L’anno in cui le montagne diventarono più alte

di Saverio D’Eredità

E’l’ultima ora dell’anno. Vedo le ombre allungarsi tra le vie della città ed io ho passato la giornata facendo nulla. Nessuna cima celebrativa. Nessun rituale. Ho visto il giorno scemare, con indolenza e sollievo. Di archiviare un anno di cui porterò ferite per sempre. Di volti che non rivedrò. Di messaggi che non avranno risposte. E’ l’ultima ora dell’anno, ma l’anno per me da sempre finisce quando si spegne la luce sul Canin. Il resto è roba per astronomi. A me interessa il sole. Quando il Canin sprofonderà nelle ombre, potremo dirci addio. Ho sempre pensato che il Canin fosse una sorta di magnete, la bussola dell’intera pianura friulana. Verso questa montagna ho sempre provato un’attrazione particolare, indipendente dalla sua fama o dalla sua estetica. Per quanto, in realtà, se lo si guarda da certe angolature a sud est, il Canin rivendichi una sua nobiltà. Credo di aver iniziato ad andare in montagna proprio perché desideravo salire il Canin. Ho un debito di riconoscenza nei suoi confronti. O forse è tutta colpa sua.

Esco quindi per salutare l’anno, il sole e il Canin, correndo lungo l’argine del Torre, tra quelle radure e le macchie di boscaglia che in questi ultimi tempi sono stati ora un rifugio, ora un limes invalicabile ,nei giorni in cui la libertà finiva contro un cartello con il nome del comune barrato. Mille volte ho corso ai margini di quel fiume spento, fino al ponte che segna il confine, a vedere il Canin e riorientare la mia bussola. Mi bastava un po’di bosco per sentirmi nuovamente vivo. Mi bastava vedere il Canin, per immaginare di nuovo il futuro.

Corro, come l’uomo nel video di Karma Police dei Radiohead. Corro per sfuggire alla notte ed incontro alla notte stessa. Come aliti, i primi banchi di nebbia esalano dalla terra umida. Sembrano anime che si sollevano da corpi esanimi. Corro attraverso le rade boscaglie, sfiorando i cespugli di rovi che nascondono qualcosa che non ho il coraggio di guardare. Ma a me basta questo po’di bosco per respirare ancora. Basta il profilo dentato del Canin per sapere dove andare.

Il Canin è il Nord di Udine. Se si sale sull’ultimo terrazzo del Castello, si trova una piastra d’acciaio che indica i punti cardinali e la toponomastica dei monti. Ho passato interi pomeriggi ad impararli a memoria. Ad orientare la mia bussola su quel nord. In quei tramonti di cui non ricordo né data né ora, il Canin poteva essere l’Annapurna dei libri sbirciati in biblioteca al CAI, e al tempo stesso le Grandes Jorasses di Bonatti o una remota cima andina. Il Canin era tutte le montagne messe insieme. Mi sembrava altissimo. Irraggiungibile.

Come una fiammata che risale il ceppo e poi si estingue, il sole lambisce ora i fianchi della sud, rincorre le lingue di neve, raggiunge la cresta. Mentre qui, in pianura, la notte è un’onda che viene non so da dove oltre il greto secco del Torre. Corro, come corro da mesi ormai, sfuggendo alla paura e a qualcosa che non so, come i segreti intrecciati dai rovi, come gli schiocchi oltre le siepi. Nemmeno sei mesi fa uscivo alla luce del sole in un’opaca mattina d’estate. Oltre i tetti delle case, il Canin era appena un’ombra che profilava oltre le foschie. Di nuovo, come nei tramonti di decenni prima, mi parve lontano ed irraggiungibile. Che tutte le montagne fossero diventate più alte.

Forse corro da quella mattina o magari da molto prima. Corro verso montagne che mi sembrava di aver finalmente raggiunto e che ora sono di nuovo alte e misteriose. Intanto corro ai margini di una notte che mi ha già ingoiato e di un fiume che ora non c’è, mentre una luce si spegne sulla cima e sono arrivato al ponte del Torre. Come nel video di Karma Police, posso farmi prendere o decidere di voltarmi e guardare negli occhi ciò da cui stavo scappando. Faccio ancora due passi, quindi mi volto e mi rituffo nelle nebbie sospese sui campi. Alle mie spalle svaniscono nel buio quelle montagne che da quest’anno sono diventate di nuovo un po’più alte.

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