideale sotto, dove un tuffo di 300 metri la riconsegna all’abisso della val Lavaruzza. Invece purtroppo lì la ruga si perde. Di lì si arrampicano solo alberi che sarebbero da studiare.

Così abbiamo messo da parte le tentazioni, o meglio abbiamo rinunciato alla scelta ordinaria, abbiamo smesso di perseguitare i “top skiers” alla ricerca di condizioni che comunque sono sempre o il giorno prima o il giorno dopo e quindi rinunciato in partenza al nostro carico di frustrazioni. O meglio. La frustrazione l’abbiamo messa in conto da subito, da quando parcheggi sul bordo della statale a quota 250 s.l.m e accanto ti sfrecciano le auto cariche di sciatori dai volti brillanti verso gite più allettanti e meno alienanti. E non con la facile spocchia del “io-non-sono-come-voi” ma con la consapevolezza che vorresti anche tu fare delle belle pennellate sulla neve, ma invece no, questa ruga ti chiama da troppo tempo e oggi ti vuoi togliere lo sfizio. Proprio come bussare alla porta accanto e proporre una birra.

Anzi a dirla tutta non parti dalla strada, ma da “sotto” la strada che se vogliamo vederla con un senso morale è come un atto di umiltà verso il monte che affonda i suoi piedi nelle ghiaie del Tagliamento. Parti nel rumore delle auto e dei merci che sfrecciano verso altrove e man mano sali man mano il rumore si allontana come pensieri  e domande che prima di addormentarti perdono senso. Il resto è tutto quadricipiti e polpacci, e cuore che batte con “drum&bass” rullante. Tre buone ore prima di bosco rassegnatamente ripido, quindi un colpo d’ali sulla valle a planare verso l’imbocco del canalone misterioso. Lo stesso colpo d’ali di una coppia di grifoni che ci punta da stamattina forse auspicando ad un pasto facile.

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Nel cuore del canale di quota 1769 del Plauris – foto Luca Barbui

Dentro, il canale che tante volte ti ha osservato non delude, si apre regolare ed elegante nelle pieghe ultime del Plauris, tanto che se ti giri di 180° potresti essere in qualche tubo ben più blasonato e solo se ruoti a 270° scopri i tetti di Portis, le casupole di Amaro come un grumo di sassetti sparsi sotto l’Amariana e pensi che un nome bisogna pur darlo a questo canale. Un nome lo pretende, e te lo fa capire quando svolta nel punto che nessun occhio vede, manco Amaro e manco l’autostrada. Ti ha fregato, pensavi fosse un gioco facile e invece è lui a giocare con te. Ma è un gioco che ci sta, quello sfregarsi tra una placca e un “qualcosa” di misto indefinibile che però ti fa sentire per 10 metri altrove, dieci metri in cui piantare un chiodo malfatto dà un senso di inattesa felicità o il piacere plastico delle picche che affondano la neve pressata. E cos’è l’alpinismo se non sentirsi “altrove”?

Lo pretende anche perchè è più lungo di quello che pensi e alla fine di tutto, dell’ultimo pendio che ti sbatte il cuore sui denti, della cresta tutta in bilico tra pianura e  montagna, di quella discesa eterna giù per il fianco del gigante, sei stanco. E senti persino una vescichetta che si apre lì dove batte.

Le vesciche non ce l’avevo da tanto, tanto tempo. Circa da quando ho iniziato ad osservare questo canale, dalle prime scarpinate di una volta. Quando per le prime volte ti sentivi altrove.

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L’uscita presso la quota 1769 – M.Plauris – foto S.D’Eredità

Relazione

Canale Nord Ovest di quota 1769

Gruppo del Plauris

Montagna veramente possente e vasta, il Plauris è il vero “Re” delle Prealpi Giulie. La sua mole notevole è sminuita solo dalla quota relativamente modesta (1958 è la vetta) e dall’essere parzialmente oscurato dalle altre dorsali prealpine. In realtà si tratta di una montagna affascinante e severa, non molto frequentata anche per gli accessi da qualunque versante scomodi e lunghi. Le partenze si effettuano quasi sempre dai profondi fondovalle e i dislivelli sono mediamente di 1500 metri. Il crestone occidentale che si protende verso la Val Tagliamento termina con una serie di cime minori (Cervada e Somp Selve) che mostrano verso nord/ovest dei profondi scoli che tagliano versanti ripidi inframmezzati da fasce rocciose, cenge e salti. Il più evidente è il canale che si apre tra Cima Somp Selve e la quota 1769, visibilissimo da Amaro e dalla conca tolmezzina, il quale offre una linea di salita naturale ed accattivante. L’approccio è piuttosto lungo e faticoso, ma ricompensato dalla salita divertente e coinvolgente che si svolge per 400 metri in un ambiente selvaggio seppure a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla civiltà. La salita non è particolarmente impegnativa, salvo un paio di salti che possono offrire qualche difficoltà a seconda dell’innevamento. Delicata l’uscita se con neve instabile o placche da vento. Data la quota la salita non è sempre fattibile tutti gli inverni, tuttavia le condizioni giuste non sono così impossibili da trovare.

Descrizione

Abbiamo scelto l’approccio da Portis, seguendo il sent. 728/a che inizia proprio sul bordo della statale SS13 subito dopo un ponticello sul Rio Pissanda. Subito dopo il ponte a destra c’è uno slargo dove è possibile parcheggiare l’auto (cartello). Attraversando il rio Pissanda si incontra l’imbocco del sentiero 728a (tracciato in sostituzione del 728 che saliva la val Lavaruzza oggi formalmente dismesso). Il sentiero prende quota rapidamente nel bosco, supera una fascia rocciosa tramite passerelle (esposto, terreno insidioso) e quindi risale un bel bosco di faggi con pendenza meno sostenuta. Si attraversa uno scolo di valanga, ci si porta sul filo del crinale che si risale per circa 200 mt prima del limite del bosco. Qui si traversa a sinistra raggiungendo il piccolo Bivacco Coi (quota 1330). Il sentiero continua in traverso sotto la Cima Somp Selve quindi svolta sul versante N/O (vista sulla profonda val Lavaruzza) e in leggera discesa (delicato con neve dura o ghiacciata, bosco ripido!) si porta all’imbocco del canale, evidente. Si risale il canale mediamente sui 40° con tratti a 45° e 50°. A 2/3 il canale piega leggermente a sx: una fascia rocciosa verticale ne interrompe la continuità. Con innevamento abbondante questo tratto probabilmente si copre del tutto, altrimenti si supera con qualche difficoltà una spaccatura a sx (misto) per poi proseguire su pendenze sostenute (50°) ma senza difficoltà fin quasi sotto la forcella d’uscita. Qui si piega a sx per una rampetta esposta e ripida (delicato con neve ventata)prima a sx poi verso dx giungendo su una spalla poco sotto quota 1769 che si raggiunge in breve. Con innevamento decisamente abbondante è forse possibile salire direttamente alla forcella superando un ripido muro a sx di una grotticina.

Discesa: è possibile proseguire verso la cima del Plauris con bella cavalcata per cresta (circa 1.30), altrimenti si prende la cresta in direzione Ovest-Sud-Ovest transitando su un paio di cime e dopo un profondo intaglio (delicato) sulla Cima Somp Selve (mt. 1703).  Da qui senza difficoltà lungo il crinale che riporta sopra il biv.Coi e da qui come per l’andata a valle.

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La parte alta del canale, appena dopo la strozzatura – foto L.Barbui
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Una risposta a "Il Canale dell’Altrove"

  1. Carlo 23 gennaio 2018 / 14:33

    Bravi! Per me uno dei canali più estetici delle nostre montagna e ancora un posto dove continuo a dire che “Devo andare a piantarci il naso..” Chissà…

    Mi piace

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