La linea dell’instabilità

di Saverio D’Eredità

Le estati ci restituiscono la cifra del tempo che passa. Esse sono la misura delle altre stagioni, la loro base ritmica. Ne regolano lo scandirsi ed il fluire.

Da bambini tornavamo dalle estati con le ferite di giochi pericolosi a stento nascosti ai grandi e rimarginate lentamente dalla salsedine. La nostra pelle portava il segno di soli implacabili. Sembravano tutti più grandi e diversi i nostri amici alla fine delle estati, e noi soltanto credevamo di rimanere bambini. Alla fine delle estati conservavo sempre una conchiglia dove si diceva si potesse sentire il suono del mare.

Arriva sempre questo momento, alla fine di ogni estate, in cui guardo indietro e misuro il tempo passato. Quale sarà stavolta la conchiglia raccolta sulla battigia? Quale il suono del suo mare? E quali ferite porteremo sulla nostra pelle, destinate forse a sbiadire ma mai ad essere cancellate?

Mai come quest’anno l’estate è stata densa di inquietudini, attraversata costantemente da una linea di instabilità nell’atmosfera e nei nostri animi. Sempre tesi a qualcosa che non siamo riusciti a raggiungere, sempre in partenza sconfitti. La linea dell’instabilità ha minato le nostre effimere certezze, distrutto rapporti, insinuato dubbi. Ricordandoci che quella che crediamo essere forza è sola una forma diversa di fragilità.

Per la prima volta ho cominciato ad odiare questa passione. A detestare me stesso, persino, questo rimanere perennemente distratti, perennemente altrove con lo sguardo in un eldorado che solo a noi è dato sapere. Affamati di una fame insaziabile che altro non è che un’altra forma di ossessione cui noi stessi ci assoggettiamo.

Perché hanno percorsi strani, le montagne, che scendono dalle vette e attraversano le nostre vite come una linea inquieta o forse un semplice, vitale desiderio di spazio. E di bellezza. Che nasce nei frammenti, nelle intercapedini della vita, negli scarti del tempo. Oggi mi chiedo, dove è finita quella bellezza?

Da un mese ogni tentativo di “fare” qualcosa si arena per un motivo o un altro. Insistiamo con la nostra ingordigia, buttiamo al vento soldi, impegni, amori e premure. Facciamo chilometri alzandoci di notte per poi finire a bestemmiare il tempo, dio o la società. Giuriamo che sarà l’ultima volta e ritorniamo dal nostro pusher. Passa un mese di distanza, quasi di rigetto. Vorrei che finisse questa inutile estate, queste inutili attese, vorrei tre mesi di pioggia, vorrei non sapere di aver perso altre occasioni.Occasioni, opportunità, lista delle cose da fare. Dove è finita quell’ingenuità, quella felicità di essere soltanto stanchi e pieni di vita?

Finché una sera non attraverso la strada di una città dai mille ritorni, dove ogni volta cerco di ricucire le cose daccapo. E sento che qualcosa non torna. Che senza rendermene conto, avevamo smarrito quella bellezza. Che saremmo arrivati alla fine dell’estate scoprendoci più grandi, forse addirittura più vecchi, come i nostri compagni di una volta.

Sono stato troppo a lungo lontano dalle Giulie, lontano dalla fatica poco gloriosa dei suoi ghiaioni e dei suoi rientri eterni che sembrano finire nel centro stesso della terra. Non si scende mai presto a valle, da una salita nelle Giulie. Così mi rassegno ad infilare la pila frontale nella patella dello zaino con la consapevolezza che non si tratta del solito prudente rituale quanto di uno strumento necessario.

Dodici ore. Questo è il tempo prefissato. Perché se  i solstizi sono trionfo e declino, il tempo degli equinozi segna la stasi, un equilibrio fragile tra giorno e notte. Tregua armata tra ombre troppo lunghe per non intimorire e luci troppo piene per non essere rincorse. Dodici ore per percorrere le cenge del Fuart semplicemente per attraversare una montagna nel senso più naturale eppure inusuale: in orizzontale, come se ad attirarci non fosse l’altezza, ma lo spazio, la conquista di una sponda e non di un punto.

La Cengia degli Dei si snoda come un serpente che freme tra le pieghe delle pareti del Fuart, accartocciandosi, stiracchiandosi, allungandosi per 4 km ad anello attorno alla montagna. Troppe volte l’abbiamo adocchiata, scrutata, addirittura usata, dandoci appuntamenti ogni volta rimandati per obbedire ad altri richiami. Lei ci ha aspettato sempre. Negli anni ne ho visitato singoli pezzetti, raccolto tesserine di un mosaico mai completo.

Basteranno queste dodici ore? La sera precedente i calcoli si fanno sempre più complessi. Di sicuro non saremo in grado di completare il giro in giornata, partendo da casa. Si insinua l’idea di una rinuncia, ancora una volta preda della fissazione che qualcosa debba per forza essere finito, concluso, “fatto”. Perché? Non è questa la bellezza che cerco. Le cenge, diceva Kugy, ci dicono sempre qualcosa. E forse anche adesso quella linea sospesa, del tutto effimera eppure esistente che prepotentemente torna nei desideri vuole semplicemente invitarci.

Il giorno è solo un riflesso di altri cieli mentre ci districhiamo tra i massi ciclopici della gola nord est e la nostra cengia è una promessa di vite parallele. Abbiamo deciso di attaccare da questo lato per affrontare da subito il tratto saliente e forse più impegnativo, ovvero la frana che ha cancellato il pendolo di Comici. Forte di consigli e ricognizioni a distanza non fatichiamo a trovare il punto di calata. Nel silenzio che precede ogni partenza butto le corde e mi lancio senza rimpianti nel cono buio della parete.

Da subito gli dei invocati da Kugy si rivelano poco simpatici e così come a Comici 80 anni fa riservano anche agli alpinisti di oggi un paio di sorprese sgradite. Se a Comici era toccato inventarsi l’acrobatico pendolo per rintracciare la linea interrotta della cengia, a noi lo sgradevole compito di affidarsi ad una corda non troppo sicura appesa a chiodi altrettanto datati, in mezzo ad una frana gialla nel cuore invisibile della parete. Non esattamente il posto dove vorrei passare altre dieci volte, mi dico, mentre con cautela valuto se tirare la corda, trazionare la scaglia instabile o appendermi ai chiodi arrugginiti.

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(Il traverso franato – foto Saverio D’Eredità)

Del resto, anche Comici nel suo racconto della prima traversata della cengia esprime le nostre stesse umanissime preoccupazioni di oggi.

“Prima di abbandonarci al chiodo si è sempre un po’titubanti…Non si tocca il chiodo per vedere se tiene, ma lo si accarezza quasi per dirgli, “mi raccomando eh!non saltar fuori” (E.Comici, Alpinismo Eroico)

Mi piace, ritornando alle Giulie, riprendere quasi per devozione certe vecchie pagine che pure un giorno mi portarono qua. Quasi a cercare un ricongiungimento, una linea ereditaria tramandata da padri e figli che costante si rinnova tra queste pietre incolori, nel desiderio di bellezza che di generazione in generazione portiamo con noi.

Una volta transitata la cordata oltre l’interruzione guardo nuovamente la ferita aperta in questo pezzo di montagna. Forse gli dei vogliono chiudere il transito perché nulla di quello che ci sta attorno sembra poter resistere a lungo. Riprendiamo la linea della cengia, dopo una successiva calata e un primo assaggio della tenuta delle vecchie gloriose pedule sulle rocce lisciate dall’acqua. Come si conviene a certi ritorni, infatti, ho infatti portato con me due cose vecchie e forse inutili.

La prima di queste è un paio di vecchie pedulette. Nel fare lo zaino stavo rimuginando se sarebbe stato più comodo procedere leggeri con le scarpe basse ma con la prospettiva del penoso pattinare sulle ghiaie infide o se affidarmi a pedule più pesanti ma meno precise. Quanti problemi inutili. Girandomi verso l’angolo della cantina le vecchie pedule della Keyland, testimoni di tutti i peggiori ravani di queste montagne, imploravano anch’esse una degna chiusura. Pazienza se le scuciture laterali e la gomma ormai indurita mi avrebbero fatto soffrire e non sarebbero state da catalogo. Diventiamo più sentimentali in certe occasioni.

Infatti la seconda, immancabile, è la guida Buscaini. Infilata all’ultimo nella tasca dello zaino, visibilmente fuori posto nel consueto cesello di peso ed efficienza. Eppure poco prima di chiudere il portabagagli ho avvertito un senso di smarrimento e ingratitudine nel vederla abbandonata in auto. La copertina di tela lisa ormai al limite del presentabile mi guardava come a dire “come, dopo tanti anni in cui ti ho lasciato immaginare questa via non me la fai vedere?” Tradito dal sentimento la guida è scivolata clandestina nello zaino. Non avrei dovuto giustificarmi con i compagni: mi sarebbe bastato sobbarcarmi anche la corda per permettermi il lusso di quei grammi inutili.

Avanzo sulla cengia come se conoscessi questo percorso da sempre. È cammino scostante che invita e ricaccia. La cengia si ritrae e si allunga, mantenendo sempre una sua traccia geologica. Il Batti e Stief seguono a ruota e dopo poco troviamo il giusto ritmo tra conserve fantasiose e prudenza necessaria.

Scorriamo attraverso una serie incalcolabile di camini, gole, pilastri a canne d’organo. Ognuno suggerisce una via, un’uscita, una prospettiva nuova. Noi passiamo attraverso.

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(Cengia degli Dei – foto Marco Battistutta)

“Restiamo estasiati per lo spettacolo imponente della parete nord del Jof Fuart, tutta un dedalo di camini, canaloni, pareti, che si perdono di noi nell’ignoto (…) giriamo: di meraviglia in meraviglia! È un viaggio fiabesco attraverso un mondo sconosciuto” (E.Comici, Alpinismo Eroico)

Non è più un mondo sconosciuto quello che attraversiamo. Lo abbiamo visto da lontano, dissezionato nelle relazioni, immaginato dalle foto. Siamo forse delusi? Abbiamo davvero perso lo stupore e quindi la bellezza?Eppure anche noi come Comici e Cesca corriamo di sperone in gola, anche noi ci affrettiamo nel girare l’angolo, nel volere seguire e riprendere di volta in volta la narrazione claudicante della nostra cengia.In realtà la fantasia di Kugy aveva superato l’indizio naturale suggerito dalla montagna: ce ne accorgiamo man mano nel riacciuffare una terrazza più alta o più bassa. La cengia vera e propria non è che in pochi tratti di maggiore continuità. Ma forse Kugy e Comici avevano intuito qualcosa di diverso.

Le Giulie sono montagne di passaggi. Più che di forme o profili esse sembrano esprimersi nella transitorietà, nell’essere porte tra dimensioni diverse. I fori naturali aperti tra le pareti, come inattesi varchi tra versanti altrimenti inconciliabili. Gli squarci delle forcelle come corridoi tra luce ed ombra. I sottili cammini delle cenge a lasciar presagire qualcosa di inafferrabile.  Nelle Giulie non scaliamo, ma passiamo attraverso.

La gola nord ovest è il punto in cui la geologia ha deciso di mescolare le carte e confondere gli uomini. Una fuga di cornici si diparte dal fondo della gola a raggiera sul fianco della montagna. Sembrano volerci ingannare ma è solo un gioco di prospettiva. Prima di calarci nella gola osserviamo bene il versante che come spesso capita appare invece chiarissimo se osservato da lontano. Bisogna infatti semplicemente seguire la continuazione naturale della cengia che ora viene troncata da un rientro di strapiombi per poi riprendere oltre il solco della gola, regolare e sicura.

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(Cengia degli Dei: calata nella gola Nord/Ovest – foto Marco Battistutta)

“Quando nelle ore di ozio, che pure contano talvolta più che la gioia della vetta conquistata al balzo e subito trascorsa ce ne stiamo guardando tutti quegli spigoli illuminati ficcando lo sguardo nell’ombra delle pieghe più recondite (…) allora le cenge cominciano a raccontare, sotto voce, in confidenza, donde vengono e dove vanno, a rivelare il fascino e la grandezza sublime delle loro vie segrete che portano al cuore della montagna” (J. Kugy, Dalla vita di un alpinista)

Girato l’angolo della Cima de Lis Codis il sole esplode potente e io sento che qualcosa sta per finire. Non avremo tempo per terminare il giro, la legge dell’equinozio si impone. Le ore declinano oltre una linea di orizzonte e la cengia si stende ancora avanti a noi come un ponte sospeso verso la forcella Mosè. Mi volto indietro, credo di aver dimenticato qualcosa, che il tempo sia corso troppo rapidamente anche stavolta mentre la sera piomba veloce su questo versante del Fuart. In basso la Spragna è già avvolta di ombre, sento l’odore di terra che raffredda a preparare l’inverno. Non sarà questo l’ultimo ritorno. Procediamo veloci poi di nuovo una serie di interruzioni quasi mi stizziscono. Incerti sono anche i cammini degli dei, evidentemente. Una calata in doppia un traverso un’altra calata e ancora alla ricerca di un passaggio che non esiste se non nella fantasia di chi ha immaginato questa via.

La realtà è una grezza lotta su terra verticale e polvere. Per un attimo ho la tentazione di deviare verso rocce forse più pulite ma incredibilmente esposte a destra, quando una cordicella penzola e mi invita a barare. Nel polverone mi tiro su a braccia per la corda e raggiungo la sosta.

“Era la sera del 7 settembre 1930, quando io e l’amico Cesca dopo aver girato completamente la Cengia degli Dei discendevamo a rotta di collo dal rifugio Pellarini a Valbruna per il timore di perdere il treno e più ancora per la smania di annunciare al dott. Kugy che avevamo realizzato il suo sogno (…) già vedevamo la soddisfazione brillare nel suo sguardo” (E.Comici, Alpinismo Eroico)

Era davvero questo il sogno di Kugy, davvero questo il suo alpinismo? Non credo. Forse chiudendo gli occhi quella sera “herr doktor” pensò che  – sì – l’ultimo segreto delle sue Giulie era stato svelato, ma con un velo di tristezza, rammarico quasi. Non per una via che egli non avrebbe mai realizzato, ma proprio per quel senso di mistero che si andava sempre più assottigliando.

Ho sempre pensato, ripercorrendo queste tracce, in tutte le vie di Kugy e delle sue guide, che la vera essenza di quell’alpinismo si celasse in un andare per monti semplice, naturale; un alpinismo puro nel vero senso della parola. Non per i chiodi, i gradi e i materiali e nemmeno per gli ideali, che in montagna non hanno senso di esistere. Quell’alpinismo si esprimeva semplicemente nel  lasciarsi guidare dalla montagna, dalle sue linee più semplici, in un gioco leale e rispettoso. Come diceva Motti, l’alpinismo di Kugy e ancora più la sua prosa erano di un romanticismo “ingenuo e fanciullesco”. Avevamo cominciato anche noi così. E oggi tutto ciò sfuma nella rincorsa del prossimo obiettivo, orfani della meraviglia.

Come rispondendo ad un accordo tacito ci distanziamo per percorrere l’ultimo centinaio di metri che ci separa dalla porta d’uscita, la Forcella Mosè. La corda ritorna nello zaino di Stief cosicché che posso avviarmi leggero io e le mie cose inutili sulle infide ghiaie inclinate sull’imbuto scuro della gola. Spargo, al mio passaggio, una pioggerellina di sassi verso il basso. Le vecchie pedule sono alla frutta. Semi aperte e scorticate, vedranno credo solo questi ultimi passi. Spero la guida mi tenga compagnia ancora qualche altra volta.

Gli ultimi passi mi riconsegnano alle ombre del versante meridionale. Conosco questa luce, questo incidere quasi ritardato a voler rimandare una decisione. È il pomeriggio delle Giulie che si stende sulle pareti più alte. Mi basterà? Sarà questa la conchiglia che mi riporterà il mare dell’estate? Ho quasi paura di domani, di incontrare i vecchi compagni. Di scoprire che potremmo essere meno bambini.

Tocco la forcella facendomi largo tra un branco di camosci che mi guarda infastidito. Prendo il tempo che mi rimane per scrutare la prosecuzione della cengia che oggi non ci è dato cercare. Sarà nuovamente il momento delle frontali, di boschi che si chiudono in rumori strani. Di ombre, che non vorremo guardare dietro di noi.

La cengia continua, forse. Non ne sono del tutto certo e sorrido pensando che anche per i nostri padri questa sia stata un’altra illusione. Come questo ritorno, che in fondo non è. Perché non puoi tornare in un luogo da cui non sei mai partito.