Sociopsicopatologia dell’alpinista medio

di Saverio D’Eredità

N.b. Ogni riferimento a fatti, cose o persone non è puramente casuale

Noto con stanchezza, ed una certa noia, che finiamo sempre tutti a parlare delle solite cose. Non me ne sottraggo, anzi, ammetto di fare immancabilmente parte di questo rituale della scrittura di montagna. Che siano i vecchi recit, o i nuovi post, le riflessioni estemporanee o i pensieri poetici, il refrain rimane più o meno simile, salvo rari casi. Il sogno, la scalata, l’incertezza, la paura, il superamento dell’ostacolo, la redenzione, il ritorno.
Questa struttura narrativa, che ripercorre figurativamente i diversi momenti della scalata potrebbe rivelarsi un topos letterario perfino troppo noto, di certo rassicurante, immancabilmente ripetitivo.
Del resto, tornando dai monti, è forte il nostro desiderio di eternare i momenti più intensi e vissuti ed è quasi scontato che si tenda a conformarsi a schemi preordinati, un po’come la scelta della metrica in poesia. L’adesione alla forma ci da sicurezza e in qualche maniera nobilita le nostre gesta.
Così le grandi imprese spesso evaporano nell’arido resoconto di una prestazione, quelle piccole si atteggiano a grandi attraverso false dichiarazioni di umiltà e così via, in una scala più o meno sfumata di consuetudini.
Tuttavia in questo idillio tra uomo e montagna non c’è spazio per il contorno, tutte quelle piccole, persino meschine, attività che ci permettono di liberare il tempo da dedicare alle rocce e ai cieli che affollano i nostri racconti ora di purezza, ora di falsa modestia, di retorica o sprezzante disincanto. Continua a leggere

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