Never the same

Incontro con i protagonisti della Spedizione Madagascar 2015

Trieste, Teatro Miela, 20 maggio 2015

Ore 20,30

di Saverio D’Eredità

Non c’è una regola. E il bello è forse questo. Perché nell’alpinismo, questo gioco in cui nella scatola mancano sempre le istruzioni, le regole le creiamo noi di volta in volta, imponendoci di rispettarle. Qualcosa che vale sempre e comunque per noi stessi, per rendere il gioco sempre nuovo e diverso.

C’è qualcosa che assomiglia all’arte, in questo, ma senza scomodare paragoni altisonanti. Ad esempio, quando si da il nome ad una via, qual è la regola? Il nome di una via (come quello di un quadro, di una foto, di un racconto), rispecchia uno stato d’animo, un momento particolare che la sintetizza, le sensazioni provate durante la salita. Magari un dettaglio. È il nome che diamo a quell’incognita che è il dialogo tra uomo e natura.

Chissà. Chissà quindi cosa provavano nel 1998 Sterni, Švab e Larcher quando risalite le ultime facili rocce toccavano per primi la vetta dello Tsaranoro Atsimo. Quale sensazione ha suggerito loro quel nome sibillino, “Never the same” (Mai più così) quasi ad esprimere il senso definitivo e fugace dell’esperienza umana? Non potevano forse immaginare che quel giorno non stavano “chiudendo” bensì aprendo un cerchio. Un cerchio ampio 17 anni.

Perché l’alpinismo è fatto di storie. Di vite. Di destini intrecciati attorno ad una trama data dalla montagna stessa. Questo grande palcoscenico sul quale proiettiamo e recitiamo sogni, obiettivi, curiosità, creatività. Le montagne restano, si dice. Gli uomini cambiano. Ma qualche volta ritornano.

Nel 1998 in una falesia dalle parti di Udine un ragazzo come tanti di nome Andrea provava per la prima volta delle scarpette e cominciava a muover i primi passi su roccia. E Gabriele, a Trieste, forse non immaginava nemmeno di possedere quella naturalezza nel contatto con la roccia che si sarebbe rivelata solo alcuni anni dopo.

In quello stesso 1998, su una montagna sconosciuta ed inviolata nel cuore del Madagascar Marco Sterni provava il durissimo 8° tiro di “Never the same” mancando per un soffio la libera. Una montagna bella e impossibile come solo nei disegni dei bambini si può immaginare. Le sue pareti lisce e compatte senza fessure ed incrinature si alzano direttamente per oltre 600 metri su un altipiano ondulato macchiato di foreste. Una parete talmente perfetta che immediatamente richiama alla mente le parole visionarie di Enzo Cozzolino, il quale nei suoi sogni vedeva quella parete “fantastica la cui roccia è particolarissima, perché non presenta fessure per i chiodi, ma solamente appigli…”

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Ed è lì, in linea con una grande tradizione alpinistica, che Sterni, Larcher e Švab immaginano la via di salita. 600 metri di lavagna di granito compatto, senza alcuna fessura, che svela metro a metro una sequenza imperscrutabile di minuscoli cristalli, che permettono di avanzare con un andamento quasi parabolico: dapprima leggermente appoggiata, poi verticale, infine strapiombante. La sequenza dei tiri che proprio a metà presenta il tratto chiave è di una continuità impressionante. La parte superiore “molla” ma relativamente: le difficoltà toccano ancora il 7a. Infine la vetta, ancora inviolata. Nasceva così Never the same, un autentico capolavoro per estetica della linea e stile di salita, aperta a spit (ma molto parsimoniosi, come nello stile degli apritori!) dal basso e con ottica da libera, in un luogo remoto e selvaggio come nella migliore tradizione dell’alpinismo di ricerca. Negli anni seguenti lo Tsaranoro avrebbe attirato i migliori scalatori del mondo, ma la libera completa di “Never the same” rimase ancora un’incognita. Fino a quando colui che quel cerchio lo aprì non decise di chiuderlo. Tornando in Madagascar, 17 anni dopo, a dare la pennellata che mancava a quello splendido quadro.

Ed è qui che inizia un’altra storia, o forse la stessa, ma con altri interpreti. Ed è quella che racconteremo insieme a loro, i protagonisti della spedizione 2015 allo Tsaranoro Atsimo che hanno messo a segno la prima libera di Never e rimesso le mani su quel formidabile siluro di granito. Ci hanno riportato le sensazioni tattili e sensoriali dell’arrampicare in un luogo completamente fuori dall’ordinario per ambiente, condizioni, caratteristiche della roccia, tipologia della salita. Quasi a testimoniare un passaggio generazionale era con loro Marco Sterni, a ricordarci ancora una volta che l’alpinismo è una grande storia umana che lega i suoi personaggi attraverso i tempi, le tecniche, le mode e gli stili mantenendo sempre quella vocazione profonda all’esplorazione, la creazione e l’avventura.

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Gabriele Gorobey su Never the Same – photo Andrea Polo

Sarà l’occasione per parlare del Madagascar e degli spazi ancora aperti per un alpinismo di ricerca, i suoi stili, la sua etica. E per dialogare con quattro protagonisti del mondo verticale: non solo Andrea Polo e Gabriele Gorobey (che insieme a Carlo Giuliberti e per l’appunto Sterni formavano la squadra della spedizione del 2015), ma anche altri due amici (già spesso presenti in queste pagine) sempre attivi su tutti i terreni in inverno come in estate. Parliamo di Leo Comelli e Enrico “Mose” Mosetti, dei quali spesso riportiamo salite, scorribande e colpi di testa dalle Giulie al Perù. La sensibilità artistica di Leo (le cui foto accompagnano il racconto di alcune bellissime salite portate a termine nella lunghissima estate 2015) faranno da apripista alle linee immaginarie del Mose, che dalle Giulie riparte ancora una volta verso le grandi montagne del mondo e ci svelerà i particolari della spedizione ormai prossima al Laila Peak. La “più amata” (questo il significato in lingua Balti) che attende ancora di essere solcata dalle tavole degli sci dalla cima alla base.

Un’occasione quindi per sentire quanto è vivo l’alpinismo nell’estremo est, che affronta a viso aperto e con occhi nuovi i grandi spazi, interpretandoli ognuno a modo proprio. Non un vero gruppo “vecchio stile” con codici e curriculum, ma amici che condividono tempo e passione accomunati dalla voglia di scoprire, provare, sbagliare. Mettersi in gioco. La scatola non avrà le istruzioni, ma noi ci divertiamo lo stesso.

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