Una specie di ritorno a casa

di Saverio D’Eredità

Non so dove ho letto una volta (credo fosse uno dei consigli di Jolly Power), che per migliorare la prima cosa da fare è frequentare le falesie giuste. Muri verticali e strapiombanti, movimenti obbligati, spittaggi seri dove volare lungo e volare bene, e non certi “scogli caiani”.
Niente da dire, Jolly la tocca sempre pianissimo, ma c’ha ragione da vendere. Nessuno è mai migliorato grufolando sugli scogli caiani, quelle falesie che appunto affiorano dai boschi di pedemontana come montagne in miniatura, o peggio ancora ricavate ai bordi di vecchie strade.
Falesie inconfondibili, poco depilate e ben ornate di rovi e cespugli, con bei terrazzoni e persino camini (camini! In falesia!) magari cosparse di soste di varie epoche, in cui spuntano qua e là il chiodone storico sul quale si ricamano le più disparate leggende (una volta noi mettevamo quel chiodo e basta fino su! E mai cadere ti dirà il vecio di turno), la sosta nuova di pacca, lo pneumatico per le prove di caduta e la corda fissa.
Gli scogli caiani, si sa, vengono accuratamente evitati da tutti. Da tutti tranne i caiani, of course, i corsisti (ma loro che ne sanno) e i sentimentaloni. I top climber, ma pure i non top (diciamo la gente che scala: no, fare il 6a con i resting non è scalare, amico in fondo a destra che stai leggendo), le schifano quelle falesia là. Prima ti troveranno una serie di scuse (è lontana/ma c’è da camminare/non prende o prende troppo sole) e infine ti diranno chiaramente: quel posto fa schifo e non c’è niente sopra il 6b!
Ecco fatto. Sempre lì siamo, al righello. Mentre lo scoglio rimane là, “nave scuola” presto dimenticata da irriconoscenti climbers che vogliono essere al posto giusto nella giornata giusta. Sia chiaro, fanno bene, anzi benissimo. Eppure lo confesso. A me gli scogli stanno simpatici. Appartengo alla terza categoria (sentimentaloni, vagamente polemici pure un po’snob) o semplicemente sono molto riconoscente, a quella falesie che – diciamolo –  sono decisamente sfigate.

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La mia falesia sfigata sta in una valle pure un po’sfigata, che si incunea tra le colline di confine, attraversata da un piccolo fiume che ha più storia di tanti altri. Un fiume che per secoli ha tratteggiato i confini prima culturali e poi politici di un mondo. Un fiume che ha definito un “di qua” e un “di là”. E “di là” ci stavano loro. Gli altri. Prima slavi, poi comunisti e slavi, poi semplicemente di là perché ci sono sempre altri “loro” nelle nostre menti.
Quel piccolo fiume e la sua valle, quando li guardi ti fanno tenerezza quasi. Pensi al fatto che qualcuno un giorno ha tracciato una linea e non puoi credere che quella valle prealpina sia diventata d’improvviso il solco invalicabile tra due idee di mondo. Ma è un confine fragile, se pensi che da una riva all’altra le fronde degli alberi quasi si toccano e l’acqua qualche volta manco c’è.
Quella falesia sta di qua. Ma guarda di là. E a me, che ho iniziato ad arrampicare per guardare le cose da altre prospettive o sperimentare nuove forme di sofferenza (ora non ricordo bene), quella cosa piaceva un casino. Stavi di qua e guardavi di là. Solo che di là non ci potevi andare, perché per i valichi di terza categoria dovevi essere un frontaliero ed esibire la propusnica.

La falesia sfigata ha i numeri alla base e un foglietto sgualcito cacciato in un buco in cui qualcuno si è inventato dei nomi indiani per le vie. Solo che chiamarla “topo” è un po’esagerato, visto che non si capisce una mazza, i gradi sono tirati un po’a caso, ma almeno lì nessuno se ne lamenta. E allora le vie si identificano come una volta i valligiani facevano con le montagne. C’è la via “della canna”, quella del tettino a prua, il diedro che in realtà è un camino anzi una fessura. E poi c’è la rigola, quella della clessidra e quell’altra dell’albero.
La falesia sfigata non è molto alta, dieci metri al massimo. Una volta un tipo mi disse che gli sembrava un’area boulder, non una falesia. Però su, sopra quei dieci metri, dove il bosco di querce si sporge sul salto hai la vista su tutta la valle. Quando ci arrivi ti fermi sempre un attimo e dici al socio di aspettare un momento – “controllo la sosta” –  invece non è vero, stai guardano la valle, che qui non ha case, né strade, né tralicci. E ti pare di posare gli occhi in un tempo lontano e diverso. Un luogo che sa un po’di medioevo e un po’di spie e contrabbando.
La falesia sfigata è attrezzata un po’cosi, trovi la piastrina artigianale, lo spit da 12 e i resinati (tutti nello stesso tiro eh!) e le soste sono quello che sono. Un albero, una clessidra con cordoni marci, una catenella che pare quella del cesso e sempre comunque ruggine. Perché anche se è “caiana” e di fatto la massima frequentazione la vede una domenica di aprile alla prima del corso, la realtà è che nessuno viene mai a darle una carezzina, a queste rocce. Qualche volta un’anima pia ci viene con le cesoie, la zappetta e per qualche giorno pare quasi un bel posto. Ma non si sa mai chi è, quando e se tornerà. Le falesie sfigate sono un po’orfane e un po’figlie di tutti. Nessuno sa chi le ha create, ma sai che prima o poi qualcuno lascerà una maglia rapida nuova.

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Oggi sono tornato nella falesia sfigata. L’ultima volta che ero venuto da queste parti non era stato nemmeno per scalare. Era dieci anni fa, il giorno dopo che hanno tolto il confine. Ci sono andato in bici, lungo quella strada che potevo scorgere in mezzo agli alberi “di là”, solo per il gusto di andarci, di passare il valico di terza categoria senza essere un frontaliero. Quando mi sono trovato di fronte alla casetta del doganiere ho rallentato, d’istinto. La sbarra era alzata. Sul cippo dove da un lato stava scritto ITALIA e dall’altro SLOVENIA era appoggiata una bottiglia di prosecco, quattro bicchieri di plastica e mozziconi di sigarette. Ho immaginato la scena di poche ora prima. I poliziotti che escono dalla casetta, si incontrano, stappano la bottiglia e raccontano un po’di storie del confine a “quello giovane” che li al confine ci stava da neanche due mesi e non ha visto niente. Magari si saranno lamentati del trasferimento all’altro confine più a est o qualcun altro sarà stato contento di essere assegnato al comando giù in città. Che stare qua, d’inverno, specie negli ultimi tempi che di fatto i controlli non si facevano più, era una gran rottura di coglioni. E non c’è manco internet.
Sono andato avanti con la bici. Ho passato la linea. La sbarra era su, come una bocca spalancata. Sono tornato indietro al cippo del prosecco. Ho guardato tra le finestrelle sbarrate della casermetta che pareva abbandonata da cent’anni. Finiscono così, i posti che la Storia crea senza una ragione. Quando terminano la loro funzione l’orologio si riporta indietro al tempo dell’Errore. E tutto pare come prima. Come non fosse accaduto nulla. Sono andato e venuto tre volte sotto quella sbarra. Quando ho capito che nessuno mi avrebbe chiesto i documenti sono tornato a casa.

Ci sono tornato oggi, con la scusa che uno mi avevo detto che l’avevano risistemata. E con la scusa che mi fa ancora male la spalla. E con un’altra scusa tipo che avevo poco tempo. Chissà perché dobbiamo trovar scuse per fare quello che ci pare. Ci sono tornato per vedere che effetto fa, dopo tanti anni, un po’come Pinocchio quando diventa bambino e guarda il povero burattino che era. E tornando scoprire che – cazzarola – quel passaggino è un po’stronzo ancora oggi dopo dieci anni, quindi o non sei migliorato una cippa o davvero quella placca è fastidiosa di suo.
Ci torni e scopri che le cose che ti sembravano enormi in realtà erano minuscole, ma in quel piccolo compendio di rocce c’era un po’tutto. Che nei due metri di una fessuretta da fare in dulfer ti sei sentito su un tiro del Bianco, sulla placchetta a gocce ti pareva di stare in Marmolada e certe uscite, con il rosa del tramonto, le avresti trovate tutte le volte che hai fatto tardi in Giulie – cioè sempre.
Ognuno di quegli attimi si sarebbero ripresentati negli anni a venire, eppure allora bastavano per fare di quelle poche ore un’avventura e immaginare un mondo cui appartenere.

Ora voi penserete che a questo punto scatti la morale tipo “non sapete cosa vi perdete” o peggio ancora voglia vestire i panni loser da “lasciateci nella nostra sfiga”. Oddio, un po’ è così. Continuate pure ad andare tutti nelle falesie di riferimento a provare i vostri tiri unti all’inverosimile. Tanto noi continueremo ad andarci nelle falesie sfigate, soprattutto quando non vorremo farci vedere. Un po’come i gatti quando stanno male.
Ma dato che siamo ai primi dell’anno, e tutti in vena di buoni propositi, il mio è proprio questo. Tornarci un po’più spesso, alla falesia sfigata, e vi consiglio di fare lo stesso. Con la falesia, con un vecchio amico che non sentite da tanto, con un album o un libro che avete ascoltato o letto in passato, ma che ancora sa dirvi qualcosa. Perché le falesie sfigate, i vecchi amici o i libri sul comodino sono quei fili che ci tengono ancorati a noi stessi, alle nostre parti più vere e forse indifese. E’ una specie di ritorno a casa, per ricordarci che burattini lo siamo stati tutti, un tempo, solo che ce ne dimentichiamo troppo presto.
Ho fatto ancora una via, prima di andare, una via che per anni è stato un po’il mio di riferimento: un 5a con il primo spit a 4 metri da terra e l’ultimo a 4 dalla catena dove ho passato ore di dramma. Però la roccia è un amore, tutta goccette e lame che vi sfido a trovarle. Ora prima della catena hanno messo un resinato. Potrei ricamarci pure io delle storie su run-out leggendari. La catena, invece, è sempre nel solito posto di merda, sul bordo del terrazzino messo a posta per segare la corda.

E mi sono ricordato perché tante volte sono tornato qua. Perché in questa falesia un po’sfigata con le sue vie poco attraenti, ma mai unte, puoi sentire l’odore di legna salire dai camini di case sparse e quello di terra che nei giorni d’inverno man mano si scongela. In questa falesia ti capita di volare perché hai messo la mano nella tana del ghiro o di tornare a casa tutto graffiato da lotte coi rovi che solo tu sai. Capita di sentire nell’aria odore di rose, nelle giornate di maggio, anche se in verità rose non ne ho mai viste ma io – vi giuro – le ho sentite. Nella falesia sfigata puoi sentire il vento soffiare forte oltre il crinale, ma qui ti sfiora appena. E vedere dall’altra parte quella strada, che serpeggia sul fianco della collina, immaginando che lì da qualche parte inizino i Balcani.

Colonna sonora: A sort of homecoming – U2 “The Unforgettable Fire”

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