Per il puro piacere di arrampicare

 

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

(P.Handke – Elogio dell’infanzia)

di Saverio D’Eredità

Sento una strana tranquillità, questa mattina. Parcheggiamo l’auto per primi in Val Venegia, proprio davanti ai profili dentellati e sbilenchi dei Bureloni che ancora ombreggiano sui prati freschi di rugiada.
Gli zaini, già pronti dalla sera prima, salgono subito in spalle e ci avviamo spediti. Anche ieri sera, nel prepararli, avvertivo questa singolare calma.

Sul pavimento del disimpegno il tintinnare argenteo dei materiali rompeva il silenzio della casa, ormai un passo nella notte. Per qualche istante mi concentrai sui suoni e sui gesti piuttosto che sulla scelta del materiale. Quante volte avevo già rinnovato questo rituale, ripetendo i medesimi gesti, udito questi suoni, rivolgendo le stesse domande al compagno?
Disporre il materiale per terra, osservarlo, soppesarlo con gli occhi e proiettarsi sui passaggi del giorno dopo.
“Portiamo anche i friends grandi o credi non servano?”
Quante volte?  A conti fatti almeno duecento. È tanto o poco? Non saprei dirlo. Come non sono sicuro di essere diventato anche io abbastanza esperto da saper scegliere le misure giuste dei vari pezzi, il numero di rinvii o nel disporre correttamente il materiale sull’imbrago.
La notte era trascorsa leggera, e prima di addormentarmi non avevo ripensato ossessivamente ai tiri che ci aspettavano, se sarei stato o no capace di farli o se avremmo avuto problemi di qualche tipo. C’era solo una semplice, essenziale, voglia di scalare.
Avevo ricontato nuovamente il numero di volte che avevo fatto lo zaino e scelto i materiali – ormai da quasi vent’anni, è tanto o poco? – se fosse 180 o 200 e questa conta diventò man mano simile a quelle delle pecorelle. Il sonno era arrivato rapido e l’alba anche.

Filiamo via veloci sul fondo della valle, una controllata alla guida prima di lasciare il sentiero poi ognuno di noi, ritagliandosi il proprio angolo di silenzio, percorre l’avvicinamento separatamente. Ogni tanto alzo gli occhi alla parete, affascinato dal suo progressivo mutare di prospettiva ed angolazione.
Il Mulaz appare come un colossale molare grigio, dai bordi squadrati e il volto rugoso. Già da fondo valle puoi intuire la qualità eccezionale della roccia, un solido calcare che pare pasta di sale plasmata da un gigantesco pollice, isolata in mezzo all’affollarsi di guglie e pinnacoli smunti della catena di Focobon.
Nel rimontare disordinatamente lo zoccolo lascio vagare lo sguardo qua e là, dal prossimo passo sotto i miei piedi a profili indefiniti di creste che non conosco. Curiosamente ogni tanto si inciampa in piccoli cubetti di porfido che sembrano sanpietrini. Le intrusioni di roccia lavica creano uno strano contrasto con la mole calcarea che ci circonda.
Il pensiero allora si perde in – per quanto approssimative – ricostruzioni geologiche. Il grande mare tropicale dentro il quale lentamente si erigevano le barriere coralline, gli innalzamenti improvvisi e le spinte tettoniche. I processi incessabili di dilavamento ed erosione.

Tutto qui è opera incerta. L’unico padrone assoluto è il Tempo, scultore insaziabile e costante, che persiste una demolizione impietosa. Eppure la nostra parete parrebbe intoccabile persino da questo processo: uno scudo compatto qua e là scavato da curiose nicchie a forme di orecchio che ricordano le Latomie di Siracusa.

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La parete Ovest del Mulaz: ben visibile al centro la costola arcuata del Pilastro Grigio – foto S.D’Eredità

Ogni alpinista dovrebbe essere anche un po’geologo. Tutto sommato ciò che costituisce l’oggetto dei nostri desideri è un dono inconsapevole della geologia. La roccia che tocchiamo, la tipologia di appigli, le linee di una parete e persino i nostri movimenti sono frutto di questa opera millenaria, che troppo spesso diamo per scontata. Un alpinista in fondo è un amante di pietre e processi di erosione. Ignorarli sarebbe come parlare con una persona senza conoscere la sua lingua e la sua cultura.

Raggiungo Luca in un piccolo spiazzo che precede l’attacco dove ci acquattiamo sperando di sfuggire al vento. Due ragazzi sono già sul primo tiro e a noi tocca attendere. Non ci dispiace. L’aria è ancora pungente e il versante ovest tarda a ricevere il sole. Sistemato il materiale e stabilito l’ordine di partenza inganniamo il tempo cercando di calcolare l’avanzare del sole dai prati di fondovalle verso di noi, tenendo come riferimento un gruppo di larici che già ne riceve i primi raggi. Quando dopo una buona mezz’ora capiamo che i larici sembrano trattenere il sole per sé senza lasciarlo avanzare ci diamo per vinti ed attacchiamo la parete.
Stranamente la sensazione di tranquillità non è svanita, ma si è persino trasformata in desiderio di iniziare, toccare la pietra, saggiarne la rugosità e la forma. Per il puro piacere di arrampicare.
Un istante prima di toccare la parete, già pronto a subire la prima scossa di freddo alle mani e rassegnato a dover fare almeno un tiro con le dita dure, una strana luminosità, come un lampo a diffusione lenta, ci avvolge. Il sole ha toccato le rocce di un pilastro staccato che ci rimanda una generosa per quanto riflessa luminosità. Tutto improvvisamente acquista forma e dimensione, la pietra che prima pareva ostile ora offre appoggi e suggerisce passaggi.
I primi tiri scorrono con addosso questa piacevole calma e nemmeno le sbuffate lungo la fessura diedro che rappresenta il tiro chiave intaccano questo stato d’animo. Saliamo alternandoci in maniera regolare. Pochi scambi alle soste, in cui rivedo il materiale scelto la sera prima come se incrociassi compagni di viaggio a bordo di una nave. La parete lentamente si inonda di luce e di sole, mutando ad ogni istante forme e plasticità. Buchi, clessidre, gocce e fessure si succedono in un movimento che noi stessi assecondiamo dandogli sostanza.

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Mulaz, Pilastro grigio: Luca Brigo sul traverso a metà parete – foto S.D’Eredità

Troppo spesso ultimamente mi accorgo che tra chi arrampica questo piacere risulta secondario. Sulla carta siamo tutti miti e pacifici, amiamo la natura, la libertà e l’amicizia, professiamo la fede nell’estetica e nell’appagamento fisico e spirituale della salita. Nei fatti poi tutto ciò diventa una pura facciata, dietro alla quale si agitano altri demoni.
Che siano la ricerca fine a sé stessa del grado o dell’aspetto atletico, che sia una via in più da inserire in un curriculum o una certa, ricercata, originalità dettata più dal desiderio di compiacersi che non di esplorare, in realtà tutto ciò ha poco a che fare con l’amore per la scoperta e il desiderio di libertà. Il passo che intercorre tra una supposta ricerca interiore e uno sterile collezionismo, per non dire una subdola competitività, è molto breve.

Le bacheche dei nostri profili social si affollano di belle frasi, massime bonattiane, inni all’armonia dell’universo, nostalgie arcadiche o revival in stile Walden. Si sventola, con falsa autoironia, la battuta di Alex Lowe sull’alpinista che si diverte di più per poi fustigarci con un non meglio definito “impegno di arrampicare”. In altre parole, ci raccontiamo storie. Storie in cui rispecchiarci, che altro non sono che una proiezione di noi stessi o del modo in cui desideriamo rappresentarci nel mondo esteriore.
Tutto è stato tritato in un gigantesco frullatore in cui ogni cosa è confusa, mescolato in una indefinibile poltiglia che smarrisce i riferimenti e si tramuta in un banale conformismo.

“In fondo, diciamocelo, siamo delle brutte persone!” la chiosa di Nicola l’altro giorno al fiume fu esemplare e strappò a tutti una risata di auto compatimento. Appollaiati sulle pietre del Natisone, in attesa che le braccia si sgonfiassero dall’ultima salita, ci chiedevamo come mai finita una via (o ancora prima di finirla) stessimo già pensando ad un’altra. Sempre preda di una sorta di bulimia che scambiamo per libertà, passiamo da una salita all’altra senza desiderarla realmente. Che ci fa rinnegare amori ed amicizie, mettere da parte ogni cosa per un non ben precisato, consumistico, obiettivo.
Tutto sommato riconoscerlo era un primo passo per conviverci un po’meglio. Fu forse per quello – o deve esser stato la calura e il gorgoglio ammaliante delle acque – che per il resto del giorno rinunciammo a seguire una precisa lista dei tiri da fare e lasciammo scorrere il pomeriggio nell’ozio.
Quasi 40 ani fa Gian Piero Motti, stanco degli ambienti stantii delle vecchie scuole di alpinismo e incuriosito da nuove letture e da un’analisi non superficiale dei movimenti che scuotevano società irrigidite e conformiste, lanciò un sentito allarme su ciò che lentamente stava trasformando l’alpinismo. Il tritatutto era già in azione e Motti forse l’aveva capito. Ancora oggi, a parole, siamo tutti figli di quel Nuovo Mattino, della liberazione dalla logica della vetta e dell’eroismo. Eppure la lezione profetica di Motti pare essere fraintesa nella sua essenza, scambiata o peggio banalizzata con una sorta di edonismo del gesto che ignora il contesto storico ed ambientale in cui viviamo.
Credo che nonostante tutto il tempo passato, in qualche maniera, siamo ancora fermi là. In una sorta di cecità. Scaliamo senza vedere, amiamo senza desiderare, rincorriamo sogni di altri incapaci di immaginarne i nostri.
Sopravvive ancora il germe di un eroismo che oggi chiamiamo in altro modo, sostituendo il grado alla vetta, il rischio alla consapevolezza del limite, l’incertezza delle scoperta con la certezza del riconoscimento sociale. Tutto ciò ha sempre meno a che fare con l’arrampicata e sempre di più con i nostri demoni.
C’è stato un tempo in cui sapevamo stupirci. Un tempo in cui sapevamo attendere. Dov’è finito quell’incanto?

La via serpeggia sul Pilastro Grigio, toccando un magnifico diedro per poi di nuovo scartarlo. Un traverso a destra pare un atto di fede nella parete e nella sua singolare geologia. Una sequenza di buchi e rugosità sembra esser stata disposta apposta per permettere il passaggio, aggirando le maggiori difficoltà.
Qualcuno potrebbe obiettare che la via avrebbe dovuto seguire perfettamente la verticalità, lungo una larga fessura ed una placca compattissima. Molti farebbero questo superficiale osservazione. La via è “poco sostenuta”, l’arrampicata “troppo facile”, le possibilità di assicurazioni troppo agevoli quindi poco “ingaggiosa”.
Non avremmo dunque modo di dimostrare alcunché. Saremmo quindi tutti troppo uguali. E perciò costretti a scavare nelle nostre motivazioni reali per distinguerci. Cosa stiamo cercando veramente?

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Mulaz, Pilastro Grigio: placche superiori. Foto L.Brigo

Quando nel 1956 i due sconosciuti ragazzi tedeschi che ebbero l’intuizione di salire questa linea arrivarono qua sotto probabilmente si posero la stessa domanda. Forse fecero un tentativo. O forse semplicemente ebbero la capacità di leggere la roccia seguendone la naturalità piuttosto che imporre la loro idea. Il traverso a destra è delicato, una serie di movimenti ben studiati che sfruttano la pelle grinzosa del Pilastro. Trovo talvolta più appaganti queste piccoli intuizioni, questo cercare di interpretare la lingua della parete piuttosto che un disegno geometrico tracciato con la matita con una serie di numeri a fianco.

Nella parte alta il calcare si trasforma progressivamente in una dolomia spugnosa e modellata da una miriade di buchi e forme astruse. Nuovamente il pensiero saltella tra il passaggio da fare e il passato geologico della parete che sto scalando, meravigliandosi del miracolo dell’orogenesi.

Verso l’ultima sosta il paesaggio si apre, acquistando una nuova prospettiva. Le cime dei Bureloni mostrano ferite insanabili sui loro fianchi. Posso vedere le fessure e i canali che ne solcano le pareti come squarci operati dal grande demolitore. Perso in mezzo ai prati di passo Rolle la forma tonda della Costazza emerge isolata simile ad un tumulo di pietre accatastate.
Un giorno anche i Bureloni, o il gagliardo dente del Cimon della Pala che ora sbrana le nubi, subiranno la stessa fine. L’erosione e il dilavamento asporteranno grammo a grammo questi giganti fragili riducendoli a piccoli cumuli senza significato. Quella sarà la loro vera essenza.
Raggiungiamo la fine della parete con la stessa calma con cui avevamo attaccato. Attendiamo la cima per la stretta di mano. Siamo soli, e le solite nebbie delle Pale sbuffavano risalendo i valloni. Ultimamente raggiungo sempre più spesso le cime. Tante di queste volte non era veramente prevista. Vi siamo finiti per naturale attrazione e ho riscoperto che in fondo anche le banali cime che aborriamo in un impeto di modernismo sterile hanno un loro significato.

Pochi giorni fa, dopo essere usciti dal baratro della nord del Travnik, percorrevamo la lunga cresta delle Moistrocche verso il Vrsic. Le nebbie ci lambivano appena lasciando intravvedere, con uno strano effetto, la Skrlatica nella sua folgorante veste rossa. Non mi sono fermato nemmeno un secondo. Nulla di quello straordinario spettacolo – che  ricordava la leggenda della fata Skrlatica – sembrava più toccarmi. Ero solo sollevato dal fatto di essere lì e non più di dover arrancare per uscire da una parete.
Oggi abbiamo scelto di arrampicare. Come per le montagne, anche in noi agisce un processo di trasformazione lento ed inesorabile, che asporta granello dopo granello, le nostre asperità, dilavando gli strati più fragili mettendo a nudo la parte più dura.
Sarà forse questa erosione a salvarci, lasciando vivo questo desiderio. E il puro piacere di arrampicare.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

(P.Handke – Elogio dell’infanzia)

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Le Giulie, la sera. Foto S.D’Eredità
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