Il frutto proibito

di Saverio D’Eredità

Noi siamo quelli del Fight Club. E la prima regola del Fight Club, com’è noto, è che non si parla del Fight Club. Quindi non devo spiegarti perché il dorso della mia mano destra è inciso da un taglio lungo almeno sette centimetri dall’indice al polso, ancora poco cicatrizzato e ben visibile. Soprattutto perché tu, con quella camicia rosa e la cravatta con i pagliacci non hai proprio niente da guardare.
Accade più spesso di lunedì. Stringi una mano, ti poggi su un bancone per chiedere un caffè o saluti qualcuno entrando. Ti guardano con quell’aria, tra il biasimo e lo stupore, tipo quando vai in giro con la zip dei pantaloni aperta o la maglietta infilata al contrario. Ti chiedi cosa non vada in te, ok la barba non la tieni proprio bene, ma non sei certo un hypster e comunque la doccia stamattina l’hai pur sempre fatta.
Poi osservi le tue mani, tagliuzzate e rovinate e pensi che qualcuno possa immaginare di te chissà che perversioni. In un certo senso è così.
Accade più spesso di lunedì, coi capelli ancora un po’incrostati e la faccia di cuoio bruciato. Riconosci i tuoi simili, e non dici niente perché hai già capito. Siamo quelli del Fight Club. E abbiamo assaggiato tutti, almeno una volta, il frutto proibito dell’oblio.
Mi guardo allo specchio. Passo le mani sotto l’acqua. Ma quando mi son squarciato il dorso della mano? Il tizio dalla cravatta coi pagliacci asciuga le sue mani impeccabili e ben curate ed esce. Io devo trovare un modo per nasconderle alla prossima stretta di mano, che andare a spiegare il quando, il come e soprattutto il perché sarebbe decisamente troppo lunga.

Anche perché ci sarebbe da fare una premessa. La montagna in questione un po’ la merita, non fosse altro per tutti gli anni che ho cercato di scalarla per qualche via con irragionevole persistenza. In realtà sono anche un po’fissato io, forse, con la Cima dei Gjai(*)che ritengo per qualche motivo assolutamente essenziale per la conoscenza del bistratto gruppo della Grauzaria. Per varie ragioni. Storica, certamente (ma questa è una scusa già spesso abusata). O piuttosto per una questione di dettagli. I dettagli spesso fanno la differenza in un buon lavoro di indagine. E sicuramente per ragioni estetiche. Perché se non ci fosse il pilastrone della Cima dei Gjai, non so come dirvi, anche la Sfinge ci perderebbe qualcosa.
La Cima dei Gjai è una di quelle montagne che aveva tutte le carte per diventare, se non famosa, almeno importante e invece niente. Si è persa per strada, non l’hanno valorizzata abbastanza o lei non ci ha creduto. Guardate la sua forma possente (dolomitica! Viene subito da esclamare, quasi a consacrarla), le pareti ben fessurate che catturano l’occhio insaziabile dello scalatore. Bella no? Eppure le manca ancora qualcosa. Avvicinandosi noti i difettucci, il mugo di troppo, la quinta pericolante e della ghiaia in eccesso.

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Parete Nord Est della Cima dei Gjai dal rifugio Grauzaria – foto S.D’Eredità

La Cima dei Gjai è una di quelle montagne per le quali di solito mi prendo sempre piuttosto bene. Le chiamo montagne nude. Ne conosco un po’sparse in giro, purtroppo sono in via di estinzione come alcune specie naturali. Sono montagne senza croci né (troppi) segnavia. Giusto un paio di vie, ma per veri amanti. Se vuoi anche solo andare in cima metti in conto sempre un po’troppa fatica. Manca il grande pezzo di storia che tutti vogliono, lo scorcio imperdibile, il rito collettivo. Un po’come le B-Side; bei pezzi che non finiscono nell’album. Eppure senza le B-Side, spesso, non puoi capire le grandi canzoni.
Le montagne nude ti fanno credere di essere tue soltanto. Di solito le tracce che le percorrono si affievoliscono dopo pochi passaggi, ritornando Natura e dimenticando l’Uomo. Le montagne nude hanno cime bellissime, disadorne e schiette.
Sono poi le cime che ti lasciano il ricordo di qualche storiella, storielle così senza pretese, buone da raccontare al bancone del bar o alle cene con gli amici. Ad ogni buon conto, la Cima dei Gjai mi doveva qualcosa da un po’.

La prima volta mi ci aveva trascinato il buon Fabietto, com’era d’uso in quella prima stagione dopo il corso in cui io non avevo voce in capitolo e mi limitavo a presentarmi ad ora e luogo prestabiliti. All’epoca credevo fosse una forma di stima nei confronti delle mie presunte capacità. Avrei capito dopo che tutti noi abbiamo delle fasi in cui ci legheremmo anche ad un palo pur di arrampicare. Solo che quel giorno, per lui una preziosissima licenza, l’attacco manco l’abbiamo trovato – cosa che oggi mi riesce quantomeno incredibile – o forse non abbiamo voluto trovarlo, sconcertati da quell’ammasso di ghiaie verticali tenute insieme da mughi che è lo zoccolo. In un certo senso fu un bene. Era agosto, e con quel caldo in una parete di bassa quota in pieno sole saremmo morti arrostiti.
Di quella giornata ricordo l’ira di Fabio che, buttata la giornata alle ortiche, pensò bene di sfogarsi buttando giù macigni da un ghiaione, tipo il Ciclope quando scopre che Ulisse l’ha beffato. Forse è quel giorno che ho preso contatto col disagio.
Per qualche strano motivo i contatti con la scorbutica cima dei Gjai, invece, sarebbero stati interrotti per molti anni, forse proprio in virtù di quel terrificante zoccolo o di una sorta di blocco psicologico.
Scrivere guide ritengo sia un eccellente motivo per cacciarsi nei guai e per tentare di rovinare delle amicizie. Sono ancora stupito del fatto che Nicola arrampichi ancora con me nonostante l’abbia costretto, in una giornata ammuffita di fine settembre, a vagare presso l’attacco della via della Salamandra in un giorno particolarmente indicato per una via con quel nome. Non ci capimmo ancora una volta nulla ed eravamo pronti a sbracare al minimo sussulto. Una di quelle giornate in cui cerchi qualunque genere di scusa per rinunciare.

“Non è che sia difficile. È che è un po’umido”

“Si infatti. Secondo me poi viene la pioggia”

“Eh, sì. Arriva subito”

“Secondo me piove già. Sento le gocce.”

Ma anche questi giorni hanno una loro utilità. Ridiscendemmo senza drammi le rocce sfaldate e coperte di ghiaia. Il temibile zoccolo era stato debellato, a questo punto bastava solo cercare di arrivar in cima, prima o poi.
Sarebbe invece un po’troppo lungo e contorto spiegare cosa accadde con Carlo poco tempo dopo e del dramma psicologico che si consumò in un’altra giornata decisamente sfigata. So solo che forse con Carlo non andremo più tanto in giro insieme, ma almeno non ce l’avrò sulla coscienza. Certo, ammetto di aver esagerato un tantino nell’interpretazione del concetto di “salita facile: niente corde nè imbraghi”. In teoria la via normale è segnata sulle carte, e se è segnata non può essere niente di troppo difficile. Ok, c’era un po’di neve, e anche del vetrato (dettagli), ma quando minacciò di scendere a casaccio lungo i valloni impenetrabili del Glagnò, pur di non disarrampicare una fastidiosa paretina di secondo grado, fui particolarmente grato agli spiriti della montagna che mi mostrarono un’alternativa ragionevole nel giro di pochi minuti. Una volta passaggi del genere ce li saremmo andati a cercare apposta. Quel giorno, invece, tornammo a valle senza dirci più nulla.

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Luca Brigo sul penultimo tiro della via della Salamandra – foto S.D’Eredità

Ma noi siamo quelli che cedono alla tentazione del frutto dell’oblio. Proprio come il fiore tanto amato dai Lotofagi dell’Odissea, ce ne cibiamo a volontà, assuefatti al suo sapore che cancella d’un colpo tutte le nostre debolezze e i brutti ricordi. Rimangono solo sensazioni vaghe della fatica, della paura o dello sconcerto che ci hanno fatto giurare e spergiurare che non l’avremmo fatto più, mai più … e invece poi.
E poi finisce che già il giorno dopo è tutto passato, ti sei dimenticato della roba che ti resta in mano, del freddo che indurisce le mani, di quel raspare nelle fessure cercando di ficcarci dentro due camme di un microfriend cui affidare tutto senza pensare alle conseguenze.
Eppure sempre più negli anni credo che sia proprio questo frutto, l’essenza. Che questo oblio sia la chiave di un inconfessabile segreto che si rinnova ogni volta. Di cui non ricordiamo il mistero e proprio questo continuiamo a cercare.

Oggi, ad esempio, non possiamo dire che non lo sapevamo. Scegliersi una bella via a nord, per giunta senza ulteriori notizie a parte quelle dei primi salitori, a fine ottobre e nel giorno della rotazione dei venti è un’ammissione di colpa.
Mentre cerco di incastrare alla meglio il microfriend nella fessurina di fondo del diedro rifletto sul fatto che anche stavolta mi sto giocando il compagno di scalate. Racchiuso come una testuggine nel suo carapace, Luca non guarda verso l’alto – per fortuna – quindi posso essere goffo quanto mi pare. Mi sento un burattino, ma sono io stesso a muovere i miei fili.

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Sugli ultimi tiri della via della Salamandra alla Cima dei Gjai – foto L.Brigo

Il cambio d’aria si era avvertito nettamente, poche ore prima. Mentre osservavo Luca salire cauto la compatta parete nera del tiro chiave, mi chiesi chi improvvisamente avesse spento la luce ed aperto le finestre. Le nuvole gonfie come vele che fino a quel momento s’avvinghiavano alle gobbe del Cavallo di Pontebba, si erano slacciate fino ad avvolgere il capo calvo delle Sfinge, spinte da un vento secco e doloroso come uno schiaffo. Mi venne in mente “Prospettiva Nevski” di Battiato.
“Adesso mi odierà” penso tra me e me mentre rifletto sul fatto che ‘sto friend non mi pare messo tanto bene e in cinque minuti mi sono alzato di due metri “mi odierà come tutti quelli che ho trascinato su questa dannata cima. Ma stavolta – giuro – è davvero l’ultim..”
Visto da sotto il friend che ho messo non è poi tanto male, soprattutto perché ha retto il mio peso. Avrei però giurato che il piede su cui caricavo il peso fosse poggiato su un gradino solido. La mano, invece, l’ha presa un po’meno bene.
Corriamo verso la cima ed incontro al sole che tramonta. Le rocce sono tiepide e nude. Senza dire nient’altro ci acquattiamo tra i macigni e restiamo fermi a raccogliere i raggi, come batterie in carica. Per parlare della via ci sarà tempo dopo o forse mai. O forse non serve. Sarà solo un’altra di quelle storielle che racconteremo al bancone il prossimo inverno e una piccola avventura in cui aggiungere a piacere un finale.

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Verso la cima dei Gjai – foto L.Brigo

Ci sono luoghi dove la notte scende di botto, come una saracinesca che si abbassa. Entri nel rifugio che ancora una luce abbozza dei profili ed esci che pare chw qualcuno abbia portato via tutto. Via le montagne, via le creste, via i boschi e anche le stelle. Solo la luna s’attarda, ma andrà via presto.
È questa l’ora in cui assaggiamo nuovamente il frutto proibito dell’oblio, come i marinai di Ulisse nell’isola dei Lotofagi vorremmo solo restare qui, senza più pensieri, senza più tempo. Ripetere all’infinito il salire e il discendere, quindi dimenticare e ricominciare.
Ci inabissiamo nel bosco. Un chiarore lunare s’invischia tra i rami secchi. La pila oggi non serve.

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(*) Cima dei Gjai mt.1921 (toponimo locale; i “gjai” sono i galli forcelli che pare trovino un particolare habitat sui versanti meridionali ed occidentali della montagna)

Una delle principali cime del gruppo Sernio Grauzaria, posta a N/O rispetto alla Creta Grauzaria e lungo la notevole dorsale che unisce questa al Sernio. Si tratta di una montagna imponente, già visibile dalla pianura, che a Nord Est presenta una possente parete alta quasi 500 mt. La prima ascensione si deve alla cordata Kugy-Komac nel luglio 1898 durante la traversata Grauzaria-Sernio. Successivamente, a parte un certo interesse suscitato dalle sue pareti negli anni tra le due guerre, con le salite di Feruglio all’evidente camino e di Stabile sulla Est e sulla Nord, la cima è rimasta per lo più disertata. Il personaggio che lega maggiormente il suo nome a questa montagna è uno degli alpinisti più attivi (spessissimo in solitaria) nell’esplorazione di questo gruppo e tra i meno considerati della storia dell’alpinismo friulano, ovvero Renzo Stabile. Le sue vie di solito non brillano per bellezza della scalata, ma sono spesso severe e in ambienti particolarmente selvaggi. Proprio nel tentativo di tracciare (sempre da solo) una via sulla parete nord est, il 17 ottobre 1951 precipita. Saranno Cetin e Glavina a dedicargli proprio su questa parete, una delle poche “semi-classiche” (se così si può dire di una via che vedrà una manciata di ripetizioni l’anno, forse…nessuna) della Cima dei Gjai.

Successivamente saranno Mario Di Gallo, Daniele Moroldo e Roberto Mazzilis a scovare nuove linee su questa montagna, che ha inaspettatamente regalato roccia buona se non ottima. La via da noi salita è “Il giorno della Salamandra” che affronta in parete aperta ed esposta la porzione compresa tra la Cetin-Glavina (“diretta Stabile”) e il camino Feruglio. Una salita interessante, di buona continuità ed impegnativa nonostante tocchi appena il sesto, aperta da Mario Di Gallo e Daniele Moroldo nel 2005 (it. 279 della guida “Alpi Carniche Alpi Giulie” (D’Eredità-Piovan-Zorzi, Alpine Studio 2016, prossima edizione 2019). Non siamo certi si tratti della prima ripetizione (poco importa), di sicuro tra le poche, ma che merita una visita per alpinisti amanti di un alpinismo genuinamente esplorativo.

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