Un mondo perduto

di Saverio D’Eredità

Un buon modo per far star tranquillo un bambino nei lunghi viaggi in auto è appioppargli un atlante stradale e lasciarlo giocare a fare il geografo. Era proprio questo il mio passatempo nei lunghi viaggi in auto dalla Sicilia alle vacanze estive, quasi sempre “nel continente” e a non meno di 2 giorni di auto, traghettate incluse. Devo forse alle interminabili ore passate con una cartina sotto gli occhi la passione per la geografia, le mappe e un certo senso dell’orientamento. Nell’estate del 1991 passare il confine ed entrare in Slovenia equivaleva ad una piccola avventura, a metà tra l’esotismo e il turismo rivoluzionario. Un carro armato piazzato ad arte a pochi metri dalla dogana e dalla parte opposta al duty free era il segno – a pensarci oggi, forse un po’forzato – dalla fresca indipendenza della Slovenia, con tanto di bandiera sventolante sopra. Una bandiera che sembrava uscita dalla stamperia pochi giorni prima tanto era sgargiante e pulita. Una bandiera dai colori abbastanza scontati, ma con un tocco assolutamente originale: l’immagine stilizzata di un monte a tre cime.

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Silenti in(ri)voluzioni

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan

“Erano arrivati al punto. Quello che diceva Bernie era sicuramente vero. Perché è così che avvengono le rivoluzioni, quelle vere, quelle che ci trasformano, ci plasmano. In silenzio, fatte passare per una pura formalità. Un comma aggiunto in un decreto. Un atto dovuto.” (tratto da “Fuori Traccia” – A.A. Arcipelago Altitudini)

Il peccato originale

Il primo errore l’abbiamo fatto noi. Annebbiati dal nostro ego ci siamo esaltati nel vedere le prime gare di arrampicata che decretavano in modo “oggettivo” chi fosse il più forte arrampicatore del mondo. Non ci è parso vero di dotarci di strumenti in grado di documentare in modo certo il punto di arrivo su una montagna di 8000 metri facendo la guerra a chi avesse guadagnato un centimetro più dell’altro. Ci siamo inventati premi, titoli, curriculum, gruppi elitari auto costituiti. Abbiamo ceduto al voler porre delle regole, noi che da quelle regole scappavamo cercando nella metafora dell’alto, del verticale, della quota, un luogo dove non ci fosse sovrastruttura, ma solamente quella natura quasi primordiale, con cui sapevamo non avesse nessun senso porsi in competizione. Pian piano abbiamo voluto portare lassù pezzi di “urbanità” per ridurre, forse, quel senso di impotenza che ogni tanto ci prende di fronte alla selvatichezza della montagna o per affermare la nostra futile capacità di trasformare qualsiasi luogo del pianeta a nostro servizio. Salvo veder poi sparire il frutto di tanto lavoro sotto eventi naturali che si ripetono da milioni di anni ma che noi chiamiamo emergenza. Ci siamo illusi di poter creare delle economie sulla nostra pratica, distinte da quella globale, per poi ritrovarci a passare più tempo nei negozi di Arco o Chamonix piuttosto che in parete. Abbiamo stemperato il confine tra l’urbe e la selva fino a diventare una città globale il pianeta, con le montagne a fare da parco pubblico.

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Elmer, l’elefante sulla neve

di Saverio D’Eredità

Oltre il dosso la traccia finiva, e con essa il rumore. Più in là era il silenzio e nient’altro che due larici naufragati nel pendio grigioazzurro del mattino. Non credete che le tracce facciano rumore? Eppure le puoi sentire. Il vociare chiassoso delle tracce di sci confuse a quelle delle racchette da neve, disturbate dallo zampettare di cani e da buchi di impronte. Tutto un rincorrersi, un sovrapporsi di parole, e suoni e odori anche. E poi ci sono le tracce incerte come bisbigli, che vanno qua e là, tornando indietro nel dubbio. Ci sono le tracce regolari, sicure, ben scandite, che seguono geometrie euclidee. Le invidio, nella loro sicurezza, nel loro non aver nemmeno un’esitazione. E ancora quelle che sanno di sudore, fatica e bestemmie (una sbavatura nella corsia, il forsennato pestare dei bastoncini a trovare un equilibrio) e infine le tracce che cercano. Le capisci da subito, le tracce che cercano, paiono segugi che fiutano l’aria. In apparenza indugiano, in realtà osservano. Si adattano. Le vedi da come si plasmano al pendio, hanno una loro logica anche se sgraziate. Arrivano, il più delle volte. Altre, invece, scompaiono.

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Ritorno al Futuro – arrampicata “trad” sulle pareti del Pal Piccolo

di Saverio D’Eredità

Trad, tred…o cosa?

Si chiama “Trad” si legge “Tred”, ma gli alpinisti di un tempo mi direbbero “alla vecchia”! Sono poi così importanti le definizioni e le etichette quando si fa qualcosa, soprattutto quando lo si fa per passione e un pizzico d’amore? Del resto, un vecchio trucco del marketing è proprio quello di cambiare nomi alle cose per farle sembrare nuove. Ma noi, che esercitiamo sempre e comunque il libero pensiero, non ci faremo trarre in inganno. Parlare di arrampicata “trad” sulle pareti del Pal Piccolo come fosse qualcosa di nuovo, in effetti, è solo una mezza verità. Perché tutto sommato qui la storia era iniziata proprio così. Con un pugno di dadi (all’epoca si trattava soprattutto dei mitici “eccentrici” oggi quasi del tutto scomparsi dall’argenteria alpinistica, anche se le fessure carniche li apprezzerebbero ancora…), un po’di sana follia e tanto pelo sullo stomaco. Oggi lo chiamiamo “trad”, ci siamo anche dati delle regole (è un po’un vizio dei nostri tempi), ma dovremmo sempre guardare le cose più per come sono che non per come vogliono apparire. E scoprire che in ogni storia nuova c’è un seme antico.

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Un passo dopo l’altro sulla cresta Val d’Inferno

di Saverio D’Eredità

Non c’è mai niente di facile, da queste parti. Soprattutto, mai niente di scontato. O che sia quantomeno un po’prevedibile. In quanto terra di opposti, dove idilliaco e arcigno coesistono costantemente, la Carnia non si smentisce. Ti priva di punti di riferimento. Prendi le sue creste, ad esempio. O sono quelle dorsali mansuete, bovine, dove pascolare in serenità lasciandosi cullare nei grandi spazi, o sono fragili castelli tutti in bilico e precarietà. Sono controverse, le creste. Sono l’ossatura delle montagne, l’esoscheletro che le tiene appese al cielo. Ma non tutte, perché altre te le devi immaginare. Non dev’essere un caso che a “pensare” e poi intrecciare i passaggi di questa cresta fossero stati due assi come Ettore Castiglioni e Gino Pisoni, nel 1939. Castiglioni stava battendo le Carniche per realizzarne la prima guida CAI, e pensò bene di inanellare tutti i i pinnacoli della lunga cresta che dalla Forcella Val Grande arriva fino ai Brentoni. Eppure, non è esattamente una cresta logica. Districarsi tra questi denti scheggiati è un tormento non da poco, una specie di esercizio mentale dove alla fine vince chi riesce a scendere ad un compromesso sufficiente con una serie di cose: sicurezza, velocità, curiosità. Non si può essere troppo ortodossi, mentre si fa l’elastico su questa specie di yo-yo di calcare sbrecciato, che poi ogni tanto – vedi? gli opposti, le contraddizioni che ti stupiscono – ti regala momenti di pura delizia salendo alle vette. Del resto, come si fa a non fare una visita a quella cima beccuta dal nome Pinguino (solo per il nome, andrebbe salita), o alla baricentrica Torre Val d’Inferno o ancora alla Torre Innominata col suo libro di vetta che è una specie di bottiglia dei naufraghi. Salendole scopri il dono della roccia magnifica, appena dopo aver lasciato pensieri e capelli bianchi in traversini che te li raccomando. Ci sarebbero un sacco di considerazioni da fare, azzardando paragoni con la vita e gli stati d’animo, andando in su e in giù in qua e in là su questa cresta che poi è cresta solo ogni tanto e quando gli pare a lei. Che sa anche respingerti o scambiare le carte (vero, Torre Evelina?) ma noi che appunto non siamo troppo fissati con i numeri ma ci piace il gioco in sé, una soluzione l’abbiamo trovata lo stesso. Si, si potrebbe ricavarne un po’di lezioni sulle cose del mondo, ma per oggi preferiamo rimanere concentrati sul presente. Un passo dopo l’altro. E occhio eh, che non si sa mai. Un po’come la vita, in effetti.

La cresta Val d’Inferno ben visibile a destra. A sinistra la piramidale cime Ovest dei Brentoni – foto S.D’Eredità
A fil di cielo: Carlo Picotti nel tratto di cresta che precede la Torre Val d’Inferno
Sospesi: caratteristica lama prima del Pinguino – foto C.Picotti
Saverio D’Eredità risale la fessura sotto la Torre Val d’Inferno – foto C.Picotti
Traverso delicato sotto Punta Anna -foto C.Picotti

Cresta Val d’Inferno

(Alpi Carniche – gruppo dei Brentoni)

Difficoltà: dal II al IV

Dislivello: circa 500 mt (saliscendi) e circa 1500 di sviluppo

Roccia: di qualità varia, da friabile a molto buona

Prima salita: Ettore Castiglioni e Gino Pisoni, 13 luglio 1939

Prima Invernale e solitaria: Mario Di Gallo, 20 gennaio 1990

Itinerario n. 11 della Guida A. Carniche Occ.li

Nel suo genere, più un’eccezione che una regola, considerando che le Carniche non abbondando di percorsi di cresta. Castiglioni e Pisoni nel ’39 hanno saputo immaginare un percorso di grande fantasia ed eleganza, destreggiandosi tra torri e pinnacoli e toccando ben 5 cime tra la Forcella Valgrande e la forcella che separa la Torre Evelina dalla Cima Brentoni Est. In totale sono oltre mille metri di dislivello e quasi duemila di sviluppo su terreno esposto, spesso su roccia friabile, ma anche incredibilmente solida (soprattutto salendo al Pinguino, Torre Val d’Inferno e Torre Innominata). Ne risulta una specie di “grande course”, molto interessante e decisamente alpinistica anche se le difficoltà non superano il quarto. Necessaria una corda da 50 metri, qualche friend e chiodi per evenienza. Lungo il percorso si incontrano 4 brevi doppie (vivamente consigliate!) e – a seconda dell’esperienza e grado di confidenza – potrà essere necessario effettuare brevi tiri di corda, in particolare nel traverso (delicato, noi l’abbiamo trovato verglassato) sotto Punta Anna e nella salita alla Torre Evelina. A onor del vero su quest’ultima, per pochi metri, non siamo arrivati: la fessura finale ci è parsa decisamente friabile seppur fattibile. Abbiamo quindi optato per l’aggiramento della Torre per rampa a sud e attrezzato una breve doppia per entrare nel canale sotto la forcella (1 ch. vecchio in loco+1 ch.nostro e kevlar nuovi).Rispetto alla relazione nella nostra guida Alpi Carniche occ.li, segnaliamo che nel tragitto prima del Pinguino sono 2 e non 1 le doppie da eseguire, mentre la salita a Punta Evelina presenta roccia friabile in finale. Forse è possibile salire per la parete sud più a sx e quindi completare integralmente la cresta (ovviamente se qualcuno ha info saremo ben felici di correggere e aggiornare!)

Sguardo a ritroso per Carlo Picotti verso la lunga cresta Val d’Inferno – foto S.D’Eredità

Ritorni – prima che faccia notte

di Saverio D’Eredità

C’è un gusto particolare a cogliere le ultime di stagione. Che poi ultime non sono mai, si sa, ma lo si fa per scandire il tempo. O per ingannarlo, il tempo. Le ultime prima delle tempeste, ti fanno sentire un po’privilegiato (tutto ruota spesso attorno a questa cosa qui, di qualcosa di unico, di irripetibile, che in realtà è già così), come il marinaio rientrato in porto prima della burrasca o l’ultimo dei mohicani. Allora, rivolgi lo sguardo alle montagne di sempre, quelle che fanno parte dell’orizzonte quotidiano (le altre,quelle nobili, quelle desiderate già si sono isolate nel loro silenzio invernale) e quindi anche se non ci pensi sono sempre con te, fanno parte di una sorta di paesaggio interiore sempre presente. Ti si parano davanti quando rotei in uno svincolo autostradale, uscendo dal supermercato, mentre distrattamente guardi dal finestrino. La Grauzaria per noi che non siamo poi tanto lontani, ma manco vicini è quella cosa lì. La montagna sempre presente, la cui porta è sempre aperta, soprattutto quando hai una malinconia da qualche parte che non sai spiegare. E ci sono di più – come vecchi amici cui confidare un segreto, un dubbio, un pensiero – in prossimità di questi giorni che già sanno di inverno e ti prende quella fretta o non so che di sapere ancora qualcosa, prima che finisca tutto, prima che faccia notte. Quel desiderio di tornare. Allora metti da parte aspirazioni, pretese, o chissà che idee senza senso e non hai difficoltà a dire all’amico “ma sì, torniamo lì”.

In vista della Medace

Per noi, per me, la Grauzaria è quella cosa lì. Montagna a cui torni, anche mille volte, e non ti pesa. Nessuna occasione perduta. Nessun rimpianto. La “Direttissima” ce l’ho sempre nella coda dell’occhio in quei momenti insulsi in cui attraversi strade e paesaggi nei giorni in cui non succede niente che poi è la vita normale, e se la visibilità è buona subito la ritrovi. Il terrazzo sospeso del Gran Circo, la turrita cresta sommitale, i gorghi inestricabili sotto la Cima Senza Nome. Si torna alla Grauazaria, come da bambini in qualche rifugio segreto, la casa sull’albero per chi ha avuto la fortuna di avercela, un angolo della stanzetta per altri, il muretto con gli amici.

Il traverso delle fessurette

Se poi è un po’che ti sei messo in pausa, allora le montagne di sempre sanno ricordarti il motivo per cui torni. Che ti mancava la sveglia, uscire nel buio, tagliare le tele di ragno nel bosco. Fare quel passo fuori dal sentiero tracciato. Riscoprire un certo passaggio. Cercare un ometto e aggiungergli una pietra sopra. Prima che faccia notte.

***

Creta Grauzaria mt.2065

Via “Direttissima” (N.Cozzi e T.Cepich 8/9 settembre 1900)

Tra le vie cosidette “d’ambiente” senz’altro una delle più affascinanti delle montagne friulane, che permette una traversata della Creta da est a ovest con giro ad anello. Percorso solare ed arioso, molto vario e con alcuni passi caratteristici come il pertugio “dantesco” che permette di superare il grande masso incastrato d’attacco e il traverso delle fessurrette che -per l’epoca di apertura- fecero meritare l’appellativo di “Direttissima”. Primi salitori illustri per questa montagna ora fuori moda, ovvero il leggendario Napoleone Cozzi con Tullio Cepich, membri della Squadra Volante protagonista di spettacolari prime salite all’alba del Novecento, un vero salto di qualità per l’alpinismo “senza guida”. Si tratta di terzi gradi, ma considerando i mezzi ridotti e le scarse conoscenze anche geografiche dei gruppi, di tutto rispetto. La salita (itinerario n.111 della Guida Alpi Giulie e Carniche Or.li) non supera mai il III+ (brevi passaggi) ed è sufficiente uno spezzone di corda (anche 30 metri) per percorrerla (qualche rinvio e un paio di friend per sicurezza). La parte alta, in cresta, si svolge su terreno spesso insidioso dove prestare attenzione. Discesa per la normale.

Cresta sommitale dall’anticima S/E- visibile la cima della Creta, la sx delle due

Arcipelago Altitudini

di Saverio D’Eredità

Pochi giorni fa mi è capitato di leggere una riflessione di quel grande giornalista di sport che è stato Gianni Mura che così diceva “Molti direttori di giornali non credono più nel pezzo lungo e scritto con un buon italiano, perché dicono che la gente non ha tempo di leggere e invece non è vero. Io ho sempre sostenuto che questa fosse una balla, se uno vuole il tempo lo trova. Dipende cosa dai da leggere a un lettore.” Io questa cosa l’ho sempre un po’pensata, solo che mi veniva difficile sostenerla – anzitutto perché non sono Gianni Mura, mi pare ovvio – e poi perché ammetto di aver un problema con la sintesi o forse il punto è che siccome già per lavoro devo scrivere cose molto astratte in tipo 200 caratteri, ho sviluppato una sorta di rifiuto per ogni tipo di paletto che si voglia mettere alla scrittura. Quindi, anche se volessi sostenerla non sarei credibile. Però una cosa va detta. La tendenza, ormai in atto, di condizionare un testo al tipo di strumento di lettura rischia alla lunga di impoverire la forma narrativa. Ci rende schiavi del mezzo, senza considerare che alla fine non esistono né storie troppo lunghe né troppo brevi. Esistono le buone storie, punto. E se una storia merita di essere raccontata, la lunghezza conta relativamente.

Devo dire che quando Teddy Soppelsa mi ha proposto di collaborare con il progetto Arcipelago Altitudini, ho subito aderito con entusiasmo. In primo luogo ne ero onorato (non è che capiti proprio tutti i giorni di trovarsi un po’casualmente in mezzo alle firme che leggi su libri e riviste) e tutto sommato il fatto di poter scrivere una “storia lunga” a schema libero rappresentava una sorta di liberazione. A scuola, del resto, quando c’era il compito d’italiano sceglievo sempre il tema libero.

Il progetto ha un obiettivo ambiziosamente demodè: rimettere al centro il racconto, quella forma narrativa ibrida che oggi trova poco spazio tra la tirannica brevità del web e la solida architettura del romanzo o del saggio. Rimettere al centro la parola, la sua forza millenaria, che così bene si sposa alla montagna e alla natura, là dove il tempo non ha importanza e segue altre regole.

AA – Arcipelago Altitudini è quindi un progetto “diverso” e per questo val la pena seguirlo e perché no, sostenerlo. Dentro troverete grandi penne della narrativa “di montagna” (come Camanni o Sciampliciotti) e “di natura” (Faggiani e Campani) e perfetti sconosciuti che magari si esprimono saltuariamente sui blog, con le forme e i tempi propri del web. C’è spazio per racconti lunghi e biografie, reportage e graphic novel, per mettere insieme tutte le forme espressive possibili “su carta”. Proprio come un arcipelago dove il lettore si troverà a navigare, speriamo con piacere, interesse, curiosità. La forma del libro-magazine, con una grafica elegante e curata è essa stessa un invito a quella lettura profonda che è anche uno dei più sottili piaceri della vita. Ci troverete la montagna, magari non al centro, e nemmeno di sfondo. Ma sicuramente ci troverete il “sentimento” della montagna, che si assapora di più proprio quando, liberatisi dal tempo, si lascia spazio all’immaginazione con un passo lungo. Un po’ come affrontare certe lunghe vie d’ambiente.

“Fuori traccia”, il racconto che troverete dentro il libro magazine, riprende un tema già proposto sulle pagine di questo blog, ovvero di come la società odierna sia sempre più dominata da un concetto di sicurezza vuoto e che tende a de-responsabilizzare l’individuo, trasformando l’ambiente naturale – con le sue ineluttabili regole – in quel “parco giochi urbano” che rende l’avventura sì divertente, ma insipida. Cosa accadrebbe quindi se, in un futuro distopico, tutto ciò che oggi diamo per scontato non lo fosse più? Se andar per monti diventasse un’attività con regole rigide e strette sorveglianze, se tutto ciò fosse la normalità, tanto da non accorgercene nemmeno? Un futuro in cui quello che oggi consideriamo la nostra libertà diventasse fuorilegge?

Futuro distopico, ma non troppo. I segnali qua e là arrivano, bisogna essere attenti a coglierli. E di tutto ciò, è inutile girarci attorno, possiamo pure accusare il capitalismo, il Sistema o quello che volete, ma i primi colpevoli siamo noi. Abbiamo perso gli ultimi trent’anni a discutere di spit e gradi, mentre attorno a noi avveniva una rivoluzione silenziosa che minava il presupposto dell’alpinismo in senso lato, sia esso classico, sportivo, con gli sci o su ghiaccio. La libertà delle proprie azioni. Con il tempo osserviamo questo spazio ridursi, giustificato dalla necessità di rendere “sicuro”, “fruibile, di “valorizzare” l’ambiente naturale, verso la chimera del rischio-zero. Ma venendo meno quella libertà, viene meno lo spirito stesso che ha fatto dell’alpinismo una delle attività (chiamarlo sport, ancora, non ci piace) che più possono arricchire una vita. Difendere questa libertà e al tempo stesso impegnarsi affinché quello spazio naturale in cui si esprime (e che ne dà un senso) rimanga integro per noi e le future generazioni dovrebbe essere la vera frontiera dell’alpinismo del futuro. Allora sì, la parola, la narrazione, prima ancora di un hashtag o una foto potranno venirci in soccorso.

Per maggiori informazioni su Arcipelago Altitudini consultate la pagina di altitudini.it (http://altitudini.it/aa/) e quella di Mulatero Editore (https://mulatero.it/prodotto/arcipelago-altitudini/) dedicate al progetto, con la possibilità di acquistarlo online. Lo trovate in libreria dal 30/09.

Col Monton, lungo la via Zonta, Gnoato, Bertan.

di Alessandro Rossi

Il Col Molton è l’altura che sorge appena a sud del paese di Cismon, a destra di chi guarda dal bar “al Pescatore” (altrimenti detto Ristorante Val Goccia), punto di ritrovo fondamentale per chiunque sia diretto ai Lagorai o alle più lontane Pale di San Martino. Questa massiccia protuberanza del Monte Grappa, così vicina alla civiltà eppure così selvaggia (è abbastanza difficile e impervio raggiungerne la vetta per la via “normale”, attraverso alpeggi abbandonati e tracce di camosci) fu la prima che attirò l’attenzione degli alpinisti, se si trascura la misteriosa via di Ottorino Faccio sulla opposta parete che sovrasta Collicello aperta tra il 1935-36. Nel 1968 C. Zonta e A. Gnoato scalarono con numerosi chiodi a pressione la grande placca scura sul lato sinistro della parete e terminarono alla grande cengia sormontata da strapiombi. Due anni dopo, nel 1970, Zonta e Gnoato con l’aggiunta di E. Bertan terminarono l’itinerario scalando anche i grandi rigonfiamenti sporgenti attraverso una strapiombante fessura-diedro: nacque la Zonta-Gnoato-Bertan, la prima via del Canale del Brenta, molto impegnativa e di grande interesse tecnico già allora.


Nel 1972 il Col Molton venne preso di mira anche da altri forti dolomitisti: i fratelli Cappellari con Vittorio Lotto e Renzo Timillero che aprirono una via lungo la parte destra della parete ove sorge un pilastro triangolare e che sale per fessure fino al pianoro sommitale, itinerario ardito quanto il
precedente ma che purtroppo non incontrò il favore degli arrampicatori. Oggi giace abbandonato.
Altre due vie nacquero poi sulle pareti del Col Molton tra gli anni ’70 e ’80 e furono la “Enrico Ferrazzuto” di A. Campanile ed E. Bassetto del 1977, che sale 4 tiri indipendenti sulle placche nere appena destra della Zonta e probabilmente mai ripetuta e la “gola profonda” dello stesso Zonta assieme a G. Nicente del 1984, che sale il ben visibile camino nero a destra della parete principale e il seguente canale, anch’essa mai ripetuta. Nel 1979 la prima libera della Zonta-Gnoato-Bertan venne effettuata da A. Campanile e da U. Marampon e quest’ultimo, per ricordare il padre di un amico, aprì da solo una via lungo lo spigolo nord e la dedicò ad Emilio Rizzon, nel 1999, via che conta una ripetizione.
Dopo molti anni di abbandono la Zonta-Gnoato-Bertan è stata richiodata nel 2013 da Ermes Bergamaschi, nell’ambito del progetto Valsugana e Canale del Brenta che mira a valorizzare gli itinerari più belli della valle. La richiodatura è stata fatta nel rispetto più profondo delle difficoltà originali dell’itinerario, aperto in prevalente arrampicata artificiale, e resta quindi impegnativa.

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La Decima Alba – Torre Genziana

di Saverio D’Eredità

“Non è fame…è più voglia di qualcosa di buono” . Forse ricorderete questa celebre battuta di uno spot degli anni ’90 e del resto gli esperti di pubblicità sanno che tasto toccare. Ovvero quello della perenne indecisione sul concedersi o meno un piacere. Devo dire che il popolo di arrampicatori – antropologicamente mai sazio di piacere come giusto che sia per un’attività di per sé edonistica – spesso vive in questa costante indecisione. Non tutti, sia chiaro. Ma noi, alpinisti della domenica (o del sabato, a seconda), spesso ci avvitiamo tra la tentazione dell’ennesima grande impresa (nella nostra testa) o la voglia di rilassarsi un momento, rinunciare alla (peraltro rinunciabilissima) lotta coll’alpe e godersi una normale giornata di scalata alla ricerca, appunto del piacere. Continua a leggere

La bellezza è un frutto da cercare con pazienza

di Saverio D’Eredità

Se vi dovesse venire la bizzarra idea di fare una via sul Planja, in Slovenia, nascosta dentro il vallone della Mlinarica (per tutto il resto cercate su Google, Wikipedia, Summit Post o – come si faceva una volta – aprite una cartina), dovrete parcheggiare al 38° tornante della strada di Passo Vrsic. Se ci farete caso, sul muro del rudere che sta proprio sul tornante, noterete una scritta in inglese che dice più o meno così: “Caro straniero, vai ora a scoprire il più grande tesoro sloveno. Dimentica tempo+doveri. Segui la strada proibita nella foresta, vai e prendi la strada verso l’alto.Credi in te stesso e infrangi i tuoi limiti. É magico. Prendi il mio amore e combatti i confini” Continua a leggere