Memorie di un secondo di cordata

di Saverio D’Eredità

Ecco, ci risiamo.

La corda parte libera nell’iperspazio, priva di protezioni intermedie, disegnando un tracciante perfettamente obliquo lungo una placca compatta, cesellata qua e là di minuscole goccette di pietra, opera di uno stillicidio millenario. A destra, il diedro si inarca con una parabola perfetta. È una visione di ammaliante bellezza e al tempo stesso disperante. Ho atteso qualche istante prima di affacciarmi oltre il bordo del diedrino, sistemato alla meglio su un gradino appena buono per l’avampiede. Sapevo cosa mi attendeva. Lo intuivo dalla debolezza con la quale la corda davanti a me veniva recuperata e dalla sensazione – ancora una volta – di essere la persona sbagliata nel posto giusto.
Del resto, quando ti trovi nelle mani di due soci particolarmente in palla e piuttosto disinvolti sui sesti e sestipiù “da scalare” il tuo destino è già segnato in partenza. Continua a leggere

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