La pattuglia acrobatica/atto I: prima discesa con gli sci della Gola Nord della Veunza per Cecon, Limongi e Mosetti

di Saverio D’Eredità

“Impossibile non sia stata ancora sciata!”

Ogni qualvolta mi capita di passare dalle parti di Fusine ed osservare quella vena bianca che fila sinuosa nel ventre della Veunza, mi faccio sempre la stessa domanda. Per una generazione che si muove nel “post-tutto”, il rischio è che anche quell’immaginazione che un tempo doveva andare al potere possa inaridirsi. Eppure la domanda tornava costante “E se ancora non fosse stata sciata”?

Incassato tra le pareti della Strugova e della Veunza, questo canale noto come “Gola Nord della Veunza” (in realtà l’apice del canale è la Forca di Fusine, passaggio sulla grande cresta Ponze-Mangart) è pressoché invisibile nella sua interezza da qualunque angolazione lo si osservi. La vena, sinuosa, appare da lontano solo per un breve tratto della sezione superiore, salvo essere “inghiottita” alla vista dalle pareti che vi si ripiegano attorno. Nemmeno andandovi alla base, al culmine del bel conoide della Strugova, è chiaro esattamente se questo canale abbiamo o meno continuità: bisogna dunque entrarci per scoprire che un “muro” di circa trenta metri si pone a difesa di questa linea che ha tutto per essere “ideale” ma che nella migliore tradizione giuliana riserva sempre qualche sorpresa.

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Solo un giorno più lungo

di Saverio d’Eredità e Carlo Piovan

Mattutino

Capita sempre più spesso ultimamente. Partire e tornare di notte, con le stesse luci alogene, a semafori spenti. Con la città che ti guarda stupita passare, per strade che ti sembra di non riconoscere. Il via vai sporadico di turnisti, panettieri e buttafuori. Un auto dubbia accostata ad un parcheggio di periferia e qualche volante che segue sbronzi tardivi.

Tu sei lì che sfili, uno ad uno gli incroci che erano nervi e clacson e ora sono frontiere dismesse. Scappare e tornare dalla città di notte, a semafori spenti, come seguaci di Ulisse alla presa di Troia.

A sera fari ancora illumineranno incroci deserti e fogli volanti di carta straccia, di giornali le cui notizie sono già invecchiate e noi – tutto sommato – siamo riusciti a viverne senza. E con la sensazione, inebriante, di essere riusciti a sottrarsi al tempo.

Stamattina ho commesso l’errore di riappoggiare la testa sul cuscino e questo mi costringe a saltare dal letto all’auto in dieci minuti. È tardi, sono le 3.48 del mattino o della notte e Federico aspetta all’ingresso autostrada. I semafori spenti mi salutano lampeggiando gialli mentre supero paesi e campagne e il giorno sembra una promessa impossibile.

Persino il bosco di Fusine sembra disturbato da questo nostro incedere rapido nell’alba. Ma stamattina la foresta è un torace in affanno che respira e trasuda. Un rospo di sotterra ci passa davanti, la salamandra sguscia nel poco fango rimasto. Il caldo ti strizza i polmoni e inchioda le gambe, c’è qualcosa di innaturale e l’aria ferma non ha nulla delle albe frizzanti che motivano e chiudono lo stomaco. Continua a leggere