Intervista immaginaria a Celso Gilberti

di Saverio D’Eredità
R.“Allora, Celso: dopo un’estate ricca di exploit ti sei tolto una bella soddisfazione con la est del bila pec. Bel colpo. Raccontaci un po’come è nato questo progetto”
C.G. “Il mio cuore è colmo di gioia per questa scalata superba che ha richiesto la massima tensione dei muscoli e dello spirito nel superare questa parete dall’aspetto invincibile.
In questa impresa sono stato supportato da un compagno di grande valenza e tempra alpinistica quale Oscar Soravito, uno dei più promettenti scalatori della nostra generazione. Insieme volevamo dimostrare come le nostre Alpi Giulie possano primeggiare quanto ad importanza e difficoltà con le più ambite scalate dolomitiche”
R.“Ben fatta, Celso. Come ti è sembrata la roccia? Ci hai parlato di lunghi run-out con poche possibilità di proteggersi in maniera affidabile. Un bell’ingaggio immaginiamo”
C.G “Questa formidabile roccia non consente che un uso parsimonioso e quasi sempre precario di mezzi artificiali. La scalata è sempre delicata laddove si affrontano placche prive di qualsivoglia asperità o estremamente faticosa nella continua tensione dei muscoli in spaccata sui bordi dei camini. Ciò ha richiesto grande saldezza nei nervi e fiducia nelle nostre capacità di superare con slancio le insidie e le difficoltà opposte dal Monte.
È nostra convinzione che si possa scalare su queste difficoltà d’ordine estremo non ricorrendo ad artifizi che nulla hanno a che vedere con l’animo eroico e puro di un’alpinista che si confronta con l’alpe”
R.“Yeah vez! Quindi grandi potenzialità per questa parete ancora tutta da esplorare. Hai visto altre linee scalabili?”
C.G Sebbene sia il Bila Pec alquanto inferiore rispetto alle superbe pareti del Montasio o del Mangart è da considerarsi alla stregua dei grandi problemi alpinistici delle nostre montagne.
Sono convinto che con una preparazione ancora più seria e determinata si possano vincere altre porzioni della parete che oppongono difficoltà eccezionali: abbiamo individuato infatti una colossale fessura che in alto si allarga a guisa d’orecchio che terrorizza e al tempo stesso accende di desiderio l’animo dell’alpinista.
E finanche la parte sinistra, laddove la roccia è finemente lavorata come opera di un cesellatore ravviso ardite possibilità di salita.”
Ci scommettiamo. Tornerai presto con altri progetti. Alè duro Celso!
***
È come un’onda di pietra, grigia, gialla e blu. Quando sei dentro pare di nuotarci, in quel mare di calcare ora ruvido e tagliente, ora compatto e senza rughe. Quando sei dentro pare travolgerti. Ci sono pareti gigantesche dove ti senti a casa. E pareti che pur minuscole in proporzione paiono infinite. Come quella del Bila Pec. Che è una parete semplice: un muro che pare tagliato con la fresa, uno scudo ora concavo ora convesso, spezzato da due fessure che paiono grondaie e un tetto giallo. Linee d’arte contemporanea.
Come si misura la grandezza di una parete? Prendendone semplicemente le misure? Base, altezza, superficie? O dal numero di movimenti che si possono compiere? La est del Bila Pec è una specie di contrappasso. Per tutte le pareti grinzose, scorbutiche, o fatiscenti che troviamo in giro, qui si concentra una quantità e qualità di pietra che sembra venire da un’altra dimensione.
Certo che l’alpinismo antico crea grandi problemi. Oggi, per dire, nei primi movimenti sia io che Nic ci sentiamo piuttosto impacciati. Siamo ancora tarati sui passi accorti mossi sullo spigolo del Fuart, dove saggiare ogni appoggio è ben più importante dell’allungo dinamico sulla prossima presa. Insomma, l’alpinismo antico fa male.
Eppure su questa parete la prima scalata è del 1932. Celso Gilberti ed Oscar Soravito salgono nel margine destro, lungo una delle due fessure maggiori che paiono più antri che camini. È chiaramente l’unica debolezza. L’unica salita concepibile all’epoca. Ma è una salita che lascia poco il segno. Probabilmente la scalata più sottovalutata della storia giuliana. Sulla carta è V+. Nei fatti non si sa. Forse appartiene a quell’alpinismo estinto di cui parlavamo ieri. O forse era talmente moderno da risultare incomprensibile. Su questa parete di roccia riflettente come uno specchio c’è un silenzio che dura quasi 40 anni tra quella di Gilberti e la salita di De Infanti e Barbacetto in centro parete, aperta nello stile artificiale e che pare più un’eccezione che una tendenza. E altri 20 anni prima di affacciarsi nel futuro. Quando il trapano inizia a perforare questi muri monolitici il Bila si risveglia dal torpore. È arrivata la nuova generazione, quella di cui forse avrebbe fatto parte anche Gilberti, fosse nato 40 anni dopo. Si iniziano ad intessere linee sempre più sostenute, dai margini ci si sposta al centro, si osa dove prima non era pensabile. Le centinaia di chiodi vengono sostituiti da un numero sensibilmente inferiore di spit, ma molto maggiore di movimenti tra una protezione e l’altra. E ancora adesso che pare che ogni porzione della parete sia stata toccata, fioriscono linee, idee, progetti. Oggi sono nomi come “Il Ciclone”, “Meander”, “Aria sottile” a fare sognare. In soli 200 metri dove lasciarci cuore e polpastrelli. Le potenzialità della grande onda non sono ancora finite. Forse si tornerà di nuovo a Gilberti, in qualche modo.
“Dai Sav, hai visto che bella arrampicata? Questo è il futuro!”
Ora, voi penserete che sono il solito fissato con la storia, l’antico, l’alpinismo di una volta eccettera, ma questo ripetersi che è l’arrampicata sportiva è il futuro lo trovo troppo semplicistico. Se non altro perché un futuro che esiste da almeno 30 anni mi sa tanto di presente e poco di futuro. Così ho guardato al capo opposto della parete, dove le toppe erbose stanno colonizzando quelle magre fessure salite nel 1932 rendendole irrintracciabili e inavvicinabile quel camino che pare la porta di un’altra dimensione. Questo non è il futuro. È semplicemente il presente. Perché il futuro, per essere davvero tale, è qualcosa che ancora non sappiamo. Qualcosa che non ci può ancora appartenere. Sono pochi coloro che sanno intravvedere il futuro. Chissà magari proprio Gilberti era uno tra quelli e l’aveva capito.
Due corde vengono lanciate nel vuoto. Scendono dal bordo del tetto giallastro costellato di buchi. Due ragazzi si calano, ondeggiando nel vuoto. Un temporale si avvicina, è già sul Fuart.
Il futuro qualche volta è tra noi, solo che non sappiamo vederlo.
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