SS 125 Orientale Sarda / 2 – il giorno dell’Aguglia

di Saverio D’Eredità

Prologo – Settembre 2013

Dopo quattro giorni abbiamo il passo e gli occhi dei reduci. Risaliamo lentamente il Bacu, cercando di sfuggire al sole implacabile sotto magre ombre di lecceti. L’ultimo sorso d’acqua è finito stamattina e per ore ci siamo nutriti del turchese delle acque della Cala Goloritzè, tanto azzurre e tanto fresche da darci l’illusione di poterci dissetare al solo sguardo. Ore passate in attesa che l’Aguglia si vestisse di luce per specchiarsi nelle acque della sua Cala. Ore passate in contemplazione del più bell’obelisco di calcare del Mediterraneo.
Raggiungiamo l’ombra di due olivastri secolari con passi lenti e strascicati. Ci concediamo una breve pausa. Poggiamo a terra gli zaini, la cui composizione ha ormai perso ogni controllo. I sacchetti della spazzatura penzolano dalle cinghie laterali. Un pentolino mi perfora da ore un rene. Ma ormai non ci faccio più caso.
Dovrebbe mancare poco. Questo il mio pensiero che, per stavolta, tralascio di condividere con Graziella. Sono 4 giorni che le dico che manca poco a qualcosa e siamo ancora qua. Abbiamo sete, eppure riusciamo ancora a riempirci di stupore per la bellezza di questo luogo. Al di là di quel crinale c’è il Golgo, il punto di ristoro, una colossale bevuta ma anche la fine di questo sogno sospeso. Graziella incrocia il mio sguardo languido, posato verso il mare e l’orlo del bacu.

“Ci torneremo” mi dice mentre poggia lo zaino “magari quando troverai qualcuno per scalare l’Aguglia”

Bastano queste poche parole per ridestarmi dal trance in cui ero caduto. La sete è presto dimenticata, nemmeno sento più il manico del pentolino trafiggermi il costato.

“Si, torneremo.  Ma andiamo ora, dovrebbe mancare poco” – le dico, sorridendo convinto stavolta. Perché come tutti i reduci, la nostra promessa è sempre il ritorno.

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SS 125 Orientale Sarda/1

di Saverio D’Eredità

Normalmente in questo periodo il team Rampegoni è solito entusiasmarvi con sfavillanti reportage dall’Università dell’Alpinismo, sede di Chamonix, dove regolarmente portiamo avanti una sistematica esplorazione del massiccio del Bianco (la proiezione attuale è di terminare la campagna nel 2150, ovvero quando il Pilone sarà raggiungibile per comodo sentiero visto l’attuale sfacelo dei ghiacciai). Immaginiamo vi stiate quindi domandando inquieti il perché di tale silenzio. O forse no. In ogni caso, che vi importi o meno, desideriamo tenervi al corrente delle nostre intense attività ferragostane. No, tranquilli, nessun aggiornamento da qualcosa tipo lo Scudo di Divine Providence (sì, magari…) o da qualche urfida guglia chamoniarda. E nemmeno dai paretoni dolomitici.

Ispirati dalle gesta di Gogna e c. narrate nell’imprescindibile “Mezzogiorno di Pietra” (o almeno, così sarebbe nelle nostri menti deviate) il Rampegoni Team ed affiliati ha deciso di puntare il timone (letteralmente) verso le coste orientali della Sardegna. Le ragioni – che vi spiegheremo con calma, forse – andrebbero rintracciate nel doppio malto di una birra in una piazzetta di Chamonix al ritorno da una fulminea salita sul bel protogino della Midi. O forse meglio alla fine di una pantagruelica cena a base di raclette a Vallorcine: saturi di grassi e derivati da latticini abbiamo pensato bene di cambiare menù e per l’appunto dirigere le truppe verso le fertili terre dell’Ogliastra, dove ritrovare l’armonia con la Natura, la bellezza del gesto dell’arrampicata, gli aromi del mediterraneo (ecc. ecc). In realtà, narrazioni poetiche a parte, vi è il tentativo di mantenere (ancora per un po’ e in cambio di sanguinosissimi “bonus”) la pax familiare ancora per gli anni di forma decente che crediamo di avere. Insomma, un’estate diversa, per dimenticare le paranoie di funivie e “conditions”, e una volta tanto (una eh!) godersi delle normali vacanze.

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Ma come dimenticare che siamo pur sempre praticanti di attività catalogate come “estreme”. E cosa di più estremo che cercare di arrampicare in Sardegna ad AGOSTO e rendendo ancor più complessa la logistica includendo due minori di anni 10 e due minori di anni 1, materassini a forma di anguria, piscinette da spiaggia gonfiabili, tendaggi, occhialini, pinne, secchielli etc, e il tutto ovviamente contenuto nelle due settimane canoniche di ferie agostane?

E poi diciamocelo: siamo anche un po’snob. Non ci interessa intrupparci nei greggi di climber che regolarmente brucano nelle WCD (*)  nei mesi canonici ovvero aprile o ottobre. Contestatori indomiti del mainstream o più onestamente tenuti in scacco dalle ferie aziendali, abbiamo dunque deciso di ingaggiare una lotta senza paura con la calura mediterranea. Del resto, son buoni tutti a stampare 7a a vista con i 18 gradi, ventilato, umidità al 55% e piuminetto leggero per far sicura! Provateci con lo scirocco, il caldo afoso e alle 8 di sera, mentre qualcuno ti fa giustamente notare che tra mezz’ora chiude il minimarket e tu sei senza cena!

Questo il quadro generale. In sintesi quello che la prima settimana della spedizioni ha messo a segno.

  • Il Biaso (chi se no) sbarcato in avanscoperta con un paio di giorni di anticipo per prendere contatto con i locali ha da subito stretto importanti relazioni diplomatiche con i pastori del Golgo, il macellaio di Lotzorai e prossimamente un buon carrozziere vista la guida disinvolta nei tratturi nascosti dai ginepri…
  • Sempre il Biaso (e chi se no) si aggiudica la probabile “prima di Ferragosto” che da ste parti è tipo una prima invernale, alla prestigiosa “Mediterraneo” sull’estetica punta Giradili. Corrotti dei pastori locali per farsi indicare la strada giusta e giocato d’anticipo grazie alle soffiate di un segretissimo informatore meteo che neanche la NASA ha imbroccato la giornata giusta per portare fuori la via prima di finire carbonizzato. Paragonabile come impegno ad una discesa delle Droites con gli sci in agosto o una salita in Mangart durante un temporale. Grande Biaso
  • Abbiamo scoperto, quindi, che le “conditions” sono determinanti anche qua. Solo che non c’è l’OHM a darci aggiornamenti. Torna la paranoia, la schiavitù di 3b meteo e aumenta il consumo di tabacchi del Biaso.
  • Nel frattempo il Brix è giunto sull’isola con la calma dei forti e sta passeggiando sui 7a come sul lungomare (anzi, meglio). Con lo stile e l’understatement che lo contraddistingue evita di sgradare anche per un fatto di ospitalità, e solo perché è in vacanza.
  • Il sottoscritto ha avuto modo di mettere piede in una WCD con un certo imbarazzo. Trovatosi nell’ineluttabile condizione di dover scalare per davvero invece che limitarsi a dei comodi azzeri, si è impegnato a fondo pur non avendo né l’aplomb, né l’attitude, né tantomeno il dress code del climber WCD. A partire dall’ignoranza del gergo tipico (yeah boss grande vez tira una randa) all’assenza di un adesivo f*ck work go climbing sull’auto, il sottoscritto ha cercato di rimediare individuando dei tiri molto cinghiali nel canyon di Ulassai. Quanto di più simile ad una fessura alpina, insomma. Si narra abbia chiuso un 6b a vista e senza martello appeso all’imbrago, ma è in corso un’indagine per tentativo di corruzione ai danni dell’assicuratore.
  • Attualmente il Biaso (e chi se no) risulta disperso nella valle dell’Oddeone alla ricerca della “Mia Africa”. Confidiamo nella sua abilità linguistica ed interculturale che lo contraddistingue da Argentiere a Baunei.

Ultima cosa: i paesaggi dell’Ogliastra interna paiono quelli del Colorado. Mancano solo i coyote e i rangers. O forse ci sono. Sarà torrido, questo Mediterraneo e saremo pure fuori stagione. Ma luoghi del genere hanno pochi eguali. Ci siamo già innamorati.

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(*) World Climbing Destination: termine, vagamente spregiativo e snob utilizzato per contraddistinguere quelle mete ormai imprescindibili nel cahier di ogni climber mainstream che si rispetti. Alla voce WCD: Sardegna, Kalymnos, Siurana, Mallos, Ceuse etc etc. 

(1/Continua)

Il gioiello del “Vecio” – una linea a goccia d’acqua sulla Cima Piccola di Lavaredo

di Saverio D’Eredità

Nell’immaginario degli alpinisti dell’epoca cosiddetta del “sesto grado” la linea “a goccia d’acqua” ha rappresentato un simbolo cui ambire. Riuscire ad individuare la linea perfetta dalla base alla vetta, che superasse una parete senza aggiramenti o deviazioni, era di fatto il “Non plus ultra” di ogni apritore. Di certo un teorico di questa “estetica del verticale” fu Emilio Comici, il quale cercò sempre nelle sue vie di seguire la linea più diretta possibile, anche in nome di uno stile che anteponeva il gesto al mero superamento (anche forzoso) del problema alpinistico. Se la “goccia d’acqua” è un marchio di fabbrica di Comici, bisogna riconoscere che i suoi epigoni intrepretarono bene il concetto.

Proprio accanto al celeberrimo Spigolo Giallo, l’esempio (quasi) perfetto dell’etica di Comici, nel primo dopoguerra e quasi in silenzio due rappresentanti della grande scuola triestina dei “Bruti di Val Rosandra”, va a tracciare la linea perfetta della parete. Guglielmo Del Vecchio è stato uno dei membri più importanti di quel gruppo, ma vuoi il duro periodo post bellico, vuoi la ricerca di pareti minori (e spesso, guarda caso, proprio laddove Comici aveva lasciato una firma) il suo nome è per lo più sconosciuto. La sua attività esplorativa però è notevole:dal Montasio al Popera, dalla Cima Undici alla Cima d’Auronzo, il “vecio” Del Vecchio è attivissimo in nuove aperture come anche in ripetizioni. Da ricordare che già nel 1946 ripete la nord della Cima Grande (affrontando al secondo tiro quello che è oggi il passaggio attuale, dopo la frana che ha cancellato l’originale) ed è sua la seconda ripetizione della Comici-Casara al “Salame” del Sassolungo. Accanto a queste salite, il suo nome è ricordato “in Valle” (la Rosandra,appunto) per numerose salite che hanno costituito un bel banco di prova per aspiranti alpinisti.

Se si guarda la sud est della Cima Piccola, però, quella linea a goccia cadente che incide la parete giallastra e repulsiva negli ultimi 150 metri richiama immediatamene l’occhio dell’alpinista: è senza dubbio “la” linea! Oggi la Del Vecchio-Zadeo inizia ad essere rivalutata e a ricevere una giusta fama. Esposizione “da Lavaredo”, arrampicata elegante e sostenuta, senza contare la minore usura dello Spigolo ne fanno un’alternativa molto consigliabile per riassaporare, in quei tiri, un po’dell’alpinismo dei “veci”.

 

Anticima della Cima Piccola di Lavaredo mt. 2780

Parete S/E

Via Del Vecchio-Zadeo

Scalata molto interessante, di grande logica ed estetica: la linea perfettamente verticale sfrutta un’evidente fessura giallastra aperta nel cuore della strapiombante parete S/E della Cima Piccola. Un vero esempio di tracciato a “goccia d’acqua”. Nonostante ciò è molto meno frequentata dell’adiacente e classicissimo Spigolo Giallo, rispetto al quale è leggermente meno impegnativo nel complesso e meno chiodato (a parte il tiro chiave, ben protetto), ma anche meno consumato. La roccia è quasi ovunque solida, o comunque ben ripulita. L’esposizione solare e la non eccessiva lunghezza la rendono percorribile fino a stagione inoltrata.

Dislivello: 380 mt

Difficoltà: V, VI, VI+(A0)

Tempi: 4/5 h

Prima salita: G. Del Vecchio e A.Zadeo, 5/08/1946

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Il tracciato della Del Vecchio-Zadeo sulla sud est della Cima Piccola di Lavaredo

Avvicinamento: dal rif. Auronzo seguire la strada in direzione del Rif.Lavaredo. Prima di questo, in corrispondenza della chiesetta alpina Madonna della Croda, si abbandona la strada per salire su tracce lungo il ghiaione verso la base della gialla parete sud della Cima Piccola. L’attacco si trova in corrispondenza della più bassa delle due cenge che incidono la parte basale della parete. Si segue la cengia pochi metri verso dx portandosi sotto una parete giallo nera. Si attacca in corrispondenza di 1 ch. alla base di una fessurina (0’45)

L1: salire la fessurina con un primo innalzamento non banale (V), e seguendo la fessura verso sx (1ch.) portarsi sotto un tetto giallastro. Traversare su esile cornice a dx (all’inizio scaglie friabili) e, dove il tetto si interrompe, salire in verticale per rocce scure all’ampia cengia soprastante sostando a dx di un diedro e sotto una parete nera. (n.b: possibile arrivare qui dall’attacco dello Spigolo Giallo, traversando facilmente lungo la cengia con breve tratto esposto). 40 mt, V, IV, 1 ch. 3 CF.

L2: salire in corrispondenza del diedro su parete verticale ben appigliata (1FR inc. nel diedro, IV+), quindi piegare a sx verso rocce grigie più facili che adducono ad una vasta zona a gradoni. Salire senza via obbligata obliquando legg. a sx in direzione dello Spigolo Giallo. Sosta su spuntoni. 60 mt, IV+ poi IV, III.

L3: verso sx portarsi sotto un salto verticale di rocce articolate. Salire direttamente sfruttando alcune fessure quindi piegare a dx verso il bordo del catino sottostante la parete gialla verticale. Sosta su 1 CL o da attrezzare. 60 mt, III, IV.

L4: salire nel catino e rimontarlo mirando alla radice della fessura che incide la parte alta della via. Qui si è molto vicini alla linea dello Spigolo Giallo e il percorso non è obbligato. Si sosta su 2 ch. su una cengetta sotto una parete grigia verticale un po’a sx rispetto alla verticale della fessura giallastra. 60 mt, II, III 2 CF.

L5: Superare lungo una fessura regolare (IV+, 2 ch.)la parete soprastante e, guadagnata una sottile cornice (a sx si nota la sosta dello Spigolo Giallo che precede il traverso) spostarsi verso dx dove si rinviene una sosta intermedia (3ch con cordoni). È possibile sostare qui o proseguire verticalmente su difficoltà crescenti, ma con bella arrampicata su ottime prese verso la base della fessura (V, V+, 2ch) che oppone un primo strapiombo (2ch con cordini). Lo si aggira a sx (1ch) per poi rientrare sulla linea principale a dx (VI-) e sostare su un piccolo terrazzino alla base di un pilastrino staccato. 45 mt, dal IV al VI-, 6 ch. + 1 sosta intermedua, 2 CF.

L6: Senza possibilità di errore rimontare interamente la fessura con arrampicata sostenuta su roccia ben ripulita (fare comunque attenzione ad alcuni blocchi precari sulla dx) e vincendo direttamente un paio di strapiombi. Giunti sotto un tetto fessurato che chiude la fessura si esce a dx sostando scomodamente appesi. 30 mt, VI, ppVI+/A0 numerosi ch. 2 CF.

L7: Superare il tetto a sx lungo la fessura (nessun ch. ma ben proteggibile a friend, VI) che si segue alcuni metri in verticale per poi traversare pochi mt a sx su roccia nuovamente grigia. Da 1ch. salire in verticale mirando ad un pilastrino staccato dall’aspetto precario che si rimonta (1ch.) fino alla comoda su cengia. 30 mt, VI, poi V,V+, 2ch. 2CF.

L8: un po’a sx si imbocca una fessura grigia verticale (1ch subito) che si segue interamente con arrampicata divertente. Si sosta su uno spuntone staccato pochi mt sopra una cornice. 25 mt, 2 ch, 2 CF.

L9: invece di andare a sx per una larga fessura di roccia non molto buona si sale verticalmente su parete grigia in direzione di un diedro aperto che si segue fino al suo termine. Un salto verticale si aggira a sx per poi rientrare a dx su una larga cengia alla base del camino terminale. 40 mt, V, poi IV, 2 CF.

L10: risalire il camino (profondo e largo) fino alla spalla di uscita (45 mt, III, IV), dove si sosta su spuntone.

Discesa: andare in direzione N verso la Cima Piccola dapprima scendendo ad un piccolo intaglio per poi risalire (II) all’Anticima della Cima Piccola. Seguendo gli ometti ci si porta sopra un salto esposto che si supera o con breve doppia (ancoraggio in loco) o disarrampicando (10 mt, II/III). Seguire una cengetta esposta sul lato Ovest (esposto!) fino all’ampia spalla sottostante la torre finale della Cima Piccola (raggiungibile con 2 tiri di corda lungo il “Camino Zsigmondy: III,IV, IV+). Sulla parete della Cima Piccola in corrispondenza di una nicchietta si rinviene un primo anello di calata. Conviene scendere (anche assicurati) per circa 10 mt ad un sottostante anello da cui inizia una pista a doppia (30 o 60 mt, tutte attrezzate ad anelli resinati, bolli rossi per un più agevole rinvenimento). Con 3 doppie da 50/55 mt si arriva alla forcella che separa Cima Grande e Cima Piccola. Si scende il canale sud (ripido e con neve: possibile una calata da un terrazzino a sx circa 50 mt sotto la forcella) fino a ritrovare le tracce di sentiero che riportano al Rif. Auronzo (ore 1.30/2 dall’uscita).

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L6: parete giallo grigia verticale
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L7: quasi al termine del tiro chiave
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L8: bella roccia grigia
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Sosta con vista sulla Croda dei Toni
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Uscita della via

A casa, nella “Stena”

di Saverio D’Eredità

Se prendete una moneta da 50 cent potrebbe capitarvi di vedere l’immagine stilizzata di una montagna e la frase “Oj Triglav Moj Dom”. Qualcuno forse potrebbe osservarla distrattamente e affrettarsi ad infilarla nella macchinetta del caffè, o magari qualche volta ci avete fatto caso. Io, per dire, quella moneta da 50 cent la aspettavo ancora prima che la zecca di stato sloveno la stampasse. Una montagna su una moneta è una cosa unica e quando l’ho trovata per la prima volta (credo un resto in un bar a Gorizia) l’ho conservata non so per quanto tempo (no,non sono un numismatico) perchè credevo che questa cosa della moneta alpinistica non si ripetesse mai più.
Magari invece la montagna l’avete anche riconosciuta, ma della frase non sapete nulla. Oj Triglav Moj Dom è un canto popolare sloveno, e gli sloveni si sa sono un popolo di montagna anche se le montagne non occupano tutto il loro territorio. Ma sono un popolo che considera le montagne alla stregua di divinità. E che vede nella montagne la propria patria.
Ogni sloveno, si dice infatti debba almeno una volta nella vita salire il Triglav, o Tricorno per noi, il cui nome non corrisponde tanto alle “tre teste” (che non ci sono) quanto all’incarnazione di una divinità tricefala. La divinità è quindi la montagna stessa. Sarà per questo che, pur non essendo sloveno, ho sempre nutrito grande ammirazione e rispetto per questi luoghi e soprattutto condivido quell’approccio unico che gli sloveni hanno nell’andare verso i monti come fossero al tempo stesso luoghi dello spirito e la propria casa. Oh Triglav, casa mia! dice la canzone – che ogni sloveno conosce come conosce la torretta dell’Aljazev Stolp a guardia della vetta più alta delle Giulie.
E anche se non sono sloveno, questa sensazione di “sentirmi a casa” in quello che Kugy definì il “regno” del Triglav l’ho sempre avuta. E se il Triglav è un regno, la sua parete nord è uno dei feudi più vasti e ricchi. Certo, l’idea di sentirsi a casa in quella che è una delle pareti più alte ed imponenti delle Alpi Orientali potrà sembrare paradossale, eppure è proprio così che mi sento ogni qual volta oltrepasso la radura dell’Aljazev Dom. Il grande feudo è fatto di castelli e fossati, torri e ponti levatoi. E una miriade di strade a collegare le regioni più distanti, quelle “cenge di Zlatorog” che attraversando la parete da parte a parte ti danno la sensazione di poterti muoverti liberamente in questo mondo di pietra.
Sarà per questo che torno alla “Stena” sempre con un grande sorriso e l’animo sereno. Forse è semplicemente questo che chiediamo alle montagne. Un luogo dove sentirsi a casa.

Triglav – parete Nord “Helba”

Primi salitori: Libor Anderle, Luka Rozic, Dusan Srecnik, 1971
350 mt, V, VI, VI+ (1 p. VIII o A0)
Pur essendo una delle più “brevi” scalate della “Stena” è sicuramente tra le più interessanti dal punto di vista alpinistico. Supera con bella logica una sezione molto verticale della “torre Skala” (avancorpo di fatto inglobato dal Triglavski Steber) lungo una linea naturale e logica di diedri e fessure, salvo un unico tratto (il chiave) che affronta una placca compattissima. Concatenabile con le altre vie della parete se si vuole realizzare una grande ascensione di ampio respiro ed impegno.

La via fu aperta in memoria di Riko Salberger, alpinista di Trzic caduto sulla via “Bavarska” sempre sulla nord del Triglav nel 1969. “Helba” era il nomignolo di Riko, il quale, recandosi a Klagenfurth per acquistare un casco da roccia, storpiò la parola tedesca “helm” (casco) in “helba”. 

Triglav, via Helba

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Contaminazioni carniche

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan

L’accensione del quadro elettrico dell’auto mi ricorda che oggi è un giorno un po’diverso dagli altri. Lo so benissimo – chi non si ricorda almeno del proprio compleanno? – ma la cosa mi lascia più che stupito, divertito. Non è poi tanto usuale decidere di svegliarsi alle 5 per andare ad arrampicare, il giorno del proprio compleanno. Potrebbe essere una giornata di relax, chiamate, messaggi, giri da offrire e qualche regalo inatteso. Invece oggi ho la strana, inebriante sensazione di essermi svegliato prima di me stesso, tentando ingenuamente di annullare il Tempo per consegnarmi ad un altro tempo, fatto di tiri di corda, di passaggi, movimenti. Si può ingannare il Tempo? Continua a leggere

Non così lontano

“Humboldt ci pensò su. No, disse poi, me ne rammarico.
Una collina di cui non si conosce l’altitudine è un’offesa per la ragione che mi inquieta. Senza esaminare costantemente la propria posizione, nessun uomo può progredire. Non si lascia ai propri margini un mistero, per quanto insignificante.”

Daniel Kehlmann “La misura del mondo”

di Saverio D’Eredità

Oltre il tozzo pilastro del Robon, gli altipiani del Canin digradano di colpo verso le cime cupe della Val Rio del Lago. Questo contrafforte minore, finemente cesellato di rigole e goccette, è praticamente l’ultima parete delle Giulie procedendo verso sud. Al di là della Cima Confine, già brilla di luce la valle dell’Isonzo e il mare. Da qui in poi lentamente sfumano le Alpi, fondendosi nella placca balcanica ad altre montagne dal sapore d’oriente. Qui ci fermiamo anche noi, che nel frattempo siamo arrivati a trecentrotrentasette. Questo è il numero progressivo dell’ultima tra le vie inserite nella guida: “Rigoletto”, aperta da Marco Sterni e Massimo Sacchi nel 1998. Curiosamente questa parete non è solo l’ultima in senso geografico, ma anche cronologico dato che è diventata oggetto dell’esplorazione alpinistica solo a partire dagli anni ’80.
Si dice che Piussi e Cassin, osservando queste pareti durante una delle battute di caccia che erano soliti compiere da queste parti in autunno, fossero stati tentati, per un attimo, di rivestire i panni degli alpinisti che furono per lasciarvi un segno. Immagino la loro tentazione di riprendere chiodi e martelli e lanciarsi in una nuova avventura. Pare però che proprio Piussi smorzò l’entusiasmo dell’amico dicendo “Noi abbiamo fatto il nostro tempo, Riccardo. Lasciamo qualcosa agli alpinisti del futuro. Continua a leggere

Alpi Giulie e Carniche Orientali

di Saverio D’Eredità ed Emiliano Zorzi

(dall’introduzione alla guida “Alpi Giulie e Carniche Orientali – Alpine Studio, 2019)

Quando abbiamo dato alle stampe, appena tre anni fa, la guida “Alpi Carniche e Giulie” pensavamo di aver fatto del nostro meglio per rendere omaggio a queste montagne e invitare ad una loro scoperta. Non sospettavamo, però, che ci sarebbe stata data una nuova possibilità di perfezionare e ripensare quel lavoro dopo così poco tempo. Se la prima esigenza era quella di ristampare la guida, andata esaurita già nel primo anno, man mano abbiamo tuttavia maturato la convinzione di poter reimpostare completamente questo lavoro e cogliere l’occasione per offrire ai lettori non tanto una ristampa, quanto una nuova edizione. Come già preannunciato nel 2017 con la parte dedicata alle Carniche Occidentali, si è deciso di riequilibrare la partizione dell’arco alpino friulano (escluse le Prealpi) dividendo la parte di Carnia occidentale (dalla valle del But a Ovest) da quella orientale che confluisce, in questa trattazione, con la parte italiana delle Alpi Giulie. Seppur non rigorosa dal punto di vista geografico tale suddivisione consente un miglior bilanciamento complessivo. Da considerare inoltre che, sebbene Aip-Cavallo appartengano morfologicamente e geograficamente alle Carniche, il gruppo Sernio-Grauziaria può già considerarsi una piccola eccezione, dove ritrovare caratteristiche tipiche delle Giulie.
In questa nuova edizione abbiamo portato avanti l’idea di una guida che si avvicinasse quanto più possibile alla monografia, in qualche modo sulla scia della collana Monti d’Italia. Se quel livello di completezza è oggi pressoché irraggiungibile dato il numero davvero notevole di itinerari che si sarebbero dovuti inserire, nel nostro caso abbiamo cercato di mantenere l’approccio originario (ovvero una cernita, per quanto ampia, delle possibilità alpinistiche) integrandolo con un numero maggiore di dettagli ed informazioni.
Già con la guida “Alpi Carniche Occidentali” si era deciso di rimettere in primo piano le montagne rispetto alle vie su esse tracciate. Da ciò l’inclusione delle vie normali nel senso di salita, ad esempio, nonché di numerosi itinerari che – seppur non relazionati o ripetuti in prima persona – ritenevamo giusto segnalare per dovere di completezza. Con questo volume ci siamo spinti ancora più avanti.
Oltre alle normali, infatti, vengono segnalati anche percorsi non strettamente alpinistici (quali ferrate di una certa importanza o itinerari a cavallo tra escursionismo impegnativo e alpinismo); ci è parso più corretto, sia per ampliare gli orizzonti degli alpinisti invitando ad una conoscenza non limitata alla mera scalata, sia al fine di facilitare la lettura e fruizione della guida stessa. A ciò si aggiunge la grande quantità di informazioni relative ad itinerari presenti su una certa parete o versante dei quali si è dato puntuale riferimento bibliografico.
Ecco come, allora, questo volume tenda a differenziarsi ulteriormente da quelli precedenti con il tentativo di avvicinarsi al concetto di monografia. Queste note, che potranno apparire dettagli, possono diventare valore aggiunto nel momento in cui da un lato orientano meglio lo scalatore dentro la parete, e dall’altro lo stimolano ad intraprendere un percorso di ricerca anche all’infuori di essa. Chi non ha passato giorni (se non anni) a sognare di scalare una via o una parete divorando tutte le informazioni in suo possesso, stimolando la fantasia e l’immaginazione, componente essenziale dell’alpinismo? Siamo infatti convinti che proprio nella fase di studio e ricerca inizi la vera conoscenza della montagna: in questo senso l’aggiunta di queste informazioni vuole essere un invito all’esplorazione, anche personale, senza che la scelta – per quanta ampia, sempre arbitraria – degli autori finisca per condizionare l’esperienza alpinistica.
Rimangono invece i tratti distintivi che per noi, come autori, rimangono imprescindibili. La raccolta delle informazioni è sempre avvenuta direttamente sul campo (con le nostre ripetizioni) o attraverso compagni di cordata, amici o semplici conoscenti che ci hanno fornito relazioni e suggerito correzioni, ma sempre basate sull’osservazione diretta e il più possibile recente. La cura dei disegni, delle foto e delle descrizioni tecniche che vanno a comporre un unicum e che come tale invitiamo a leggere. Infine la ricerca di una certa uniformità di giudizio, cercando di contemperare il rispetto della storia, l’evoluzione delle tecniche e la percezione dell’alpinista con equilibrio, ma senza risultare asettici. Non si può infatti ignorare che negli anni le valutazioni e la sensibilità degli alpinisti sia cambiata di pari passo con il progresso tecnico, dei materiali e delle maggiori conoscenze. Al tempo stesso però si è cercato di mantenere un criterio di omogeneità, in linea con la storia, ma anche con l’evoluzione.

Il lettore troverà tra queste pagine molte possibilità. Dalle normali alle vie a spit moderne. Dalle grandi classiche alle vie di scoperta. Itinerari esplorativi dove mettere in pratica intuito e capacità alpinistiche ed eccezionali scalate dove misurarsi con le alte difficoltà e una concezione moderna dell’arrampicata. Non è stata solo una scelta, ma la fotografia esatta di queste montagne estremamente varie, per troppo tempo marginalizzate, ma che oggi sanno proporre all’alpinista una straordinaria diversità di esperienze ed approcci. Non solo nella tipologia di itinerari, ma anche e soprattutto negli ambienti e nelle peculiarità paesaggistiche che fanno di questo angolo nordorientale delle Alpi una perla di rara bellezza, forse oggi quasi introvabile nell’arco alpino.

Siamo tornati su queste pareti, con un entusiasmo e una voglia di conoscere e condividere per certi versi ancora maggiore del passato. I buoni riscontri degli altri volumi ci hanno stimolato a migliorare ogni aspetto di questo lavoro. Speriamo di ripagare sul campo i nostri lettori.
Avremmo voluto fare ancor di più, ma questo compito rischiava di diventare diabolico. Le Giulie nascondono ancora terreni di esplorazione che riportano al passato e offrono straordinari stimoli anche gli alpinisti di oggi e domani. Il nostro non è altro che un invito. Speriamo di vedervi ripercorrere queste montagne con passione e divertimento, e con la curiosità che dovrebbe essere sempre nello zaino di ogni alpinista.

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Scialpinismo di frontiera sulla Cima Bagni

 di Saverio D’Eredità

C’è una guida che, a vederla oggi, pare invecchiata di 100 anni eppure rappresenta ancora un orizzonte possibile nel modo di fare scialpinismo. L’idea che questa disciplina (sport?arte?) potesse spingersi oltre il “raccomandabile”, l’adatto, in altre parole l’ordinario e aprire le porte all’inusuale, l’osabile, l’incerto. Scialpinismo di frontiera di Sani non è solo una guida per scialpinisti “spinti”, magari esigenti o ancora ravanatori alla perenne ricerca della fatica come via di espiazione, ma è anche uno stimolo a pensare diversamente questa straordinaria sintesi di passione, intelligenza, tecnica e “istinto animale” che è lo scialpinismo. Oggi forse quell’edizione che sa tanto di piccolo vangelo da catechismo, poco patinata e con foto bianco e nero, pare improvvisamente appartenere ad un’altra epoca. Come alcuni degli itinerari che vi si trovano; non percorsi da “spuntare”, semmai da immaginare. Non  tutti, infatti, sono sempre fattibili: per molti bisognerà accontentarsi di condizioni discrete, ma proprio questo ne accresce il fascino.

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Nella parte alta del canalone Witzenmann Oppel -sullo sfondo il Popera – foto S.D’Eredità

In quella guida la salita alla Cima Bagni per il Canalone Witzenmann-Oppel conserva un posto speciale. Non solo perché bella, perché difficile o perché impressionante. Quanto piuttosto per l’idea che rappresenta: di quello scialpinismo “di frontiera” che non vuole dire necessariamente estremo, ma che si colloca ai bordi, in una zona a cavallo tra una concezione classica dello sci e una che si vorrebbe dire evoluta se non suonasse elitario. Frontiera come confine, ma anche punto di contatto tra la componente sciistica ed alpinistica, là dove queste si contemperano, senza prevalere una sull’altra. Lo sci come mezzo. Lo sci come chiave di lettura per una (ri)scoperta.

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Salendo il canalone Witzenman-Oppel – foto M.Battistutta

Non è estremo nel senso di “difficile”, ma nell’idea di portare gli sci su quelle banche sospese, tagliate da imbuti che paiono vortici sempre lì aperti come bocche affamate. O nel penetrare quel budello senza speranza che invece riserva angoli accoglienti. O almeno, alla fine li apprezzi come tali.

Non è per tutti, certamente. Non lo è stato per noi. Ma non rimane rimpianto, né senso di incompletezza. Anche se gli sci sono rimasti ad aspettarti lì, come sentinelle di guardia su quella pinna protesa. In fondo tu hai portato loro fin lì, e loro – in qualche modo – sapranno riportarti giù. Uno scambio onesto. Il resto è rimasto nel campo dell’osabile, forse possibile. Di frontiera, appunto.

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Dentro il canalone Witzenmann Oppel alla Cima Bagni – foto M.Battistutta

Cima Bagni – mt.2983

Canalone Witzenmann-Oppel

La Cima Bagni è una montagna con la M maiuscola: colossale, imponente, complessa nelle sue ramificazioni. Eppure è un re senza corona. 17 metri alla fatidica quota 3000 la fanno uscire dai ranghi della nobiltà. Ciononostante si impone su tutte le cime dell’Alto Comelico con la sua mole notevole. Di sicuro non è montagna dove viene naturale pensare allo sci. Se non fosse per il corridoio naturale che è il canalone Witzenmann Oppel, il quale taglia la parete nord ovest della Cima Bagni e permette di arrivare in maniera molto diretta sotto la cupola sommitale. Originariamente nota come una delle poche “vie di ghiaccio” in Dolomiti oggi lo è di più come meta scialpinistica, decisamente ambita e per palati esigenti. La discesa integrale con gli sci non è per tutti, ma rimane pur sempre una meta alpinistica di valore che ripaga la fatica e la pazienza nel sapere attendere le condizioni migliori.

Dislivello:mt. 1415 dal Rif.Lunelli, quando la strada non è sgombra dalla neve si parte dalle terme di Valgrande (mt.1300 circa) o fin dove possibile parcheggiare.

Difficoltà: 5.1/E3 (la parte alta, E2 dalla spalla) – 40°/45° brevi tratti a 50°

Dal rifugio Lunelli (mt. 1568) si sale lungo la traccia del sentiero estivo verso il pianoro dove sorge il Rif. Berti.Raggiunto il bordo del pianoro, senza toccare il rifugio si inizia a salire per i bei pendii alla base dei campanili del Popera verso l’imbocco nascosto del canale, che si intuisce proprio sulla verticale dei Campanili. Il canale mantiene pendenze sostenute tra i 40° e i 45° con un breve tratto a 50° per circa 250 metri. Fuori dal canale principale si rimonta un sistema di canalini secondari affacciati sul versante ovest che conducono ad un’area spalla. Qui, dove il gioco sembra finire, si apre il noto “imbuto”, un colatoio molto ripido sospeso su salto vertiginoso. Lo si attraversa e si risale il seguente scolo fino ad un’altra crestina, dalla quale con lunga diagonale meno ripida ma in costante esposizione si raggiunge la dorsale che porta sull’affilata cresta sommitale. La discesa con gli sci da qui richiede tutte le condizioni ottimali possibili: capacità tecniche, manto nevoso stabile e concentrazione massima almeno per i primi 150 metri.  Una volta riattraversato l’imbuto e tornati alla spalla (in molti iniziano da qui la discesa con gli sci), la discesa rimane sostenuta seppur meno impegnativa.

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Nella parte alta del canalone – foto M.Battistutta
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Arrivo in vetta – foto S.D’Eredità
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L’imbuto – foto S.D’Eredità

Oltre la paura – la raccolta di racconti di Nicola Narduzzi

di Saverio D’Eredità

Perché si scrive di alpinismo? Domanda ostica e scivolosa, la cui risposta è difficile tanto quanto quella che, logicamente, la precede. Ovvero, perché l’alpinismo?
Se le risposte ai “perché dell’alpinismo” sono tante almeno quanto i suoi praticanti ed appassionati, quella della scrittura dovrebbe (o almeno, potrebbe) percorrere strade più lineari. Invece così non è. Sembra anzi che le due domande siano complementari l’una all’altra, e la risposta (o tentativo) che vi si può dare ad una possa offrire un aiuto per approcciare la sua gemella.

Ne azzardiamo una. Si scrive di montagna anzitutto perché la montagna è essa stessa narrazione. Narrazione dell’ascendere e del tornare, di ostacoli e superamenti. Di un farsi Tempo e quindi Storia. Tutto lo svolgimento di un’ascensione ripercorre gli archetipi del “cammino dell’eroe” sul quale si fonda la struttura narrativa dell’epos. Il racconto della Montagna, o meglio sarebbe dire del dialogo tra Uomo e Montagna, richiama l’essenza stessa del narrare, in quanto ogni storia è di per sé movimento verso qualcosa, di un movimento innescato dal desiderio. Quindi scrivere di montagna sembra essere la naturale conseguenza dell’andare verso la montagna, la testimonianza di una presenza. Da qui la complementarietà tra il perché della scrittura e il perché dell’alpinismo.
Ma di cosa parla, oggi, il racconto di montagna?
Imprigionato nello schema consolidato del “récit“, questo genere non è stato capace nel tempo di evolversi e rinnovarsi, ripetendo invece moduli e linguaggi standardizzati. Ciò ha limitato fortemente l’espandersi della letteratura (e quindi la cultura) alpinistica alla stretta cerchia degli addetti ai lavori, chiudendosi in una desolante autoreferenzialità.
Se un tempo tutto ciò poteva ancora avere un senso, in quanto legato alla più vasta tradizione del racconto di avventura (le grandi esplorazioni dei “poli” della Terra, l’avvincente saga del sestogrado o delle spedizioni himalaiane), oggi par quasi che il semplice fatto dell’andare in montagna possa già di per sé un motivo per scriverne, senza tuttavia scavare in quella profondità interiore che la Natura ci suggerisce. Fatte poche eccezioni, anche gli esponenti di spicco del mondo alpinistico sembrano essere incapaci di trasmettere davvero le motivazioni, i sentimenti e il percorso umano e che muove l’intera esperienza alpinistica, limitandosi ad uno schema ripetitivo, spesso scontato e in fondo asettico.
Gli strumenti digitali e del web hanno spalancato le porte della narrazione ad una miriade di potenziali scrittori, ma ciò ha portato più ad un inflazione dello strumento che non ad una suo vero rinnovamento. Ci troviamo così oggi ad assistere al proliferare di memorie o biografie di “top climber” più o meno plasmate da esigenze di marketing da un lato (dove anche il reale valore di quelle che un tempo chiamavamo “imprese” risulta assai annacquato) e all’esplosione di bloggers, influencers e nuovi media che dispensano pensieri spesso di un livello di poco superiore a quello dei temi dell’elementari. Sempre però con un occhio all’autopromozione. Sconfortante.

Nicola Narduzzi appartiene alla schiera degli alpinisti della domenica, senza che questa definizione risulti spregiativa: parliamo di tutti coloro che frequentano la montagna per pura passione, senza scopi professionali o commerciali. E’quindi un buon rappresentante di una sorta di ceto medio (si passi la definizione) che oggi sembra essere evanescente, schiacciato tra il mondo dei “pro” e la miriade di narratori improvvisati che riversano su web poco più che il resoconto della gita. Ma con una differenza. Anzitutto perché Nicola è in possesso di una solida cultura alpinistica che gli permette di collocare i suoi racconti nella giusta prospettiva storica, omaggiandola e in qualche maniera interpretandola. In secondo luogo – dettaglio non scontato – sa “usare” le parole, scegliendole con quell’attenzione e cura che dovrebbe essere un pre-requisito prima di mettersi alla tastiera, non un optional.
E qui veniamo al punto. Nicola non parla “solo” di alpinismo. Ma parla dell’alpinismo (e della Montagna) come chiave di accesso ad un percorso introspettivo più complesso, in cui quella che superficialmente è una semplice, per quanto accesa passione diventa rappresentazione della vita stessa. Tenta quindi, Nicola, quella sintesi cui accennavamo all’inizio: ovvero di riportare la scrittura verso il senso stesso dell’alpinismo, cercando attraverso di essa di fornire le risposte alle domande che l’alpinismo pone. Nello scrivere, infatti, non solo si rivive la salita, ma si rielabora la persona stessa, le sue motivazioni, la sua proiezione nel mondo. Nella Montagna, Nicola non si “purifica” come una ormai logora visione di questa disciplina continua a trasmettere (Montagna=purezza versus Città=corruzione, Alpinismo=ideale versus Vita reale=compromessi e frustrazione), quanto piuttosto trasporta qui il proprio dissidio, la problematicità del crescere e del confrontarsi. E se non servisse a questo, l’alpinismo, a cos’altro? E lo scrivere, poi, non finirebbe per diventare puro esercizio retorico, o peggio autocelebrativo?

In bilico tra i due poli della spettacolarizzazione delle imprese o di un neo esistenzialismo di bassa lega, chi scrive di montagna troppo spesso ignora il proprio essere – semplicemente –  degli esseri umani: deboli, imperfetti, insicuri, incoerenti. In tutta la letteratura alpinistica vengono in mente pochissimi esempi di alpinisti/scrittori in grado di mettersi a nudo e mettere in discussione sé stessi, invece di celebrarsi. Giusto un paio, tra tutti: Steve House nel suo Beyond the Mountain e Andy Kirkpatrick con Psychovertical. Non a caso di scuola anglosassone. Quella italiana, ahimè, non riesce ad affrancarsi dal “bonattismo” come da un romanticismo rurale alla Corona.
“Oltre la paura” è un cammino. Dai primi innamoramenti alle illusioni e disillusioni. Momenti esaltanti. Paura. Tanta paura, che non viene né eroicamente vinta né sprezzantemente snobbata. Ma è presente, cammina accanto, sembra suggerire il percorso. E’ un omaggio alla storia alpinistica, magari ogni tanto un po’ troppo entusiasta, ma se ciò avviene è perché alle spalle c’è una passione davvero profonda e sincera.

Dai primi passi sulle pareti di casa al richiamo irresistibile delle grandi classiche, scorrono sotto le dita le ruvide rocce carniche e gli appigli dolomitici dove è stata scritta la storia. Marmolada, Civetta, Tofana, Bosconero, Mangart, Peralba: quello di Nicola è un pellegrinaggio devoto attraverso le “vie e vicende”, per citare una nota guida, che hanno costruito l’immaginario alpinistico di un ragazzo. In mezzo, quelle che all’apparenza sono digressioni “intime” fanno invece da collante all’intera struttura. Racconti, sì, ma con un “fil rouge” che non sarà difficile rintracciare.

Nicola ci offre una raccolta semplice, schietta, immediata. Il diario di uno come noi, uno come tanti, che ha cercato nell’alpinismo non tanto delle risposte – peraltro sempre sospese in una narrazione che coinvolge e cattura con empatia – quanto una visione di sé. Alpinismo come formazione del carattere, sebbene raramente compiuta. Nicola ci confessa che forse è ancora lontano dal realizzarsi. Che il cammino non è compiuto. Ma con l’alpinismo, forse, è un passo più vicino a saperlo.

 

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Il libro è disponibile al seguente link

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/biografia/477029/oltre-la-paura-2/

Il ragazzo che era in noi – un ricordo per Tom

di Saverio D’Eredità

Talvolta pare che anche le montagne abbiano dei sentimenti. Guarda le Tre cime adesso, ad esempio. Paiono rabbuiate, chiuse in un silenzio livido e pieno di dolore. Eppure non ci sarebbe motivo, in questa giornata mite che fluttua leggera sopra un inverno mai compiuto. Fa caldo, la neve già crocchia nel sole.
Non è vero che non provano niente, le montagne. O se non altro, provano i nostri stessi sentimenti. Ci fanno da specchio.
E sento anche io come un’oppressione, una nuvola che passa ad oscurare quest’angolo di luce.
Perché ricordo il giorno in cui Carlo mi scrisse chiedendomi se qualcuno avesse mai salito da solo e d’inverno la “Comici” alla Grande. “Sai, c’è un ragazzo inglese che la sta facendo proprio adesso”, mi disse.
Ci volle poco a scoprire che sì, qualcuno aveva già fatto la prima solitaria e invernale, ma  allora come mai quel ragazzo inglese si era scelto il giorno più corto dell’anno per salirla? Se non per la gloria, allora per cosa?

La domanda rimase sospesa ancora qualche giorno, finché quello stesso ragazzo inglese me lo ritrovai appiccicato come una mosca alle placche smaltate di ghiaccio del Badile. Quindi, o è un vizio, o c’è una storia dietro, pensai.
Senza capire perché, le scalate di quel ragazzo sentivo che mi toccavano da vicino. Non capivo perché, ma mi affascinavano più degli altri titoli che noiosamente capitava di leggere sui siti e riviste di alpinismo. Niente Himalaya niente mete da guinness. Solo le vecchie care nord delle Alpi. Roba da libri di storia.
Ne parlammo su queste pagine, perché ci sembrava bello raccontare la storia di un ragazzo che riempie lo zaino e decide in un inverno di scrivere il suo pezzo di storia, riprendendo dal punto lasciato sospeso nemmeno trent’anni prima dalla mamma. Le 6 storiche nord delle Alpi, da solo e in inverno. Giusto questo dettaglio a significare quel gradino in più che lui, Tom Ballard, voleva salire rispetto alla mamma Alison. Alison Hargreaves.
Quello che ci affascinava, in quel ragazzo, era forse il fatto che lui stava realizzando i sogni che potevano essere miei e di chiunque altro abbia passato l’adolescenza a fantasticare di pareti nord, ghiaccio, roccia, stelle e tempeste. Tom era il ragazzo che è in tutti noi.

Passarono pochi mesi prima di poterlo conoscere. Di quella serata a Mestre conserviamo il ricordo un’ottima birra, due spalle d’acciaio e un trascurabile errore. Davanti alla birra parlammo delle sue scalate come avrei potuto farlo con chiunque altro dei nostri amici. Ricordo di aver avuto davanti un ragazzo come tanti, la faccia pulita e un sorriso un po’timido, che semplicemente cercava di realizzare tutto ciò che noi nel nostro piccolo avevamo solo osato sognare. In quei pochi momenti (avremmo dovuto concentrarci sulla serata, la scaletta, le domande del pubblico!) fu davvero stupido, ma parlammo di altre montagne. Perché sono fatti così, gli alpinisti.

Di quella serata porto ancora il rimorso di un piccolo errore. Era andata bene, tutto sommato, ma proprio alla fine incappai in uno scivolone. Me lo fece notare Stefania alla fine, che avevo tradotto male l’espressione “I’ve got a cold” (avevo preso un raffreddore) con “avevo freddo”. Che pirla. Cadere sul più classico dei “false friend”. Che a pensarci, poteva mai essere un problema, il freddo, per uno che stava facendo la Nord dell’Eiger?
In questi anni, trovando ogni tanto le notizie sulle imprese che man mano Tom stava realizzando, ho pensato spesso a quello stupido errore. Leggevo di lui, dalle Dolomiti all’Oberland, passando per il Pakistan, sempre con quel suo stile originale negli obiettivi e silenzioso nei modi e pensavo a quello stupido errore. Magari l’avrei rivisto un giorno e mi sarei scusato.
Invece mi trovo di nuovo davanti a quella parete dove è iniziato il suo viaggio con questo senso di smarrimento. Le montagne forse non provano sentimenti, ma sanno porci molte più domande che risposte. E’ questo che ci attrae, in loro. E’ questo che ci inquieta, di loro.

Di risposte, invece, pare pieno il mondo. Risposte che siamo pronti a dare senza nemmeno ascoltare le domande. Per allontanarle, quelle domande.

In questi casi crediamo che sia molto facile dire qualcosa di sbagliato. Spargere melassa o seminare rancore, sprecarsi in giudizi o peggio ancora aprire dibattiti o estenuanti analisi. Quando sarebbe forse più onesto accettare il fatto che non su ogni cosa si debba avere un’opinione. Che non ogni cosa pretenda una parola. Che qualche volta semplicemente non deve rimanere nulla da dire. Nulla se non i ricordi di chi rimane. Di chi l’ha accompagnato per una vita, per pochi anni o anche solo per un giorno. Sono uno spazio che ciascuno tiene per se, dietro un limite invalicabile che la pietà umana dovrebbe conoscere.

A noi di Tom rimane quel ricordo, quella serata con panino birra e a dirsi “oh ma hai visto quanto è forte?” Anche di quell’errore, sì.
E noi Tom vogliamo ricordarlo così, come quel ragazzo con il quale, una sera, abbiamo semplicemente parlato di montagne e delle eterne domande che esse ci pongono.

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Tom Ballard sulla Colton McIntyre