Maestri

di Carlo Piovan

-Bisogna saper riconoscere i propri maestri –

La frase che eccheggia nella sala affollata mi riporta indietro di qualche mese. Stavo chiaccherando con la mia insegnate di yoga, a conclusione di un seminario con un “maestro”. Lei portò la mia l’attenzione sulla differenza tra insegnante e maestro, sostenendo che quest’ultimo è tale perchè non ha bisogno di dimostrare nulla all’allievo.

Il relatore prosegue con il suo racconto ed io sprofondo un poco nella poltrona del teatro e lascio fluire i miei pensieri attorno a questa domanda: chi sono stati i miei maestri con riferimento alla montagna?

I pensieri spontanei iniziano un confronto serrato con quelli razionali, come una giuria composta da molti elementi, inizia nella mia testa una gran dibattito sui chi può aspirare al titolo di maestro.

La conferenza prosegue e io riprendo a seguire il filo del racconto, sullo schermo scorrono immagini delle montagne più alte della terra nella stagione più fredda, ma in qualche angolo del mio cervello, il dibattito prosegue, ora più silenzioso.

E’ circa mezzanotte e sto attraversando Prato della Valle, in cielo c’è la luna piena che illumina, algida, l’isola Memmia, quando d’improvviso la giuria si esprime. Nessun rullo di tamburi o suspance da notte degli Oscar, la risposta arriva serena trasmettendo un senso di rilassatezza ai muscoli contratti dal primo freddo autunnale.

Roberto Piovan – papà –

Ha accolto con entusiasmo la mia richiesta, quasi improvvisa, di voler andare in montagna ed è stato davanti alla corda fino a quando serviva, senza dilungarsi in grandi discorsi ma ha spiegato i “primi passi”, quei fondamentali insegnamenti che servono a tutti per iniziare ogni volta una salita e senza i quali, l’avventura finirebbe prima del previsto. Avaro di raccomandazioni, forse perché ben conscio della portata di quello che mi spiegava, ne ricordo una, che spesso mi ripeto come un mantra. Era la vigilia della partenza per una settimana di trekking nelle Dolomiti, la prima volta senza di lui, mi guardò e mi disse:

Stai attento a dove metti i piedi

e non aggiunse altro.

Fabio Favaretto – Foba –

Ci siamo conosciuti al corso roccia nel 1999, eri chiaccherato da altri tuoi colleghi forse per il tuo carattere diretto o la tua pignoleria, tant’è che quando il giorno dell’uscita nella falesia di Erto mi dissero che eri il mio istruttore per quella giornata, in molti mi guardarono con commiserazione. In realtà quel giorno io rimasi affascinato e stimolato dalla tua capacità di insegnare, dote ancor oggi rara tra gli istruttori di alpinismo. Concluso il corso sei stato uno dei pochi istruttori che mi hanno coinvolto per andare ad arrampicare assieme, siamo diventati amici, sei stato un maestro non solo del gesto arrampicatorio ma anche di cultura alpinistica ed ecologista. Ogni volta che scrivo una relazione non dimentico quello che con il tuo piglo imperativo, spesso mi ripetevi:

Bisogna spiegare dove salire e non come salire!

Eugenio Cipriani – Cip –

Ha fatto un atto di fede nel legarsi per la prima volta con me, considerato che eravamo sotto una parete vergine, se poi consideriamo il posto… ma forse gli ero risultato simpatico già dai primi scambi epistolari. Grazie a lui ho imparato l’arte dell’esplorazione alpinistica, godendo di veri viaggi nel tempo e ritrovandomi in pieno XXI secolo a ripetere le esperienze dei vari Tuckett, Cozzi e Castiglioni, ma sopratutto a vivere con leggerezza e ironia un mondo, quello dell’alpinismo, che spesso si ammanta di saccenza e supponenza. Non chiamatelo alpinista! si offende. Per me è un amico oltre che un maestro, che tra un tiro di corda e un disgaggio mi ricorda spesso due cose fondamentali per la vita di un arrampicatore:

Roccia non toccata non va giudicata

ma sopratutto che

le montagne fanno loro il loro mestiere ovvero diventano pianure.

Gianluigi Visentini – Gigio –

Ti ho tenuto per ultimo, non tanto per ripetere la consueta frase del “last but no least”, ma perchè sei stato il maestro che avrei voluto avere, ma il destino ha deciso il contrario. Può una promessa mancata essere considerata un insegnamento? Ci ho pensato a lungo e ho concluso che è stato il più bello degli insegnamenti. È stata la scintilla che ha acceso la mia passione per la montagna e l’alpinismo, forse avrei dovuto spaventarmi per quello che ti era accaduto, invece è successo il contrario. Hai fatto in modo di farmi scoprire il maestro che c’era e c’è in me, quella sensazione che a volte solletica la pelle e altre volte ci parla indipendentemente dalla nostra volontà razionale, quella presenza che ci accompagna per tutta la vita e che basta andarla a sentire nel profondo per trarne costantemente insegnamento.

Epilogo

Sono seduto a gambe incrociate, le mani giunte con i gomiti che spigono verso l’esterno e le spalle abbassate, gli occhi chiusi.

Nella stanza il silenzio viene rotto da una voce.

Solo il capo si china al Muladhara¹ alla terra, alla quotidianità e all’evoluzione,

ringraziamo chi ha praticato con noi e il maestro che è in noi.

Om Shanti²

¹ è il nome del primo chakra,  anche conosciuto come il chakra della radice, che si trova nel perineo posto tra i genitali e l’ano, rappresenta il sostegno di tutto il corpo viene raffigurato come un fiore di loto dai petali scarlatti a cui è associato il colore rosso.

²Mantra scritto in Sanscrito, che significa pace nella mente, nella parola e nel corpo.
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Una risposta a "Maestri"

  1. inglassa 4 ottobre 2018 / 12:25

    bellissimo articolo, penserò anch’io a chi sono stati e sono ancora i miei maestri …. di vita

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