Gaia – prima parte –

di Carlo Piovan

La parete

Appare all’improvviso: verticale, slanciata, scura, severa. Rivivo in un flash back l’esperienza di un anno fa, in cui esitavo sul quel muro di dolomia nera.

Continuavo a salire e scendere fino al chiodo sottostante, incapace d’infrangere l’ostacolo che la mia mente aveva posto. Cerco distrazione nel compiere gesti ormai noti, che oggi ripercorro con lentezza, quasi fosse un rito. Rinvii, friend, moschettoni, cordini, evito gli automatismi e ricerco forza e concentrazione da quei movimenti rituali. Afferro i primi appigli, carico il peso sul piede destro mentre dal fondo valle inizia a spirare un vento freddo e con esso i miei pensieri volano, cado in una sorta di trans e per due ore vedo solo piccoli appigli in cui cercare di far alloggiare i miei polpastrelli e lisce placche sulle quali far aderire la suola delle mie scarpette. Accarezzo con gesti lenti e misurati la roccia, scoprendone pian piano le parti più intime e nascoste. Senza mai forzare il passo salgo lento ma costante, ogni movimento, ogni gesto, mi fa scoprire nuove e piacevoli sensazioni. Il mio corpo esegue perfettamente i passi di un’antica danza che sembra io conosca da sempre. Si rialzano le nuvole che con larghi gesti fanno ricadere nell’ombra la vallata. L’atmosfera si fa elettrica. Esco velocemente lungo gli ultimi cento metri di facili rocce verso la cima e appena posso, mi tolgo di mezzo da quella cacciatrice di fulmini che è la cresta ovest, scendendo velocemente nel verdissimo vallone sottostante. La luce filtrata dalle dense coltri di nuvole, accentua il contrasto fra il verde dei prati ed il grigio delle rocce, disposte secondo un apparente caos geologico, conferendo all’ambiente un’atmosfera surreale. Mi affretto a scendere, cosciente che fra non molto Giove Pluvio darà fondo al suo repertorio di buriane e folgori. Le prime gocce d’acqua solleticano la mia pelle poi l’intensità aumenta e tutto intorno il paesaggio muta all’improvviso acquistando toni più cupi. Infilo velocemente la mia giacca impermeabile color giallo canarino, quasi a voler dissociarmi dal grigiore che mi avvolge. Affretto il passo e raggiungo la forcella da dove ero venuto, in pochi minuti la pioggia muta in tempesta al ritmo dei fragori dei tuoni e lo spettacolo ha inizio. Fortunatamente mi trovo a un centinaio di metri da un bivacco dove ripararmi. Corro verso quella scialuppa di lamiera, che a mala pena intravedo attraverso il velo d’acqua che mi avvolge, entro e magicamente mi ritrovo in un ambiente ovattato, sicuro, protettivo. L’odore di legno bagnato e di coperte ammuffite mi induce un sorta di torpore, accendo la candela appoggiata sul tavolo, per vedere meglio all’interno di questo ambiente lillipuziano e scopro con immenso piacere, che nell’angolo giace impolverata una piccola stufa ed una cesta di legna asciutta. Decido di ridarle vita. Mi distendo sul tavolato e senza accorgermene cado in un sonno profondo, cullato dal frusciare della pioggia sulle rocce. Passa del tempo. Alzo il capo, e lentamente mi rimetto in piedi, ancora intorpidito dal riposo che mi sono concesso. Guardo fuori dalla piccola finestra appannata. La pioggia continua a scendere copiosamente e il temporale ha ceduto il posto alla pioggia ad interpretare il diluvio. Dopo mezzora. fortunatamente gli dei decidono che lo spettacolo pluviale è giunto al termine e come ogni gran finale degno di questo nome, lasciano a Eolo il piacere di squarciare il sipario di nuvole per dar mostra ad uno dei più incredibili arcobaleni che abbia mai visto. Riprendo i miei passi e scollino lungo grondanti prati che mi fanno comprendere, nel più efficacie dei modi, il significato del toponimo del piccolo altopiano in cui mi trovo. Aip nel linguaggio locale, significa abbeveratoio, ed io mi ci ritrovo dentro, consolato dal fatto della mancata compagnia della bovina razza. Proseguo, sguazzando nel fango e producendo ad ogni passo un simpatico ed acquitrinoso rumore che mi accompagna fino alla mulattiera di selciato che in breve mi riconduce alla sella dove sorge il rifugio da cui ero partito. Affretto il passo già godendo all’idea di poter togliermi le scarpe ormai fradice e poter mangiare qualche cosa di caldo. Arrivo davanti alla porta, il vetro appannato non mi permette di scrutare dentro, così apro bruscamente la porta che emette un cigolio di disappunto che fa sobbalzare alcune persone intente a cenare. Entro e fatti pochi passi, la porta si richiude violentemente dietro di me, scivolandomi dalla mano bagnata e strappata dal forte vento che da poco ha iniziato a spirare di fuori. La sala da pranzo con l’arredo in legno, il banco del bar con allineate le bottiglie di grappa, l’odore delle minestre fumanti, il ritmico tintinnare di posate e bicchieri dei commensali mi trasmettono una sensazione di familiarità che mi fanno rilassare al tal punto che non mi accorgo che una ragazza, mi sta incitando a spostarmi da li, considerato che non riesce a passare con 3 piatti di minestrone fumante, posti in bilico tra le mani e l’avambraccio sinistro. Senza ancora comprendere bene il significato delle parole, ma con maggiore chiarezza quello dei due occhi concitati che mi fissano, mi sposto rapidamente non accorgendomi che portavo ancora addosso la giacca e lo zaino che avevano creato una notevole pozza d’acqua sul pavimento, sulla quale per poco non scivolava. Superato il momento di impasse, ritorno finalmente con la mente alla realtà delle cose, mi tolgo giacca e zaino e li metto con cura in un angolo vicino alla stufa così che possano asciugarsi senza intralciare. Mi avvicino al bancone da dove spunta la ragazza che prima mi aveva guardato in malo modo. Le chiedo, dando fondo a tutta la mia gentilezza, un letto per sta notte e mi accomodo su un tavolo libero per cenare. La cena si rivela ottima. mi concedo una grappa alle erbe e mi avvio verso il meritato letto.

[Continua…]

4 risposte a "Gaia – prima parte –"

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