Il “Batti”, il “Biondo” e la Creta

Introduzione di Saverio D’Eredità

Non è proprio terra di sci ripido, la Carnia. O almeno, tra le tenebrose ed affascinanti Giulie e la spettacolarità dei canali dolomitici più rinomati, ancora una volta le Carniche soffrono una certa marginalità che le fa talvolta – colpevolmente- sparire dall’atlante mentale ora di chi arrampica, ora di chi scia. Non sono molte né molto note le discese ripide (un tempo dette estreme) delle Carniche. La morfologia stessa del terreno si presta più allo scialpinismo classico (e qui in effetti le Carniche non deludono) che non al ripido propriamente detto, quindi gli adepti di questa disciplina spesso devono lavorare di fantasia, trovando però stimoli in molte di quelle pale inclinate o pendii aperti che caratterizzano le Carniche. 

Di sicuro sappiamo che molto si deve a Luciano De Crignis, figura di riferimento del ripido negli anni 70-80-90 in Carnia, che sistematicamente si dedicò alla ricerca di linee adatte a questa disciplina, individuando quei canali maggiormente adatti alla discesa (come sul Capolago o i Lastrons del Lago) o azzardando linee sulle ombrose nord (come quella del Coglians, scesa nel 1987).
Ma se quelle sopra citate sono discese rarissimamente (se non mai) ripetute, tra tutte spicca per eleganza una linea che negli anni è diventata una “classica” di questo genere, ovvero la Est della Creta di Collina. Ben visibile anche dalla pianura questa pala inclinata al primo sole del mattino impressiona particolarmente quando si svolta nella valle di Timau. Sono 700 metri mediamente a 40°con punte a 45° e piuttosto esposti, inframezzati da fasce rocciose e movimentati da canali e scoli, un’attrazione fatale per gli amanti della pendenza e dell’esposizione. Sul finire degli anni’70 la scende De Crignis, ma negli anni (e sempre più spesso negli ultimi) diventa sempre più percorsa. Di certo siamo fuori dallo scialpinismo classico, seppure le pendenze non siano ancora estreme: in ogni caso rimane una discesa ambita, non sempre in condizioni ottimali e che a maggior ragione attrae gli sguardi e le brame di chi vuole azzardare quel “qualcosa di più”. Per qualcuno si tratta di uno scatto evolutivo. Per altri di una estemporanea licenza nell’ambito della follia. Il nostro amico “Batti” – che l’ha discesa pochi giorni fa – ce la racconta così…

di Marco Battistutta (Il Batti)

Partendo all’alba, già all’altezza di Cassacco si vede a distanza una lavagna rosa che prende il colore dei primi raggi di sole.
Come avevo visto pochi giorni prima da Timau, si presenta ben imbiancata, dando un’attesa conferma sulla sensatezza dell’itinerario. E’ così importante avere queste conferme?
Altrochè: è come prendere un biglietto dell’aereo e penserai dopo a tutto il resto.
La meta scompare poi per tutto il viaggio e riappare solo dopo Timau.
E qui la prospettiva della faccenda ti si evidenzia più che altrove: la cupola si dilata verso l’alto, la pala è frontale e severa -ehi, chi l’ha alzata così?-. E’ così incombente che al passo di monte croce metà gruppo non se la sente di andarci, in effetti le relazioni e le immagini non sono mai abbastanza vividi come vedere questo pugno di roccia e neve dalla giusta prospettiva.
Un attimo prima di spezzare il gruppo ci penso, mi dispiace rinunciare perchè questa è la giornata giusta -rischio basso, neve solida, bel tempo e zero termico medio- e confermo la mia idea iniziale, il biondo è d’accordo con me e via, ci avviamo per la mulattiera.
L’avvicinamento è breve, ma ti permette di osservare ingrandirsi tutte le costicine di roccia che dovrai evitare. Da qui, tutta questa roccia fa sembrare la creta più spelata che da lontano, non sembra per niente una bella sciata, ma pian piano inizi a vedere le linee bianche che ti porteranno su e giù, come le immagini degli stereogrammi, prima non ci sono e poi voilà!!… un traverso, una zeta vicino al canale ed una diagonale verso la cima.
Qualche classica svista di percorso sopra il bosco ci porta a caso su e giù per la valle del Collinetta fino ad arrivare alla piana sotto la creta ed iniziare a salire, sci in spalla, nel canale basso. Un gruppetto di sciatori dietro a noi si dirige verso lo stivale.
Da qui inizia una sudata da sauna (d’altra parte, per gli appassionati di saune, siam al confine con l’Austria), che passo dopo passo ci porta sopra l’intaglio sud della parete. La “zeta” fila via veloce tra neve e cinture di roccia, ma il traversone sommitale sotto la cresta è lunghissimo, la croce è visibile ma non si avvicina.

collina-4

Mi ricorda, per chi ci è stato, la via crucis del Prisoinik (o il relativistico effetto di dilatazione delle distanze andando sul Krn), insomma non si arriva più e quando siamo alla croce è molto tardi, il versante sta per entrare in ombra, con i relativi problemi di neve che possiamo immaginare.

collina-12

Ottimo, Berghail (ma vista la discesa aspetto il Talheil), foto di vetta e pronti a scendere. E qui -guardando il vuoto che si apre sotto-, le gambe mi dicono: “Si, ma dopo tutta questa fatica becera che ci hai fatto fare, adesso dobbiamo anche portarti giù sano e salvo!!” Già proprio all’italiana, gli dai un po’ di responsabilità in più e quelle fanno sciopero!!
Anzichè fare le prime due curve, faccio due inversioni da fermo per sondare la neve, acquisto confidenza con il pendio ed inizio a curvare in maniera regolare. Il Biondo, nessun problema, lui è un diavolaccio sugli sci e non si fa intimorire da così poco. E così iniziamo a volteggiare perdendo quota, il traverso è molto discendente e si fa zigzagando sempre esposti su questa falda pensile. Ogni 100 metri devi attraversare una linea di roccette che ti grattugiano gli sci sotto la neve soffiata, ma pian piano si arriva a sfiorare il canale sud.
Anche questo sarebbe interessante da scendere, ma preferiamo procedere da dove siamo saliti, e quindi via giù per la spalla: colatoi stretti, grondaie sospese e scivoli spioventi, con qualche perdita di aderenza dove la neve ha iniziato a rigelare, ma su un terreno aderente, mescolando curve saltate a derapate e retrocessioni.
Ora che la concentrazione è sintonizzata, l’entusiasmo inizia a farsi spazio.
Superata la spalla cala la pendenza e possiamo buttarci a riposare i quadricipiti spappolati, 5 minuti prima che l’intera parete entri in ombra.
E’ qui che veramente si conclude l’impresa, restano solo morbidi pendii e piani assolati per raggiungere l’auto.

collina-13

E mentre controlli la soletta martoriata degli sci e riguardi la Creta in ombra, è normale che ti ponga la stessa domanda della mattina, cioè se scenderla sia stata roba da fuori di testa, o una logica evoluzione dello sci di alpinismo.

 

nb: Per chi volesse gustarsi le eccezionali foto del “Batti”che oltre ad essere provetto sciatore è anche eccellente fotografo ecco a voi il suo link su Flickr!
https://www.flickr.com/photos/22621631@N02/

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