Cambio sport (diario semiserio di un canyonista improvvisato)

di Saverio D’Eredità

Sono una persona molto antipatica. Antipatica e snob. Quando sento parlare di sport outdoor, di attività nella natura, insomma ci siamo capiti, mi viene l’orticaria. Quando, chiacchierando del più e del meno, qualcuno scopre che vado in montagna mi dice “sai ho fatto una volta la ciaspolata”, io son lì che li guardo con compassione e disprezzo. Si, sono anche una brutta persona. A parte l’alpinismo, non mi interessa altro: vie, storia delle vie, passaggi delle vie. E anche lo scialpinismo: salite, discese, qualità della neve, pendenza, esposizione. Sì, oltre che antipatico sono anche una persona noiosa. Ma sono cambiato. No, non proprio cambiato: a causa di questa forzata sospensione che definirei “ortopedico-psicologica” dall’arrampicare, ho semplicemente preso in considerazione (non deciso, sia chiaro) di provare anche i famosi “altri” sport praticati gioiosamente da tanti amici. Dove per gioiosamente intendo quel rapporto sereno, realizzato, equidistante che rende le persone così belle, luminose, appagate insomma tutto quello che non sono io, che sono una brutta persona e quindi in realtà le invidio profondamente.

Nell’ultimo periodo ho preso l’abitudine, un po’superficiale a dire il vero, di impegnarmi in maniera piuttosto generica a provare almeno una volta un altro “sport”. Ovviamente non intendo giocare a paddle, fare sup o rollerblade. Intendo proprio quegli sport lì, che magari qualcuno chiama ancora “estremi” (e magari vorrei aiutare quel qualcuno ad uscire dallo spot Sector No Limits e in generale dagli anni ’90). Così ad ogni chiacchierata reale o virtuale ho finito per dire “ma sì, dai, una volta provo anche io il kayak, ma una cosa facile eh!” oppure “sarebbe da provare l’hike&fly, in effetti!” e ancora “se mi porti tu una volta farei un giro in canyon”. Tutte queste cose, unite a varie promesse di ritorni clamorosi all’alpinismo classico, di dedizione metodica all’arrampicata sportiva (improbabile; la metodica intendo), di conversione all’escursionismo contemplativo, hanno finito per occupare ipoteticamente ogni ora libera, weekend o vacanza. Insomma, punto e a capo come con l’alpinismo, pratica nota per divorare tempo e socialità. Quindi, molto pavidamente, mi sono nascosto nell’ombra di quelle chat. Non riaprendole, non affrontando il discorso, fingendomi morto, malato, infortunato o infetto.

Ma il Batti, che ha sempre quell’anda scazzata, ma convincente, sta cosa del canyon se l’era segnata. Tanto da prodigarsi per recuperare non solo materiale all’uopo

“Sai non ho la muta, pazienza, dai” – Invece ecco la muta dell’amico!

Ma anche il momento giusto

“Magari ci andiamo quando fa proprio caldo?”  – Ed eccoti l’estate più calda del secolo!

Nonché lo “slot” giusto

“Vorrei, si, ma sai ho giusto un pomeriggio, che dico un paio d’ore, ma poi i bambini sai, c’ho da fare la spesa, faccio tardi + mi alzo presto” – Ma il Batti che ti conosce e conosce pure tutti questi giri di parole, tira fuori l’itinerario da 2 ore massimo. E chi non ha 2 ore, ad agosto? Insomma, non potevo più nascondermi nell’ombra.

Il Canyoning, o in termini meno ruffiani “torrentismo”, è uno di quegli sport che definisco “sport-wow”. Nel senso che il modo in cui viene raccontato e promosso appartiene ad una categoria così tanto inglobata nella narrazione generalista di attività “nella natura”, da risultare gustoso come un risotto in busta. Cioè tanta sapidità, un po’di chimica, bel packaging, ma stringi stringi il risotto fatto a casa, girato e rigirato per non farlo attaccare, magari con l’odore di soffritto che ti rimane sulle mani, bè insomma di cosa stiamo a parlare.

Questi sport-wow, sia chiaro, non hanno nessuna colpa. Pur vantando nobilissime origini – come il canyoning che nasce come ramo di una sorta di speleologia all’aperto – sono preda di quell’animale onnivoro che è il marketing turistico, quindi spolpati, digeriti e ridati in pasto a noi consumatori. Ma qui sei proprio tu, praticante dello sport-wow, che ti fai inconsapevolmente strumento di marketing, vantandoti della tua “experience”, molto “adrenalinica”, “mozzafiato”, in luoghi “incontaminati”, “immersi nella natura” – che se arriva la rivoluzione culturale e linguistica, ve lo giuro, il primo che parla così lo mando a fare experience col letame.

Insomma, lo sport-wow con tutti quei video go-pro pieni di schizzi ed urletti, di gente felice come a Gardaland a me, che ripeto sono molto antipatico, semplicemente non interessano. O meglio, stanno nel limbo di quelle cose “interessanti, ma”. Li osservo, insomma, col distacco con cui guarderei dei depliant delle crociere all-inclusive “Mediterraneo da scoprire” o dei tour delle capitali europee in autunno o i pacchetti “Olanda in bicicletta”. Interessante, ma.

Ma c’è che il Batti, in qualche maniera, riesce a portarti dalla sua parte. Persino incuriosendomi quando, di ritorno da qualche scialpinistica, mi indicava queste forre lato statale o spiazzetti bordo strada molto equivoci, dove mi diceva che si parcheggiava per andare al rio tal dei tali. Parlandone con tale entusiasmo che, per non rimanere socialmente emarginato, mi buttavo improvvidamente in un “ma dai, una volta vengo anch’io”. Anche perché la definizione di canyoning data dal Batti mi ha reso improvvisamente simpatico quell’artefatto e patinato mondo di sport tutto wow e gopro. “In fondo il canyoning” – sentenziò un dì il Batti ruminando patatine lime e pepe rosa in auto – “è uno sport da ciccioni!”.

Rio Lavarie

Gli ho lasciato fare il resto, disinteressandomi del dove, quando e come. In fondo la vedevo come una compensazione per il mio ruolo di capo gita morale d’inverno, quando sono solito smaronarmi ore sui bollettini, meteo, guide e occuparmi di fare traccia. Tanto, mi dicevo, è uno sport da ciccioni, una roba “wow”, insomma cosa vuoi che accada? Quattro tuffi, due calate e un bagnetto. Forse anche io potevo serenamente consegnarmi alla dimensione di sport emotivamente meno coinvolgenti, cerebrali o psicotici (come l’alpinismo, che appunto non è uno sport).

Questo blando stato mentale è durato fino a poche ore dall’appuntamento, quando la parte alpinistica di me, quella pianificatrice, organizzatrice, che fa della conoscenza il valore principale, ha improvvisamente bussato alla porta della mia coscienza. Toc, toc.

“ehi, tu, sì dico a te che stai andando con quel sorriso ebete a fare nemmeno sai cosa, ti sei chiesto cosa ti aspetta?”.

Il me sorriso-ebete, il me “sport-adrenalinico-immerso-nella-natura”, improvvisamente viene svegliato come uno sbronzo sotto il getto dell’acqua fredda.

Eh, in effetti.

Inutile cercare su youtube un tutorial sulle calate in canyon, assecondando il suggerimento di google “rischi del canyoning” che è troppo tardi. So solo che il canyon è il Lavarie e so circa dove si trova – è già qualcosa – vedo che sul sito di Turismo FVG c’è persino una relazione, ma accompagnata da sigle e acronimi a me ignoti – oddio, c’è anche una scala di difficoltà – e che è “sbrigativo”. Sbrigativo non vuol dire facile. Cerco “facile” con CTRL+F ma non c’è. E manco “principiante”. Cazzo, Batti, ma dove andiamo?

Cerco di calmare la vaga ansia e contrastare il biasimo del me alpinista che mi volta le spalle e dice “te l’avevo detto, io li non ci vado” con del training autogeno, fissando alcuni paletti/certezze.

1) Se la fa il Batti non può essere una cosa troppo difficile (primo bias cognitivo).

2) Devo solo fare delle doppie (è abbastanza vero, a parte che si fa su corda singola, con un discensore simile ma diverso e quindi in qualche modo anche questo è un bias).

3) So nuotare. Ok, questa è proprio una foglia di fico. Ma saper nuotare è meglio che non, quindi avevo dalla mia 2 indiscusse capacità: le doppie e il nuoto.

Ora quello che vi dirò – motivo per il quale ho aperto questo post piuttosto inutile – è semplicemente una raccolta di spunti dalla prospettiva di uno che fa tutt’altra cosa quindi prendetela così: una specie di diario emozionale di un “canyionista per caso”. Giusto per mettere le mani avanti da potenziali pasdaran che sono lì pronti a redarguirti o a dirti che non hai capito niente. Quindi lo dico subito: io non ho capito niente, non so niente, passavo di qua, mi hanno dato una muta, so fare le doppie. So nuotare.

Per prima cosa, noto che questa attività funziona in maniera per così dire “contro intuitiva” rispetto a quello cui sono abituato nelle mie consuete attività “ascendenti”. In buona sostanza, molte delle mie conoscenze, pratiche ed istinti vanno ribaltati.

Partiamo proprio dall’inizio, ma proprio dal primo gesto: scendere dall’auto e avviarsi verso il punto di partenza. La prima cosa controintuitiva è la mise. Ci si avvia infatti in costume da bagno lungo sentierini accennati, portando sacconi variopinti che lasciano presagire grandi imprese, ma essenzialmente ignudi. Cosa che contrasta con quasi tutte le regole di comportamento e manuali delle giovani marmotte, nonché linee guida della ASL in materia di profilassi per il morso da zecca. Si va pacificamente a gambe e petto scoperto, dandoci in pasto ad artropodi vari senza paura. E già qui, il senso di disagio inizia a strisciare e a somatizzarsi nella sensazione – sgradevole – di aver sempre una orribile bestia addosso.

La seconda cosa riguarda quello che dovrebbe essere il must di quest’attività: il tuffo. Essenza dell’esperienza adrenalinica da depliant, ho approcciato il tuffo con più di qualche perplessità. Distinguerei tuttavia il tuffo con lo zaino da quello senza.

Il tuffo con lo zaino è stato il primo. Il Batti ha semplicemente detto “qui ci si tuffa” e io sono andato. Così, hop! con una capafresca come direbbero a Napoli veramente inspiegabile. E infatti. Entrato nella pozza registro in un nanosecondo alcune terribili sensazioni. Prima quella di essere tirato giù, poi quella di essere portato su, ma in ogni caso niente in mio controllo: cominciamo male. Guardo il Batti come un cagnolino (bagnato) che ha perso il padrone. Questa cosa di buttarsi con tutta la zavorra non mi convince, anche se poi la zavorra diventa galleggiante. Quindi il consiglio per me è comunque senza.

Le calate, invece, che almeno quelle in teoria so farle, bisogna prenderle un po’diversamente: se il momento in cui attacchi “un coso” all’imbrago può essere rasserenante, una volta entrati in acqua provi di nuovo quello strano disagio. La corda si sfila e tu fluttui nell’acqua. Dovrebbe essere bello. Non so, ci devo pensare, vi dico dopo.

Ok, voi direte: ti sarai almeno divertito nel tuffo senza? Una delle poche istruzioni che ho recepito dal Batti è: il tuffo non è mai obbligatorio. Bene, quindi perché tu Batti adesso ti sei tuffato nella pozza e io son qui sul bordo, a pattinare come Fred Astaire su ste rocce viscide e devo tuffarmi per forza dato che alè! Gli zaini sono stati lanciati allegramente insieme alle corde? E quindi cosa in questo momento mi fa sentire così sull’orlo del fare la cazzata?

Il tuffo, il gesto del tuffo intendo, è associato ai ricordi di infanzia. Forse ai più bei ricordi. Ad una certa spensieratezza, a quel senso di libertà e spregiudicatezza dell’istante del volo, a qualcosa di animale. Poi il tuffo diventa nei ricordi una sorta di rituale di passaggio: saltare da più in alto segna quella linea d’ombra tra infanzia ed età adulta. Infine il tuffo trova il suo apice in coincidenza con l’alto tasso di testosterone adolescenziale e un altro tipo di rituale, quello del corteggiamento: il tuffo come dimostrazione di forza e virilità. Tuttavia a quest’ultimo stadio non sono arrivato: anzi, ho sempre preferito un tuffo ben eseguito da altezza controllabile che non sboronate a rischio guardia medica.

Insomma, il tuffo senza zaino nella pozza del Lavarie l’ho affrontato con molta perplessità e persino un pizzico di preoccupazione. Tipo “non è che adesso finisce che facciamo la cazzata, tipo che mi faccio male, che annego o che ne so?”. In realtà sotto sotto in me si stava facendo largo a gomitate un io-bacchettone che arriva tutto scocciato e con aria di rimprovero sul bordo del salto e mi elenca vari ammonimenti. Tipo “non accettare passaggi dagli sconosciuti”, “chiama quando arrivi”, “hai soldi?” “copriti che fa freddo” “non fare il bagno dopo mangiato/metti la crema”. Tra tutti gli ammonimenti non trovo “non buttarti in una pozza di un canyon che non conosci” ma ugualmente mi sono messo ansia da solo. Mi viene in mente solo quello di mio nonno, quando mi vedeva tuffarmi dai taglienti scogli di Capo Gallo – “Accura pi’ cuorna” – (attento alla testa, in palermitano). Mai consiglio fu più definitivo di quello. Mi rannicchio e mi butto. Attento alle corna, sempre.

Il Batti che sembra così naif, ma in realtà ne sa, quando riemergo ansimante mi guarda con aria sorniona e soddisfatta dicendomi: “Visto? È la cosa più divertente!” Eppure qualcosa non va. Ero venuto per divertirmi invece sto solo aspettando di vedere l’uscita. Cosa non funziona?

Lo so. Quel me alpinista che mi aveva voltato le spalle, in realtà è appostato come una scimmia sulla spalla.

“Scusa, quoque tu” – mi dice con un filo di saccenza – “ma hai visto dove ti trovi? Non noti qualcosa?”

Minchia, sai che forse ha ragione. Questo mio insistente guardare indietro, perché? Perché come al solito sto valutando LE VIE D’USCITA. Ecco l’origine di questa ansia strisciante, più strisciante della sensazione di ragni nella muta, più di quel peso che ti porta giù o della corda che si sfila dal discensore. Perché siamo qua dentro e ogni metro che facciamo ci tagliamo i ponti con il ritorno: Non si torna indietro – frase potente, epica, evocatoria – trova il perfetto compimento in queste forre.

Quindi tutta questa storia dello sport-wow, del mozzafiato, che sa tanto di bambola gonfiabile, dello sport da ciccioni come dice il Batti è una balla. Ci si gioca le palle, come al solito. Se guardo in alto, pareti liscissime e inscalabili si innalzano come navate scoperte di cattedrali di pietra. Se guardo ai lati, mura di alberi aggrappati a sponde instabili. Se guardo dietro, non c’è alternativa. La tua strada è l’acqua. È pensare, come l’acqua. E soprattutto non perdere gli ancoraggi. Sarà per questo che – inconsciamente – ho attaccato all’imbrago una fettuccia “non-si-sa-mai”. Metti che non trovi la doppia? Metti che hanno tolto i fix (certo che noi alpinisti siamo stati traumatizzati, specie ad est), metti che metti che? Nel dubbio un masso e 60 metri di corda ci porteranno da qualche parte.

Il Canyoning è quindi in tutto e per tutto un alpinismo alla rovescia. L’uscita è come la cima e il ritorno messi insieme (conveniente). Non si torna indietro (as usual). Devi saltare (con calma). Usi le ginocchia (e anche la panza), al contrario delle raffinate tecniche del metodo Caruso. Una cosa è invece comune. Gli imprevisti.

A questo penso, comodamente seduto su un masso a godermi il vento di caduta della forra, mentre osservo il Batti ondeggiare nella pratica più scomoda, odiata e aborrita da ognuno di noi: la risalita di corda. All’ultima calata, infatti, non volevi metterci il più proverbiale degli incastri del nodo? Ma oggi io, da buon turista, mi sono seduto e ho lasciato fare il Batti, ufficialmente per rendere omaggio alla sua esperienza. Di fatto per non aver altro cui pensare. La cascata crea un muro sonoro tra me e lui: intuisco che dalla sua bocca escono bestemmie. Tutto a posto come sempre, mi dico. Alzando finalmente il collo, confortato dal fatto che l’auto disti solo 100 metri e quindi ormai in comfort-zone, posso vedere il pertugio dal quale siamo passati. Sembra proprio che siamo usciti dalla pancia della terra. E per un momento, semplicemente, ammiro. Lascio da parte la mia antipatia, i video gopro, e tutta questa prosopopea imbecille e vuota che ha divorato tutto. Ci dobbiamo tenere stretti questi momenti. Queste cose che non si vendono, non si condividono, e quindi nemmeno cambieranno.

Questo momento di puro stupore che si genera solo quando ti sei sporto oltre il bordo, e hai guardato – più in giù, più in su, più in là.

Sono certo che se raccontassimo questo, alle persone, se raccontassimo di non raccontare – insomma, come sto facendo io adesso, come al solito – se semplicemente ci godessimo questo momento (e se lo sta godendo anche il Batti che ride, e bestemmia, e tira su il cordino), ecco, tutto sarebbe più sopportabile, più interessante. Persino normale. E forse, io, sarei una persona meno antipatica.

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