Tre e trentatre

di Saverio D’Eredità

Che poi lo sappiamo tutti che esistono due tipi di sciatori. Quelli che smettono e quelli che in realtà non smettono mai. O se smettono è solo per un attimo, per quel periodo che si fa sempre più lungo tra l’ultima lingua di neve e la prima nevicata. Una parentesi, diciamo. Un cartello “Torno subito” fuori dal locale.


Che di sciatori ne sono due tipi. Ovvero quelli che sciano diciamo fino all’ora legale, la chiusura impianti o finché gli alberi non mettono fuori le foglie, che quando vedono lampeggiare 20° sul cruscotto o hanno l’appuntamento del cambio gomme, “bè la stagione è finita”. E quegli altri. Quelli che la stagione per certi versi inizia, che si svegliano alle 3:33 e scendono dal letto lacerando i propri sogni per seguirne altri. Che – ça va sans dire – gli sci iniziano la gita sempre sullo zaino.
Non è questione di chi sia meglio o peggio, chi ragione chi torto. Anzi, i primi mi sa che se la vivono sicuramente meglio. Sono inseriti nella società, godono di un certo consenso, sono spesso molto bravi perché sciano al posto giusto nel momento giusto e non soffrono il cambio di stagione. Spesso hanno auto ben in ordine, interno ed esterno e di solito l’arbe magique. Quegli altri, invece, l’auto è facile che la puliscano due volte l’anno e tengono i finestrini abbassati a primavera per non svenire dalla puzza di scarpone bagnato. Quegli altri, devono sempre trovare una buona scusa e spesso per giustificarsi fanno gli arroganti, ma in realtà soffrono dentro.  Avvertono disagio nel caldo che monta, nell’aria opalescente dei pomeriggi di pianura, disorientati dal non poter più seguire linee bianche sui primi rilievi all’orizzonte. Li vedi assorti a contemplare cieli senza più forme, che sembrano cani sulla porta ad aspettare il padrone.
In poche parole non possono più evadere. Almeno con la testa. Almeno per un po’.
In questo senso avviarsi per questa desolata colata di ghiaia mista a neve con due come il Mose ed Ivan è a in qualche maniera rassicurante. Con gli sciatori della seconda categoria non c’è granché bisogno di giustificarsi per le condizioni non esaltanti della montagna, gli ostacoli da aggirare o sorpassare, quasi che avessero tirato su delle barricate per difendersi. Che non si fanno problemi a passare con le pelli sopra i mughi abbattuti o riempirsi le mani di resina e terra. Che il cambio gomme qualche volta manco la fanno perché sai mai che il prossimo inverno la neve arriva presto.
C’è un che di basico, forse persino primitivo nel muoversi in questa stagione. Siamo più simili ad animali che fiutano la traccia, che basta un ramo fuori dalla neve per fare una panca. Non si sta nemmeno più ad osservare la qualità della neve o quanta ce n’è. Se c’è una lingua bianca la si segue. Se si riesce, la si scia.

 

La cima era stretta e sottile. Ci si stava a mala pena in tre. E infatti io che al solito sono arrivato dopo, mentre cercavo di capire dove stavolta avrei incontrato la paura, mi sono fermato un metro sotto.
La cima era piccola, e sapeva di cosa ultima. Tra le brume qua e là sbucavano come ombre le cime del Martuljek, ora dirute e sfasciate, ora luccicanti come perle. La neve segnava ancora i canali più incassati, ma le montagne tutti parevano un corpo in inesorabile decadimento.
Con gli sciatori della seconda categoria si finisce spesso per rifugiarsi in posti come questi. Perché, lo capisco anche, non è facile venire fin qua e disegnare curve sotto lo sguardo inquietante della Skrlatica, questa regina dal volto arcigno e il cuore di fata. Non è facile accettarsi, ogni tanto, e riconoscere che se anche oggi sei venuto qua è per una forma di gratitudine, in realtà.

Il Mose apre la traccia svincolandosi tra roccette che spuntano come denti aguzzi e bocche di canali spalancate nel non so che. Inseguiamo le strisce di neve che al nostro passaggio si dileguano, come quei sogni interrotti alle 3:33.
E se è vero che la neve è un sogno, anche quando questo finisce nulla ci impedisce di inseguirlo ancora. E magari il cambio gomme – sai che c’è – quest’anno non lo faccio.

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Mala Martuljska Ponca mt. 2501

Cima davvero selvaggia ed isolata, minore in un gruppo già di per sé remoto, conserva un fascino particolare per sci alpinisti affascinati dal gusto della ricerca. Di per sé, il vallone della Velika Dnina, catino sospeso tra la Skrlatica, l’Oltar e le Ponze, è uno dei luoghi più selvaggi delle Giulie intere e una sciata in questo luogo ripaga del non facile e talvolta problematico accesso. La cima, se in buone condizioni, è sciabile dall’esigua sommità su pendenze non banali ma mai eccessivamente sostenute anche se l’esposizione non è da sottovalutare. Nel complesso una gita di soddisfazione in un ambiente di rara bellezza.

Difficoltà: 4.3/E3; parte sommitale con tratti a 45°

Dislivello: 1600 metri

Attrezzatura: normale da scialpinismo (piccozza e ramponi)

Salita

Dal secondo tornante della strada di Passo Vrsic si scende per una strada sul fondo della val Krnica. Superato un ponticello si imbocca la strada per la Koca v Krnici che si raggiunge in circa ’20. Seguendo le indicazioni per lo Spik si attraversa con qualche difficoltà prima un fitto bosco quindi il greto del torrente imboccando il fondo del canalone, incassato tra salti e pareti che si incunea tra i contrafforti della Rogljca e la Lipnica. Sul fondo, in primavera, possono permanere resti di valanghe imponenti. Si risale il fondo secondo il percorso migliore (anche sulla sinistra, se sgombro di neve) fin ad un anfiteatro chiuso da ripidi salti. Si piega a destra traversando una costa di mughi e appena possibile si sale diretti, individuando il percorso migliore tra brevi canali a tratti piuttosto ripidi (40-45) che permettono di superare questo scalino ed accedere al bordo della Velika Dnina. Sotto le impressionanti pareti della Skrlatica si risale per circa 200 metri piegando leggermente a sinistra in direzione dell’evidente canalone aperto tra la mole imponente della Velika Martuljska Ponca e la Mala. Si imbocca il canale da risalire preferibilmente sulla destra, con pendenze crescenti (40°). Giunti circa 80 metri dalla forcella che lo origina si prende a sinistra uno stretto canale via via più ripido (50° in uscita) che adduce ad una crestina. Seguirla, con tratti esposti, fino in cima (ore 4.30 dall’auto).

Discesa: si scende con attenzione la cresta sfruttando brevi pendii e canali. Senza imboccare quello di salita ci si sposta a destra della cresta a prendere un canale parallelo e un po’meno ripido (45°) che riporta nel canalone principale. Come per il percorso di salita si rientra all’auto.

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ISalendo verso la Mala Martuljska Ponca – foto S.D’Eredità
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Rigole profonde di fine stagione – foto S.D’Eredità
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Salendo il canalone
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Ultimi passi verso la vetta
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In cima
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Inseguendo le strisce di neve
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Canale ripido in discesa
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Passaggi tra mughi…
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Mala e Velika Martuljska Ponca
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