Un piccolo diedro

di Carlo Piovan

Uscire di casa in un ordinario giorno lavorativo, oltre che con la solita borsa da lavoro, anche con lo zaino e la corda , mi trasmette lo stato d’animo di quando si andava in gita scolastica. I pensieri che si legano alle prassi da sbrigare in ufficio, vengono saltati a piè pari dall’aspettativa di passare un pomeriggio a giocare con placche e fessure all’ombra delle fronde di un bosco di castagni.

Le ore pomeridiane che riesco a passare sulle pareti di Rocca Pendice, le vivo come un regalo prezioso, con lo stato d’animo leggero grazie all’ottima chiodatura a fix delle vie che permette di rilassarsi e concentrarsi sul movimento del corpo in parete, senza le complicazioni che regolarmente ogni fine settimana vado a cercarmi in giro per le Alpi.

Ma quando si scala in luogo con più di cento anni di storia, non si può rimanere indifferenti alle tracce di chi è passato prima di noi su quelle pareti con altri stili, materiali e modo d’intendere l’arrampicata. Talvolta le richiodature hanno rispettato e permesso di continuare a godere degli itinerari storici rispettandone i tracciati, altre volte si sono inserite intersecandoli o inglobandoli per dare spazio ad un modo diverso di intendere l’arrampicata, ma senza cancellare totalmente le tracce.

Non è raro mentre si scala lungo le attuali linee di arrampicata sportiva di incappare in qualche vecchio chiodo, davanti al quale non riesco a trattenere la mia curiosità, riguardo la sua storia.

In questo reticolo virtuale di linee di salita, c’è un diedro sospeso al quale nessuno ha rivolto la sua attenzione in ottica moderna, quasi la sua regolare geometria o la storia di chi lo ha salito per primo abbia determinato un valore aggiunto da conservare.

Inutile negare che molto spesso l’ho guardato da sotto e dai lati, salendo altri itinerari, ma non mai avuto il coraggio, l’occasione o la voglia di provare a misurarmi con un tiro rimasto immutato al passare del tempo.

Ma se come recita il proverbio l’occasione rendo l’uomo ladro, in questo caso la proposta arrivata da un nuovo compagno di scalare pendicee, rende l’alpinista curioso.

La proposta di Giorgio è allettante, lui ci tiene da molto a salirlo e declina in luogo di un indiscutibile fair play, la mia proposta di ispezione con eventuale pulizia dall’alto.

Gli autori della della guida chiariscono che la chiodatura è rimasta tradizionale, alcuni chiodi ancora solidi altri fatiscenti e suggerisce d’integrare con protezioni veloci.

Le poche informazioni che reperisco in giro combaciano con quelle riportate nella realzione nel merito dela chiodatura, un po’ meno sulle valutazioni delle difficoltà.

Mi avvio sotto la parete est, come ho fatto molte volte, ma lo zaino appensantito da un po’ di materiale in più e il caschetto appeso, mi trasmettano una sorta di messaggio subliminale – oggi non è un pomeriggio come gli altri – . Rimando il messaggio al mittente, ben conscio che il tiro chiave spetta a Giorgio, al quale tiene in modo particolare, io al massimo so che dovrò ravanare un po’ sui tiri successivi più facili ma probabilmente più sporchi di licheni, vista la scarsissima frequentazione.

Arriviamo sotto la parete, un paio di tiri di riscaldamento e si parte.

L’attacco originale della direttissima è oggi un monotiro ben spittato che porta comodamente alla prima cengia. Recupero il mio compagno che sale velocemente e da qui inizia l’avventura. Il diedro di salita è molto evidente 5 m sopra le nostre teste, si intravedono dei chiodi che segnano la direzione da seguire.

Mi posiziono comodo in sosta, come fossi su una poltrona del cinema pronto a godermi lo spettacolo.

Giorgio parte, già da i primi metri si intuisce che l’arrampicata non è banale e mi comunica qualche perplessità sulla qualità della chiodatura; arrivato sotto l’entrata del diedro, rimarca in modo chiaro il concetto espresso poco prima e vedo che si muove cauto intepretando il passaggio di entrata. Dopo un paio di tentativi, nel caso non lo avessi compreso, sottolinea che l’ultimo chiodo che ha passato fa piuttosto schifo e propende che una cauta ritirata arrampicando in discesa fino alla sosta.

Mentre lo assicuro, quel messaggio subliminale di prima, ritorna ora in compagnia di un megafono per farlo meglio risuonare nella mia testa.

Oggi non è un pomeriggio come gli altri

Accolgo il mio compagno in sosta, gli comunico che provo a fare io un tentativo, la curiosità che avevo per questo tiro ora è aumentata in modo esponenziale.

Veloce scambio di materiale e parto, mi porto all’imbocco del diedro e prendo atto che effettivamente il chiodo non è sicuramente dei migliori che abbia visto, ma tutto sommato, forse abituato alle gallerie degli orrori che spesso si trovano in Dolomiti, non lo giudico così negativamente. L’unico problema è che non trovo una fessura buona per rinforzare la protezione con un friend, ma perlomeno tra me la sosta ci son altri 4 chiodi.

Il passo d’entrata non è dei più scontati, faccio un po’ di tentativi prima di trovare la quadra e con un incastro “fiducioso” di dita riesco ad entrare nel cuore del diedro.

Fortunatamente il tiro, che dev’essere stato aperto in artificiale, presenta una chiodatura abbondante, talora solida altre volte meno, ma vista la vicinanza delle protezioni non è un problema. I friend sono sostanzialmente inutili.

Progredisco con l’imperativo di non tirarmi sui chiodi, è un gioco diverso questo. Ogni tanto l’occhio mi cade sulle righe di fix che puntinano le placche alla mia sinistra e inevitabilmente mi vengono in mente i bei movimeti di equilibrio, forza di dita e mente rilassata che si godrebbero li. Ma oggi sono qui, a incastrare mani e piedi per guadagnare un metro alla volta e per fare un piccolo viaggio di 30 m in luogo sospeso nel tempo.

Do you like jam?

A esser sincero avrei dovuto rispondere – No – sulla terrazza dell’Everse des Aiguilles all’americano che entusiasticamente mi descriveva le vie del Natillons.

Ma alla fine quel poco di Jam crak che ho fatto due settimane fa, oggi sta tornando utile.

Il diedro finisce e volendo si potrebbe proseguire ancora un 20 m di lungo una fessura regolare, ma all’imbragatura mi è rimasto solo un rinvio e l’attrito delal corda inzia a farsi sentire. Traverso sulla destra seguendo l’itinerario originale, incrocio uno spit di un tiro che sale più a destra e approdo alla sosta. Nel giro di pochi centimetri quadrati si condensano tre generazioni di chiodatura, due chiodini originali dei primi salitori, un anello cementato anni ’60? e una recentissima sosta a fix inox alla quale passo il mio moschettone e al “clic” di chiusura finisce il mio viaggio in quel mondo parallelo.

Mentre recupero il mio compagno, guardo il tiro successivo, facile ma chissà da quanto tempo la roccia non si fa la barba… tre cordini putrescenti penzolano da due clessidre e un spuntone.

Giorgio emerge anche lui dal diedro, un paio di battute sulle difficoltà del tiro, e poi vista l’ora e la condivisione alla tesi che arrampicare dev’essere divertente, decidiamo di calarci alla base. Di fatto la curiosità di entrambi era concentrata su quel tiro, che rappresenta il chiave della salita.

Mentre scorro velocemente lungo la corda, ripenso alla via nel suo complesso,  è innegabile che rappresenta una piccola avventura lungo una parete a due passi dalla pianura. Al di là del tiro lungo il diedro, vedere in quello stato di abbandono i tiri che portano alla cengia, da cui poi si può uscire lungo il bellissimo diedro finale, da tempo chiodato a resinati e utilizzato come variante di uscirta della via Bianchini, ritengo sia un peccato.

Vi è mai capitato di scovare in cantina dentro una valigia impolverata i vecchi giochi dei propri genitori, i colori son sbiaditi, la grafica tradisce i gusti dell’epoca, i materiali sono ingialliti dall’umidità, ma il senso che per cui sono nati non muta.

Qui è un po’ la medesima situazione, per un arrampicatore le rocce sono fatte per essere scalate ed un peccato vederele abbandonate.

I tornanti che scendono da Teolo scorrono veloci mentre le luci di Padova si profilano sull’orizzonte.

Oggi è stata una giornata diversa dalle altre, ho scoperto un gioco in una valigia dimenticata, si tratterà solo di aver voglia di pulirlo e ripararlo per poi condividerlo.

 

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