Luci e prospettive

di Saverio D’Eredità

Primi, non lo saremo mai. Per incapacità o più spesso per indolenza. Ultimi, invece, lo saremo sempre. Se non per scelta, almeno per vocazione.

Raramente sono arrivato puntuale ad un appuntamento e appartengo alla categoria di quelli che i titoli di coda, al cinema, li vedevano fino all’ultimo nella sala buia. Certo, più spesso devo ammettere di non aver saputo cogliere l’attimo. Di essere arrivato dopo.

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“Che ci faccio qui?”

Avventure sul Buconig

di Francesco Madama

Introduzione di Saverio D’Eredità

Quando ho ricevuto la mail di Francesco, devo dire, ho esitato qualche istante. Scrivendomi con naturalezza della salita al Monte Buconig – come se parlasse, che so, della passeggiata ai Piani del Montasio, ammetto di esser rimasto spiazzato. Un attimo, mi son detto, dov’è il Buconig?              Ci sono cime che stanno davanti agli occhi di tutti eppure per una strana deformazione dell’atto di vedere vengono letteralmente oscurate dal nostro occhio. Il Buconig, così come i confratelli della turrita e disordinata catena di vette che incornicia la misteriosa Val Romana, rientra senza dubbio in questa misconosciuta categoria. Eppure per arrivarvi si parte da quello che è probabilmente il più affollato parcheggio delle Giulie: quello dei laghi di Fusine. Tutti additano la grande vetta, il Mangart, questo patriarca colossale che veglia panciuto la conca dei laghi, semmai qualcuno ammira l’austera bellezza delle grandi pareti del Coritenza. Ma nessuno che volti la testa a destra, verso quelle vette neglette eppure a loro modo avvincenti. Intrichi di canaloni, mughete violente, denti rocciosi esili come schegge di vetro. Come se nella grande costruzione del tempio fossero rimasti degli scarti di lavorazione, ammassati lì per caso.  Ma c’è chi si prende cura di loro. Il racconto di Francesco è certamente pane per i degustatori del “ravanage” – vera e propria arte e severa disciplina dell’alpe! – ma anche per gli amanti di quelle avventure minime eppure intense che quanto più si allontanano dai sentieri consumati e dai libri di vetta lisi, tanto più sanno regalare sensazioni profonde ed intime. E forse quel piccolo monte dimenticato, arrossirà..

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Scarpe da gatto

di Nicola Narduzzi

“Il tempo passa, ma non tanto”: così scriveva esattamente cinquant’anni fa Gabriel Garcìa Màrquez nel suo libro-capolavoro “Cent’anni di solitudine”. Non potevo fare a meno di pensare a questa frase pensavo leggendo le storie inedite di Italo Massi, alpinista goriziano, trascritte dal nipote Roberto Galdiolo. Quasi un secolo ormai è passato dalle salite narrate nel libro. Un lasso di tempo breve, poco più di un istante di quel tempo profondo che scandisce i tempi geologici, nel quale tuttavia si sono susseguiti grandi cambiamenti sia nell’alpinismo, che nelle Alpi stesse.

Eppure, nonostante non posso fare a meno di pensare che certe cose in fondo resistono anche all’inesorabile azione del tempo. Uguali sono certe sensazioni, certi sentimenti che ancora oggi si possono provare circondati dalle nostre montagne: il senso di stupore di fronte alle pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo all’alba, lo sgomento alla base della monolitica parete del Piccolo Mangart di Coritenza oppure la bellezza del tramonto da Sella Carnizza, per citarne solo alcune. Uguali sono le montagne, le valli, i luoghi descritti in maniera asciutta ma arricchita di un tocco personale. Descrizioni nelle quali un attento conoscitore dei luoghi potrà riconoscersi a camminare fianco a fianco ai protagonisti di queste storie, pur percependo l’incessante scorrere del tempo. Seguiamo così Italo mentre attraversa il ghiacciaio della Kredarica, oppure nell’infinita camminata lungo la mulattiera che si addentra in Val Dogna. Continua a leggere

27/08/2016

Sarà capitato a tutti di farsi assorbire dai pensieri durante un ascensione, talvolta il flusso è talmente forte che la voglia di cristalizzarli nel tempo diventa una necessità, senza pretesa di assunzione al cielo dei poeti, ma solo perchè si sente il bisogno di fissarli e condividerli. Vi proponiamo una riflessione che ruota attorno ad un luogo, carico di significati. C.P.

di Marco Lavaroni

A volte scrivo.
Di solito, dopo un po’, mi pento.
Ma oggi, con queste gambe indolenzite, il fiato che rantola, e il cuore che salta “fra l’aorta e l’intenzione” (…), l’andatura e’ lenta e c’e’ troppo tempo per pensare.

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Un vecchio maglione di lana

Un omaggio a un mondo che non c’è più

di Marco Berti

Introduzione di Carlo Piovan

L’erto sentiero che sale da San Vito di Cadore al rifugio San Marco, finalmente si concede meno ripido negli ultimi cento metri, cosi da lasciarmi la possibilità di riprendere fiato. Le fronde degli abeti lasciano spazio alla vista del piccolo rifugio in pietra, adagiato su un prato verdissimo. Mi avvicino con mio papà alle panchine di legno poste all’esterno. C’è molto movimento attorno al rifugio, le tavole sono imbandite di fette di salame e uova sode, le bottiglie di vino rosso passano di mano in mano. Una voce profonda, che sovrasta le altre, attrae la mia attenzione di timido quattordicenne. – Pare canta pian che no te senta – è un signore anziano dal fisico robusto e dai lineamenti marcati a pronunciarle, riferendosi al suo interlocutore (un poco stonato) per poi proseguire, lui stesso, nel canto. Mio papà si affianca al coro da poco costituito ed io mio siedo silenzioso ad ascoltare. Non conosco quella persona ma so perfettamente che fa parte del gruppo rocciatori gransi del Cai di Venezia, ho visto il maglione blu con ricamato un granchio bianco sul braccio, che indossa. Alla fine dei canti mi sarà presentato come Orso alias Plinio Toso. Quella giornata si terminò con quella conoscenza, per me nuova e assolutamente ignara di chi era il “signor” Orso. Solo qualche anno dopo nelle mie voraci letture di libri di alpinismo arrivai a capire chi realmente fosse, troppo tardi, purtroppo, perché in quegli articoli c’era anche il necrologio apparso sulla rivista Le Alpi Venete. Al di là delle mille domande che avrei voluto fargli se l’avessi rincontrato, mi rimaneva soltanto il ricordo di aver bevuto un “rosso” assieme (gentilmente permesso nell’occasione da mio papà) e avere fatto la sua conoscenza. Molti anni dopo mi è stato concesso l’onore di indossare un maglione come il suo, simile ma non eguale, perché ogni maglione racchiude un significato per chi lo indossa e per chi lo conserva con sé. Nelle righe a seguire Marco Berti ci riporta attraverso la storia di un vecchio maglione nelle pieghe di un alpinismo che ha fatto storia.

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50 sfumature di ghiaccio “un racconto per Loli” -Vicenza 24 gennaio –

manifestino1“Cinquanta Sfumature di Ghiaccio” è un titolo, un idea!

Nato come semplice serata fra e per amici appassionati di ghiaccio, si è poi trasformato in “progetto solidale”.

Quella sera a Lumignano, ospiti di Paola Lugo, abbiamo fatto una promessa e ci siamo presi un impegno: dare a Loli un contributo, un abbraccio, un piccolo aiuto per starle vicino nella sua nuova vita.

Una vita che ha saputo cavalcare come una grossa opportunità, e per questo non meno amata, sia da lei che da tutti noi che, dal quel maledetto 19 marzo 2015, abbiamo seguito la storia di Gio, Max e Loli.

Tutti e tre riuscirono ad uscirne vivi  da quell’incredibile crollo, tutti con ferite interne più o meno gravi che solo il duro carattere, tipico dei “montagnard”, è stato in grado di amalgamare alla vita.

A Loli però la sorte ha riservato il destino più difficile: una frattura alla colonna vertebrale e un “futuro a rotelle”.

Con il coraggio da leonessa, che l’ha sempre contraddistinta anche prima dell’incidente, Loli ha smosso il nostro mondo alpinistico, che notoriamente è tutt’altro che aperto ed espansivo.

Una grande famiglia la sua, allargata anche a tutti quelli che di montagna sono dipendenti.

Tutti si sono stretti intorno alla coraggiosa campionessa (di vita) di Bergamo: sono nate iniziative solidali, prima fra tutte “Loli Back To The Top”: un’azione che, tramite la vendita di magliette, ha contribuito a finanziare, almeno in parte, questo suo difficile passaggio.

Fra queste iniziative si è voluta inserire anche la nostra: parole e storie derivanti dalla nostra passione comune per la montagna e le salite su ghiaccio.

E qui torniamo a “Cinquanta Sfumature”: proprio la serata di Lumignano era nata come momento di condivisione delle nostre emozioni. Fra queste ha voluto partecipare anche Loli per raccontare la sua incredibile e crudissima storia… e con lei anche Martino, Monia e tanti altri.

“Cinquanta Sfumature” non è finito qui! Così anche il nostro piccolo contributo alla nuova vita di Loli. Un contributo umano prima che economico; un contributo che allarga la famiglia e che stringe ancora di più le persone intorno a questa grande donna che sta toccando il cuore di tutti.

“Cinquanta Sfumature” ha moltiplicato i propri incontri e si replica in diverse città, ma ogni volta in modo nuovo e diverso, aggiungendo nuove testimonianze, nuove storie.

Tutti questi testi (…e non solo!) sono qui raccolti, come testimonianza che ai colpi mancini del destino possono contrapporsi quelli destri delle azioni e delle parole.

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La parete che chiama – Ivo Rabanser a Carpi – 20 gennaio 2017

Ivo Rabanser, classe 1970, Accademico del Cai a soli 23 anni e Guida Alpina della Val Gardena, è anche grande conoscitore delle Dolomiti e autore di numerose pubblicazioni tra le quali le due monografie su Sassolungo e Civetta della collana Guida ai monti d’Italia del Cai-Tci.
Ivo ci farà emozionare e sognare tramite racconti, video e foto delle sue esperienze nel cuore delle Dolomiti in 30 anni di attività e ci racconterà i principi che hanno ispirato l’apertura da parte sua di numerosissimi nuovi itinerari alpinistici: un approccio classico ed esplorativo con mezzi estremamente rispettosi della montagna, in un’epoca in cui la tecnica permetterebbe ben più facili soluzioni e la ricerca del bello nell’intuire e realizzare nuove linee di salita fra le pieghe della montagna. Luoghi apparentemente ormai del tutto antropizzati, ma che ancora sanno regalare angoli di avventura a chi come Ivo è disponibile a mettersi in gioco con umiltà e pazienza.
Una serata da non perdere per tutti gli appassionati della montagna e delle magiche atmosfere che solo l’ambiente dolomitico sa regalare.

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Dove:

20 gennaio 2017 – ore 21.00 – INGRESSO LIBERO
CAI Sezione di Carpi – Via Cuneo, 51, 41012 Carpi (MO)

Link al sito del CAI di Carpi sulla serata:
http://www.caicarpi.it/wp/la-parete-che-chiama-serata-con-ivo-rabanser/

Evento Facebook:
https://www.facebook.com/events/357767481260903/

Alta pressione

di Saverio D’Eredità

Arriva il giorno che poi ti fermi. Che qualcosa si inceppa. La corsa, per un istante, s’arresta. Tutto si fa di silenzio. Ed attesa.
Succede che non ti va più, che tiri indietro l’ago e ne hai abbastanza. Pure lei sembra stanca. Qui nemmeno quel po’di neve s’è accumulata. Le pietre sono nude. Ricoperte appena da una patina di ghiaccio e pochi centimetri di polvere bianca. La montagna sembra saccheggiata, come se non fosse rimasto più nulla di un’antica bellezza. Nulla più del tesoro nascosto.

Il bello di essere una cordata è forse anche questo. Guardarsi negli occhi e dirsi che basta così. Per oggi. Per quest’anno. Forse per un po’. Dirselo senza recriminazioni e giochi di parole. Anche se è una fottuta cengetta di ghiaia facile e appoggiata che ti vergogni quasi a dirlo e ti guardi attorno cercando una scusa. Il tempo? La neve? I ramponi? Qualcosa. Ma una scusa non c’è. Hai tirato indietro l’ago, tutto qua. Continua a leggere

“Amici per sempre” – nuova via sulla Nord della Cima Verde

di Saverio D’Eredità

Prendi l’auto e vai in una valle, una valle che conosci da sempre e di cui credi di sapere già tutto. Guarda in alto le pareti. Cosa ti viene in mente? Non pensarci, non serve. Lascia che te lo dicano loro. Soltanto guardale con occhi nuovi. Non cercare niente. Dimentica tutto, butta all’aria, libri, tracciati, riviste e consigli. Trova e basta. Il segreto è tutto lì. Lasciati stupire.

La Nord del Montasio sovrasta la Saisera con la sua architettura squadrata e severa. È forse la più cupa e incazzata nord di tutte le Giulie. Non c’è un solo metro di parete che conceda qualcosa all’occhio dei cacciatori di linee. Continua a leggere

Filastrocca di capodanno

di Carlo Piovan

Filastrocca di capodanno:
fammi gli auguri per tutto l’anno:
voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile;
voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera;
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco;
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.
Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente.

Gianni Rodari

Pochi giorni e puntualmente i numeri sul calendario ci ricorderanno di officiare il sacro rito del conto alla rovescia, dei buoni propositi e dei bilanci; ma noi ben sappiamo che i nostri pensieri saranno sempre li stessi… condizioni? temperatura? alta pressione? chiodatura? allenamento? rigelo ? Ma prima di sprecare troppe energie mentali per cercare la convergenza di molteplici variabili che non dipendono da noi, quest’anno mi sbilancio provando a dare un consiglio: impariamo a giocare con l’imprevisto e cerchiamo i percorsi nelle migliori condizioni senza non forzare quelli nelle peggiori. La condivisione delle informazioni è importante, tanto più in inverno, per aiutarci nella scelta degli itinerari senza paura di fare i pecoroni, perchè ben sappiamo che il fatto che sia passato qualcuno uno o due giorni prima di noi non ci autorizza a non valutare le condizioni del terreno, su cui ci muoviamo, nel momento della nostra salita.

Informazioni, web, Sigfrido e il Drago dell’avventura.

Povero drago, generalmente nelle saghe e nelle fiabe gioca il ruolo del maligno e finisce sempre male. R. Messner nel 1968 in un articolo intitolato “Direttissima oder Mord am unmöglichen” abbinò la figura del Drago a al concetto d’impossibile in alpinismo Il Drago è avvelenato, Siegfried è disoccupato… la mia preoccupazione è per il Drago morto… Deve
succedere qualcosa prima che l’Impossibile sia sepolto… Perciò salvate il Drago!…”. scriveva Messner, sostenendo la sua tesi che vedeva nella proliferazione del chiodo a pressione il mezzo per uccidere l’impossibile e l’incognita in alpinismo. Oggi c’è chi sostiene, che la medesima incognita insita nella natura dell’alpinismo, sia pressochè annichilita dal proliferare di relazioni, foto e informazioni sul web; in realtà l’impossibile che Messner voleva come concetto assoluto e che, forse, oggi può essere sempre superato con la techne, non è affatto morto nella nostra natura di uomini, ovvero essere fallibili.

La diffusione della coscienza della conoscienza per ridurre il rischio nelle salite alpinistiche, è il solo frutto di una maturazione generale che ha sfruttato la tecnologia a disposizione per una maggiore e consapevole (si spera) diffusione. L’incertezza, il fallimento e l’impossibile fanno parte della nostra natura di uomini per cui nessuna salita avrà mai la certezza della riuscita grazie a qualche informazione in più, casomai qualche certezza in più di tornare a casa con il sorriso.

Il Drago oggi non è più il mostro con cui si trova a lottare Sigfrido, ma piuttosto il simpatico Drago invisibile dalle ali rosa, che appare e scompare solamente ai nostri occhi ma mantenedo costante la sua presenza.

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Il nostro augurio per il 2017

Il 2017 è solo un numero, una convenzione che ci vorrebbe su una linea retta che tende a infinito, ma la vita vissuta è fatta di istanti nel presente.

Godete il più possibile,

Divertitevi più che potete,

Siate felici nel presente,

E auguriamoci tutti di arrivare novantenni  in stile Agostino Gazzera “Gustin” .

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“Gustin” sulle ripide cascate di ghiaccio della Val Varaita – archivio immagini Stuffilm Creativeyeci – fonte Torinoelealpi.it