L’ultima notte di Hermann Buhl

di Saverio D’Eredità

Come nelle migliori tradizioni, dopo una giornata fosca il tramonto fu splendido e pieno di speranze riposte. Subito dopo la cena, servita da camerieri in divisa, uscimmo a raccogliere gli ultimi raggi di sole onorando il rituale del tramonto alpino. Non sembrava proprio di stare in un rifugio, quella sera, con il menu di un hotel, la vetrata vista monti, i letti coi piumini e la doccia al piano.

Il Diavolezza del resto è un albergo d’alta quota e già il fatto che non si uscisse nemmeno dalla funivia per accedere al rifugio lo squalificava alquanto. Di solito la distanza tra ambiente cittadino e montano è frutto di metri di dislivello. Qui è regolata dalla fotocellula che apre e chiude la porta a vetri tra  l’uscita della funivia e la sala da pranzo. Nella vasca di acqua calda esterna, simile ad una grande tazza, le guide tiravano larghe boccate dai loro sigari d’ordinanza probabilmente commentando le goffe esibizioni dei clienti durante la giornata. Cercai di immaginare i loro dialoghi, sicuramente stavano prendendo di mira qualche spaesata signorina giapponese o magari l’attempato lord inglese a corto di fiato e di gambe.

Mi sedetti sulla panca all’esterno ad osservare la maestosa corona di montagne attorno a me. Da questa angolatura l’alto bacino del Morteratsch assomiglia alla sala di un museo sapientemente allestita. Un tappeto di roboanti seraccate, l’introduzione laterale di cime minori la geometrica architettura dei Piz Palù al centro con i tre speroni regolari e netti a sorreggere i merletti della cresta. Più in là, oltre un interludio di balconi ghiacciati il pezzo più forte, il Bernina. L’impressione è effettivamente quella di essere in una sala di esposizione di storia dell’alpinismo. Pensai al fatto che una vera scuola di montagna dovrebbe far visita a questi luoghi come fossero dei libri aperti di storia, un po’come quando alle gite scolastiche ti portano a vedere i templi antichi o i musei.

Veniva voglia di parlare, di raccontare storie, mentre le creste scorrevano come titoli di coda sullo schermo via via più nero del cielo, fosse altro per tenersi compagnia o darsi un motivo in più per esser qui. E di storie ce n’erano tante. La tragica cordata di 13 che precipita dalla cresta del Palù, le prime salite sulla Kuffner con scarponi chiodati e guide baffute o le salite lampo di Herman Buhl, un alieno stupendamente umano che in silenzio aveva già portato l’alpinismo un passo più avanti.

Paola raccontò di aver letto di una salita di Buhl al Bernina con sua moglie. Avevano dormito proprio qui al Diavolezza e il giorno dopo avevano attraversato il ghiacciaio ancora in piena notte, la luce delle frontali che andava ad intermittenza con le stelle, poi ancora nell’ombra la risalita dei contrafforti della Fortezza ed infine gli ultimi passi della scala, nella nuova luce del giorno verso il cielo del Bernina.

Se ce l’ha fatta la moglie di Hermann Buhl ce la potrò fare anche io!” concluse Paola, come ad auto caricarsi.

Già, peccato nessuno di noi si chiami Hermann Buhl, ironizzò qualcuno per spezzare il momento e anticipare la ritirata verso i piumoni. La storia della cordata di 13 che cadde dalla cresta invece non la ricordò nessuno perché non c’era proprio niente da ridere. E comunque noi eravamo solo in 4.

Ci ritirammo quando ormai nessuna luce poteva più impressionare la pellicola in tempi di otturazione manuali. Rimaneva solo qualche “posa B” da tentare, ma scendeva il freddo ed era un buon segno. Faceva strano avvolgersi in dei piumini e pensare al giorno dopo in equilibrio sulle cornici lassù. In genere la notti in rifugio sono abbastanza scomode da farti desiderare il prima possibile di uscire. Qui si stava bene, invece, maledettamente bene. E di voglia di puntare la sveglia alle 3 proprio non ce n’era.

Mi accucciai nel piumino, ma ero a disagio. Mi attraversò il nero pensiero che in quella stessa coperta si fosse riposato qualcuno che il giorno dopo non sarebbe più tornato e la cosa mi portò la solita, beneaugurante ansia pre-salita. Nonostante l’insolita comodità o forse proprio a causa di essa, non riuscii a prendere sonno e mi rigirai talmente tante volte da perdere ogni beneficio. Infine il richiamo della molta acqua bevuta mi trascinò fuori dal letto.

Approfittai dell’uscita dalla camera ronfante per indugiare qualche istante alla finestra in fondo al corridoio. Il cielo era splendidamente stellato e là  fuori la montagna sembrava aspettarci. Tutto era perfetto, le stelle, il cielo nero, il rumore lontano dell’acqua di fusione, i crepitii dei seracchi sempre più tenui, sempre meno preoccupanti. Le cornici brillavano nell’aria gelata. Quale di quelle domani cercherà di farmi cadere?

I pensieri riandarono alla notte di Hermann Buhl, a quella volta con sua moglie e a quanto deve esser stato bello per lui abituato alla nuda pietra o peggio ancora ad insonni maratone passare una notte, una notte soltanto, senza la nostalgia di lei, della casa scarna ma accogliente del letto e di un risveglio morbido? Cosa deve aver provato Hermann a non recitare la parte del cavaliere che parte con la bici come a cavallo del destriero verso pareti ignote e per una notte, una notte soltanto, non sentire mordere il desiderio del ritorno?

Pensai al fatto che per quante strabilianti salite abbia fatto Buhl, quella di sicuro deve esser stata la più bella. Di tutte le notti di attesa silenziosa e trepida, con l’orecchio teso a captare il respiro del ghiacciaio, tra tutte, sono sicuro, quella deve esser stata più lungo ricordata, la cui traccia rimasta incisa da qualche parte nel fondo dell’anima sarebbe riemersa più dolcemente. Tornai a letto, fisiologicamente rilassato, ma con una insopprimibile senso di nostalgia. Si può sognare la nostalgia?

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Nella tendina a quota 6800 Hermann e Kurt si strinsero l’uno all’altro cercando di conservare quel poco di calore prodotto dal fornelletto. L’acqua del tè bolliva e loro stavano in silenzio assorti sul pentolino come sacerdoti all’altare. L’umidità prodotta dal fiato e dai loro corpi che scaldandosi rilasciavano calore condensò rapidamente creando dei festoni ghiacciati sul telo dell’esigua tendina.

Domani, se il tempo li avessi aiutati, sarebbero arrivati in cima al Chogolisa. Il desiderio di quella cima li aveva come posseduti nei giorni precedenti nonostante la fatica e l’appagamento successivi alla salita del Broad Peak. Avevano portato l’alpinismo un passo più avanti, ma ancora non lo sapevano. E se anche lo avessero saputo la cosa non avrebbe importato più che tanto. I loro occhi erano puntati sul quel trono di luce e di neve così ammaliante, così imponente, grande e lontano come una promessa. Il Chogolisa o Bride Peak, detto anche, la cima della sposa. Forse perché il manto candido ricorda un abito nuziale pudico e seducente allo stesso tempo. Kurt ed Hermann non avrebbero resistito al richiamo. Il tè bollente restituiva calore e conforto alle mani strette in preghiera attorno al gamellino. Man mano che l’aria della piccola tenda si scaldava e i muscoli della faccia si rilassavano tornava anche la voglia di parlare, scambiarsi qualcosa in più dei semplici comandi di cordata.

“Qual è stata la tua salita più bella Hermann?”

La voce di Kurt si espanse nell’aria vaporosa della tenda giungendo all’orecchio di Hermann come un suono lontano. Era una domanda che da tempo desiderava porgli. Si erano ritrovati quasi casualmente e quindi più naturalmente amici e fratelli nel corso di quelle settimane. Non tutti avrebbe fatto a ritroso quei passi, pesanti come macigni, per tornare una seconda volta sulla cresta dorata del Broad Peak, solo per accompagnare un compagno rimasto indietro. Seppure nel silenzio che lo contraddistingueva, Hermann rimase colpito e commosso da quel gesto.

Eppure si conoscevano così poco. A Kurt sembrava ancora così incredibile poter condividere la tenda, il sudore e il silenzio con un uomo del quale nutriva una così profonda ammirazione. Tutto parlava nella vita di Hermann, della sua grandezza come della sua semplicità. Eppure era così difficile strappargli poco più di un sorriso nel volto bruciato. La solitudine di quegli ultimi passi sul Nanga Parbat doveva essere rimasta incisa nel suo animo più di quanto non volesse ammettere a se stesso. Quegli ultimi passi dovevano averlo allontanato definitivamente dal mondo degli uomini.

Il giorno dopo cavalcammo una dopo l’altra le cime dei Palù, nessuna cornice si ruppe e nessun seracco si aprì. Passammo attraverso la montagna in silenzio approdando come naufraghi alla capanna “Marco e Rosa” dopo esserci arrostiti sulle terrazze glaciali del Belvedere. Pagando il dazio di troppa comodità qualcuno ebbe mal di testa, qualcun altro non mangiò, io accusai solo un lontano senso di nostalgia ma non potevo dirlo a nessuno così ripensai ancora una volta a quella notte di Buhl e tutte le altre che avrebbe passato nella sua breve ma folgorante esistenza. Il giorno successivo rinunciammo alla cima del Bernina, anche se adesso non saprei spiegare se per colpa del vento, del mal di testa o della nostalgia.

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Cresta dei Piz Palù

Scendemmo schiacciati da un’incalzante bufera, mentre qualche alpinista tedesco, fedele alla cultura teutonica dello sturm und drang scompariva nella nube fosca della tempesta di neve. “Salite da tedeschi” si dice. Condizioni avverse, solitudine, equipaggiamento ridotto.  Buhl era un maestro in questo senso.

Non si ha forse abbastanza idea di cosa voglia dire avere “pochi mezzi”, il guadagnare metro a metro le desiderate montagne come a sottrarle dal flusso della vita. Ci si sente minatori al setaccio di materie preziose, pochi grammi di polvere raffinata da cariolate di sabbia e ghiaia. Forse ora capisco un po’di più Buhl e come quella che in lui sembrava follia fosse solo un gratuito atto di amore.

Scuotemmo la testa, ci infilammo tutto quello che avevamo addosso e riprendemmo la strada del fondovalle. Appena sotto i 3500 metri il vento si placò e il grande bacino del Morteratsch si mostrò in un tutta la sua calma imponenza. Non un alito di vento. Tempo splendido. Tempo di rimorsi.

Il solito passo in meno, la solita indecisione, i soliti fantasmi. L’occasione giusta per una bella litigata e conseguenti musi lunghi. Invano lanciai velate proposte di tentare la salita ad una delle docili cime innevate che ci sovrastavano. Nessuno rispose e la discesa riprese, ingiustificatamente lunga. La montagna sembrava trattenerci. Attraversammo salti di roccia, nevai, morene distrutte come rovine di antiche città. L’ultima sosta sul letto morto del ghiacciaio trascorse senza dire nemmeno una parola. Gli speroni del Palù ci sovrastavano senza pietà.

Hermann non rispose subito. Continuava indaffarato a preparare la cena, mentre nella sua mente scorsero immagini diverse, come a frammenti e via via più nitide man mano che sentiva la punta del naso e delle dita scaldarsi al contatto con la tazza e il vapore del tè. Attese qualche secondo, guardando fisso un punto tra il fornello e il saccopelo come a cercare di mettere a fuoco qualcosa.

“Tu ora penserai che ti parlerò del Nanga Parbat o forse della Marmolada. No, non credo Kurt. E nemmeno il Badile, quella mattina d’estate, sebbene quel giorno mi sentissi così pieno di vita da poterne riempire il mondo.”

La risposta spiazzò Kurt che lo guardò interdetto. Si chiese se forse la domanda non lo avesse infastidito e si pentì di aver infranto la loro tacita armonia. Ma un leggero sorriso, come di nostalgia più che di tenerezza, comparve sul volto bruciato di sole di Hermman.

“Vedi Kurt, alla fine noi che scaliamo le montagne, noi che saremmo disposti a qualunque sacrificio, a dare ogni nostro briciolo di energia e fino all’ultimo dei nostri averi per salirle…ebbene noi viviamo pensando o forse sognando che ci sia da qualche parte, in qualche continente, una montagna più belle delle altre. E che un giorno arriveremo ad afferrarla, a stringerla anche solo pochi istanti, quella vittoria assoluta che assolverà ogni nostra fatica, ogni nostro azzardo. Chissà cosa pensiamo di trovare su quella cima”. Il sorriso si espanse, il cuore si aprì. I secondi e i minuti, a quella quota non avevano importanza e probabilmente ne passarono diversi prima che Hermann riprese a parlare.

“E comunque, se proprio ci tieni a saperlo, devo dirti che la mia salita più bella è stata sul Bernina, alcuni anni fa con mia moglie. Che giornata stupenda! Una montagna bellissima. Non sono mai stato così bene come quel giorno. Magnifico!”

Kurt sorrise e senza dire nulla riprese a scavare con il cucchiaio nel pentolino, sperando di ripetere il prodigio della moltiplicazione dei pani. I viveri erano pochi, ma tra due giorni sarebbero stati di ritorno. Terminarono la cena scambiandosi poche parole rispetto alla salita del giorno dopo. Tutto sembrava già scritto. Quindi Hermann si girò nel saccopelo e chiuse gli occhi. Per un attimo sentì il vento calare, il telo esterno non sbatteva come una vela nella tempesta. Pensò a sua moglie, a quel giorno sul Bernina, alla sua notte più bella.

Sentì il cuore caldo e il respiro farsi più lungo. Domani sarebbero stati su, avrebbero sollevato il velo della sposa. E tutto questo poi sarebbe finito. Già immaginava il lungo rientro, assaporava il ritorno alla terra, alla polvere, quindi all’erba dei primi prati fragili ai bordi della morena. Un bagno caldo! E tutti quei giorni di ghiaccio sciolti di colpo come neve a primavera. E poi a casa, come una sinfonia lenta, come questo ghiacciaio che si stende per chilometri. Si sentì improvvisamente leggero, come un tuffo trattenuto da misteriose ali. Come spesso gli accadde in quei giorno non percepì il passaggio dalla veglia al sonno.

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Il giorno dopo sarebbe stato Ferragosto e nella mia testa non c’erano che montagne. Avremmo potuto rifiatare un giorno e ritentare. Cambiare versante. Accecati dall’avidità.                                                       Eppure alzando gli occhi alla polverosa morena che mi separava dal rifugio crebbe repentina la voglia di tornare subito a casa. Voltando le spalle a quella parete luccicante che era stata la mia ossessione per giorni, come non esistesse più, come se si fosse sbriciolata in un istante. Il film era finito, lo schermo era stato infranto. Senza aspettare un secondo, un’ora, una notte, tornare a casa.                                         Avevo focalizzato quel senso di nostalgia e capito che dovevo tornare da lei, da lei che aspetta e aspetterà chissà quante volte ancora, come una pietra miliare piantata in mezzo al deserto delle mie ossessioni. Avevo un debito da saldare. Un debito che abbiamo tutti noi che passiamo le nostre domeniche, le vacanze e ogni ritaglio del tempo liberato in questo giardino incantato e riservato solo a noi stessi. Un debito destinato a rigenerarsi ed essere assolto, all’infinito. Dimentichi del mondo, irriconoscenti verso chiunque, inconsapevoli del fatto che quella che chiamiamo libertà in realtà è solo avidità.

Noi che sappiamo solo aspettare le condizioni e talvolta nemmeno quelle. Noi, che in realtà non sappiamo cosa voglia dire aspettare, non abbiamo idea di quanto pesino quegli abbracci e le parole sussurrate a stento nel buio di albe solo a noi note.                                                                                         E il cercare da qualche parte nel cuore un’immagine che ci tenga compagnia nelle ore e nei giorni di distanza, quando fuori dalla finestra i giorni piombano sull’orizzonte, o attendendo sulla porta di un rifugio. Senza capire, talvolta, ma con il pudore di non domandarsi il perché.

Se è vero che molti possono permettersi il lusso di partire a pochi è concesso il privilegio del Ritorno e della nostalgia. Volutamente allungai il percorso, evitando i nastri roventi delle autostrade ed inanellando con consapevole illogica passi e valli. Concessi al mio egoismo il gusto di indugiare.

Riattraversai le Alpi al contrario e quel tragitto solo pochi giorni prima riempito di mille altri progetti (e quanti altri giorni sottratti? Quante altre attese avrei riservato?) fu sostituito da un monologo silenzioso ed inquieto. Le casse della macchina si riempirono una ad una di tutti i nostri cd ed ognuna delle canzoni rimandava ai nostri momenti. Ad ognuna delle sue lunghe attese, di un biglietto di ritorno, di una telefonata con poco campo, di una promessa non scritta.

Giunsi a casa nel pomeriggio che sapeva di fuoco, avevo ascoltato tutta la nostra musica e l’auto aveva bisogno di benzina come io di una doccia e di non pensare più a nulla.

Lei non sapeva di aspettarmi e mi lasciò entrare.

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